Marc Fumaroli, Le Api e i Ragni. La disputa degli Antichi e dei Moderni, Milano, Adelphi, 2005
Della polemica che infiammò l’Europa a partire dagli ultimi decenni del Seicento, e che passò alla storia con il nome di Querelle des Anciens et des Moderns, Marc Fumaroli, grande storico e sagace chroniqueur, traccia un'immagine viva e riccamente articolata nella sua ultima opera di indubbio interesse per i perturbanti interrogativi che pone.
Nel ripercorrere la disputa, che si estese su di un vasto arco di tempo che va da Montaigne a Rousseau, egli delinea, infatti, un mutamento nel rapporto con il passato le cui conseguenze, sostiene, si possono avvertire ancora oggi.
Significativa la scelta del titolo. Questo trae spunto da una metafora contenuta nel poema eroico e satirico La Battaglia dei libri (1697) di Jonathan Swift, opera nella quale l’autore irlandese fa dire ad Esopo che gli Antichi sono come le “api”, che dai fiori suggono quanto serve loro - l’invenzione, pertanto, non sarebbe altro che un “ri-trovare”, un “ri-creare” - mentre i moderni, come i “ragni”, traggono di che filare da se stessi e dai propri escrementi e si affidano, pertanto, all’oggettività del caso.
Nella sua digressione, lo studioso, dopo avere riconosciuto a Montaigne il merito di «avere trasferito in francese […] gli argomenti a favore dell’Antichità», affronta i temi della Querelle, ricordando il ruolo importante svolto dall’ Académie Française (1635), la cui creazione fu voluta da Richelieu. È, infatti, con la nascita della celebre istituzione che verrà rovesciata la gerarchia delle lingue in Europa a favore del francese, e il “dopo”, rappresentato dalle “belle infedeli”, le traduzioni dei classici latini, comincerà ad essere considerato superiore al “prima”. Esemplare il caso di Perrault che preferì l’Alceste di Lulli e Quinault alla tragedia di Euripide, rivendicando a più riprese il primato del suo tempo e la civiltà letteraria del regno di Luigi XIV.
Degli episodi della disputa Fumaroli mostra dettagliatamente antecedenti e sviluppi, individuando nella stessa cultura italiana seicentesca un gruppo di intellettuali italiani che rifletté sullo stesso tema: Boccalini, Tassoni e Lancellotti, assertori del primato della tradizione. L’autore va, però, oltre, ed individua, al contempo, la diversità di atteggiamento degli italiani e dei francesi.
In Italia la disputa, ci dice, è «appannaggio di letterati che sentono di avere le proprie radici più nella Repubblica delle Lettere che non in qualsiasi Stato dell’epoca», mentre «la disputa francese coinvolge uomini di lettere che faranno parte di quella costellazione di Accademie che vedranno la repubblica francese delle Lettere domiciliata nello stato monarchico». In tal modo mentre i francesi esaltano le conquiste dei tempi in cui il loro paese è assurto a grande potenza in Europa, gli italiani tendono a riflettere sull’Antichità, non per disertare la propria epoca, ma per strapparla al declino ed alla barbarie. L’esemplarità degli Antichi servirà, ad esempio, a Traiano Boccalini per colpire, mediante le opere di Seneca e di Tacito, la monarchia spagnola ed i suoi soprusi.
L’ape Fumaroli, il quale non fa mistero delle sue preferenze ed associa alla sua causa due eminenti studiosi, Leo Strauss e Arnaldo Momigliano, degli Antichi afferma di apprezzare l’amore per le arti che si fonda sul rispetto della tradizione e delle istituzioni politiche e religiose, mentre nei Moderni intravede le prime forme delle degenerazioni della cultura di massa: l’arte come consumo e la tirannia dell’opinione.
Se proprio si volesse muovere un appunto a questo denso lavoro, rigorosamente realizzato, per l’attenzione minuziosa rivolta alle fonti, si potrebbe citare il silenzio dello studioso circa le straordinarie realizzazioni artistiche e poetiche sorte ad opera dei partigiani di questi ultimi. Esse contribuirono a delineare, infatti, la fisionomia dell’Otto e del Novecento. Valgano come esempio i versi di Mallarmé o le opere dei Futuristi che, nella distruzione del culto del passato e dell’ossessione dell’antico, si proponevano di magnificare la vita odierna, trasformata incessantemente dai progressi della scienza.
Tra i meriti da ascriversi a Fumaroli, vi è, invece, quello di aver fatto riflettere sulle dinamiche di quel lungo processo di gestazione che portò alla nascita dell’Europa attuale. Processo all’interno del quale la Querelle rivestì un peso di indiscutibile peso.
Marilena Genovese
Risvolto
Sarà Jonathan Swift a creare «l’emblema più completo e più inesauribile» di quella che è passata alla storia come la disputa degli Antichi e dei Moderni: i primi – fa dire a Esopo nel suo La battaglia dei libri – sono come l’ape, che trae dalla natura il miele che fabbrica; laddove i secondi, alla maniera del ragno, attingono ai loro stessi escrementi di che filare la propria scienza. Ecco dunque la modernità svelarsi come atrofia della memoria, negazione di ogni retaggio, funesta e narcisistica sterilità. Ma la polemica era cominciata ben prima, nell’Italia dei primi anni del Seicento, e sotto il regno di Luigi XIV aveva improntato di sé la vita della Repubblica delle Lettere per tutto l’ultimo ventennio del secolo – un ventennio al tempo stesso turbolento e fecondo. Di questa polemica Marc Fumaroli, grande storico ma anche arguto chroniqueur, traccia, con un piglio che nulla ha a che vedere con l’astratta aridità della cosiddetta storia delle idee, un’immagine viva e riccamente articolata, dando conto non soltanto del dibattito culturale intorno alla lingua, la poesia, il teatro, la scienza, l’arte, la musica, ma anche dei complessi legami che s’intrecciavano fra i letterati di entrambi i partiti, fra questi e la società mondana del tempo, fra questi e il potere politico (in primo luogo il re, del quale bisognava conquistare il favore con qualunque mezzo). Fumaroli non si limita a registrare il successo clamoroso ed effimero a cui si condannano i Moderni, ma (riconoscendo il suo debito nei confronti di Arnaldo Momigliano e di Leo Strauss) ci mostra come, ben oltre i limiti cronologici che le vengono normalmente assegnati, la questione del rapporto che il Moderno ha con il passato continui a essere, ancora oggi, urgente e aggrovigliata.
Storico, saggista
Nato a Marsiglia il 10 giugno 1932, Marc Fumaroli ha trascorso la sua infanzia e la sua adolescenza a Fès. Sua madre fu la sua prima insegnante. Studi secondari e maturità all'istituto universitario di Fès Cité-Nouvelle. Studi superiori all'istituto universitario Thiers a Marsiglia, all'università d'Aix-en-Provence ed alla Sorbona. Incaricato di lettere classiche nel 1958. Pensionante della fondazione Thiers dal settembre 1963 all’ agosto 1966. Assistente alla facoltà di lettere di Lille dal 1965. Ordinario di lettere a Parigi IV-Sorbona nel giugno 1976. Lo stesso mese è eletto “Maître de conférences” sempre a Parigi IV-Sorbona succedendo al professore Raymond Picard. Direttore della rivista "XVII secolo" (1976-1986) e membro del consiglio di redazione della rivista “Commentare” (1978-1995), diretta da Raymond Aron .
Nel 1986, Marc Fumaroli è nominato professore al Collége de France, su presentazione del poeta Yves Bonnefoy e dello storico Jean Delumeau, in una cattedra intitolata “Retorica e società in Europa (secoli XVI –XVII". Ha partecipato nel 1977 alla fondazione della "Società internazionale per la storia della retorica", e l’ha presieduta nel 1984-1985, organizzando quest'ultimo anno il suo Terzo congresso internazionale a Tours. Direttore del "Centro di studi della lingua e della letteratura francesi del XVII e XVIII secolo" (Paris-IV-C.N.R.S.) dal 1984 al 1994. Dal 1993 al 1999, Presidente dell'Associazione per la salvaguardia degli insegnamenti letterari (S.E.L.), fondata dalla signora Jacqueline de Romilly.
È stato visiting professor al "All Souls College", Oxford, nel 1983, e “visiting yellow” all’ "Institute for Advanced Study" di Princeton nel 1984. Ed ha continuato da allora una proficua carriera di conferenziere di fama in molte università americane .
Dà ogni anno in maggio una serie di conferenze al "Istituto di Studi Filosofici " fondato e diretto da Gerardo Marotta, e partecipa spesso ai congressi della "Fondazione Cini" a Venezia. È stato invitato nella maggior parte delle università italiane. Ha ricevuto la laurea honoris causa dell'università di Napoli nel 1994, dell'università di Bologna nel 1999, dell'università di Genova nel 2004. Considera, fin dalla giovinezza, l'Italia come la sua seconda patria, ed è fiero di contarvi amici innumerevoli, quali il professore Tullio Gregory, direttore dell' Istituto di storia della filosofia dell'università di Roma -La Sapienza. È membro di molte società erudite francesi e straniere. Ha ricevuto il premio Balzan nel settembre 2001.
Membro dell’Académie Française (seggio 6) al posto di Eugène Ionesco dal 1995.
BIBLIOGRAFIA DI RIFERIMENTO
- Jean Racine, Préfaces d’Iphigénie (1675) et de Phèdre (1677).
- Fénelon, Dialogues des morts (1683) – Digression sur les Anciens et les Modernes (1687).
- Charles Perrault, Le siècle de Louis le Grand (1687) – Parallèles des Anciens et des Modernes (1688-1697) – Des hommes illustres qui ont paru en France (1696-1711).
- Saint-Evremont, Sur les poèmes des Anciens (1686) - Sur la dispute touchant les Anciens et les Modernes (1692).