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   Elfriede Jelinek  - La Pianista  - Einaudi, Torino 1992
 
 «Vienna, la città della musica! Anche in futuro, qui si affermerà solo ciò
che ha già avuto successo. Le saltano i bottoni sul ventre grasso e bianco
della cultura, come ad un cadavere affogato che anno dopo anno si gonfia
sempre più, se nessuno lo ripesca». (  La pianista p. 20)

La Vienna, descritta con toni lividi da Elfriede Jelinek ne La pianista, è
città malsana, da trivio, sordida: squallidi peep-show di periferia, immigrati turchi affamati di sesso, perennemente infoiati e alla disperata ricerca di una vagina, puttane vecchie e laidissime, caricature di sè medesime, voyeurs impenitenti , il Prater che, al calare delle prime ombre della sera, ripone i fasti ludici e fanciulleschi per trasformarsi, da kinderspielen bruegeliano in wunderkammer scoperchiata di patologie e perversioni sessuali. Se esistesse un'acustica anche per il marcio e il repellente, qui essa potrebbe dignitosamente risuonare.

A contemplare rassicurante tutto questo sfacelo, il profilo protettivo dello
Steinhof, il manicomio viennese dove un marito-padre, tertium ad
excludendum della coppia madre e figlia, è stato amorevolmente recluso
perchè afflitto da nevrosi incurabile e provvidenziale; conditio necessario
per il dipanarsi della morbosa liaison madre-figlia. Così viene descritto
l'atto d'amore che ha portato al concepimento di Erika, la pianista e
figlia: «Nella sua metà del letto, la madre russa rumorosamente sotto l'effetto
dell'insolita quantità di alcolici ingerita-alcolici riservati in realtà agli ospiti, che però non vengono mai. Molti anni prima, proprio in questo stesso letto, la lussuria la portò alla sacra maternità e, una volta raggiunto lo scopo, venne del tutto eliminata. Un'unica eiaculazione uccise il desiderio e fece posto alla figlia; il padre prese due piccioni con una fava ed eliminò contemporaneamente anche se stesso. Per inerzia interiore o per debolezza d'animo non seppe prevedere le conseguenze di quella eiaculazione».

Il rapporto madre-figlia costituisce un dittico indivisibile, una simbiosi
perfetta costruita sulla potenza della crudeltà e del ricatto, unico lacerto di dialettica emotiva tra madre e figlia: capelli strappati, liti furibondi, lividi sul corpo, successive riconciliazioni, smanie incestuose, atti di perdono recitati e subito violati, reciproca ossessiva dipendenza, all'interno di una casa in cui il kitsch miserimmo del decoro borghese regna sovrano. C'è un armadio a disposizione della figlia, dove lei mette abiti di gran moda, maliziosi e osé- "cadaveri di abiti" - che mai indosserà perchè la sua "divisa" ( gonna e pullover d'inverno, gonna e camicetta di seta, abbottonata fino al collo, d'estate) non contempla variazioni.

«La bambina è l'idolo della madre, che in cambio pretende un ben misero
compenso: la sua vita». (pag. 34)

Erika rifugge consapevolmente dall'infinito alla portata di tutti (amore, affetto, sentimenti...); nel caso in cui si adombrasse la sventurata ipotesi, c'è una ratio che sa lucidamente soffocare questi conati pseudoesistenziali: «l'amore ci fa contenti solo quando ci invidiano l'essere amato».  L'irruzione del biondocrinito ed aitante canoistapianistaginnasta Walter è ovviamente catastrofica e foriera di sciagure: il dittico perfetto non contempla la possibilità di intromissione da parte di altre figure. L'elementare gamma sentimentale di cui è portatore (sano?) il povero Walter Klemmer, invaghito più che da Erika dall'idea di replicare la iper-romantica scena primaria maestra-allievo, un déjà vu classico e scontato, contempla parole come sentimento, passione, amore, altruismo, affetto che appaiono a Erika ed alla madre come patologie dell'anima, escrescenze repellenti che andrebbero mutilate; Walter, una sorta di archetipo della sanità e della bellezza dei "beniamini" manniani, vede crollare rovinosamente la sua strategia seduttiva di fronte al catalogo di crudeltà e di abiezioni che Erika gli
propone: una lettera basterà a trasformare questo virgulto della san(t)a
Vienna in un teppista without a cause, violento e brutale.


Libro musicalissimo, questo, sia per il ritmo della scrittura della Jelinek, da fuga clavicembalistica, che per le lancinanti divagazioni sulla natura della musica stessa, qui nella sua esclusiva dimensione di venenum : « i melomani sono come i tossici e gli alcolizzati, sempre pronti a voler trascinare qualcun altro nel baratro del loro vizio, nel voler condividere la passione col maggior numero possibile di persone": un lied del Winterreise schubertiano - «quell'orribile grassone alcolizzato» come viene definito in altra parte del libro - utilizzato per una delle scene più ributtanti e terribili del libro : l'evocazione malinconica, la trasognatezza romantica diventano colonna sonora della miseria umana, mostrata in tutta la sua inesplicabile ed abietta potenza.

Linnio Accorroni



Esempio 1
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Al centro della narrazione, il tormentato rapporto di forza, in un interno viennese, tra la non più giovane pianista, Erika Kohut, e la tirannica madre, che trasformerà in catastrofe sadomasochista il tentativo di Erika di legarsi a un uomo. La ricerca spasmodica e frustrante della vita e di un'identità sessuale (fra autolesionismo e voyeurismo femminile) spinge Erika nei peep-show di periferia, nei cinema a luci rosse o dietro le fratte del Prater, prima di ricondurla a casa, sotto le lenzuola del letto matrimoniale che divide con la madre.E quando uno dei suoi allievi, Walter Klemmer, se ne innamorerà, Erika offrirà a lui, il "normale", uno scenario violento e autistico, secondo il ben frequentato schema padrone-schiavo.Con il suo linguaggio tagliente e impietoso e una scrittura coraggiosa, vivificata da continue, creative metafore, Elfriede Jelinek non indietreggia di fronte a nulla e nulla risparmia: né l'amore materno e le sue vane ambizioni, né il genere pornografico (che manipola e maschera), né i miti musical-culturali di Vienna, né le ipocrisie e false certezze della sua borghesia istruita e stupida.

dal 6 febbraio 2004
« Amaro, glaciale, violento e onnipresente nelle opere di Elfriede Jelinek è il sesso. Sesso come espressione di possesso, di forza e rapina e, parallelamente, di sottomissione, di dipendenza e schiavitù. Sesso ripetitivo senza sentimento né dolcezza, mai ragione di allegria né di consolazione. In altre parole, brutale pornografia. Non femminista né maschilista, la scrittrice rimarca con crudezza la complicità, l' omertà, il reciproco odiarsi e sfruttarsi - nel sesso - di uomini e donne. Ella li fotografa mentre si stanno di fronte desolatamente distanti, gelidamente chiusi nella loro ostilità, del tutto incapaci di comprendersi e di accettarsi,intenti come sono a tenersi a bada a vicenda, a salire uno sulle spalle dell' altro, a non perdere nemmeno un centimetro del proprio terreno - e del proprio potere. In un suo romanzo in particolare, La voglia, uno dei pochi tradotti in italiano, assieme a L' amante e al più famoso La pianista, da cui è stato tratto il film vincitore a Cannes, protagonista Isabelle Huppert, Elfriede Jelinek descrive, con linguaggio sgradevolmente plastificato, ispirato agli spot pubblicitari e alle riviste per «la donna moderna», lo squallore assoluto del sesso muto e rapinoso tra una coppia di coniugi, bravi valligiani conservatori sotto il segno di Haider. Non meno sgradevole - per la sua spietatezza - è il romanzo «La pianista», nel quale va in scena una durissima e mortifera battaglia tra due donne intorno a un pianoforte, dalla quale escono, ovviamente, sconfitte entrambe. Senza difficoltà, l' autrice definisce il libro «di ispirazione autobiografica»: sua madre era infatti una provetta pianista che, con implacabile ostinazione e ardenti aspettative, aveva tentato per molti anni di fare altrettanto della sua figliola. Pensando al carattere di Elfriede, si può immaginare con quale risultato e, soprattutto, con quali conseguenze per il rapporto tra mamma e figlia. «Considerando che mio padre è morto in manicomio - piace sottolineare, non senza sarcasmo, alla scrittrice - mi domando cosa sarà un giorno di me». Per adesso, c' è il Nobel. E se la premiata ha sempre riconosciuto di essere una gagliarda provocatrice, non si può fare a meno di sospettare che gli eminenti accademici di Svezia in questo le siano in qualche modo fratelli. »

Isabella Bossi Fedrigotti
Corriere della Sera 8 ottobre 2004

 
   
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