Critici televisivi in Italia
Esempio 1

Nanni Delbecchi - La coscienza di Mike - Mursia, Milano 2008 -   Lettura di Alberto Pezzini
dal 6 gen 2010
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Nel 1961 un ex funzionario Rai di nome Umberto Eco pubblica un saggio dal titolo "Fenomenologia di Mike Bongiorno". È l'atto di nascita di una storia che qui si ricostruisce per la prima volta: quella della critica televisiva in Italia. Da allora a mettere sul lettino dello psicanalista Mike e gli altri padri della patria televisiva si avvicendano personaggi del calibro di Luciano Bianciardi, Achille Campanile, Giovanni Guareschi, Sergio Saviane, Oreste Del Buono, Gian Carlo Fusco, Alberto Bevilacqua, Beniamino Placido. Intanto, lentamente ma inesorabilmente, cambiano i rapporti tra la carta stampata e la nuova venuta. Finché la tv da serva diventerà padrona. Questa "storia confidenziale", che mescola notizie, aneddoti e ricordi personali, è la cronaca di un amore-odio durato mezzo secolo, quello tra le parole degli scrittori e le immagini del video, e al tempo stesso un omaggio alla televisione e al giornalismo d'autore. Due pezzi memorabili dell'Italia di ieri, oggi entrambi in via d'estinzione. 
Nanni Delbecchi oggi scrive su Il Fatto Quotidiano. Scrive di critica televisiva, una sorta di cugina povera di quella letteraria. L’unica osservazione da spendere al riguardo è che per fare quella televisiva bisogna saper di lettere. Ma esisterà davvero un critico televisivo puro, una creatura del tubo catodico che possa scrivere di televisione senza potersi abbeverare alle fonti del Clitumno ?
No, secondo l’inconscio parlante di Delbecchi e quella riga nutritissima di scrittori che la letteratura ha regalato letteralmente alla televisione e che vengono disegnati con il bulino d’autore di chi li ha conosciuti da vicino ne La coscienza di Mike.
Si parte dalla storica Fenomenologia di Mike Buongiorno, inserita del Diario Minimo di Umberto Eco, la quale nasce come saggio contundente pubblicato nella “Rivista Pirelli”  dove Mike viene  bollato a fuoco come l’everyman, il vero prototipo dell’uomo qualunque capace di stimolare nello spettatore una sorta di rivincita a distanza. 

La fortuna di Mike stava proprio in questo sentimento del contrario che sapeva indurre in chi lo guardava: far sentire lo spettatore superiore a lui il che significava consentire a chiunque di stare davanti al video con la coscienza a posto.
Un grandissimo trucco televisivo e commerciale, se ci si pensa bene, ma smascherato da un letterato filosofo come Umberto Eco. Ecco perché ci vogliono le lettere e gli studi umanistici. 
Poi Delbecchi ci parla dei principali critici televisivi della nostra storia letteraria e lo fa in un modo più che umano. Li trasfigura e diventa i critici che critica, ce li tramanda in olovisioni da toccare quasi ad averli sulla poltrona con te davanti al televisore. E’ un maledetto emulo di Guerre Stellari, in questo.

Il primo è Luciano Bianciardi, l’autore de La vita agra, il romanzo che nel 1963 fece un botto secco tanto da essere definito da Montanelli sul Corriere della Sera come uno dei più stupefacenti romanzi degli ultimi anni. Solo che Luciano non era un accasato, non era un merlo da casone, semmai un maledetto isolato. Così condusse dunque la propria critica letteraria, da solo ed a furor di popolo. Descrisse la mediocrità di Mike tre anni prima di Eco in un articolo che ha del profetico, portò alle massime vette Paolo Villaggio e Dario Fo, e ridicolizzò Pippo Baudo e la sua aurea mediocritas. Fu uno spiritaccio agre, aspro al palato ma capace di scrivere pezzi che fulminavano, con frasi capaci di spiccare il volo per sempre o spiaccicare una faccia sull’asfalto per la vergogna. Mercuriale, incostante, incapace di stare dietro ad una scrivania sicura, portato a vivere con l’ansia fino alla fine del mese, incostante nella sua febbrile ansia di tradurre, scrivere, collaborare e tirare fendenti dalle pagine dei giornali finanche più isolati come Playmen, pur di restare libero.


Luciano Bianciardi
Poi ci fu Campanile, quello degli asparagi e dell’immortalità dell’anima, uno spirito elfico allo stato liquido, un umorista di levatura altissima, un letterato che non veniva preso sul serio solo perché faceva ridere e lo sapeva fare da dio. Con Battista al Giro d’Italia, una raccolta di exploit giornalistici letterari quando faceva da suiveur ai ciclisti impegnati nel giro, nasce un genere vero e proprio partorito sulle colonne della Gazzetta del Popolo.
Campanile non commenta soltanto ma lo fa insieme a questo personaggio inventato di nome Battista e crea così una forma letteraria geniale e spiazzante dove si perdono tutti i suoi detrattori, inceneriti dalla sua fantasia e dalla spigliatezza letteraria:”La caducità dello scritto giornalistico può derivare non 
dal carattere attuale, ma unicamente dalla sua qualità letteraria”. Capito ? Il che la dice lunga sui  rapporti tra letteratura e giornalismo. Da qui, da questo assioma fondamentale devono per forza prendere le mosse tutti gli altri.
Delbecchi ha dalla sua il fatto di essere stato assunto da Montanelli al Giornale nel 1989 ed in più di essere imbevuto di una letteratura capace di far radice, di restare bene rimpannucciata dentro la testa dei lettori dove scarica i suoi dardi di vecchie macchine per scrivere. Ecco perché questo manuale scritto fitto fitto ma ben chiaro per i tipi della Mursia è un vero, nuovo, anzi rivoluzionario manuale di sopravvivenza televisiva ed un’antologia di grandi firme del giornalismo che fu definito minore e che oggi è invece una forma di elzeviro dove se sei bravo fai cultura anche con la merda oppure soccombi nella strada deserta dell’anonimato.

Achille Campanile
Sergio Saviane
Solo col cuore si può ricordare un uomo come Sergio Saviane che per una vita resse la critica televisiva per L’Espresso e coniò il vocabolo mezzobusto che avrebbe impecorito ed avvilito metà dei giornalisti televisivi italiani. Saviane era un uomo direttamente proveniente da Marte, e da marziano sembra essersi dissolto in quella villa grandiosa e piena di silenzi e correnti d’aria dove l’autore ce lo ricorda con un magone grande così sotto la pelle e vicino al cuore, oppure Oreste Del Buono, un critico che faceva televisione perché sapeva di fumetti, di letteratura, di classici e non voleva quasi mai farsi pubblicare come romanziere.

Giancarlo Fusco

L’altro è Giancarlo Fusco, l’autore di Duri a Marsiglia, per esempio, tanghero, boxeur, giornalista, scrittore, amante della vita senza neanche avere un po’ di pietà, un Michelangelo delle lettere con la patente di assassino, quella di Cellini. L’ultimo medaglione di Delbecchi è per quest’uomo che oggi soltanto la casa editrice Sellerio sta facendo riscoprire agli italiani, orfani inconsapevoli di un letterato di tale caratura e possanza verbale, un uomo in grado di vituperare chiunque con uno sberleffo di una tale eleganza da ringraziarlo pure.
Questo è il libro di Delbecchi, una corsa a perdifiato su è giù per le lettere patrie al servizio della cugina povera rinchiusa in cucina ma che tutti vogliono andare a trovare nel cuore della notte, la TV. Il risultato è un ossimoro vivente: Delbecchi viene fuori con un linguaggio spericolato e, per dirla con lui, assolutamente pulviscolare, irregolare, sincopato, 

Del Buono che firmava la sua rubrica “Diario Tv” con l’acronimo OdB era uno spirito libero, un elfo sul tappeto della fantasia, uno scrutatore chirurgico della televisione con l’impegno però di cercare di arginare ancora il fenomeno televisivo e non fargli invadere la landa della letteratura definitivamente. È quello, per intenderci, che riesuma veramente Don Camillo e Guareschi per il rapporto che aveva con la Rizzoli. È quello che in qualche modo fa venire a galla una televisione più limpida perché l’ha filtrata alla candela della letteratura anche se pochi se ne accorgono. Va via nel 1990 anche perché il suo cervello era già pieno di altre mille cose a cui pensare. Spiana la strada a Beniamino Placido e ad Aldo Grasso.
Il primo è un virtuoso del pezzo, un indimenticabile enciclopedia da giornale che si scatena alla luce della televisione e ti cattura con una sapere vastissimo come dimensioni, qualità e piacere di ascolto. I pezzi di Placido diventano una sorta di terza pagina nascosta, una scorribanda golosa dentro le maglie più interne della cultura, sempre grazie al veicolo più semplice e popolaree. È’ una goduria da leggere.
Grasso è più tronfio, più censorio, più legato al suo idolo Robert Walser, l’autore austriaco de Il flaneur, l’uomo che passeggia senza uno scopo preciso, come chi fa zapping. Grasso è un professore, è un ibridatore feroce di definizioni che feriscono, come quella di Sgarbi “incontinente anche nella bava alla bocca”, oppure di Maurizio Costanzo inventore della tv del dolore, o di Gigi Marzullo imposto alla TV a forza di ripetizioni. Non giudica, incenerisce, anche se il concetto di fondo resta veramente da condividere. È un atleta infaticabile della verità che riesce a rendere con incredibile empietà. Non fa prigionieri. Onore a Delbecchi che ce l’ha descritto così bene. Ancora due immagini. Una è strettamente personale. Narra di quando l’autore venne assunto da Montanelli come critico televisivo. Cilindro cercava un critico che mordesse, cercava il suo Placido. Lo trovò anche se il primo pezzo Nanni dovette riscriverlo in un’ora, dopo che lo aveva covato soffrendo per una nottata intera. E Montanelli gli disse, beh soffri un po’ meno al prossimo.
intermittente, a zig e zag come la televisione, e sorprendentemente bello. Praticamente visivo, da film, ma perché non si scrive un Morandini pure lui ?
Scherzi a parte, questa è la storia vera della TV e dei suoi amori impossibili:i critici che l’hanno nutrita. Delbecchi compreso.

Alberto Pezzini
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 BENIAMINO PLACIDO
Tratto da Chi è, Chi non è, Chi si crede di essere di Roberto D'Agostino (Mondadori editore)

CHI È
L'intellettuale dei miei canali. Scrive a vista, con un dito puntato nell'occhio di Pippo Baudo o nella gola di Loretta Goggi, i fatti e gli «sfatti, del giorno nell'Italia del centro-televisivo attraverso le pagine della «Repubblica». Come tutti gli artisti veri, anche il Placido Ben ha un suo mondo nel quale sceglie di vivere la sua autobiografia.
Una volta c'erano i registi che traevano i loro attori dalla strada; Beniamino Placido cerca i suoi protagonisti in quella palpitante ammucchiata di pagine che sono i libri. Tenta sempre di assumere, nelle pose fotografiche, l'espressione di un Topo di Biblioteca che ha visto però tutti i film di Woody Allen e di Groucho Marx, cose e persone che a Placido torneranno utilissime col passare degli anni.
Quando ha solo un attimo di vita ne approfitta per nascere a Rionero in Vulture, comune di Lucania; in famiglia si rende utile come può: dopo 17 anni di funzionariato alla Camera dei Deputati, dà subito prova di istrionico talento recitando nel film di N anni Moretti lo sono un autarchico, una frase che la dice lunga: «Rileggendo Marx l'ho trovato un po' kitsch ... », per poi scomparire.
 Una battuta piccola-piccola ma che già prefigura l'incipiente «caduta delle tensioni e delle ideologie» degli anni '80. Il primo successo giunge però con la trasmissione «16 e 35», dedicata alla materia cinematografica e dintorni fluttuanti. «Il suo ruolo dovrebbe essere quello del presentatore tout-court; ma lui lo stravolge. Non presenta i film, li reinterpreta, ricorrendo a travestimenti e usando gli oggetti che gli capitano sottomano. Rimane "epica" la puntata in omaggio ad Alfred Hitchcock, nella quale mima alcuni film del regista inglese ("Gli uccelli", "Intrigo internazionale" e altri ancora) con un aeroplanino, un uccello imbalsamato, o una cipolla» (Sandro De Feo).
Messo fuori dal video socialista della Rai 2 perché comunista, le cose vanno assai meglio in casa democristiana: su Rai 1 conduce serate a tema su Marx e Mussolini e cura una serie di «Film-dossier» infarinando la famigerata cultura col pangrattato dello humour. Il matrimonio avviene, condurre è il suo mestiere, sarà il nostro Beniamino. È il primo show-man da biblioteca che fa ridere, sul serio.
Improvvisa su Melville e su Harold Robbins, il 1789 e il 1968, Sant'Agostino e San Remo, con l'agio di un Arbore e con l'aglio di un De Mita. Il 14 aprile 1985 scrive, su pressione di Scalfari, il suo primo «A parer mio» e ottiene la consacrazione ufficiale di Bignamino Placido, per il citazionismo-senza-limitismo e l'incapsulamento in pillole del sapere, e di Beniamino Acido, per il modo con cui fa la pelle alla sottocultura di massa veicolata dal piccolo schermo.
Vetrioleggia i Pippi e i Molleggiati, le Raffe e le Enriche giulive; s'accapiglia con Magalli e Bevilacqua, non riesce a chiudere un occhio sulle pernacchie di «goliardigia» di Arbore. Come polemista e parodista extra-televisivo, fustiga il «languore rivoluzionario» di Rossana Rossanda e Franco Fortini, quest'ultimo bollato di floridi «traffici poetico-editorial-professorali» e bollito come un lesso per avere accettato l'insegnamento nel Sudafrica razzista. Stronca che ti passa anche il poeta Giovanni Raboni definito praticamente un ignorante che «scrive più poesie di quante non ne legga».
Il mestiere di «criticista» caustico di «mixed-media» provocato dal fenomeno Placido non è che uno degli aspetti più vivaci e meno tristi di intrattenimento culturale. Gli intellettuali si «espongono» sul basso profilo di un «Telemike» o di una «Corrida», si danno a Funari e a Banfi per vedere l' «ignoranza, per capire meglio certi umori e certi sogni dei propri compatrioti, e lo fanno con la curiosità di quei pensionati che si danno alla pittura per sbirciare le donne nude. Stanchi dell'infinitamente grande, si dedicano all'infinitamente medio. Di più: Placido, Del Buono, Saviane, Pirella - i nostri videologi del Piccolo Scherno - hanno compreso che il vero mistero del mondo non è l'invisibile, ma ciò che si vede su Canale 5.


La Frusta Letteraria - Rivista di critica culturale on line