Antonio Franchini - L'abusivo - Marsilio, Padova 2001
L'abusivo ricostruisce le circostanze dell'assassinio di Giancarlo Siani, cronista del "Mattino" di Napoli, avvenuto il 23 settembre 1985.
« Mi raccontò di come un giorno si trovassero insieme a Torre Annunziata in motorino e si fossero imbattuti in un gruppo di persone che volevano aggredirli. Lui si aggrappò al sellino e gridò '"Gianca' fuie! Fuie!". E Giancarlo diede gas per fuggire, ma senza scomporsi, come se a quel genere di inconvenienti fosse abituato.
L'uomo che mi ha raccontato questo episodio è qualcosa di più di un uomo coraggioso, è uno che ha fatto della mistica della spericolatezza uno dei principi della sua vita. Per questo mi raccontava la storia con l'ammirazione e la sorpresa che un coraggioso autentico prova quando incontra qualcuno che lo è più di lui e allora, se ha superato la fase elementare dell'invidia, per la prima volta sembra meravigliarsi, stupirsi della natura folle del coraggio proprio. Come se solo manifestandosi attraverso qualcun'altro, ciò che contraddistingue anche noi, la nostra
natura, possa diventare davvero conoscibile ai nostri occhi.»
Franchini sembra ossessionato dal coraggio, tema al centro delle sue opere precedenti sulle arti marziali e lo sport, Quando Vi Ucciderete Maestro e Acqua, Sudore, Ghiaccio. Praticante di arti marziali, si interrogava sul rapporto di queste con la letteratura e la vita, e apparentava il combattimeno con la scrittura come forme, nobili, di evasione - not the real thing.
Ricostruendo la morte di un amico napoletano che era rimasto a Napoli ed aveva scritto di camorra e da questo era stato probabilmente ucciso, Franchini si confronta con il coraggio autentico, non sintetico come quello del ring, senza regole e senza certezze. Attraverso la storia di un coetaneo
Franchini si chiede che valore abbiano avuto le sue scelte di vita
(l'emigrazione a Milano, la letteratura...)
Se Franchini ha un difetto come scrittore è proprio chiedersi troppo quanto sia possibile ricostruire la realtà attraverso la letteratura. Si finisce per scrivere libri o girare film sull'impossibilità di scrivere libri o girare film - un tema che ha dato alcuni capolavori ed un cumulo di cazzate. Soprattutto se si considera che Franchini è bravissimo nel ricostruire la realtà napoletana degli anni 70 e 80 - una realtà che mi fa ringraziare chiunque della fortuna di non esserci nato. Una realtà che richiedeva quantità di coraggio e di spirito di adattamento spaventose.
Quasi metà del libro è composta da voci altrui, pagine e pagine appaltate ad amici, parenti, giornalisti, persino l'ex vicesegretario del PSI De Donato - e articoli di giornali e spezzoni di processo.
Benchè talvolta si parli del delitto Siani come uno dei 'misteri della
Repubblica', in realtà è stato risolto in maniera abbastanza soddisfacente, anche se dopo anni di indagini e false piste. Franchini fa notare alcuni lati oscuri e zone d'ombra, ma non contesta radicalmente la soluzione, tutto sommato parecchio credibile. Lo stile di Franchini è sinuoso, sentenzioso, a tratti verboso ed a tratti laconico, tutt'altro che hardboiled - e forse proprio per questo capace di farci sentire al massimo l'intollerabile clima di violenza ed umiliazione di Napoli, Torre Annunziata e Castellammare - fuori dai confortanti schemi del noir e dell'inchiesta giornalistica.
E soprattutto la cornice: la descrizione di una famiglia terribilmente
disfunzionale - la sua - dominata dalla figura balzachiana della nonna che non vuole morire, il Locusto. Una famiglia che aggiunge al clima di oppressione ed immobilità della violenta realtà esterna. Franchini, if you ask me, è una delle 3 o 4 realtà letterarie autentiche uscite in Italia nell'ultimo decennio.
Moritz Benedikt
Come distruggere una reputazione
In Quando Vi Ucciderete Maestro Franchini se la prendeva con energia contro Manganelli e la sua concezione della letteratura. In L'abusivo colpisce ed affonda Goffredo Parise. Non deve far altro che citarlo.
Nel 1983 don Raffaele Cutolo pubblica, dal carcere, un volume di Poesie e Pensieri. Le poesie, che molti apprezzarono, erano in realtà opera del letterato napoletano Ferdinando Russo, morto nel 1927 e da tempo dimenticato. Perciò molti non se ne accorsero e altri pensarono, ma perchè devo fare uno sgarbo ad un camorrista responsabile di decine di omicidi?
'te mena 'a curtellata a scassa-scassa
sott' 'o prummone, ca te vene 'a tossa
te fa' sputa' 'nu poco 'e scumma rossa
te vere care' 'nterra e po' te lassa'
Sembra incredibile, ma sul "Corriere della Sera" di un giorno di febbraio dell'83 Parise non si fece neppure sfiorare dal dubbio che un delinquente potrebbe anche scriverli versi simili, ma allora sarebbe una specie di Francois Villon'
Segue una pagina di Parise: « È dovere critico e linguistico dire che questa poesia, nella sua ferocia, è molto bella... quel realismo di Porta e Belli a cui, secondo il mio parere, non ha nulla da invidiare... Da dieci anni viviamo dentro la "scumma rossa" e perchè non descriverla, non metterla in poesia? Ogni istituzione porta con seì i suoi Principi e poeti» - ed altro ancora .
Certo, se le poesie erano belle, Parise ha fatto il suo dovere ad apprezzarle. Ma è un dubbio legittimo che, non avendo probabilmente mai sentito nominare Ferdinando Russo, Parise se ne interessi perchè 'scritte' da Cutolo e che, se avesse saputo fossero di Russo, non se ne sarebbe interessato minimamente. Ne esce un componimento di spaventosa fatuità, uno scodinzolio non necessario, volontario, l'eccitazione all'idea che a scriverle sia stato un
pluriomicida, un uomo pericoloso...
Insomma, uno spettacolo penoso.
Personalmente non ho nulla contro Parise scrittore: non mi piace, ma senza alcuna ragione critica, semplicemente perchè mi piacciono cose diverse. Ovviamente non scrive affatto male. Ma alcune cose del Parise giornalista sono veramente squallide e non dicono bene dell'uomo. Nel 1968 andò in Vietnam e scrisse articoli con i nobili ed eroici vietnamiti e gli americani arroganti e razzisti. Anni dopo, ritornò con la memoria a quella guerra e ci rivelò che i vietnamiti erano crudeli e bugiardi, che di bombe ad Hanoi non ne erano praticamente cadute e che Ho Chi Min era un po' frocio - e nulla che lasciasse pensare che il raffinato scrittore Parise, con la sua ansia di verità, l'avesse mai pensata diversamente. Anzi, molto sarcastico contro quei sinistrorsi che si erano lasciati ingannare...
Mentre di Manganelli Franchini disapprova la scrittura ma non ha nulla da dire sull'uomo - probabilmente simpaticissimo - la stroncatura di Parise mi pare ancora più efficace e giustamente crudele.
Moritz Benedikt