(3 ottobre, 2007) - Corriere della Sera
Chiusi, onesti, pieni di meschinità celtica Odiano i meridionali senza averne la forza
SCELTE «Se preferisci l' Ariosto a una maniglia d' ottone ti credono pazzo»
I Rusconi non fumavano: non si sa bene perché non fumassero, forse per igiene, forse per economia. Ma certo le sigarette con quello stemma d' Italia non erano cosa che doveva entrare nelle loro grazie: associavano l' idea delle Macedonia a quella delle guardie di finanza, della Regìa, dello Stato Italiano, dello Stato dei meridionali. Comperare delle Laurens, o delle Capstain non gli era passato mai per il cervello: buttare in fumo tanti denari. Compatti, orgogliosi, borghesi, avevano dei celti il morboso culto della propria supposta intelligenza, non il franco eroismo dei celti: brontolavano contro i meridionali, ma nessuno di loro avrebbe mai osato contrastare ai dettami d' un meridionale, anche perché non ne avevano il potere o la forza o l' ingegno: appartenevano a quella stirpe chiusa, onesta, che può essere simboleggiata, in biologia, dal grosso topo detto «pantegana» da noi, che corre i fossi e sbuca subito di tra il folto delle urtiche e subito si rintana, sapiente nella sua cotenna e codardo. Appartenevano a quella gente che sorride di pietà e di superiorità quando parla del governo, ma che è assente da tutte le attività del governo: assente dall' amministrazione, dalla magistratura, dall' esercito, dalla marina, dall' insegnamento. Non esistono milanesi della classe colta e «dirigente» che siano generali, ammiragli, giudici, ingegneri del genio civile, ufficiali del genio navale, o professori di università. La ricca borghesia milanese sorride di commiserazione a sentire che uno è professore d' università: il presentarsi come professore di filosofia o di diritto romano o di storia antica in un salotto milanese equivale a farsi ricevere con un' occhiata di commiserazione. Soltanto chi fabbrica scaldabagni o maniglie di ottone stampato è una persona degna di considerazione a Milano. La degenerazione della tendenza industriale, l' unilateralità della cultura, la meschinità celtica della loro boria, il bongeismo bastonato dalla caporalaglia del Bonaparte, il secolare cattivo gusto rendono impossibile la vita in Milano 1930, a uno che voglia dedicarsi agli studi. Lo studio nel giudizio milanese è un mezzo di «laurea»; la laurea è come un foglio di congedo dal servizio militare, null' altro. I giovani della borghesia milanese studiano otto anni il latino per essere incapaci di tradurre una frase di Cicerone. Quando in un piccolo villaggio d' Abruzzo o di Sicilia un tale è salutato «professore», il titolo di professore gli vale qualche rispetto, se altre qualità negative non lo additano alla severità delle comari. Ma a Milano essere professore è cosa ritenuta indegna di persona che si rispetti: spazzino municipale è già una carica molto superiore nell' esternazione dei milanesi. Interminabili tiritere contro i professori e le scuole si sentono ad ogni piè sospinto negli illuminati salotti della borghesia pacchianissima, lodi dell' attività pratica, inni allo scaldabagno, ditirambi verso le maniglie di ottone stampato. Il professore è un essere meschino, dalle idee ristrette, incapace di attività e di modernità, che vive del suo Cicerone come il tarlo nella vecchia mensola, che non capisce nulla della vita; anche se il professore è una donna, e se questa donna alleva, poniamo, i suoi figli a furia di sacrificio e di attività. Nessuna pietà, verso chi studia o desidera studiare, nella Milano 1920-30. Il ladro, il ruffiano, la prostituta, il cocainomane, l' omosessuale di professione, il ricattatore, il ricettatore, il contrabbandiere di stupefacenti, la meretrice malata, il finto prete e l' oblato francescano in cerca d' avventure vengono a Milano aiutati, nutriti, confortati, soccorsi, difesi: ma se uno vuoi leggere Orazio o Spinoza, poiché la natura gli fa preferire l' Ariosto allo scaldabagno e l' Analitica del Könisberghese alle maniglie di ottone stampato, quest' uomo è sicuro di essere ritenuto un pazzo da tutte le più aforistiche donne lombarde. I cinquemila e cinquecento pisciatoi della virtuosa città pullulante di persone «pratiche della vita»: ma il professore che un po' curvo per ragione del mestiere legge e lavora e pensa, e può dir cose utili e sagge alle nuove generazioni istupidite dalle sciocche iperboli della Gazzetta dello Sport, il professore è additato al disprezzo pubblico, conspiré, bafoué. Questa è l' intima "cultura" milanese in questi primi decenni del sec. 20. Eppure, come nel passato erano i cadetti a occuparsi delle cose della guerra e dello spirito, militari e preti, perché la terra non consentiva ai suoi nati una moltiplicazione infinita: così anche oggi molte famiglie agiate d' una città che in ragione della sua grandezza offre motivo di più vasta pratica ed esperienza di vita, che non altre, anche oggi molte famiglie potrebbero utilmente avviare i loro secondi e terzi nati alla marina, all' amministrazione, al foro di giustizia, al magistrato dell' acque e dei lavori di strada, all' esercito e a qualunque bisogna che si dia, dove lo scarso ma certo emolumento del Regio Governo può venir integrato da quella dote che l' agiatezza famigliare consente di conferire al suo giovine. Così si avrebbero, presenti all' Amministrazione, elementi buoni e fedeli e relativamente disinteressati. E invece li scaldabagni, a tutti i costi e contro ogni verosimile criterio di opportunità. E così si moltiplicarono le fabbriche e le fabbrichette, le officine e le officinette, le maniglie e le manigliette: ma non troverete una porta che chiuda né una finestra che tenga, perché il genio della meccanica e della vita pratica suggerisce sì le maniglie e il cavatappi contro il Maledetto Spinoza, ma non ha né mai avrà virtù tali da far maniglie tali che servino a chiuderle.

Carlo Emilio Gadda 
Circle
Carlo Emilio Gadda  - Giornale di guerra e di prigionia - Garzanti, Milano, 1999, pp.438.


Cade quest'anno (1999) la ricorrenza del centenario della nascita di quei "ragazzi  del '99"  che appena diciottenni vennero buttati nella fornace di uno dei conflitti più insensati e cruenti che si ricordino: la Grande Guerra. (1)
Carlo Emilio Gadda, classe 1893, invero ragazzo non era, quando a  22 anni -  età più che matura in un'epoca che, a differenza della nostra, si mostrava poco tollerante  verso un esimente giovanilismo -, vi si arruola volontario, sulla spinta di un interventismo  sinceramente patriottico  e carico d'indicazioni ancora risorgimentali. (Si veda la lettera a D'Annunzio in fondo pagina). Lo vediamo ritratto in un'istantanea sulla copertina del volume che abbiamo tra le mani  che raccoglie per la prima volta in un unico corpus  tutti i suoi scritti privati, diari e taccuini, di soldato e prigioniero (1915-1919) , sigillato nella  divisa di sottotenente alpino mitragliere, segaligno, rigido e impacciato a fianco del fratello Enrico, fiero ed elegantissimo aviere, deceduto poi tragicamente in guerra. 
I lettori devoti all'Ingegnere sanno quanto del Gaddus (come egli ama firmarsi ironicamente e classicamente in queste righe), e del dolore per la morte del fratello, passeranno direttamente nel Gonzalo Pirobutirro de La cognizione del dolore; ricorderanno quanto di quelle ferite raccolte in guerra e prigionia, rimaste indelebili nella sua esulcerata personalità, diventerà materia prima della sua scrittura, anche la più distante da quei tragici eventi.
Ma non è solo per meglio orientarci  nella noosfera  gaddiana  o per comprendere dal di dentro l'enigma della guerra (e  la prima mondiale fu in un certo senso l'epitome di tutte le guerre moderne) che si leggono con amore queste pagine. Preme,    a chi ama ancora la Letteratura - quella dei nostri giorni aiuta poco in tal senso -  scoprire come si formi la personalità di uno scrittore, il più grande del nostro secolo in questo caso. Urge catturare quel momento, quel magico scocco tra la realtà ed un carattere, quell'istante che, una volta trascorso dall'immediato della vita al mediato della scrittura, fattosi cioè letteratura, fornisce  a noi inquieti lettori  una spiegazione possibile, ma che ci sembra già definitiva, della letteratura medesima, di ogni letteratura, al di là delle declinazioni stilistico-epocali  che  ne fanno  i retori (realismo, barocco, etc). Che  ci appare perciò per quello che essa intimamente è: saldatura di senso del reale e di espressione personale, ovvero una sezione di realtà attraversata da un temperamento. (2)
Il senso del reale gaddiano che traspare da queste pagine è di tipo molecolare, millimetrico, cognitivo ed esattamente ricognitivo. Non è solo la pressione  diaristica, congiunta alla formazione scientifica, che spinge lo sguardo gaddiano  a frugare  la realtà nella sua più riposta fenomenicità. C'è l'urgenza violenta, febbrile, delirante, di un giovane e di uno scrittore, "poeta-filosofo-soldato-matematico" (come egli stesso si definisce), d'impadronirsi del mondo chiudendolo in una frase, in una descrizione, in un resoconto da taccuino. Caserme, trincee, baracche, affusti di cannone, nidi di mitragliatrici, plotoni marcianti, solitudini di pareti rupestri, bastioni, grate di ferro, sentinelle tedesche, ufficiali imbecilli, amici di guerra e di prigionia (3), tutto passa  anche con l'aiuto di disegni, come se la parola non bastasse, attraverso   uno sguardo panottico  che toglie la pelle alle cose. 
L'espressione personale, quella famosa del Gadda maturo sorretta da una lingua  deformata e "spastica", fa qui le sue prime  magistrali prove. Certo, nel linguaggio - grande motore espressivo gaddiano - siamo di fronte a un Gadda prima di Gadda (ma qualcosa si annuncia, si veda la magistrale invettiva contro le mosche).
Gadda   come l'Ulrich dell' Uomo senza qualità (opera di un altro ingegnere, l'austriaco Musil che, occorre ricordarlo, sparava dall'altra parte del fronte), è un misto di esattezza politecnica e di lirica, devastante sensibilità. Ed ecco che, dalla linearità di una prosa registrante minuziosamente tutti i fatti della vita militare, salta all'improvviso la "tirata" gaddiana, umorale,  grottesca, iperbolica, bisbetica, nevrastenica. Il miglior Gadda è quello incazzato, se ci si passa il termine. Come in questo pezzo: «Quand'è che i miei luridi compatrioti di tutte le classi, di tutti i ceti, impareranno a tener ordinato il proprio tavolino di lavoro? A non ammonticchiarvi le carte d'ufficio insieme alle lettere della mantenuta, insieme al cestino della merenda, insieme al ritratto della propria nipotina, insieme al giornale, insieme all'ultimo romanzo, all'orario delle Ferrovie, alle ricevute del calzolaio, alla carta per pulirsi il culo, al cappello sgocciolante, alle forbici delle unghie, al portafogli privato, al calendario fantasia?»
Succedono poi pagine di autoanalisi, spesso spietate verso se stesso, dove lo scavo psicologico arriva a toccare, facendole vibrare dolorosamente, le più segrete corde dell'anima. «Miserabile io credo soprattutto di essere per l'eccessiva, (congenita e  continua) capacità del sentire, la quale implica uno incorreggibile squilibrio fra la realtà empirica e l'apprezzamento che il mio essere ne fa in relazione con le necessità della sua esistenza; implica la sufficienza nel comprendere ma l'insufficienza nell'agire, oltre che nel volere».
Ma il tratto morbido ed intimo lascia spesso volentieri spazio ad una forte polemica civile contro alcune invarianze antropologiche del carattere italiano: l'improvvisazione organizzativa (insopportabile nella vita civile, esiziale in guerra), la corruzione giocata sulla pelle degli ultimi (le eterne scarpe di cartone fornite ai soldati), la drammatica insufficienza delle classi dirigenti (qui sono gli Ufficiali altezzosi ed imbelli), certa nostra endemica tendenza al lamento e all'anarcoide indisciplina (il "chiagni e fotti" di sempre).
Alla fine ciò che emerge è un autoritratto giovanile molto accurato: gusto per il lavoro ben fatto - tratto molto lombardo - senso del dovere, patriottismo sincero, un zinzino di proiezione leopardiana alla gloria ("A me l'arme, procomberò sol io"), verminosa  ira contro le Superiorità imbecilli seppur temprata dal senso dell'ordine e della disciplina che il borghese e conservatore Gadda ebbe molto forti. Insomma il geniale e orgoglioso "soldato d'Italia" che egli fu.
Alfio Squillaci

(1) Il lettore potrà incrociare le pagine di Gadda con quel classico della letteratura di guerra che è Un anno sull'altipiano ( 1a ed. 1938), di Emilio Lussu, libro scarno ed epico ad un tempo come la personalità rude e fiera del suo autore. Per allargare il quadro a tutta la vicenda di guerra, insostituibile resta la vasta e minuziosa ricostruzione di Martin Gilbert, La grande storia della prima guerra mondiale (Mondadori, 1998, pp.698, £48.000), che come è tradizione della storiografia inglese coniuga con successo alta leggibilità e ricognizione documentatissima degli eventi. (Torna supra)



(2) Prendo questa dichiarazione di poetica direttamente dalle pagine Il romanzo sperimentale di Emile Zola (Pratiche ed., 1980). Non a caso. Zola insieme a Manzonifu uno degli autori più frequentati da Gadda. "Minimissimo Zoluzzo di Lombardia" si definiva ne I viaggi la morte. D'altronde l'unico libro di cui il Gadda soldato e prigioniero fa menzione, uti lector, è proprio di Zola, La joie de vivre. (Torna supra)

(3)Tra gli amici di prigionia vi fu Bonaventura Tecchi, al quale Gadda dedica il Giornale "ricordando la sua fermezza nei giorni difficili". A Gadda, Tecchi dedicò nel 1960 il suo libro di memorie, Baracca 15 c (da leggere unitamente ai Taccuini del 1918)   sulla comune prigionia nel Lager di Celle in alta Sassonia.. Non sfuggì a Tecchi la natura dell'arte gaddiana così legata al suo temperamento, di cui ne fa un felice ritratto: «un curioso imbroglio, quasi come sette code di gatto accavallantisi fra di loro, di scrupoli e risentimenti, di gentilezze e di asprezze, di sottomissioni e di rivolte, d'impennate e di sfinimenti», ma di cui sottolinea anche «quell'amarezza profonda e umana che era e che è in lui e nei suoi scritti». (vedi sotto). (Torna supra)







Ritratto di Gadda, prigioniero a Cellelager, per mano di Bonaventura Tecchi (germanista e scrittore) suo compagno di prigionia.
(Estratto dal volume di memorie  Baracca c, Bompiani, Milano, 1960).

Carlo Emilio Gadda era, a Cellelager, semplice ed insieme misterioso; cordiale, alla mano, partecipe alle vicende di tutti e insieme appartato; ingenuo fino alla credulità, eppure complicatissimo.
Ma questo groviglio di cose diverse non si palesò subito; la vena delle estrose impennate che dovevano costituir poi la sua forza di scrittore e far di lui il più singolare e nuovo  e antico - dei nostri scrittori viventi, io non la scorsi che assai lentamente... La prima impressione che Gadda mi fece alla "caponiera" e poi, quando fummo insieme, alla baracca 15 c di Cellelager, fu di una persona di estrema gentilezza e riguardo alle regole del viver civile e anche a quelle dell'eccezionale momento in cui vivevamo. Era uno de' più disciplinati entro la cortina dei fili di ferro; come se fosse sempre memore e orgoglioso -  lui, ufficiale degli alpini, fratello di un eroico aviatore -  delle stellette che "son la disciplina di noi soldà"...
(...)
Dormiva non proprio vicino a me, come Betti o come Sciaìno, ma a qualche passo di distanza, di fronte, nella fila delle cucce che si allineavano lungo la parete opposta della baracca - anzi semibaracca - in cui tutti abitavamo.
Quando i pacchi viveri, e insieme con i viveri i  primi indumenti cominciarono ad arrivare dall'Italia, vedevo nelle prime ore della notte, fra le tenebre della baracca, di fronte a me, innalzarsi, quasi come uno spettro, una grande camicia bianca, lunga, di quelle che, come vestimento notturno, si usavano molti anni fa. La camicia indugiava alta sulla cuccia, altissimo era chi la portava. Era l'alpino Carlo Emilio Gadda; e quell'indugiare, in silenzio, di una figura bianca, in camicia, nel tenebrore della baracca, non capivo bene se fosse una tacita preghiera o soltanto una meditazione oppure una protesta di dolore o magari una buffonata.
Qualche scarpa -  quando le forze e il ruzzo ricominciarono a serpeggiare fra gli ufficiali prigionieri volava nell'aria, o qualcuno si metteva a gridare: "Gadda, che fai?"; e allora il camicione bianco si riabbassava, docile nella notte, si rincantucciava nella cuccia.
Questo era l'alpino Carlo Emilio Gadda: l'uomo che di giorno era il più riguardoso, il più attento, il più serio fra gli studiosi della baracca 15 c (studiava lingue e matematica, leggeva quasi compitando, aprendo un poco le labbra, come se assaporasse ogni parola) e di notte si trasformava in quella specie di spettro lungo ed estroso o componeva in segreto certi suoi sonetti, tra cui uno sulla Balabanoff, con tutte le rime in " off"  rispettosissimo delle regole della metrica e della sintassi, ma direi un poco meno rispettoso dei segreti del corpo della donna e che, letto da lui, ci faceva scompisciare dalle risa.

Uno dei più pazienti, il tenente Carlo Emilio Gadda, dei più silenziosi, quasi un buon ruminante taciturno e grave, o con appena qualche cauto " mugugno"  durante i terribili mesi della fame; uno dei più estrosi ribelli, uno dei più insofferenti quando l'arrivo dei viveri lo costrinse a trescare con le pentole e le pentoline, con i piatti (sia pure ridottissimi di numero) e le forchette, con il carbone o la legna della stufa. Questo mandava subito in bestia Gadda, gli dava il " nervoso".
(...)
Ho detto che Gadda era attento alle parole: a quelle che leggeva, a quelle che volavano nell'aria della baracca. Qualcuno di noi, nei rari contatti con i tedeschi, usava il francese, qualche altro un poco il tedesco; i più s'esprimevano, fra loro, in dialetto.
E Gadda era tutt'orecchi alle varietà delle locuzioni, alle particolarità idiomatiche non solo delle diverse lingue ma anche dei dialetti. Non potevo allora immaginare che quest'amore all'esattezza delle parole preludiasse a una delle caratteristiche più scoperte di lui come scrittore; non potevo allora sospettare che da un'attenzione minuta e tecnica e quasi ingegneresca alla misura e al colore delle parole, sarebbe poi venuto fuori quell'estroso imbrigliamento delle immagini che è proprio dell'arte di Gadda; che da un cosi curioso imbroglio, quasi come sette code di gatto accavallantisi fra di loro, di scrupoli e di risentimenti, di gentilezze e di asprezze, di sottomissioni e di rivolte, d'impennate e di sfinimenti, da una così complicata catena non di uno ma di molti cosiddetti complessi d'inferiorità, scattasse all'improvviso quell'abbagliante complesso di superiorità che in Gadda è il dominio sicuro sulla parola.
Per me Gadda era allora soltanto uno studente d'ingegneria serio e pensoso, con qualche stranezza; uno studente che con ambrosiana diligenza studiava le sue discipline.  E le stranezze mi sembravano occasionali o secondarie in un temperamento in fondo solido e bensensato; e gli sfoghi bizzarri in qualche breve componimento letterario m'apparivano come gli "svaghi" propri di un periodo eccezionale, cui non mancavano certo l'ozio e la noia, in un uomo d'ingegno, fornito d'ottimi studi, ma portato in definitiva alla tecnica e all'esattezza. Sicché quando un giorno Gadda presenta a Betti alla baracca 15c  un manoscritto piuttosto lungo e impegnativo -  da me mai letto, e rimasto inedito -  e Betti scherzosamente lo respinse chiamandolo " suffeghin"  non pensai affatto che quello potesse essere il primo passo di uno scrittore.
Doveva poi capitare proprio a me, dieci e più anni dopo, nelle lunghe lettere che Gadda mi mandò a Firenze dal Sud-America, di scoprire tra riga e riga, e specie in certe impennate e risentimenti, la presenza indubitabile di uno scrittore, e di raccomandare per la pubblicazione al direttore, allora amico, di una rivista fiorentina alcuni brani di quelle lettere, alcune di quelle prime prove di Gadda, che poi andarono a formare il suo primo volume: "La Madonnina dei filosofi".

Allora, più che alle complicazioni e alle stranezze, io pensavo a un'altra cosa: a quel fondo di dolorosa serietà che, sotto tutte le stranezze, sentivo in Gadda, specie quando si allontanava meditabondo per il campo e non voleva che alcuno lo accompagnasse; a quell'amarezza profonda e umana che era e che è in lui e nei suoi scritti; a quella scontrosa capacità di soffrire che solo a me egli in parte rivelò durante i mesi di Cellelager e che apparve poi così chiara, quando le porte del campo si aprirono e per noi fu la gioia e la liberazione e quasi l'ubriachezza della gioventù e a lui invece portarono-  al primo arrivo in una stazione di confine - la notizia più tragica della sua vita, la morte di colui che, nei lunghi giorni di solitudine in prigionia, egli aveva ricordato quasi come in un nimbo di idealità, di dirittura e, forse, di sereno equilibrio: il fratello più giovane, aviatore, colpito in volo, alcuni mesi prima, sui campi di battaglia.
Passeggiavamo qualche volta insieme, lungo i viali del campo, e qualche volta -  ma solo raramente - egli accennava alla madre vedova e lontana, alla sorella in attesa, al fratello, di cui da parecchio tempo non aveva più notizie. O alle vicende della guerra: con quell'amaro e virile e intransigente amore per il destino del proprio paese che nel "Castello di Udine"  gli avrebbe poi dettato le bellissime pagine sulla fine del tenente Calvi.

Questo per me era Gadda. Oppure amavo in lui quella sua ingenuità, cosi curiosamente resistente sotto il groviglio di tante complicazioni.
Se n'era accorto, di questa ingenuità, Ugo Betti, e lo prendeva un poco in giro. Gli diceva, Betti, passati i mesi della fame e facendo per ischerzo il viso un po' scuro, che nei momenti brutti, allorché Gadda aveva accettato l'invito, del resto regolarissimo, da parte dei tedeschi, di sorvegliare per il bene di tutti, all'uscita dalle cucine, le caldaie fumanti di brodaglia, il nostro amico se l'era in fondo svignata e ci aveva certo "fregato"- così diceva Betti - qualche patata o carota che sarebbe toccata a noi.
Gliel'ho ripetuta anch'io, qualche volta, questa facezia a distanza di anni; ma per volergli più bene, per dimostrargli la mia simpatia. Ogni volta che gliel'ho detto, Gadda è stato ad ascoltare, sorridendo bonario, battendomi leggermente sulla spalla, come se capisse lo scherzo e tutto fosse a posto. Ma a un certo momento un'ombra, ecco, è nel suo sorriso, un dubbio sembra nascere nel suo occhio, mi guarda sospettoso...
Scommetto che, se glielo ridico, ci crede ancora.

Bonaventura Tecchi


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dal 12 giugno 2001
Una lettera a D'Annunzio. (Pubblicata da "Il Sole 24 Ore" del 18 Novembre 2001).

Nel maggio del 1915, unitamente ad altri due amici, Gadda spedisce all'indirizzo del Vate un accorato  appello a favore della propria partenza per la Guerra.

"A colui che ha instituito ed accresciuto nel nostro spirito la coscienza della vita nazionale, noi chiediamo conforto di consentimento e di opera in un'ora angosciosa della vita, perché non venga disconosciuto un nostro antico diritto.
Una prescrizione ministeriale ci vuol trattenere agli studi durante il mese di giugno che vedrà l'inizio fervoroso delle lotta: ora, è impossibile che la nostra anima possa venire costretta dagli interessi non generosi d'un bilancio di convenienze future, mentre altri ha posto d'onore e di gloria nella linea di combattimento. 
A colui che ha raccolto e affinato nella Sua tutte le nobili voci, tutti i voti più puri e più fervidi della nazione, chiediamo aiuto perchè il calcolo di insufficienti valutatori delle nostre energie e delle necessità del nostro spirito non prevalga sulla nostra fede. Luogo d'onore e non d'ignominia ci deve essere assegnato.

Tre studenti del Politecnico di Milano porgono a Gabriele D'Annunzio il loro deferente saluto."

Emilio Fornasini
Carlo Emilio Gadda
Luigi Semenza

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Breve riassunto della I guerra mondiale

La scintilla che accese il primo grande conflitto mondiale fu l'assassinio dell'Arciduca ereditario d'Austria Francesco Ferdinando (Sarajevo, 28 giugno 1914): l'Austria, incitata dalla Germania che riteneva giunto il momento di porre salde basi allla propria potenza mondiale, dichiarava guerra alla Serbia; ma immediatamente scattavano le clausole dei vari accordi internazionali e
dal conflitto austro-serbo si passò alla guerra europea: ordine di mobilitazione generale in Russia, dichiarazione di guerra della Germania alla Russia e alla Francia, invasione tedesca del
Lussemburgo e del Belgio, immediata risposta dell'Inghilterra con dichiarazione di guerra all'Austria e alla Germania, intervento del Giappone a fianco dell'Intesa. Italia e Romania
dichiaravano intanto la propria neutralità.

 Lo scoppio del conflitto fu accettato tanto dall'alta finanza industriale, quanto dal proletariato. Per il momento i più forti sono gli Imperi Centrali, ma, consapevoli che il passare del tempo non gioca a loro favore, puntano sulla guerra lampo, che tuttavia fallisce dopo l'eroica e sanguinosa resistenza francese alla Marna. Bisogna ormai prepararsi alla guerra di posizione: gli Imperi Centrali fanno entrare in guerra la Turchia. Collegato all'esaurimento dei depositi di materie prime e di generi alimentari era quello delle potenze neutrali, fra cui l'Italia, ormai divisa fra una maggioranza neutralista (cattolici, liberali giolittiani, socialisti) e una minoranza interventista (liberali conservatori; socialisti riformisti; repubblicani e irredentisti; aziona listi, sindacalisti e altre forze capeggiate dal Mussolini). Il governo italiano, dopo intensi contatti diplomatici sia con l'Intesa sia con gli Imperi Centrali, il 26 aprile 1915 sottoscrisse il Patto di Londra, con cui s'impegnava a entrare in guerra a fianco dell'Intesa entro il termine massimo di un mese. L'operato del governo Salandra doveva essere
ratificato dal Parlamento; ma in questo la maggioranza era formata da deputati giolittiano-neutralisti e il compito si presentava difficile. Salandra rassegnò pertanto le dimissioni, ma Vittorio Emanuele III le respinse. 

Le Camere si rassegnarono all'inevitabile e, con la sola opposizione dei socialisti, votarono i pieni poteri al gabinetto Salandra. Il 24 maggio 1915 la guerra fu dichiarata all'Austria-Ungheria. Gli Imperi centrali riuscivano poco dopo a far scendere in campo a loro favore la Bulgaria; ma ciò induceva anche la Romania a uscire dalla neutralità e a schierarsi con l'Intesa, a fianco della quale si era già allineato il Portogallo. Il nuovo fronte italiano si rivelò subito come uno dei più cruenti: per tutto il 1915 l'offensiva fu nelle mani italiane, mentre il dominio dell'Adriatico restava alla nostra flotta. Il 1916 vide la spedizione punitiva austriaca, che dovette però arrestarsi per il sopravvenuto crollo sul fronte russo, permettendo al capo di stato maggiore italiano, Luigi Cadorna, di passare all'offensiva e liberare Gorizia. Sul fronte Balcanico, si assisté al crollo completo della Serbia e quindi alla quasi totale invasione della Romania. Sorti alterne vide invece il fronte russo, mentre quello
francese fu sottoposto dai tedeschi a sanguinose battaglie di logoramento (battaglia di Verdun).

Il 1916 vide anche l'unica vera battaglia navale della prima guerra mondiale (battaglia dello Jutland). Circa le condizioni interne dei belligeranti, una notevole coesione distingueva ancora
la Germania, mentre quella dell'Austria-Ungheria era minata, fra l'altro, dal disaccordo fra le due componenti della monarchia asburgica, che aveva frattanto visto l'avvento al trono dell'imperatore Carlo I. Nel campo dell'Intesa si accentuava la tendenza a realizzare governi più capaci di contenere l'eccessiva autonomia degli stati maggiori e di galvanizzare tutte le energie nazionali (gabinetto Boselli in Italia, che dichiarò guerra anche alla Germania); ma non mancarono fattori di crisi: situazione interna della Russia; ripresa del terrorismo irlandese;
politica imperialistica e antinglese del Giappone in Cina. Proprio in considerazione di queste difficoltà interne dell'Intesa, gli Imperi Centrali scatenarono una grande offensiva di pace, che tuttavia, per quanto favorita dal presidente statunitense Wilson, fallì completamente. Intanto cominciavano a essere corrosi gli stessi reparti combattenti da una grave crisi, che era poi una ripercussione della più vasta crisi che sconvolgeva la popolazione civile dei vari paesi belligeranti. Su tale crisi aveva avuto un'influenza notevole il crollo della Russia zarista sotto i colpi dei liberali e dei marxisti (12-14 marzo 1917). Il crollo dello zarismo infatti rinvigorì in ogni paese l'opposizione socialista alla guerra. Quasi a controbilanciare gli effetti dannosi per l'Intesa della defezione della Russia, si ebbe la dichiarazione di guerra degli Stati Uniti d'America agli Imperi Centrali; e fu questo l'avvenimento decisivo nello svolgimento della
guerra, perché esso non solo riparò alla crisi dell'Intesa, ma ruppe definitivamente l'equilibrio di forze, a danno esclusivo degli Imperi Centrali. Questi tentarono ancora l'offensiva, consapevoli che occorreva loro, per vincere la guerra, cogliere un successo decisivo prima che intervenisse con il suo peso il potenziale economico, industriale e militare degli Stati Uniti d'America. Il primo urto avvenne sul fronte italiano, con l'offensiva scatenata il 24 ottobre 1917 presso
Caporetto, che costrinse l'esercito italiano a ritirarsi sul Piave. L'Italia, tuttavia, seppe reagire dinanzi al disastro: il paese si strinse intorno al nuovo governo e l'esercito riuscì ad arrestare l'offensiva nemica. In ogni modo, anche se riparata, la rotta di Caporetto era grave e gli Imperi
Centrali potevano segnare un grande punto di vantaggio, cui si aggiungevano le paci separate con la Russia (3 marzo 1918) e con la Romania (7 maggio 1918). D'altra parte, solo la sconfitta
definitiva dell'esercito franco-inglese, prima dell'arrivo delle preponderanti forze americane, avrebbe permesso la vittoria degli Imperi Centrali. Fu pertanto scatenata in Francia una grande
offensiva tedesca e fu ripresa l'offensiva sul fronte italiano; ma inutilmente l'esercito tedesco raggiunse di nuovo la Marna: sul fronte italiano gli austriaci furono rigettati al di là del Piave e
su quello francese affluì finalmente un milione di soldati americani. Per gli Imperi Centrali era ormai la fine. Prima a deporre le armi fu la Bulgaria, seguita dalla Turchia, quindi dall'Austria-Ungheria, e infine dalla Germania. Germania, Austria e Ungheria si costituivano in repubbliche, mentre Guglielmo II e Carlo I erano costretti ad abbandonare i rispettivi territori. La conferenza per la pace, apertasi a Parigi il 18 gennaio 1919, si rivelò subito irta di difficoltà, aggravate dall'urto fra la tendenza democratica e idealista suggerita dal presidente Wilson, cui si sarebbe ispirata la sua azione e la tendenza opposta. Dopo lunghi contrasti, gli strumenti che sanzionarono la pace furono: trattato di Versailles imposto alla Germania; di Saint-Germain con
l'Austria; di Neuilly, con la Bulgaria; del Trianon con l'Ungheria; di Sèvres con la Turchia. Il presidente Wilson fece accettare alle potenze dell'Intesa la creazione di una Società delle Nazioni, i cui scopi fondamentali erano da un lato il mantenimento della pace e dall'altro lo
sviluppo della cooperazione internazionale nel campo economico e sociale.


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