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Paolo Ferrucci  Giacomo Leonelli   - Omicidi particolari - Piemme, Casale Monferrato, 2000, pp. 348.

Bisogna astenersi rigorosamente dal riassumere, anche per sommi capi, la trama  di un thriller. Basta dire che nella opulenta provincia italiana riminese  "sazia e disperata" alle prese con riti antichi e orge orgoniche, si sussegue  una catena di delitti, che ruota attorno ad una comunità di recupero di tossicodipendenti diretta dal sanguigno Domenico Querzoli (vi dice qualcosa  il nome?), che è di scena un inquirente sagace e colto, Mazza,  e che infine  c'è l'indagine che si avvia e si dipana fino all'immancabile colpo di scena finale.
In questo genere di opere che ambiscono alla quality fiction e che si reggono sul principio narratologico del "meccanismo di risoluzione" (a luogo del "meccanismo di rivelazione" della prosa di eccezione che ambisce al disvelamento di pezzi di anima e di mondo), il problema più grosso è arpionare  il lettore nelle prime pagine, dove l'autore può perdersi nell'apparecchiare le trappole preliminari della narrazione e non riuscire perciò ad  indurre  il lettore, ancora vigile, ad  abbandonarsi  alla " sospensione dell'incredulità" sulla base della quale instaurare il reciproco patto narrativo della finzione totale degli universi romanzeschi. Ma se si supera quella fase (Umberto Eco la stabilì intorno alle 100 pagine per il suo Il nome della  rosa ) si è sicuri che, come accade in questo lavoro del duo Ferrucci &Leonelli (le cui iniziali auspicano la riedizione della celebre coppia Fruttero &Lucentini?), si va giù dritti fino alla meta di estorcere agli autori il nome dell'assassino,  e conseguire la risposta all'unica domanda che s'apre all'inizio di ogni thriller che si rispetti: Chi è stato?
Ma un giallo come sa chiunque abbia studiato seriamente questo
genere  di littérature industrielle  (Sainte-Beuve), non è la semplice soddisfazione  di un teorema, la mera risoluzione di un problema  di scacchi narrativo, è soprattutto il luogo dove si esercita il romanzo sociale dei nostri giorni. Già, perché se è vero che nel giallo il primo morto è l'autore per mano della trama, ossia che il meccanismo soffoca le istanze di disvelamento urgenti e personali che dovrebbero sottendere ogni comunicazione artistica, è anche vero che in autori non dozzinali, come Chandler o Hammet o Ferrucci &Leonelli -  è il proprio il caso di dirlo - il puro meccanismo affabulatorio, può lasciar spaziare  l'occhio attorno alla realtà circostante, e come nei romanzi degli americani salta fuori una Los Angeles indimenticabile, così in questo romanzo abbiamo il ritratto più che convincente di una celebre comunità di recupero di tossicodipendenti nei pressi di Rimini e la cronaca piccola del milieu porcellone della provincia italiana.
Non è dunque sorprendente che di contro alle  opere assolutamente evasive dalla realtà italiana di molti autori celebrati si debba affrontare un thriller per attingere informazioni certe e suggestive interpretazioni  su pezzi di storia del nostro Paese? E non è bello scoprire che in un autore di gialli si nasconde l'illuminista dei nostri giorni, colui il quale scova nella congerie dei fatti umani , confusi, sporchi, opachi, la "debilitata  ragione del mondo" come la definiva Gadda, altro giallista di lusso? Bravi Ferrucci &Leonelli a scavare nei misteri dell'alchimia (sarebbe altrettanto bello scoprire che non sono degli habitués di questa pseudoscienza tesa fra filosofia e magia, ma che se ne sono dovuti occupare solo al fine di  documentarsi); ma altrettanto bravi nel darci i  ritratti, con precisa tecnica di acquafortisti, di tutto un pullulare di umanità stravagante e passionale (e umana troppo umana).
Fosse stato più asciutto il racconto ne avrebbe guadagnato. In un thriller dopotutto le descrizioni o i dialoghi che non supportano la vicenda  sono delle preziosità superflue . Ci danno l'ambiente, è vero, ma dovrebbero darcelo, come i condimenti nei piatti, quanto basta. Gli autori talora, sovrordinano la "rivelazione" (degli ambienti, delle psicologie) alla "risoluzione", che in un giallo però deve avere la priorità su tutto, e andare dritto all'obiettivo come un proiettile.
Ma nel complesso si tratta di un felice e superlativo esordio cui non resta che augurare il perseguimento di mete più alte e di un più vasto successo. 
Alfio Squillaci
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