Carlo Emilio Gadda - I Luigi di Francia - Garzanti 1992 (1a ed. 1964).
Dopo essersi immerso fisicamente e linguisticamente nelle diverse realtà italiane, dalla Milano dell’Adalgisa alla Roma del Pasticciaccio passando più o meno tangenzialmente per la quasi totalità delle atmosfere italiche, Gadda si concede uno stacco spaziotemporale fuori paese d’origine e dal presente per compiere un balzo oltralpe di circa tre secoli; mettendo a frutto la lettura dei memorialisti e dei cronisti dell’epoca, racconta la vita a corte dei tre grandi re della Francia accomunati dal nome battesimale (Luigi XIII, Luigi XIV e Luigi XV) nel periodo compreso tra la fine del sedicesimo secolo e quella del diciottesimo, chiusosi con il definitivo avvento della borghesia e il conseguente declino della nobiltà (anche se Gadda interrompe la trama temporale proprio a ridosso della Rivoluzione Francese, come a mostrare i soli prodromi di un’avvenimento già incluso in un’epoca differente rispetto a quella presa in esame).
Il racconto, perché, come vedremo più avanti, di racconto si tratta, si apre con la nascita del Delfino, il figlio maschio di Enrico IV e della regina, l’italiana Maria de’ Medici, narrata attraverso le parole estrapolate dal diario dell’allora medico personale del re che raccoglie le prime impressioni sul bambino. Si palesa così, fin dal principio, il meccanismo attraverso il quale l’autore decide di imbastire il racconto, ovvero affidando, di volta in volta, la parola alle persone più vicine agli eventi da riportare, come a voler preservare una fedeltà assoluta alla ricostruzione storica. Subito dopo la voce passa a un cronista del Mercure Francaise, giornale del periodo, e di lì in avanti sarà un continuo rincorrersi e scontrarsi di voci, di interpretazioni, di giudizi: attraverso questo gioco di specchi Gadda farà emergere le vicende di ogni Luigi, dal manovrabile Luigi XIII, al fastoso, belligerante e longevo Luigi XIV, il Re Sole, fino al malinconico e illuminato Luigi XV che chiuderà, di fatto, l’epoca dorata della più grande corte d’Europa. Dietro di loro, figure principali designate oltre che dal titolo anche dalla scansione dei capitoli, uno per ciascun Luigi, si muove un foltissimo sottobosco di personaggi secondari e comparse, come, tanto per citare gli esempi più rilevanti, il cardinale Richelieu, il duca di Buckingham, il cardinale Mazzarino, la contessa Montespan.
Sebbene ogni Luigi sia nettamente differenziato rispetto al precedente per carattere, temperamento, vicissitudini, fino a far ventilare l’ipotesi (come nel caso di Luigi XIV) di una paternità sospetta, l’elemento che accomuna i regni dei tre re é l’atmosfera della corte: infatti, nonostante anche qui i personaggi appaiano e scompaiano lasciando ognuno una traccia netta e distinta nella memoria, tutto il retroterra di intrighi, invidie, avvelenamenti, complotti, balli sfarzosissimi e girandole di cortigiane e favorite rimane pressoché invariato, consegnandoci il ritratto di un’epoca dalle due facce, una opulenta e sprecona, l’altra sordida e abietta. E più dietro ancora, ricacciato sullo sfondo scenografico come contraltare, il terzo stato e la borghesia, ovvero la stragrande maggioranza della popolazione ridotta alla miseria e manipolata, a seconda degli scopi, ora dal clero ora dalla nobiltà, prima che il declino, i debiti e lo scellerato sistema finanziario adottato nei secoli non implodano e abbattano definitivamente le barriere tra nobili e borghesi (il terzo stato interverrà energicamente più avanti). È proprio in quest’ultimo, crepuscolare periodo che Gadda inserisce un capitolo a parte, intitolato Entr’acte, le “bourgeois gentilhomme” in cui, come peraltro il citato e stimato Molière prima di lui, si prende gioco della schiera di parvenus che pretende di cambiare il colore del proprio sangue comprandosi con il danaro titoli e ruoli a cui, per genetica, non avrebbe diritto; entrano in scena, per l’appunto, i borghesi. E se i borghesi possono emergere, usurparando i posti dei nobili, é solo perché questi ultimi, inabissati dai debiti, sono costretti a malincuore a barattare le proprie figlie, il proprio sangue, con persone ritenute rozze, indegne di condividere il rango sociale. Questa promiscuità sociale sarà, come detto, l’antefatto a una ben più eterogenea e sanguinosa promiscuità, che però Gadda non affronta; alla radice di questa scelta potrebbero risiedere due motivazioni: la prima é che l’inadeguatezza del parvenu borghese e dei suoi modi rustici di fronte alla regalità nobiliare é ben più divertente della furiosa tempesta dei rivoluzionari che, lungi dal volersi adeguare a una situazione precostituita, rovesciano dalle fondamenta un intero sistema; la seconda é che l’avvento della borghesia rappresenta ipso facto la chiusura di un determinato periodo storico, a cui in seguito la Rivoluzione Francese porrà i defnitivi sigilli.
Gli eventi storici dunque non emergono da una sola e unitaria voce, bensì da una fitta rete di punti di vista che si intreccia sotto gli occhi del lettore come tessuta dalle mani di un’abile sarta, la quale ci mostra, punto per punto, il dritto e il rovescio della sua composizione; per ciascun personaggio Gadda adopera una specchio su cui proietta le opinioni, le dicerie, i giudizi dei personaggi che lo circondano, e solo alla fine toglie lo specchio per mostrarci il proprio punto di vista: in questo senso l’autore rinuncia all’obbiettività, al mascheramento dietro un mosaico di punti di vista discordanti, per prendere in prima persona la parola e far sentire, tra i mormorii e i sussurri di corte, la propria voce che é, in definitiva, la voce della Storia (di un interprete della Storia). Il tono di questa voce non é però tonante o altero; é piuttosto caratterizzato da una elegante ironia che sembra prendersi gioco di tutto ciò che narra, consapevole di portare avanti un fine e documentatissimo divertissement più che un serio saggio storico. E infatti se del saggio mantiene la struttura e diverse caratteristiche stilistiche, in verità l’incalzante narrazione, l’intreccio ricco di flash back e flash forward, le diverse motivazioni contrastanti che muovono i personaggi e l’inevitabile grado di genericità su cui si deve mantenere l’autore per coprire, in poco più di un centinaio di pagine, un periodo storico di quasi due secoli, non permettono all’opera di essere inquadrata con esattezza nel genere della saggistica.
Il tratteggio dei personaggi é essenziale, si esaurisce nello spazio di una descrizione, nello svelamento di un dettaglio. Tuttavia, proprio sull’esile appoggio del dettaglio é costruita una personalità propria che acquista immediatamente un colore, distinguibile nell’arcobaleno di personaggi e figuranti che attraversano l’opera. I Luigi di Francia possiede dunque una densità elevatissima se si considera la quantità di personaggi che evoca in così breve spazio e così lungo tempo, e se si pensa che a sua volta ogni personaggio, per mezzo del gioco dei punti di vista, acquista una propria densità che va ben aldilà dello spazio descrittivo riservatogli dall’autore (che sia Gadda in prima persona o uno dei memorialisti a cui delega la voce).
L’inserimento di 38 tavole fuori testo, tutte in bianco e nero mostranti incisioni e dipinti dell’epoca, sembrerebbe riservare all’opera un oasi di serena oggettività nel campo di battaglia delle prospettive personali, e dell’autore e dei personaggi che mette in scena; tuttavia bisogna smentire questa prima impressione una volta rientrati nel testo: Gadda infatti dapprima ci suggerisce che la presentazione di questa tavola piuttosto che di quell’altra é frutto di una precisa scelta, e poi ci guida alla lettura di (pressoché) ognuna di esse, giudicando oltre al soggetto raffigurato, anche la tecnica pittorica con il quale il soggetto é colto dagli artisti del tempo (tra i quali Rubens, Mignard, Van Dyck).
La differenza che si registra tra questo e gli altri lavori di Gadda é, come suggerito dalle premesse, la necessaria distanza linguistica che l’autore deve mantenere nei confronti dell’oggetto descritto: infatti, se nel Pasticciaccio e in genere in tutte le sue opere Gadda parla e fa parlare i suoi personaggi nella loro lingua locale, venando il loro linguaggio di un più o meno colorito, a seconda dei casi, dialetto o vernacolo, situando la vicenda in Francia non può avvalersi della facoltà di esprimere le differenze individuali e sociali attraverso i diversi usi della lingua; ricorre sì, di tanto in tanto, al francese, ma non in modo sostanziale (per necessità, ovviamente). Si instaura così una distanza linguistica dall’oggetto che, in verità, si rivela funzionale alla distanza ideologica e temporale espressa con lo stagliarsi della propria personalissima voce sopra, o quantomeno aldilà, delle singole voci esprimentesi nel testo.
I Luigi di Francia é certamente, come indica la fascetta editoriale, “un libro prezioso e divertente”, perché é allo stesso tempo un modo originale di rivisitare, con la guida del coltissimo ingegner Gadda, un frammento di storia, e una delle rare occasioni di “conoscere divertendosi”.