Natalia Ginzburg - Mai devi domandarmi - Einaudi, 2002
Come al solito m'aggiro tra gli scaffali e mi ritrovo alla cassa con libri che ho scelto io ed altri che han scelto me e che non avevo intenzione di acquistare. Questa volta mi ha accalappiata la Natalia Ginzburg, per un cedimento sentimentale.
Ricordo di letture postadolescenziali, a ripetere con mamma la filastrocca del "baco del calo del malo". O leggere, mute e commosse del Caro Michele.
Così che sono uscita con Mai devi domandarmi della Natalia Levi saggista. Leggendo qui e là, ho trovato la raccolta scialba.
Saggista modesta, come tale si dipinge da scolara poco brillante, quasi somara in un contesto familiare di qualità elevata, di menti eccelse e di cultura atavica. Ribelle ad un patrimonio quasi genetico di assolute conoscenze diluite in eleganza stilistica.
Nel leggere le sue quasi svogliate annotazioni su un film visto (nel caso specifico "Dillinger è morto" di Marco Ferreri), su una mostra a Palazzo Braschi ( la Zemlja slava), su un romanzo ( Cent'anni di solitudine per l'esattezza), mi son chiesta perché ho amato questa scrittrice, autrice di noterelle come paginette di diario, quasi fosse la modista di cappelli ben diversamente piumati di ben altri critici, ben più profondi saggisti? La risposta era insita nella cattura, da parte del piccolo Einaudi, della mia attenzione, neppur distolta dai bei colori Adelphi: io adoro questo stile mesto, quel gioco non lezioso del raccontarsi quando non è necessario e trasformare in vissuto tutto il leggibile, in respirato personalmente tutto quel che si può scrivere.
Carne e sangue, una critica.
Pagina di storia vissuta, un commento. Impareggiabile la sua Emily Dickinson. Tanto viva da immaginarla chiusa in ogni casetta borghese di campagna con praticello ben ravviato da rastrelli per benino. Partendo da chiacchiere sulle zanzare americane, trovate da Natalia a spasso per Amherst, alla ricerca del mondo della signorina antibovary per eccellenza.
Ebbene, ero stesa su uno scoglio a patteggiar col mare, eppure per un attimo ho avuto la sensazione che, se avessi alzato gli occhi, a guardarmi avrei visto Emily, con in mano due gigli e la sua veste bianca ( così andava incontro agli ospiti) e per mano Natalia.
Lì, per me. Ho amato di più Emily Dickinson e la sua esistenza discreta: poesie cucite col filo bianco ed una dicitura:
" Questa è la mia lettera al mondo
che non scrisse a me."
Emily, le lettere sono arrivate, recapitate dalla scolara distratta che fu Natalia.
Rossana Massa