L'abduzione  
Da un periodo scientifico in cui di massima l’abduzione è stata discussa in termini strettamente logico-scientifici, si è passati ad un periodo cognitivo in cui l’abduzione è invocata in ambiti diversi che vanno dall’esplicazione di senso comune all’intelligenza artificiale. Il primo periodo va dai primi agli ultimi decenni del 1900, quando inizia il secondo periodo che tuttora prosegue. Circa dal 1920 in poi, come è noto, nella filosofia della scienza si è sviluppato un ampio dibattito sulla logica della scoperta e la logica della giustificazione con punte di spiccato fervore intorno al 1950-1960. Negli ultimi decenni del secolo, i lavori sull’abduzione hanno iniziato
ad abbandonare la disputa circa la scoperta e la giustificazione delle teorie scientifiche, per rivolgersi agli ambiti dell’esplicazione di senso comune, della percezione, dell’organizzazione concettuale, dell’apprendimento del linguaggio, dell’intelligenza artificiale, pur senza abbandonare, nei lavori più sensibili, il profilo logico dell’inferenza abduttiva e la sua problematica. La presente tesi è che le diverse forme di inferenza abduttiva possono ricondursi in generale a due tipi: l’abduzione ordinaria e l’abduzione straordinaria. La prima vale per tutte le esplicazioni di senso comune e tutte le esplicazioni in cui si utilizzano
delle regole conosciute (cognitive o di altro genere). In cui si tratta, genericamente, di inferire l’istanza sconosciuta di un tipo conosciuto. La seconda, abduzione straordinaria,
vale per i casi che Peirce definisce ‘sorprendenti, per i quali l’abduzione deve suggerire un’ipotesi assolutamente nuova giacché le cognizioni possedute non permettono di spiegare quanto riscontrato. L’inferenza è assai problematica poiché, come è evidente, si tratta di inferire un’istanza sconosciuta di un tipo sconosciuto. L’unica garanzia che simili inferenze conducano al vero è data dalla loro successiva verifica, secondo l’ordine della metodologia peirceiana, che una volta formulata e selezionata un’ipotesi ne prescrive la deduzione delle conseguenze verificabili ed infine l’esame induttivo.
Resta che la sola abduzione non può garantire la verità delle sue conclusioni, che sono da verificare per deduzione ed induzione. Peirce oppone all’induzione empiristica un procedimento a- posteriori, finalizzato alla formulazione di ipotesi esplicative: l’abduzione, particolare
tipo di induzione in cui le premesse sono solo probabili, consente inferenze solo probabili. Tale procedimento è adatto ad indagare una realtà che non rispetta il principio di non-contraddizione. Con questo tipo di inferenza ipotetica, l’indagine conoscitiva estrapola dalla realtà una realtà globale, ma non necessaria universalmente e in senso globale.
Nell’abduzione le premesse sono ipotetiche e sono scelte dall’osservatore mediante aspetti prevalentemente strumentali e accettate come se contenessero tutte le caratteristiche della realtà osservata. L’abduzione consiste in un’inferenza in base alla quale, dato un fatto Q sorprendente, cioè diverso dalle attese, si formula un’ipotesi P tale che, se fosse vera, Q, sarebbe spiegato come un fatto normale. Appare chiaro che l’abduzione è un metodo che mira all’individuazione, se non addirittura all’invenzione, di nuove teorie. L’abduzione è il primo passo nel procedimento scientifico, così come l’induzione è il passo conclusivo. Abduzione e induzione, secondo Peirce sono ai poli opposti della ragione: l’una il più inefficace, l’altra il più efficace degli argomenti. L’abduzione parte dai fatti, senza, all’inizio, avere di mira una particolare teoria, benché motivata dall’impressione che ci vuole una
teoria per spiegare i fatti sorprendenti. L’induzione parte da un’ipotesi promettente, senza all’inizio, avere di mira fatti particolari, benché si avverta la necessità di fatti per sostenere
la teoria. L’abduzione cerca una teoria. L’induzione cerca i fatti. Nella fase di scoperta i procedimenti abduttivi s’intersecano con quelli induttivi.
Silvia Coletti

(ripreso da Controluce.it)

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Esempio 1
  Il nome della rosa
Appunti di lettura
Dopo i saggi Opera aperta e La struttura assente, capisaldi della strumentazione critica dello strutturalismo italiano, Umberto Eco tenta sorprendentemente nel 1980 il romanzo, genere law less per eccellenza, e ne riporta un successo planetario in termini di vendite e di meritata celebrità. Il fine semiologo abborda il genere nelle sue forme più popolari e popolaresche, il giallo, nelle forme ossia  iperstrutturate dell’inchiesta commissariale, e adottando la tecnica  narrativa consegnata dalla tradizione (il manoscritto ritrovato e rifatto, topos manzoniano e ancor prima cervantesiano),  non rinunciando a tutte le malizie del romanzo-feuilleton, di cui peraltro a più riprese s’era dichiarato entusiasta ed attento esegeta. (Bastava leggere le Bustine sull’Espresso di quegli anni: ricordo l’effetto cric, rilevato nei romanzi di Dumas, ossia  l’evidenziazione di un’economia dei mezzi narrativi, al fine di raggiungere col  minimo sforzo il massimo rendimento).
  Tutto ciò, però, si poneva come un clamoroso  "contrordine compagni" rispetto agli orfismi estenuati dell’”opera aperta”, perché qui ci troviamo, invero, davanti ad un’opera “chiusa” come un vecchio baule della nonna, ossia fortemente strutturata e “pensata” a freddo e con forti debiti verso la tradizione narrativa. L’incipit è dei più canaglia, da Snoopy: «Era una bellla mattina di fine novembre», pericolosamente simile a «La marchesa uscì alle cinque» - che faceva dire a Paul Valéry di odiare il genere romanzo perché fatalmente si sarebbe imbattuto in frasi come questa . Di più: tutti gli snodi narrativi, compreso l’epilogo, sono degni del miglior romanzo ferroviario, nel senso più alto della locuzione, ossia di una scaltra  e intelligente uncinazione del lettore.  Ma Il nome della rosa  si giova anche di  un impianto colto e professorale che ce lo rende tuttavia godibile ad ogni pagina, e, come I promessi sposi ,  organizza la propria materia secondo il principio del “multilivello”: da un lato la storia con il plot  a 'cavaturaccioli'  per i lettori più inconsapevoli, e dall'altro il prulirilinguismo e la pluridiscorsività (e le eresie e il latinorum) per i palati più raffinati, soddisfacendo -come viene fatto qui eccellentemente - la duplice istanza di non rinunciare né alla propria anima né alla grande massa dei lettori, e di catturarne pertanto  il maggior  numero possibile, dal colto pubblico all’inclita guarnigione - come si diceva una volta -, e non soltanto gli happy fews. Preoccupazione estetica non scontata, invero, ove si considera che “narratori” come Arbasino - tanto per fare il nome di uno scrittore della stessa generazione di Eco e che partiva da programmi  estetici giovanili analoghi-, opterà   per la scrittura haute coutûre contro il prêt-à-porter, orientandosi verso l'exclusive e somministrando  quintessenziali manicaretti letterari, ignorando deliberatamente  il fast food di massa.

È un romanzo artificiale: si vedono, anzi si intravvedono, le “schede” degli appunti: la medievistica fortemente praticata e amata (in particolare ci sembrò sottinteso, in qualche punto,  il libro di H.Grundmann, Movimenti religiosi nel medioevo, Il Mulino 1980 che ci capitò di leggere in quegli anni, quasi in contemporanea);  i dibattiti recenti (della fine degli anni ’70 cioè) sulla “crisi della ragione” e sui paradigmi indiziari;  il richiamo implicito all’abduzione di Peirce (che si affianca ai  tradizionali procedimenti logici dell’ induzione e della deduzione); l’accenno esplicito a Jorge Luis Borges e alla sua Biblioteca di Babele, che era nell’aria in quella fine di decennio. Insomma un romanzo iperculto, fictus, in cui la componente ludica e combinatoria  prevale su qualsiasi intenzione seria, su qualsiasi disvelamento di rovello interiore o di comunicazione di proprie “idee sul mondo” se non nelle forme leggere, e per Eco molto “sapute”, del genere romanzesco che adisce al best seller di qualità (secondo la formula di Giancarlo Ferretti). Ma se gli siamo grati di ciò, di averci ossia  risparmiato la sua visione del mondo, tuttavia occorre rimarcare che la narrativa alta  e la letteratura d'eccezione si distaccano da ogni altra forma di intrattenimento letterario, anche quello più nobile, solo se (e quando) non rinunciano a dirci qualcosa di nuovo o di vero su tutti noi, a partire dalla esperienza individuale dell'autore; quando impongono un proprio sguardo sul mondo (che diventa così «una sezione di realtà attraversata da un temperamento» per riprendere la nota formula di  Zola), quando cioè insieme alle vicende di  Natasha e Julien Sorel, il lettore scorge nella fabula  lo sguardo di Tolstoj e Stendhal e la loro intuizione del mondo, ed è quella intuizione poi che rende Tolstoj Tolstoj e Stendhal Stendhal. 
Qual è qui  lo sguardo di Eco? E' esattamente quello di Dumas nei Tre moschettieri: non c'è. Quando la struttura è forte, è l'autore ad essere assente. Nei "gialli" - e nei plot di risoluzione  più che in quelli di rivelazione (S. Chatman)  è proprio l'autore il primo morto.

. Se è nato da artificio, Il nome della rosa,  lo è come i  figli  della provetta  che pure girano in mezzo a noi indistinguibili da quelli che sono frutto dell’amore fisico. È un romanzo che rompe con lo sperimentalismo della neo-avanguardia per mano di un suo figlio, che sconfessa i  suoi diktat e le sue equazioni (piacevole=consolatorio; leggibile=canaille; discorso indiretto libero=vecchie zie e gattopardi), che si piega, finalmente, ai valori della leggibilità nelle forme dell’intrattenimento alto, che assegna alla  narrazione  un valore in sé (rispettandone dunque gli oneri e i divieti e avendo cura  di tutte le regole della composizione e dei vincoli redazionali tipici delle opere chiuse, del romanzo-romanzo) e  che fa riprendere alla narrativa italiana, dopo i terrorismi della neo-avanguardia e il disinteresse per la narrativa tout-court della generazione del ’68, irretita dal saggismo e da  altre preoccupazioni intellettuali,  la pratica della narrativa affabulatoria in particolare, e,  in generale, unitamente ad altre opere che uscivano in quegli anni (Seminario sulla gioventù di Busi e Altri libertini di Tondelli) una ripresa di fiducia nella letteratura come mezzo idoneo e privilegiato di  consegna dei propri tormenti, turbamenti e visioni del mondo alla generazione successiva. La generazione del '68, invece, alla letteratura “mediata” dai generi preferì, come quella del 1789,  quella “immediata” della rappresentazione di sé in piazza -  e successivamente nei processi. Viveva, quella generazione, in una forte e appagante vita di relazione, nella pienezza e nell’effervescenza delle occasioni mondane e sociali; non necessitò ad essa  invocare, perciò, il soccorso della narcosi  narrativa, che come ogni surrogato di vita è propria dei tempi di restaurazione così pure di ogni esistenza che denunci un manque de vie. E sappiamo ormai da tempo che se si vive non si scrive. 

Alfio Squillaci
Umberto Eco- Il nome della rosa –  Bompiani, Milano 1980

Questo romanzo di Umberto Eco è stato pubblicato nel 1980. 
L’azione si svolge nel 1327, in un’abbazia benedettina posta in montagna  in località imprecisata tra il  Sud dell'Europa e il Nord dell'Italia. Il racconto è diviso in sette giorni,  ritmati secondo i vari offici liturgici della  giornata (ma lo stesso Eco ha rivelato che con la ripartizione dei capitoli secondo le ore del giorno ha contratto un debito con l'Ulisse di Joyce).

Riassunto del romanzo

Anno di grazia 1327, la  cristianità è in crisi. Le  eresie  sorgono in ogni dove e aspramente sono combattute. Il papato è impegnato su più fronti: contro l’imperatore Ludovico il Bavaro e contro i nemici interni  opponendosi  a tutti coloro che desiderano riformare la Chiesa.
Guglielmo di Baskerville, monaco francescano, ex-inquisitore e consigliere dell’Imperatore si reca unitamente ad  Adso da Melk, un giovane benedettino,  che è anche il narratore del romanzo, in un’abbazia benedettina del Sud della Francia. Devono partecipare ad un’importante riunione che vede contrapposti i  francescani fautori della povertà del Cristo ed i partigiani del papa. Questo incontro  è stato organizzato allo scopo di permettere alle due parti di trovare un accordo.
L’abbazia vive ore tormentate. Subito dopo il suo arrivo, l’Abate Abbone chiede a Guglielmo di Baskerville di indagare sulle cause della morte violenta di uno dei suoi conventuali. In effetti durante la notte, Adelmo da Otranto, un giovane monaco è caduto dall’Edificio, un’imponente costruzione nella quale si trovano sia  il refettorio che l’immensa biblioteca dell’abbazia.

Per le necessità della propria  indagine Guglielmo di Baskerville va alla riunione dei monaci dell’abbazia. Fa la conoscenza di Salvatore, un monaco deforme che parla una lingua sconosciuta, mescolanza di molte  altre, di Ubertino da Casale, un “uomo strano”, un uomo intransigente che  sicuramente sarebbe  potuto diventare uno di quegli eretici che Guglielmo avrebbe mandato al rogo,  Venanzio, un  ellenista  erudito, Jorge, un vegliardo cieco divorato da un orgoglio smisurato  e che disprezza il riso umano,  Severino, un curioso erborista, ed infine Berengario, l’aiuto bibliotecario che sembra avere avuto una relazione particolare con la vittima.  Questi  incontri individuali consentono a Guglielmo di Baskerville di scoprire alcune norme e segreti dell’abbazia. Acquisisce abbastanza rapidamente la convinzione che Adelmo da Otranto non è stato assassinato, ma che si è suicidato.
Il secondo giorno, Venanzio, l’ ellenista è trovato morto in un barile di sangue di maiale. Guglielmo si persuade che queste due morti siano  legate alla biblioteca dell’abbazia. 
Questa biblioteca, tra le più grandi della cristianità, è costruita come un luogo segreto a forma di  labirinto, allo scopo di proteggerla dagli intrusi. Guglielmo ed Adso manifestano il desiderio di visitarla. Ma il permesso viene loro rifiutato.  È un luogo vietato, conosciuto dal solo Malachia, il bibliotecario e da Berengario, il suo aiuto. Rappresenta il centro misterioso dell’abbazia. I monaci e gli ospiti hanno accesso soltanto allo  scriptorium, luogo di studio nel quale possono dedicarsi alla lettura ed alla copia.
Guglielmo ed Adso scoprono che alcuni libri “vietati” della biblioteca portano, nel catalogo, la menzione “finis africae”.
Solo Malachia, il bibliotecario e Berengario, il suo aiuto, sembrano conoscere il segreto di questa dicitura che corrisponde ad una sezione della biblioteca.

Guglielmo prosegue la sua indagine ed inizia a sospettare di Berengario. Questi è l’ultimo a avere visto Adelmo in vita e temeva che Venanzio rivelasse la relazione particolare che inttratteneva con il giovane monaco.
Guglielmo ed Adso decidono, nonostante i divieti, di recarsi  nella biblioteca; provano a trovare il libro che Venanzio studiava nello scriptorium, ma quest’ultimo è scomparso. Resta soltanto una vecchia pergamena scritta in greco recante le  annotazioni di Venanzio. Mentre studiano questa pergamena, si accorgono che non sono soli in questo luogo segreto. Un ospite misterioso riesce a sottrarre gli occhiali a  Guglielmo che così è impedito nella prosecuzione della lettura.   Guglielmo ed Adso nell’inseguire la  misteriosa spia imboccano il labirinto, e solo con grande fortuna  trovano l’uscita dalla biblioteca.
Il terzo giorno, Guglielmo ed Adso riescono  a decifrare  le annotazioni di Venanzio. Ma il testo resta enigmatico. Guglielmo desidera interrogare Berengario, ma quest’ultimo è scomparso. Mette a profitto quest’inconveniente per cercare di risolvere l’enigma del labirinto. Ci riesce  e decide di tornarvi la notte seguente. La sera Adso scopre nelle cucine una giovane donna. Questa seducente creatura non cerca che degli alimenti e in cambio di essi offre le sue grazie al giovane Adso in estasi.  
Durante la notte, si trova nelle latrine  il corpo di Berengario. Guglielmo è incuriosito dalle macchie marroni che il cadavere reca sulle dita e sulla punta della lingua. Sospetta l’avvelenamento. Guglielmo scopre che era Berengario  la misteriosa ombra della biblioteca, la sera prima. Ritorna in possesso dei suoi occhiali.
Queste morti brutali creano un disagio profondo  nell’abbazia. Il giorno dopo arrivano prima  il gruppo dei francescani, alla cui guida è Michele da Cesena, successivamente  gli emissari del papa alla testa dei quali si trova l’inquisitore Bernardo  Gui, uomo dalla  reputazione di grande crudeltà  . L’Abate preoccupato della buona reputazione del proprio monastero  teme per il futuro della sua abbazia. Guglielmo ed Adso proseguono con discrezione la loro indagine. Si introducono   nuovamente nel labirinto e ne intuiscono  il disegno. Non riescono tuttavia a penetrare il mistero del luogo designato dal cartiglio  “finis africae”. Infatti, non riescono a decifrare  il codice che permetterebbe loro di superarne la soglia.
Quando escono dalla biblioteca, incrociano l’inquisitore Bernardo Gui che ha già iniziato ad imporre la sua legge. Ha sorpreso la giovane  sconosciuta, che aveva  amato Adso la vigilia, con  Salvatore.  Questo quarto giorno è anche l’occasione del primo scambio di  ostilità tra Guglielmo e Bernardo Gui. I due uomini non si apprezzano affatto.


Il quinto giorno, le discussioni politiche e religiose riprendono. Ma sono rapidamente interrotte dalla scoperta di un altro cadavere.  Severino l’erborista, è rinvenuto con  la testa schiacciata.
Bernardo Gui procede all’arresto del cellario Remigio,  che sospetta   essere l’autore di questi assassini.  Organizza un processo durante il quale sono processati Remigio ed i due prigionieri della vigilia: Salvatore e la giovane sconosciuta. Sotto tortura, Salvatore confessa e riconosce tutti i crimini di cui Bernard Gui lo accusa. Inoltre Remigio che desidera sfuggire alla tortura, riconosce anch’egli d’ essere un eretico ed un criminale. La giovane sconosciuta  è accusata di stregoneria. Con questo processo  Bernardo Gui ed i suoi uomini segnano punti e sembrano essere giunti a penetrare il mistero degli omicidi, addebitandoli al vecchio cellario.
Ma il giorno dopo, un nuovo omicidio è scoperto. Questa volta  è Malachia, il bibliotecario, la vittima. Anch’gli ha la punta delle dita coperte di macchie marroni. Guglielmo decide di proseguire la sua indagine. È persuaso che esiste un legame tra il libro scomparso e questi omicidi.
L’Abate ordina a Guglielmo di arrestare la sua indagine. Ma quest’ultimo disattende l’ordine.
Durante la notte, torna con Adso nella biblioteca. Avendo trovato il codice segreto, riescono a entrare finalmente nella sezione  misteriosa “ finis  africae”. Vi scoprono ***,   che li attende. *** lascia loro leggere il libro tanto ambito, e che è stato la causa di tante morti. Si tratta di una copia unica di un testo di Aristotele sull’umorismo ed il riso, il II° libro della Poetica. *** tenta allora di fuggire. La biblioteca prende fuoco, e distrugge così quest’unico esemplare dell’opera  che *** giudicava blasfemo, che non era riuscito tuttavia a distruggere, e che aveva provocato tante morti.







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pagina a cura di Alfio Squillaci

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dal 5 apr 2011
ll romanzo d'esordio nella narrativa di Umberto Eco. Ecco alcuni commenti: "Il libro più intelligente - ma anche più divertente - di questi ultimi anni" (Lars Gustafsson, Der Spiegel); "Il libro è così ricco che permette tutti i livelli di lettura ... Eco, ancora bravo!" (Robert Maggiori, Libération); "Brio e ironia. Eco è andato a scuola dai migliori modelli" (Richard Ellmann, The New York Review of Books); "Precisamente il genere di libro che, se fossi un milionario, comanderei su misura" (Punch); "Quando Baskerville e Adso entrarono nella stanza murata allo scoccare della mezzanotte e all'ultima parola del capitolo, ho sentito, anche se è fuori moda, un caratteristico sobbalzo al cuore." (Nicholas Shrimpton, The Sunday Times); "E' riuscito a scrivere un libro che si legge tutto d'un fiato, accattivante, comico, inatteso..." (Mario Fusco, Le Monde); "E'un tipo di libro che ci trasforma, che sostituisce la nostra realtà con la sua... ci presenta un mondo nuovo nella tradizione di Rabelais, Cervantes, Sterne, Melville, Dostoevskij, lo stesso Joyce e García Marquez." (Kenneth Atchity, Los Angeles Times); "Mi rallegro e tutto il mondo delle lettere si rallegrerà con me, che si possa diventare best seller contro i pronostici cibernetici, e che un'opera di letteratura genuina possa soppiantare il ciarpame... L'alta qualità e il successo non si escludono a vicenda." (Anthony Burgess, The Observer). 
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Morire non dal ridere ma per il ridere.

Si potrà dire ciò che si vuole del romanzo di Umberto Eco "Il nome della rosa", ma io l'ho letto e apprezzato non appena uscito. Ricordo addirittura la sua presentazione nella sala del "Grechetto" alla Sormani nello stesso 1980 (oddio come siamo vecchi!) in cui si dibatteva con Gian Carlo Ferretti, che aveva scritto un saggio critico, l'impatto dei best seller nella cosiddetta "industria culturale". La trama di quel romanzo gira sulla forza eversiva del riso, sulla sua forza liberatoria temuta come la peste dagli spiriti religiosi spesso fanatici. Non occorre scomodare Freud per ricordare che spesso la fede oltre che una illusione è una forma di nevrosi individuale vissuta collettivamente (basta sintonizzarsi su "Radio Maria). Sulla risata carnascialesca rabelesiana e sulla satira menippea Michail Bachtin ha scritto saggi favolosi (la cui argomentazione di fondo ritorna anche nel suo "Dostoevskij" saggio altrettanto strabiliante). Benché non ci sia alcun luogo del Vangelo che attesti una risata di Gesù, che era piuttosto musone, e “niente è stilisticamente più contrario al Vangelo che l’umorismo” come avvertiva Pasolini in “Descrizioni di descrizioni”, la Chiesa ha capito da subito la forza eversiva del riso tanto che lo ha contingentato e regolamentato (come ha fatto del resto con gli ordini Mendicanti che agitavano quell'altro spettro pericoloso della Povertà) sia nel Carnevale come nel cosiddetto "risus paschalis": risate a briglie sciolte concesse in chiesa durante la funzione di Pasqua dopo le mortificazioni della settimana di Passione. Le religioni eristiche (combattive, attive, profetiche) non sopportano la svirilizzazione e svalorizzazione del riso, non sopportano quel gesto di “abbassamento delle mutande” che è il riso. Rispondono con i proiettili. Noi dovremmo aggiungere, a nostra difesa, pertanto a "Liberté, egalité, fraternité, anche " hilarité ".

Alfio Squillaci