Italia, primavera del 1975. Nei pressi di Mantova, Pier Paolo Pasolini sta girando Salò o Le 120 giornate di Sodoma. Poco distante, nei dintorni di Parma, Bernardo Bertolucci lavora al film Novecento. Nel giorno del compleanno di Bertolucci, il 16 marzo, viene organizzata una partita di calcio tra le due troupe. Il campo è quello della Cittadella, a Parma, intorno al quale sono raccolti tutti i protagonisti di questa storia: Pasolini, Bertolucci, ma anche Alberto, un bambino intimorito dalla solitudine, e Vincenzo, un terrorista nero con una agghiacciante missione da compiere. Alberto Garlini racconta attraverso le vicende dei suoi protagonisti la perdita dell'innocenza di un intero Paese, di cui la figura di Pasolini è l'emblema.
Alberto Garlini - Fútbol bailado - Sironi Milano 2004
Ho chiuso il romanzo di Garlini un paio di settimane fa, e ho dovuto aspettare che le impressioni in parte alate e in parte abissali che mi ha lasciato si depositassero da qualche parte, prima di riuscire a decifrarle. Una difficoltà simile a proferir parola su una mia lettura me l’hanno lasciata solo due libri prima d’ora: Memorie del sottosuolo di Dostoevskij e Il maestro e Margherita di Bulgakov, e si tratta di due libri non privi di punti in comune con questo.
In Fútbol bailado c’è un “enne più unesimo” personaggio che racconta al modo dell’uomo del sottosuolo, pur senza comparire mai: al di sopra del protagonista (omonimo dell’autore) e delle narrazioni autonome degli altri personaggi (fra i quali Pasolini, un calciatore mistico, un’artista innamorata della luce, un cupo terrorista nero idealista, San Francesco, una pletora di figuranti) c’è questo “autore implicito”, un’entità estranea alla storia narrata ma in possesso di tutte le sue chiavi interpretative. Con Il maestro e Margherita Fútbol bailado condivide la rappresentazione allegorica di una realtà caotica e irriducibile a discorsi ragionevoli e sintatticamente bene ordinati.
La trama è complessa e aggrovigliata. Mi limito ad alcune indicazioni generiche: l’infanzia di Pasolini e la partecipazione di suo fratello alla Resistenza; una partita di calcio fra la troupe pasoliniana di Salò e quella bertolucciana di Novecento; la morte di Pasolini; lo scandalo del calcio scommesse del 1980; il Mundiàl del 1982. Attorno a queste date e a questi eventi si sviluppano le storie dei personaggi principali, di cui Garlini ricostruisce biografie più o meno sviluppate nei particolari, ma che passano sempre per i punti critici della vita umana: l’infanzia, l’adolescenza, la maturità e, per alcuni, la morte. Tutte queste vite si intrecciano l’una con l’altra fino a formare una sorta di saga famigliare, se pure di una famiglia formata da vincoli più spirituali che di sangue.
Nonostante l’abbondanza di dati reali, Fútbol bailado è un racconto più mitologico che realistico, dove gli eventi storici e le vicende dei personaggi sono caricati di significati paradigmatici: Pasolini rappresenta un ideale di santità laica capace di spingersi fino al sacrificio di sé. Francesco Ferrari - il calciatore-mistico che restituisce tutto il ricavato della sua attività professionistica per dedicarsi a coltivare un calcio ideale nelle piazze e nelle squadre dilettanti di periferia - non è un personaggio realistico, ma il simbolo di un desiderio di pulizia morale. Gli anni Settanta non sono solo gli storici “anni di piombo”, ma anche il sogno (infranto) di un’Italia sprovincializzata e ricca di fermenti vitali, artistici, morali.
La materia narrata a volte assume un valore simbolico che definirei senz’altro religioso, trasformandosi in una vera e propria agiografia di un’umanità santa e perfetta che vive più nei sogni e nelle speranze dell’autore (implicito o meno) che nella realtà: il fútbol bailado eponimo, una sorta di calcio comunitario giocato con francescana gioia e purezza di spirito nelle piazze dei paesi; un’installazione perfettamente riuscita che suscita nei visitatori di una mostra sentimenti di pace universale e appartenenza spirituale a un’ipotetica comunità umana; la nascita di un figlio dall’unione “in camera caritatis” fra l’artista e il calciatore-mistico morente.
D’altra parte, però, non manca una rappresentazione molto cruda e diretta della negatività da cui nascono gli slanci idealizzanti di cui sopra: la vita misera e violenta delle periferie di trent’anni fa; la cattiveria atroce dei poveri e quella travestita da trasgressione dei ricchi; la sanguinarietà del potere e del terrorismo; lo sgomento e il senso di colpa di fronte all’insensatezza della vita e della morte. Il romanzo di Garlini ondeggia costantemente fra un realismo cupo e disperato e un simbolismo luminoso e ricco di speranza, fra un’attrazione quasi nichilista verso l’abisso dell’insignificanza e il desiderio di trovare nelle vicende umane un elevato senso morale. Anche questa tensione ricorda l’uomo del sottosuolo che urla e strepita contro i vizi e le ipocrisie individuali e collettive della sua epoca, ma poi dichiara di non voler credere che gli uomini siano destinati a compiere soltanto il male. Bulgakov estende questo desiderio di bene perfino al diavolo.
Nella resa narrativa di questa oscillazione tra male naturale e bene ideale, la prosa di Garlini è nettamente più efficace e credibile quando lavora sul lato dell’abisso, mentre si riveste di una patina didascalica e melodrammatica quando si sposta dall’altro lato. Le miserie umane, il dolore e il senso di colpa, la violenza e la morte sorgono spontaneamente dalla storia narrata, come in un racconto naturalistico, mentre le aperture ai significati elevati e idealizzati oscillano fra un sentimentalismo un po’ laccato e tirate al sublime un po’ forzate e romanticheggianti. I personaggi sono molto umani quando si muovono nelle bolge infernali della miseria e della violenza, mentre assumono posture un po’ ieratiche e imbalsamate quando si incamminano verso il paradiso. D’altronde si sa che rendere narrativamente il lato buono della vita umana schivando la melensaggine è un’impresa estremamente difficile, e forse l’unica strada per arrivarci è davvero quella di affidare le buone azioni e gli ideali positivi ai diavoli e alle streghe.
A me sembra che questa differenza di resa stilistica indichi anche una differenza di rapporto fra l’autore e la materia narrata. Mi pare che i temi della santità e della tensione umana verso l’eterno, il vero, il giusto siano per Garlini un mito, forse un mito generazionale, e comunque più la rappresentazione di un desiderio che non di un’esperienza. Per contro, mi pare che la materia “truce” e in modo particolare la violenza naturale della vita e il senso di colpa di fronte alla morte siano temi che scaturiscono direttamente da frammenti di vita vissuta. Il fatto che l’autore tratti la santità con un registro narrativo alquanto sovraccarico e leggermente in falsetto, poi, mi fa pensare che questo desiderio di bontà e di pulizia non abbia una presa sicura sulla coscienza, ma sia inserito a forza nella narrazione con un intento giustificatorio, quasi a dire “ehi, considerate che io, il narratore, non sono privo di pensieri elevati, e se questa materia che vado raccontando è orrenda e ricolma di miserie non è colpa mia”.
Per concludere, dato che io sono quasi sicuro che Garlini non abbia detto in questo libro tutto quello che aveva da dire, scommetto che ne scriverà altri, e mi permetto di esprimere la speranza che nei prossimi arrivi a separare completamente la sua naturale inclinazione all’abisso dall’artificiosa rincorsa al sublime. Che decida una volta per tutte, insomma, se vuol essere un uomo del sottosuolo o un buon diavolo.
Luca Tassinari
Sergio Pent Tuttolibri-La Stampa, 11 gennaio 2003
Tina è una donna anziana: una nonna.
Ultimamente ha cominciato a "perdere colpi", a non stare più tanto bene. Un suo nipote trentenne si trasferisce presso di lei, in modo da offrirle un po' di compagnia e assistenza. Nel giro di poche settimane, la vita di Tina si consuma. Il nipote decide di restare ancora un po', nella casa ormai popolata solo di mobili, centrini, oggetti banali. E, come spesso avviene, scomparsa Tina, finalmente inizia a conoscerla, a produrre dentro di sé un'immagine di lei veramente viva.
Questo libro di Alberto Garlini va letto due volte. La prima volta per sprofondare impudicamente nella commozione e per intuire - laicamente e al di là di ogni sentimentalismo - la timida santità di una persona comune, ritiratasi dalla vita in una sorta di modesta ascesi.
Sono pochi i libri che parlano della morte senza tanti eufemismi. Una timida santità è uno di questi. E, naturalmente, è un libro che parla della vita.