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Giancarlo Galli Poteri Deboli – La nuova mappa del capitalismo italiano nell’Italia del declino ,  Mondadori , 2006
Estratto

I1 - SILVIO BERLUSCONI
Ho conosciuto Silvio Berlusconi, dandoci del tu, negli anni Settanta. Costruttore edile («palazzinaro ambrosiano» lo stuzzicavo, sino a farlo incazzare) e «televisionario» (cominciò la telescalata con una rete a circuito chiuso nella sua città-satellite Milano 2), avendo il quartier generale in Foro Bonaparte, m'invitava a colazione in Brera, alla Torre di Pisa. Piatto d'ordinanza, il «filetto all'alpino»: un ghiotto trancio di manzo con sopra un bel porcino e rametto di rosmarino. Una volta s'unì a noi Bettino Craxi, da tempo suo amico (per via della passione musicale, almeno agli inizi); per me, un coetaneo e compagno di gioventù, sul quale circa un lustro più tardi avrei scritto una biografia, non sponsorizzata ma certamente agevolata.

Silvio aveva il piglio e la grinta del winner americano: colui che nemmeno prendeva in considerazione la possibilità di perdere. Ricordo un paio di per me malaugurati set a tennis a Milano 2 (m'aveva fatto avere in omaggio la tessera del club): le palle decisive erano sempre, per lui, «un filo dentro»; le mie, «un pelo fuori». Esattamente come il Bettino: in piazza Duomo 19, dove andavo di tanto in tanto a far chiacchiere il lunedì, alle obiezioni replicava stizzito: «Non capisci un cazzo, il riformismo è una lunga marcia. Calma e gesso... ».

Alla Torre di Pisa, da un tavolo vicino Fedele Confalonieri ci osservava tendendo le orecchie e scuotendo il capo, quasi fossimo marziani. Silvio sfoderava cultura, e non d'accatto. Oltre al giovanile saggio su Tommaso Moro del quale andava ultrafiero, citava con insistenza Karl von Clausewitz, massimo teorico della guerra. Accadde di discettare sulle modalità d'impiego delle divisioni corazzate. Piuttosto romanticamente, o per un substrato di strategica ignoranza, sostenni le teorie di Guderian, Rommel, Patton: l'impiego «a massa», per sfondare il fronte nemico. Con mia sorpresa, Silvio non si limitò a contrapporre altri schemi, legati al coordinato impiego di carri-aviazione-fanterie, ma giunse a una conclusione riassumibile in due parole: «avanzata ordinata».
 
Strano dispositivo strategico, quello dell'«avanzata ordinata». Può persino apparire rinunciatario, tuttavia, se appena riflettiamo, s'è obbligati a constatare che i due protagonisti-antagonisti della politica italiana degli ultimi lustri hanno un identico, ritmato e cadenzato denominatore comune. Silvio Berlusconi e Romano Prodi: chi poteva immaginare «al vertice» un professore universitario, democristiano ma non troppo, e un imprenditore amico di tanti ma con nessuno davvero imparentato? Eppure, quanta strada, a scorno dei «politici professionisti». Assai poco posso dire di Prodi, col quale ho avuto solo sporadici incontri punteggiati da qualche baruffa. Il che non esime dal valutarne la qualità, intellettuale e politica, da «peso massimo», capace di incassare senza andare Ko anche colpi sotto la cintura.

Torno pertanto a Berlusconi. Gradirà forse poco ma, da uomo di mondo, accetterà. Aveva un cruccio, e lo confessava: il provincialismo, l'ignoranza delle lingue. Però aveva capito. Testardo come un mulo, appena decise di compiere il salto da «palazzinaro» (pardon, imprenditore edile) a imprenditore tout court, chinò il testone mettendosi a studiare l'inglese. Ore e ore, insegnanti a turno. Sfidando le ironie degli amici, fra cui Craxi. Seguiranno il perfezionamento dello scolastico francese e dello spagnolo, utilissimi nelle operazioni televisive con La Cinq a Parigi e TeleCinco a Madrid. Persino un po' di tedesco. Con gran stupore di Ruggiero, che non si riprenderà dalla sconfitta, il Cavaliere si rivelerà tutto fuorché un provinciale…


2 - GIULIO TREMONTI
In Roma-capitale si racconta che una sera, in casa Berlusconi, l'algido Tremonti perse le staffe. Esacerbato per le affermazioni del governatore sul «declino», rosso in volto, avrebbe affermato che occorreva tirar fuori gli artigli nei confronti dei «disfattisti». A quel punto Berlusconi, abbracciato da Bossi, avrebbe dato carta bianca a Tremonti, da quell'istante generalissimo a cinque stelle. Che subito anticipò agli intimi: attaccherò dove nessuno immagina...

3 - YAKI E LAPO ELKANN
Nessuno obietta al fatto che, ancora una volta, la successione in Fiat sia una «questione di famiglia». E arriva appunto un «famiglio», Luca Cordero di Montezemolo, alla presidenza. Che immediatamente nomina «vice» il ventottenne John «Jaky» Elkann, figlio di primo letto di Margherita (figlia di Gianni e Marella Agnelli), pupillo del nonno; e Lapo Elkann a responsabile del marketing e dell'immagine. Jaky avrà magari doti preclare, ma qualche dubbio sarebbe più che ragionevole. O no? D'altronde, lo stesso Montezemolo, in un'intervista al «New York Times» (20 luglio 2004), dichiara con franchezza: «Quel che cerco di fare con Marchionne è anche far crescere John Elkann». Quanto a Lapo, non spargiamo sale sulle ferite delle sue umane disavventure.


Reso onore alla sincerità, riflettiamo. Mentre il motore della Fiat, azienda-leader da un secolo, batte in testa e perde vistosamente colpi, col pareggio rinviato di anno in anno, il paese intero s'entusiasma, almeno a dare credito alle cronache giornalistiche, al matrimonio di Jaky con l'aristocratica Lavinia Borromeo, figlia del conte Borromeo, celebrato su un'isoletta del Lago Maggiore il 4 settembre 2004. Al ricevimento, gli ospiti non si contano. C'è il gotha della Finanza (quello che dovrebbe preoccuparsi dei debiti della Fiat), e persino Silvio Berlusconi, che non si sottrarrà alla tentazione di cantare una canzone. È arrivata persino mamma Margherita, che ha appena chiuso davanti ai notai il protocollo di pace sull'eredità, dopo aver impugnato il lascito testamentario di Re Gianni. Tutti felici e contenti, come il protocollo esige. Ma la Fiat?

In ritagli di cronaca, quando ci sono, s'apprende che nelle stesse ore sono state programmate settimane di cassa integrazione per i vari stabilimenti del Gruppo, che a Torino cesserà la produzione dei motori «Power-train», costruiti d'intesa con la General Motors: trasferimento in Argentina, 500-600 posti di lavoro in meno. Dai sindacati, sempre così sensibili a ogni stormir di fronde, nemmeno un gridolino di dolore. E dove sono finiti i no global? Verità è che l'Italia intera s'inchina ai riti dinastici. Il romanticismo facendo premio sulla razionalità.

Chissà perché nessun cronista va a intervistare, ai cancelli di Mirafiori, quegli operai delle catene di montaggio che entrano ancora all'alba, pur coscienti che, fra non molto, la grande fabbrica si trasformerà in museo. Meglio fingere di partecipare alla felicità dei principi ereditari di un impero ormai inesistente che guardare a occhi spalancati il futuro. È davvero il declino delle coscienze, riconosciamolo.



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Esempio 1
Il tratto distintivo dell'Italia contemporanea e delle sue istituzioni sembra essere un enorme vuoto di potere. Un sistema economico paurosamente carico di debiti, un ceto politico rissoso, bizantino e in calo verticale di credibilità a cui si affiancano dei sindacati padronali, corporativi, egoisti e sempre più autoreferenziali, e una Banca d'Italia sempre meno autorevole e credibile. Nel breve volgere di un decennio, dalla stagione di Tangentopoli a quella di Mani pulite, l'entusiasmo per un possibile cambiamento si è trasformato in cocente delusione. Tutti coloro che hanno cercato di governare l'Italia sono stati messi nella condizione di 'non nuocere': è accaduto tanto a Silvio Berlusconi quanto a Romano Prodi, tanto a Giuliano Amato quanto a Massimo D'Alema. Giancarlo Galli, commentatore economico dell'"Avvenire" e autore di libri di successo, partendo da questa serie di amare constatazioni, s'interroga su chi comandi davvero oggi in Italia, quali siano i centri di potere veramente in grado di condurre il paese fuori dalla sua crisi, dalla perdita di credibilità istituzionale e di competitività internazionale, e dove risiedano le migliori speranze per il futuro. Perché, come lui stesso conclude, all'Italia sarebbe necessario molto poco per tornare grande.


Citato nel testo
Si tratta di una verisone ridotta del testo maggiore dell'autore: degli otto libri che compongono "Della guerra", Rusconi ne ha tradotti sei parzialmente, mentre solo due sono presentati nella versione integrale: il primo, ovvero quello che Clausewitz scrisse per ultimo, e l'ottavo, il più importante dal punto di vista storico. La selezione non è casuale né arbitraria e permette di estrarre i nodi fondamentali del libro e di approfondirli con maggiore precisione: il caso e le probabilità, la guerra di popolo e quella partigiana, figure come quella di Napoleone sono alcuni degli argomenti trattati e sviscerati lungo il percorso.
 
 




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