La teoria del desiderio mimetico in René Girard.Verità romanzesca e menzogna romantica.
Esempio 1

Nel 1961 René Girard pubblica «Mensonge romantique, vérité romanesque »   in Italia  pubblicato inizialmente col titolo Struttura e personaggi del romanzo moderno e poi con la traduzione più fedele Menzogna romantica e verità romanzesca presso Bompiani, rispettivamente nel 1965  e nel 2002 (ristampa). 

Girard  professore di  letteratura comparata, nato ad Avignone, ma vivente negli Stati Uniti dal 1946, conduce in questo lavoro un’analisi sui testi delle grandi opere letterarie della narrativa occidentale nelle quali individua  una problematica del desiderio fino ad allora sconosciuta. È l’atto di nascita della teoria del desiderio mimetico che troverà nelle successive opere di Girard precisazioni, correzioni, approfondimenti.  
dal 26 dic. 2002
L'uomo è incapace di desiderare prescindendo da un modello, consapevole o inconscio, l'oggetto o lo scopo del suo desiderio gli è proposto o imposto da un terzo, che funge da mediatore. Il triangolo che si instaura tra personaggio, oggetto desiderato e mediatore, è uno schema costante e centrale nella struttura del romanzo. René Girard reinterpreta alla luce di questa intuizione critica e psicologica, e attraverso un'analisi sottile e affatto originale, le grandi opere e i personaggi della letteratura moderna.
In questo saggio Girard prende per mano il lettore e illumina il meccanismo della persecuzione e del sacrificio. In particolare colpiscono per la loro radicale novità le interpetazioni di parabole ed episodi dei Vangeli. Vediamo qui compiersi quell'oscillazione decisiva per cui la vittima sacrificale non consente più alla colpa che le viene attribuita ma diventa l'innocente che come tale si rivendica. Così il capro espiatorio si trasforma nell'agnello di Dio. Tale modifica non arresterà la persecuzione che potrà assumere proporzioni inaudite, come testimonia la storia contemporanea. 

Cosa sappiamo del desiderio umano? L'opinione dominante, tanto nelle scienze umane che nel senso comune, è che l'uomo fissi in modo completamente autonomo il suo desiderio su un oggetto. Quest'approccio spiegherebbe la nascita  del desiderio col  fatto che ogni oggetto possiede in sé  un valore suscettibile di polarizzare il desiderio medesimo.

Guardando da presso la nostra esperienza quotidiana vediamo che il desiderio che ho per questa donna, questa ambizione di riuscire nel mio lavoro o questa nuova automobile che prevedo di comperare sembrerebbero  procedere unicamente dalla mia libera scelta. Questa visione lineare del desiderio che collega con una linea retta il soggetto all’oggetto è a tutta prima di una semplicità evidente, ma ci costringe tuttavia  ad un certo numero di contorsioni quando tentiamo di spiegare con lo stesso sistema esplicativo fenomeni strettamente  legati al desiderio quali  l’invidia  o la gelosia.

 Riflettendoci bene  (ma lo riconosciamo abbastanza di rado): noi desideriamo meno l'oggetto di quanto  invidiamo la persona che possiede quell'oggetto; quest'ultimo non avendo quindi che un'importanza molto relativa. E, in alcuni casi, traiamo  soddisfazione,  più  che dal possesso dell'oggetto stesso,  dal  fatto che l'altro non riesca a possederlo. Del resto la pubblicità, quest'inno al possesso di oggetti, offre alla nostra coscienza desiderante non già un prodotto nella sua, per così dire, cosalità, ma delle persone, degli altri, che desiderano questo prodotto e che sembrano bearsi  del suo possesso.

Analizzando le grandi opere  romanzesche (Cervantes, Stendhal, Proust et Dostoevskij), René Girard individua  un meccanismo del desiderio umano completamente nuovo. Quest'ultimo non si fisserebbe in maniera autonoma secondo una via lineare: soggetto - oggetto, ma - per imitazione del desiderio di un altro - secondo uno schema triangolare: soggetto - modello - oggetto.

Don  Chisciotte desidera chiaramente dedicare la propria vita all'imitazione di Amadigi di Gaula, così come il Cavaliere della Triste Figura immagina possa essere. Il Sig. de Rênal desidera prendere Julien Sorel come precettore soltanto perché è convinto che sia ciò che ha intenzione di fare il suo rivale Valenod, l’altro  personaggio in vista di Verrières. ( Il cristiano stesso impronta la propria esistenza secondo l’imitazione di Cristo, come un celebre trattato suggerisce).  

L'ipotesi girardiana  si basa dunque sull'esistenza di un terzo elemento, mediatore del desiderio, che è l’Altro. È perché l’Altro -  che ho preso come modello - che desidera un oggetto (concepito come una cosa che l’Altro possiede e che a me  manca) che mi metto a desiderarlo anch’io, e d’altra parte l'oggetto acquista  valore  soltanto perché è desiderato da un Altro. Si potrebbe pensare che l'introduzione di questo terzo "vertice" nell'equazione del desiderio sia una complessità supplementare puramente teorica ed arbitraria da parte di René Girard. Tanto più che la presenza di quest'Altro comporta una rimessa in discussione totale di quest'individualismo al centro della modernità che mostra l'uomo come un'entità libera ed autonoma e che trova la sua espressione  letteraria nel tipo dell'eroe romantico. (Da qui la contrapposizione tra la verità romanzesca e la menzogna romantica adombrata nel titolo originale francese).

Il soggetto  desidera, ma non sa cosa. Nella sua fluttuazione d’animo, incrocerà un essere fornito di qualcosa che gli manca e che sembra dare a quest'ultimo una pienezza  che egli non ha. Questa pienezza  evidente, così vicina e così lontana,  è ciò che  propriamente lo affascina. Il desiderio non saziato  del soggetto  sembra porre sempre la stessa domanda al modello:  «Cos’ hai tu più di me?» (per sembrare così felice, per avere una donna così graziosa, per essere preferito dalla direzione, ecc.).

Fissare la propria  ammirazione  su un modello, è già riconoscergli o concedergli un prestigio che non si possiede, ciò che equivale a constatare la propria insufficienza di essere umano. Non è ovviamente una posizione delle più comode ma l'uomo che prova ammirazione e che attraverso essa invidia l'Altro, è innanzi tutto qualcuno che si disprezza profondamente.

Il desiderio che ha il soggetto  per l'oggetto non è nient’altro che il desiderio che egli ha del  prestigio - da egli stesso  assegnato - a colui che possiede l'oggetto (o che si pone a desiderare contemporaneamente a lui l'oggetto). Così si istituisce la mediazione del modello ed una prima trasfigurazione  dell'oggetto. Ad esempio, un'automobile è qualcosa di più di questa carcassa d'acciaio che permette di trasferirsi da un posto ad un altro, altrimenti  qualsiasi modello d’auto servirebbe allo scopo; e invece è  l’oggetto su cui proietto la mia carica libidinale,  che mi permette non solo di avere ma anche di essere... uno sciupafemmine, un dirigente, un capo banda  ecc.. Ma anche il vestito per una donna ha questa funzione. Non è solo il piacere di possedere un capo di vestiario, è soprattutto quello di interpretare un ruolo che stimola la donna all’acquisto. Non cosa vuole avere, dunque, ma cosa vuole essere. Una donna cerbiatto? Una pantera, una vamp? Una trasgressiva o una conformista? È così che spesso la donna (o l’uomo) non si veste, ma si traveste....L’oggetto posseduto fornisce dunque gli elementi di una identificazione sociale.  

Come nota René Girard, il soggetto  svalorizzerà  sempre quest'anteriorità del modello, poiché ciò lo scoprirebbe e ne rivelerebbe la propria  insufficienza, la propria  inferiorità: il fatto che il proprio  desiderio non è spontaneo, ma frutto d’ imitazione. In questo  gioco del desiderio il modello, a sua volta, non è risparmiato, più del soggetto. Anch’egli cerca di fissare il proprio desiderio ed attende che gli si indichi  qualcosa di desiderabile. È proprio ciò che già  fa il soggetto  del nostro triangolo il quale, da questo punto di vista, è anch’egli un Altro. Sappiamo anche che non è l’oggetto nella sua cosalità  che vedrà ora il modello, ma un oggetto trasfigurato dal desiderio del soggetto, che gli dà un "valore" completamente inatteso.

Il modello dunque  non ha un ruolo passivo in questo triangolo. Non si accontenta di attendere una volizione  del soggetto, fa al contrario tutto per farla nascere. Un oggetto da nessuno bramato non avrebbe alcun  interesse, nessun valore capace di fissare il desiderio, pertanto il modello come qualsiasi soggetto desiderante tende a magnificare il proprio oggetto e ad esibire il proprio vantaggio – che diventa tale solo se dall’Altro  è riconosciuto come tale. In altri termini il  desiderio del modello ha bisogno di sentire altri desideri competitivi al proprio  per trovare saldezza e pienezza del possesso. Tende dunque sempre a suscitare lui stesso la concorrenza, cioè a causare l’emergere di un  rivale  che egli tenderà a soppiantare.

L'innamorata che elogia  le qualità del proprio partner presso le amiche cerca più  di affermare  vanita o orgoglio e  la superiorità della propria  felicità che a confermare il proprio desiderio. La risposta che intende suscitare è che le sue amiche, invidiose di questa felicità, si mettano a desiderare il suo  partner e rifiutino ogni pretendente. Questo non farebbe che confermare l'innamorata nella sua vacillante  certezza di aver scelto bene. La circolarità  infernale del desiderio mimetico  è ora in atto. Nessun acuirsi  del desiderio per l'oggetto da parte del modello sfuggirà al soggetto, che vi vedrà la conferma della sua importanza e che intensificherà gli  sforzi per possederlo. Ciascuno dunque, soggetto  o modello, ha contribuito all'emergere dell'Altro come rivale. Il desiderio non si ferma mai alla sola constatazione delle differenze: vuole diventare l’affascinate Altro, e dunque eliminare  tutto ciò che lo distingue dal suo modello, perché tutto in quest'ultimo gli dice: «Fai come me».

  «Il desiderio secondo l’Altro è sempre il desiderio di essere un altro. C'è un solo desiderio metafisico ma i desideri particolari che concretizzano questo desiderio primordiale variano all’infinito. » 

È proprio  ciò che fa don  Chisciotte con Amadigi di Gaula: per diventare un cavaliere perfetto, basta imitare gli atti di un cavaliere perfetto. Ed è anche il comportamento che assumono i bambini nel  processo di crescita e socializzazione, come nella proprietà del  linguaggio. Imitando gli adulti, genitori o insegnanti, con una precisione terribile, fanno come i grandi, meglio, diventano grandi. 

Nei casi citati, non c'è reale contrapposizione  tra le azioni e le intenzioni del soggetto e del modello; René Girard parlerà allora di mediazione esterna (desiderare di essere qualcun altro, nel processo di identificazione, senza innescare meccanismi  rivalità, anche perché il modello è distante o astratto). Don Chisciotte può bene imitare puntualmente  ciò che pensa essere il comportamento del proprio eroe, ma ciò  che separa l’uno dall'altro resta invariato nonostante gli exploits del cavaliere. Il modello Amadigi  non designa nulla di particolare ed i fallimenti di don Chisciotte non comportano alcuna conseguenza poiché può facilmente passare ad altra cosa. Parimenti  i bambini imitano da vicino  i loro insegnanti, vengono anche  incoraggiati a farlo,  ma all'interno di un quadro pedagogico che mantiene una certa distanza tra soggetto e modello, e che ne proibisce la confusione. Se molte ragazze vogliono diventare maestre di scuola, è più tardi che ciò accadrà, e tutto si scioglie in questo "più tardi".

La distanza "soggetto - modello" che caratterizza la mediazione esterna non è una semplice questione di  distanza fisica o temporale, ma attiene anche alla natura delle differenze che separano,  all'origine, l’uno dall'altro.

«Benché la distanza geografica possa costituire un fattore, la distanza tra il mediatore e il soggetto è inizialmente spirituale. Don Chisciotte e Sancho sono  sempre fisicamente vicini ma la distanza  sociale ed intellettuale che li separa resta  insormontabile.»

Tuttavia, salvo  ad evolvere nel vuoto - che è una delle illusioni romantiche -, il desiderio inevitabilmente entrerà in contatto con altri desideri. Lo farà tanto più facilmente e rapidamente di quanto questi sono vicini, cioè si interessano agli stessi oggetti. Così, nulla separa il Sig. di Rênal de Valenod, che si affrontano tutti e due per predominare la vita sociale di Verrières  e che stanno  dunque molto attenti a ciò che  fa l'altro: Julien Sorel non è il precettore  qualsiasi  ma è quello   che permetterà al suo datore di lavoro di ottenere un vantaggio in questa lotta di prestigio.


Questa prossimità dei desideri e la rivalità che comporta, caratterizzerà ciò che Girard chiamerà  inizialmente la mediazione  interna e che diventerà successivamente il desiderio mimetico tout court. Il maestro  che incoraggia il suo allievo ad acquisire la sua conoscenza, il capitalismo occidentale che osservava con benevolenza  (anche con accondiscendenza ) gli sforzi compiuti dall'economia giapponese  per copiare i suoi prodotti,  stanno  nella stessa situazione della nostra innamorata vista precedentemente. La venerazione  che porta loro il soggetto  serve inizialmente a confermare questa differenza, questa superiorità. 

L'adorazione del soggetto  si nutre di quest'orgoglio che rende il suo modello così desiderabile: l'allievo intende almeno uguagliare il maestro, l'economia giapponese  fare come l'economia occidentale. Più il soggetto  imita il modello e meno ciò che  li separa diventa percettibile, la (le) differenza (e) essendo  propriamente assorbita (e) dal primo.

Quando l'allievo dispone delle stesse conoscenze del maestro, non c'è certamente più né maestro né allievo ma due persone che possiedono la stessa conoscenza: la gerarchia iniziale che permetteva di situare uno e l'altro nel mondo, uno rispetto all'altro nella loro relazione, è abolita. Il modello avverte  il pericolo che può presentare per lui questa confusione, questa indifferenziazione che diventerebbe la peggiore delle situazioni. Tanto più che esiste sempre il rischio che l'allievo superi il maestro e che l'originale sia presto considerato la copia. Ma più i rivali  mimetici  sono vicini e tentano di differenziarsi tanto  più finiscono per somigliarsi.  Sono visibili in questa argomentazione gli echi della “dialettica servo-padrone” e della nozione di “coscienza infelice” elaborati da Hegel nella Fenomenologia dello Spirito e da Girard apertamente richiamati.

La questione della perdita delle differenze è centrale nell'ipotesi girardiana. Tutti gli   aspetti delle culture umane sono fondati sulla creazione permanente di differenze che permettono di trovare il proprio posto a  ciascuno  e ad ogni cosa. La nostra necessità di comprensione e d'organizzazione del mondo si realizza grazie a questa creazione permanente di differenze, nei quali vediamo la l’incomparabile ricchezza/diversità dell'umanità. 

Infatti, viviamo e pensiamo in un sistema principalmente “differenzialista”. Un certo pensiero positivo ha del resto spiegato  il fatto che il senso poteva nascere soltanto in  una situazione di squilibrio tra due termini e ciò ci  spinge sempre a ricercare  il punto discriminante  per comprendere. Dinanzi all'identico, proviamo immediatamente la necessità di distinguere. Infatti il nostro  atteggiamento di fronte a gemelli di solito, è quello di trovare almeno una specificità all'uno o l'altro, che  ci consenta  di sapere chi è chi. 

Il desiderio mimetico conduce ad abolire queste differenze, dunque a rendere confusi tutti i riferimenti preesistenti. Se nulla di ciò che mi distingueva dal mio vicino non esiste più, chi sono io effettivamente? 

Il modello dispone di un mezzo radicale per mantenere la distanza col soggetto: quello di proibire al soggetto desiderante il possesso dell'oggetto. Al messaggio: «Fai come me» che  irradiava dal modello se ne aggiunge uno completamente opposto: «Non fare come me».

In  un sol colpo, il modello si trasforma in ostacolo e riunisce in sé stesso due termini contraddittori: è allo stesso tempo colui  che è adorato (poiché mostra al soggetto  ciò che è desiderabile) e colui che è odiato (poiché, da rivale, gliene proibisce il possesso). 

«Il soggetto  prova dunque per il suo modello un  sentimento lacerante formato dall'unione di due opposti che sono la venerazione la più sottomessa ed il rancore più intenso. È il  sentimento che chiamiamo odio. Solo l’essere  che ci impedisce di soddisfare un desiderio, che lui stesso ci ha suggerito, è realmente oggetto di odio. Quello che odia si odia inizialmente lui stesso a causa  dell'ammirazione segreta che cela il suo odio. Per nascondere agli altri, e nascondere a sé stesso, quest'ammirazione infinita, non vuole vedere altro che un ostacolo nel suo mediatore. Il ruolo secondario di questo mediatore passa dunque in primo piano e dissimula il ruolo primordiale del modello religiosamente imitato (Si veda a tal proposito la teoria del desiderio mimetico applicata dallo stesso Girard allo scontro culturale che vede ai giorni nostri contrapposti Islam e Occidente. Qui)

Il portato teorico, d’importanza capitale, della teoria del desiderio mimetico di  René Girard è di avere estratto dai romanzi  la  verità di questa circolarità: è perché è un modello che l’Altro è un  rivale, ma è anche perché è un rivale che è un modello. 


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pagina a cura di Alfio Squillaci
Intervista a René Girard
Roberto Festa per “La Repubblica” 
25dicembre 2005


«Il Natale è una sospensione, un´interruzione nel corso delle nostre esistenze. È un messaggio di pace e pacificazione che ci costringe a fare i conti con la violenza delle nostre civiltà». 

Anche parlando di Natale, l´interesse di René Girard è irresistibilmente attratto dai meccanismi di violenza che segnano e condizionano l´attività sociale degli uomini. 82 anni, filosofo, critico, studioso delle religioni, da decenni professore in molte università americane (ultima Stanford, dove si è definitivamente stabilito), Girard ha seguito gli effetti della violenza attraverso la letteratura, l´antropologia, la psicologia, la critica biblica. I suoi tanti libri e articoli - La violenza e il sacro, La pietra dello scandaloIl capro espiatorioVedo Satana cadere come la folgoreShakespeare e il teatro dell´invidia - ruotano attorno a quella che lui stesso, scherzosamente, ha definito un´"idea fissa": i modi in cui il capro espiatorio fonda, unifica, preserva una cultura.

René Girard, perché il Natale è una "sospensione"?
«Perché la nascita di Gesù è fin dall´inizio narrata dal Vangelo come un atto di amore puro, purgato di qualsiasi elemento di violenza, interesse, depurato persino dal sesso. È una rottura potente con il mondo mitologico e con le religioni arcaiche, dove le nascite erano spesso segnate da un atto di violenza, uno stupro, un conflitto macchiato di sangue. Nella nascita di Cristo c´è solo bontà, innocenza, e questo rende inevitabile il confronto con la realtà dell´organizzazione sociale umana. È d´altra parte uno scarto che tutta la vicenda terrena di Gesù Cristo suggerisce».

Nei suoi studi lei lo ha definito un "capro espiatorio".
«Sì, ma Cristo è un capro espiatorio rivoluzionario, che rompe col passato. La mia ipotesi è che ogni società in crisi produca capri espiatori. Le rivalità degenerano, per contagio mimetico si diffonde un sentimento di vendetta, esplode la violenza più bestiale. La folla ha bisogno di un colpevole su cui riversare le proprie frustrazioni, e che una volta sacrificato possa essere sacralizzato in quanto salvatore della comunità e dell´ordine sociale. Questo è appunto il sacro identificato con la violenza tipico delle religioni primitive».

La religione dei Vangeli introduce invece una variante.
«Sì, che è fondamentale per lo sviluppo delle nostre società. Per la prima volta il racconto di un sacrificio - quello di Cristo - viene fatto non dal punto di vista della folla, ma da quello del capro espiatorio. Nel mito di Edipo lui è colpevole e i tebani sono innocenti. È Edipo a causare la peste. Con l´avvento del Cristianesimo è la folla a essere colpevole, e l´accusato innocente. Cristo si immola per il bene dell´Umanità. Il suo messaggio è che non ci debbano essere più vittime sacrificali, più sacrifici in nome della coesione sociale. La crisi deve essere insomma risolta con il ricorso alla non-violenza. È questa verità che la celebrazione della nascita di Cristo rinnova ogni volta, e che rende il Natale una festa in qualche modo eterodossa, disturbante».

La nostra frenetica attività consumistica in occasione del Natale è un modo per reagire a questo disagio?
«Sì, ma soltanto in parte. Perché a Natale il meccanismo del dono acquista una natura tutta particolare e assente nel resto dell´anno. Il dono ha sempre una componente agonistica. Attraverso il dono cerchiamo di affermare un potere, acquisire prestigio all´interno della comunità, definire la nostra immagine nel mondo che ci circonda. Ma il Natale è il momento in cui il dono è per eccellenza reciproco. Io lo faccio a te, tu lo fai a me. Tutto è perfettamente simmetrico. Non c´è competizione. Come se per celebrare la nascita di Gesù, che è innocenza, deponessimo per un momento ogni rapporto di forza, ogni volontà di potenza, e ci facessimo prendere da un sentimento di mutua assistenza, di presa in carico dell´altro».

Quanto la Chiesa di Roma si oppone alla voga consumistica?
«Poco, ma non la biasimo. Il Natale è rimasto forse l´unico vero momento in cui la comunità cristiana si riunisce per celebrare qualcosa di comune e religiosamente significativo. Il processo di secolarizzazione è ormai in fase avanzata. Il Natale è l´unico momento condiviso da tutti, credenti e non credenti, fedeli e non. Perché la Chiesa dovrebbe censurarne gli aspetti più mondani, consumistici, rischiando di allontanare una parte considerevole di chi lo celebra?».

La tradizione del dono affonda le sue radici nel passato dei riti pagani, preesistenti al Natale?
«Sì, nell´antica Roma in questo periodo si celebravano i saturnali, un periodo di pace con banchetti e scambio di regali. Poi, con Aureliano, il 25 dicembre è consacrato alla festa del Dio Sole. Anche per contrastare il diffondersi di questi riti pagani la Chiesa decide di celebrare in quello stesso giorno la nascita di Gesù, "sole di giustizia". Non c´è del resto alcuna prova che Gesù sia nato il 25 dicembre. I Vangeli di Matteo e Luca, che raccontano la Natività, non fissano mai giorno, mese o anno. Ma poco importa. Il significato del Natale non è storico, ma appunto antropologico: con la nascita di Gesù il Cristianesimo rompe con le religioni pagane e la mitologia, introduce un nuovo sistema di valori, nuovi orizzonti legati al riscatto dell´umanità attraverso la negazione del sacrificio espiatorio».

Durante il corso della sua vita, come ha visto cambiare il Natale?
«Il Natale ha subito il destino di molte altre festività, che oggi tendono a diventare sempre più "vacanza". Basta considerare il dibattito in Francia sulla conservazione del lunedì di Pentacoste festivo. Chi discute degli aspetti religiosi e simbolici legati alla festività? Tutto ruota attorno alle questioni della produzione, dei salari, dei gruppi di lavoratori chiamati a lavorare quel lunedì. Le festività perdono così una loro forte, precisa connotazione simbolica, per diventare generici contenitori di non-lavoro, di riposo e tempo libero».



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Vedi anche
<<<  La rivalità mimetica e l'Islam - Intervista a cura di Henri Tincq - da Le Monde. In questo sito.
<<< Profilo biobliografico di René Girard
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