Daniel Defoe - Robinson Crusoe -
(Sinossi)

Nello scrivere ciò che diventerà una delle opere più celebri della letteratura mondiale, Daniel Defoe si ispirò ad una storia vera: un marinaio di nome Alexandre  Selkirk, abbandonato nel 1705 nell'isola di Juan Fernandez, al largo del Cile, viene ritrovato quattro anni più tardi allo stato quasi selvaggio.
Il canovaccio iniziale consegnato da Defoe all'editore Taylor  recava come titolo: «La vita e le strane e sorprendenti avventure di Robinson Crusoè, che visse ventott'anni da solo in un' isola deserta al largo delle coste dell'America, non lontano dalla foce dell'Orinoco , approdato sulla spiaggia in seguito ad un  naufragio dov'erano periti tutti i marinai eccetto lui». Taylor accetta e si attende un'opera di 350 pagine. Ne verrà fuori un capolavoro. Il personaggio di Robinson diventa mitico: vestito di pelli di capra, riparato da  un immenso cappello e da un ombrello fatto di foglie, un fucile in spalla, Robinson resiste all'angoscia, allo scoraggiamento, e , grazie alla sua pazienza e al suo lavoro ostinato, perviene ad una organizzazione perfetta della sua vita quotidiana e della sua sopravvivenza. Muratore, cacciatore, falegname, allevatore, coltivatore secondo la bisogna, giunge dopo mesi a costruirsi un alloggio, a nutrirsi, a vestirsi. E «addomestica» anche il «buon selvaggio» Venerdì che converte alla cultura occidentale. Da allora la vita di Robinson che sembrava il dramma della solitudine appare invece come « il più felice trattato di educazione naturale». (J.J.Rousseau)
Un altro percorso di  lettura potrebbe essere -  all'interno della  tipica "fabula" inglese dell'isola deserta (v.Shakespeare "La tempesta", Stevenson "L'isola del tesoro", Golding "Il signore delle mosche")  paradigma letterario dell'isola Inghilterra -, quello di rintracciare nel testo la parabola narrativa   del contrappasso destinato a chi, volendo fuggire dalla condizione di medietà sociale (borghesia), è costretto a riprendere e ad apprendere dal 'grado zero' dei rapporti naturali e societari tutto il doloroso cammino dell'homo faber occidentale. Un ammonimento perenne contro chi rifiuta o contesta l'ethos borghese e occidentale?

Alfio Squillaci






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  I was born in the Year 1632, in the City of York, of a good Family, tho' not of that Country, my Father being a Foreigner of Bremen, who settled first at Hull: He got a good Estate by Merchandise, and leaving off his Trade, lived afterward at York, from whence he had married my Mother, Relations were named Robinson, a very good Family at Country, and from whom I was called Robinson Keutznaer; but by the usual Corruption of Words in England, we are now called, nay we call our Selves, and writer Name Crusoe, and so my Companions always call'd me.
I had two elder Brothers, one of which was Lieutenant Collonel to an English Regiment of Foot in Flanders, formerly commanded by the famous Coll. Lockhart, and was killed at the Battle near Dunkirk against the Spaniards: What became of my second Brother I never knew any more than Father or Mother did know what was become of me.
Being the third Son of the Family, and not bred to any Trade, my Head began to be fill'd very early with rambling Thoughts: My Father, who was very ancient, had given me competent Share of Learning, as far as House-Education, and a Country Free-School generally goes, and design'd for the Law; but I would be satisfied with nothing but go to Sea, and my inclination to this led me so strongly against the Will, nay the Commands of my Father, and against all the Entreaties and Perswasions of my Mother and other Friends, that there seem'd to be something fatal in Propension of Nature tending directly to the Life of Misery which was to befal me.
My Father, a wise and grave Man, gave me serious excellent Counsel against what he foresaw was my Design. He call'd me one Morning into his Chamber, where he confined by the Gout, and expostulated very warmly me upon this Subject: He ask'd me what Reasons more a meer wandring inclination I had for leaving my Father House and my native Country, where I might be well introduced, and had a Prospect of raising my Fortunes Application and Industry, with a Life of Ease and Pleasure He told me it was for Men of desperate Fortunes on one Hand, or of aspiring, Superior Fortunes on the other, who went abroad upon Adventures, to rise by Enterprize, and make themselves famous in Undertakings of a Nature out of the common Road; that these things were all either too far above me, or too far below me; that mine was the middle State, or what might be called the upper Station of Low Life, which he had found by long Experience was the best State in the World, the most suited to human Happiness, not exposed to the Miseries and Hardships, the Labour and Sufferings of the mechanick Part of Mankind, and not embarass'd with the Pride, Luxury, Ambition and Envy of the upper Part of Mankind. He told me, I might judge of the Happiness of this State, by this one thing, viz. That this was the State of Life which all other People envied, that Kings have frequently lamented the miserable Consequences of being born to great things, and wish'd they had been placed in the Middle of the two Extremes, between Mean and the Great; that the wise Man gave his Testimony to this as the just Standard of true Felicity, when he pray to have neither Poverty or Riches.
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L'Incipit...
dal 15 sett. 2001
Daniel Defoe
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Robinson Crusoe
Autore: Defoe Daniel
Prezzo
Sconto 20%  € 10,08
(Prezzo di copertina € 12,60
Risparmio € 2,52) 
Dati XXXI-781 p., ril.   Anno 2003 
Editore Mondadori
Collana Oscar grandi classici

Descrizione   


Pubblicato nel 1719, "Robinson Crusoe" ottenne fin dal primo apparire un enorme successo, dovuto oltre che alla moda dei racconti di viaggio, alla scrittura semplice ed elegante e al fascino di un eroe che incarna tutte le virtù della classe media inglese e diventa icona dello sviluppo cosiddetto civile. Nel suo rapporto con il "selvaggio" Venerdì, di cui è padrone e precettore, l'astuto Robinson prefigura così il colonialismo britannico. E la sua solitudine di naufrago si fa scelta, conseguenza inevitabile del dominio, oltre che allegoria della condizione esistenziale dell'uomo.

"Con la sua ingenua arte il De Foe ha scritto l'epopea della borghesia
inglese, l'epopea di sforzo tenace e vittorioso che è la storia di
Robinson, il marinaio che per ventott'anni due mesi e diciannove giorni, vive in solitudine in un isola deserta presso la costa del Venezuela, prototipo dei pionieri che han reso anglosassone tanta parte del mondo, Robinson Crusoe sarà a un tempo la Bibbia e l'Odissea dei ragazzi inglesi."
(Mario Praz)

Disegno di N.C. Wyeth (1882 -1945) da un'edizione del 1920 di "Robinson Crusoe"




Siamo tutti Robinson Crusoe
di Claudio Magris



Naufragare in un mare d' incertezze e rinascere per nuove avventure. Non c' è nulla di più moderno Il contabile dell' Utopia Robinson incarna il progetto, il rigore borghese, la nascita della modernità
La lettura. Miti d' oggi. Da Defoe all' Isola dei famosi
 



Scampato da poco al naufragio e scagliato dai flutti sull' isola sconosciuta e solitaria, Robinson Crusoe, appena sistematosi in un provvisorio riparo, organizza un sistema per misurare il tempo e stende - nell' angoscia della sua situazione e nell' incertezza della sua sorte - un vero e proprio bilancio (anzi Bilancio, con la maiuscola) «dello stato dei suoi affari», dei beni e dei mali della sua condizione, naufragato ma sopravvissuto, tagliato fuori dal mondo ma in un' isola non troppo inospitale né pericolosa, solo ma fornito di molte cose utili portate dal mare sulla spiaggia. Steso in vere e proprie tabelle, questo rendiconto del dare e dell' avere libera la mente di Robinson dall' ansia per la sua situazione, impedisce alla sua ragione di precipitare nel panico; non riguarda una sfera dell' attività, bensì la vita intera e viene recepito con un piacere fisico, quasi sensuale, come i ruvidi abiti sulla pelle, il calore del fuoco, gli odori della foresta. L' epopea borghese alla conquista del mondo sconosciuto, di cui il romanzo di Defoe (1719) è la prima e più grande espressione poetica, vive l' economia come forza vitale, il fluire del denaro come l' impetuoso scorrere del sangue; anche la contabilità è avventura, come i traffici e i naufragi che essa registra.

Sull' isola deserta di Robinson il denaro non c' è e non serve; non esiste il valore di scambio: «solo aveva Valore ciò di cui potevo fare Uso». Ma la partita doppia abbraccia tutto, la costruzione della casa nel bosco, l' esplorazione dei dintorni, la caccia, la paura, la preghiera e la fede nella Provvidenza, come diceva Marx; il tempo, in quella lotta solitaria per la sopravvivenza, è più che mai denaro. Le bufere della natura travolgono l' esistenza e l' ordine prestabilito, ma ogni azione umana è Progetto, disegnato razionalmente e vissuto con passione; nessuna opera - dice Robinson nella selva - «può essere intrapresa prima di averne calcolato i Costi». Se per Rousseau Robinson, come Venerdì, è il prototipo dell' uomo naturalmente buono che, lontano dai vizi della società, inventa da solo la civiltà, e se per Kant egli è l' individuo moderno nostalgico di innocenti paradisi naturali ma consapevole di costruire un progresso e una civiltà che se li lasciano indietro e li rendono impossibili, Marx ha visto nell' eroe di Defoe «l' imprenditore di se stesso» che si muove come se la benevola «mano invisibile» dell' economia liberista reggesse pure la natura ovvero come se i processi economici fossero naturali, finendo invece per provare che tutto, anche la vita dell' individuo solo in un' isola remota, è società. Un grande libro non si esaurisce mai nelle interpretazioni ideologiche, le quali non lo impoveriscono bensì lo arricchiscono, dimostrando la sua inesauribile ricchezza che a ogni epoca, come a ogni lettore, svela nuovi aspetti e nuovi significati, rispondendo alle diverse domande delle generazioni che si susseguono. Marx che legge e discute il Robinson Crusoe è come Platone che legge e discute Omero, andando magari al di là di lui ma solo grazie a lui e ritrovandoselo ogni volta inaspettatamente davanti.

Robinson Crusoe è il libro d' avventura per eccellenza, uno di quei grandissimi libri di cui ogni riga è insostituibile, ma la cui grandezza è tale da poter essere colta perfino attraverso riduzioni e rifacimenti riassuntivi, come quelli che, nell' infanzia o nell' adolescenza, hanno fatto conoscere a quasi tutti noi per la prima volta quella storia immortale, il cui senso essenziale balenava pure in quei sempliciotti adattamenti. Come l' Odissea, il Don Chisciotte o Guerra e pace, pure Robinson lo si legge e rilegge nella vita tante volte, scoprendovi strati sempre nuovi, ha scritto Alberto Cavallari, cui si deve non solo una mirabile traduzione del romanzo (Feltrinelli, 1993), ma anche un ampio saggio introduttivo - L' isola della modernità - di altissima qualità, che dice sostanzialmente tutto sul libro, le sue interpretazioni e le sue trasformazioni nel tempo e che non si può fare a meno di parafrasare. A differenza di altri generi narrativi, come il romanzo psicologico, in quello d' avventura può accadere e accade di tutto, le svolte più impensabili, mutamenti di orizzonti e di identità, cavalcate e disarcionamenti. Sotto questo profilo, anche il romanzo avventuroso più ingenuo è quello più vicino alla realtà, perché pure la realtà più prosaicamente uniforme è suscettibile, in qualsiasi momento, dei rovesci più imprevedibili. Quella grande libera avventura di Robinson, che allarga il cuore e lo apre a paesaggi sconfinati e a peripezie azzardate e tenaci, è anche una delle più grandi parabole della nascita della modernità, di cui Defoe è «un Padre Fondatore» (Cavallari). Robinson prosegue e capovolge il romanzo d' avventura e di viaggio dei secoli precedenti; la sua penna conquista l' ignoto e l' immaginario alla realtà e alla conoscenza, anche puntigliosamente pratica e utilitaristica, dilatando per altro il viaggio a nuova allegoria morale dell' individuo moderno. Robinson è il nuovo homo oeconomicus, un protestante capitalista asceticamente dedito al lavoro; Defoe, che ha pure narrato in altri capolavori - poeticamente forse ancora più grandi - le spregiudicate gesta erotiche di Moll Flanders e Lady Roxana, fa di Robinson un personaggio senza vita sessuale, «Adamo senza Eva» (Cavallari): nella penultima pagina, matrimonio, paternità e vedovanza dell' eroe sono riassunti in due righe e mezza, su un totale di 300 pagine. Col buon selvaggio Venerdì Robinson vive in fraterna e democratica amicizia, ma egli è pure sovrano e signore dell' isola, avanguardia della colonizzazione bianca, incarnazione bifronte dell' ambiguità del progresso, che porta civiltà e dominio, libertà e nuove schiavitù, in una tragica spirale che segna il peccato originale della modernità.

In molte storie precedenti di mare e di naufragio, l' isola cui approdavano tanti fuggiaschi, ammutinati e ribelli, era un asilo, un luogo di purezza e libertà in cui sfuggire ai mali della storia e della società; per Robinson - come per tanti suoi imitatori - essa è invece dapprima patita come esilio dalla civiltà e poi goduta quasi come colonia. Profondamente religioso, Robinson è l' alfiere di una religione illuminista del progresso e della tecnica che poco a poco assorbe ogni trascendenza in una spietata e livellante secolarizzazione; come Ulisse dissolve con la sua razionalità l' incanto - e l' orrore - del mito, delle sirene e dei ciclopi, Robinson stritola la poesia della vita nella ferrea esecuzione del Progetto, nella finalità sociale cui vengono sottomesse tutte le diversità dell' esistenza e il romanzo è la poeticissima e sobria rappresentazione di questo trionfo della prosa borghese. Defoe è insieme neutrale cronista, fantasioso cantore e inevitabile smascheratore del nuovo homo oeconomicus destinato a dominare il mondo e del capitalismo, la forza più rivoluzionaria, sovversiva e sradicante della storia, con la sua vitalità creatrice, distruttiva e autodistruttiva come il fato. Non a caso egli è uno dei creatori se non il creatore - dopo Don Chisciotte - del romanzo moderno, il genere letterario che assume nella sua stessa forma la vitalità, la volgarità, la prosaicità, il compromesso, la contraddizione della modernità borghese. Defoe coglie questo mondo nei suoi grandi romanzi e pure lo incarna spregiudicatamente nel suo lavoro di grandissimo giornalista che, consapevole di quanto condizionata dal potere economico sia la libertà di stampa, riesce a dire la verità imbrogliando i suoi datori di lavoro, passando dai liberali ai conservatori per esprimere idee liberali, spesso stipendiato dagli uni quando lavora per gli altri, ricorda Cavallari. Come diceva Trevelyan, egli è il primo che vede morire il vecchio mondo con occhi moderni; il primo ad avvertire che l' Europa e l' Occidente non riuscivano più a capire, a esorcizzare, a integrare l' Altro che andavano scoprendo e conquistando né a sbarazzarsi del suo fantasma.

Come si conviene al capolavoro di un autore spesso squattrinato ma consapevole del nuovo ruolo del denaro e del mercato, Robinson Crusoe fu il primo bestseller della letteratura mondiale: nella bibliografia di Ullrich, edita nel 1898, si parla di 196 edizioni, molte delle quali uscite in pochissimi anni dopo la prima, e di 110 traduzioni (anche in gaelico, in bengali, in turco). Il romanzo ha avuto inoltre subito innumerevoli imitazioni e rifacimenti, specialmente in Germania; le cosiddette Robinsonaden, il cui numero oscilla intorno alle 200-250, anche se - come ho avuto modo di verificare direttamente, avendone lette un centinaio - è difficile stabilire una cifra precisa, perché spesso si sovrappongono e si plagiano a vicenda. C' è un Robinson olandese (1721), e negli anni seguenti un francese, un tedesco, un sassone, un nordico, un vestfalo, uno svedese, un americano, un inglese, uno slesiano, uno spagnolo, un basso-sassone, una Madamigella Robinson; ci sono anche un Robinson medico, un libraio e uno «filosofeggiante», c' è quello pedagogico di Campe (1779); altri romanzi non recano il nome nel titolo, ma ricalcano il naufragio sull' isola deserta, la costruzione della casa e dunque del mondo, l' incontro col selvaggio. Sono romanzi influenzati da Defoe, ma anche da altri testi come La storia dei Sevarambi del francese Denis Vairasse o La Terre Australe di Gabriel Foigny, pervasi da quell' inquietudine e da quella crisi della coscienza europea - magistralmente analizzata nel vecchio omonimo libro di Paul Hazard - che, svincolandosi dal classicismo assolutistico e dogmatico del Seicento e scoprendo nuovi mondi, metteva in discussione se stessa e sognava terre sconosciute e vergini quale teatro di utopie politico-morali, sede di favolosi regni di pace, di uguaglianza, di libertà religiosa, di comunità di beni e comunione sessuale. L' utopia è l' orizzonte di queste avventure di mare e di naufragio, il sogno di un felice Stato di natura, ma Robinson, l' uomo nuovo di questo sognato mondo nuovo, è in realtà la svolta della Storia che avanza a distruggere i presunti paradisi, anche se spesso quest' avanzata assume l' illusoria forma di una fuga, come accade nella più bella - l' unica veramente bella - robinsonata, L' Isola Felsenburg ovvero Meravigliosi destini di alcuni naviganti del tedesco Johann Gottfried Schnabel (1731), in cui diverse persone dalle travagliate vicende approdano all' isola per fondarvi un' utopica comunità patriarcale. Come accadrà, con ben altre inquietudini e profondità, nel mito dei Mari del Sud di Melville, Stevenson o Gauguin, l' isola è spesso paradiso erotico, libero e insieme innocente. Nel Joris Pines (1726), rifacimento di un testo più antico, la comune sessuale è anche comunità incestuosa e nel Robinson tedesco la madre del protagonista si accoppia pure a uno scimmione, dandogli dei figli. Licenziosità e moralismo edificante convivono spesso in questi romanzi, molti dei quali non sono meno dozzinali e melensi dell' Isola dei famosi, l' odierna robinsonata televisiva; il passato è ricco di bellezza e di stupidità come il presente.

Il mito di Robinson ha continuato a vivere in rielaborazioni pedagogiche, rifacimenti d' appendice, racconti per ragazzi come lo stucchevole Robinson svizzero del parroco Wyss, e testi di prima qualità, da Venerdì o il Limbo del Pacifico (1967) di Michel Tournier, in cui il selvaggio converte il borghese a una magica esistenza primitiva, alla Parete dell' austriaca Marlen Haushofer (1963), vicenda di una donna unica sopravvissuta a una misteriosa fine del mondo, sino a L' uomo nell' olocene (1979), forse il capolavoro di Max Frisch, anch' esso pervaso dal senso di irreparabile, ironica e tragica fine dell' individuo nell' alluvione della natura e della storia. La robinsonata totale, secondo Adorno, l' ha scritta Kafka, nei cui testi l' uomo è solo e naufrago in una realtà inesplicabile. Non c' è fine al naufragio, ma neanche inizio. Così come Selkirk, il marinaio naufragato le cui vicende hanno ispirato Defoe, aveva trovato sull' isola un altro arrivato prima di lui, Will il Mosquito, quasi ogni Robinson trova sulla sua isola un predecessore oppure tracce della sua permanenza: quello sassone trova un vecchio spagnolo, quello tedesco addirittura il cadavere di suo padre, altri trovano scritti di naufraghi morti da tempo, in cui si parla di altri naufraghi ancora più antichi e così via, in quel «pozzo del passato» che affascinava Thomas Mann e di cui non si tocca mai il fondo. L' origine è più incerta, inattingibile e infondata della fine; forse non esiste e il naufragio - il male, il dolore, l' insensatezza e la resistenza a tutto questo - si ripetono da sempre. Non per nulla Camus sceglie una frase di Defoe quale epigrafe per La peste.
Claudio Magris
Corriere della Sera  
domenica, 28 novembre, 2004 


IN RETE Su www.library.miami.edu/archives/crusoe/crusoe.html disegni originali e curiosità sulle prime edizioni (in inglese) il personaggio Solitario di successo Padre di tutti i naufraghi, Robinson Crusoe prese il largo nel mare della letteratura nel 1719. Per raccontarne le gesta di eroe solitario, vissuto 28 anni su un' isola deserta al largo del Sud America, il suo creatore Daniel Defoe si ispirò alla storia vera di Alexandre Selkirk, scozzese, naufragato nel 1705 sull' isola di Juan Fernandez (Cile) e tratto in salvo dopo quattro anni. Il successo del libro fu tale che l' autore, lo stesso anno, si affrettò a scriverne il sequel.



 
Questa edizione Feltrinelli del Crusoe, con traduzione e saggio introduttivo  dal titolo L'isola della modernita di Alberto Cavallari, è quella a cui fa riferimento Claudio Magris nello scritto apparso sul Corriere del 28 nov. 2004, che qui riproponiamo.



In virtù di uno spiccato ingegno, di un forte senso degli affari e di uno spirito inquieto e avventuroso, il personaggio di Robinson Crusoe ha trasceso le pagine in cui aveva visto la luce per rinnovare le proprie imprese in centinaia di rifacimenti, traduzioni e trasposizioni. Da reietto in balia delle onde, Robinson è divenuto così una delle icone dell'Occidente borghese e imperialista, riuscendo quasi a far dimenticare il romanzo che porta il suo nome. Di quel romanzo, consacrato come uno dei testi fondanti del realismo moderno, questa guida compie un'esauriente analisi, con l'intento di mostrare il valore della sua innovazione e le meccaniche della sua irresistibile affabulazione.

Riccardo Capoferro, Defoe: guida al Robinson Crusoe
Carocci Editore, 2003
  

Michel Tournier
Venerdì o il Limbo del Pacifico
Tournier ha "riscritto" il Robinson Crusoe, come avventura fantastica in cui è possibile decifrare l'eterna avventura dell'uomo. Vediamo dunque Robinson (ma intanto il racconto, rispetto a Defoe, è spostato in avanti di un centinaio d'anni), puritano di formazione quacchera, alle prese con il suo dramma: dopo aver vinto un imperioso desiderio di evasione, che gli promette smemoratezza, instaura un ordine autocratico, che mira a trasformare la natura lussureggiante dell'isola in una città-giardino rigorosamente pianificata. Costruisce fortificazioni e monumenti pubblici, promulga una costituzione e un codice penale, e, in uniforme di governatore-generale-amministratore, attende con puntiglio ai suoi compiti ufficiali: avviare il censimento delle tartarughe, presiedere la commissione legislativa della Costituzione, inaugurare un ponte di liane su un burrone... 
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