A.S. Byatt - La torre di Babele - Torino, 1997, pp.614.
Frederica Potter, dopo una giovinezza (laurea a Cambridge) trascorsa fra gente con la testa piena di libri, vive ingabbiata in un matrimonio, in campagna, fra ricca gente con la testa piena di cifre. Verso costoro, marito compreso, conservatori e amanti delle abitudini Old England, lei prova, come molti di noi verso la gente di "Forza Italia", una repulsione prima che etica o politica, semplicemente estetica. Con questi presupposti la vita coniugale ha vita breve, e con l'aiuto, anche materiale, dei vecchi amici di Cambridge, Frederica evade dalla prigione dorata. Londra dunque: la vita intellettuale che riprende, un lavoro presso un casa editrice come lettrice di manoscritti (c'è qualcuno che lo fa in Italia?), ed ecco l'incontro con La Torre del balbettìo, un greve malloppo a metà tra l'oscenità-Sade e l'utopismo-Fourier, che lei fa pubblicare. I fili narrativi s'intrecciano, il romanzo della Torre viene accolto nel romanzo che si sta leggendo, e il processo per oscenità intentato a tale opera si fonde, nella narrazione, col processo a Frederica per abbandono del tetto coniugale e si confonde con l'eco del processo a L'amante di Lady Chatterley, in un moltiplicarsi di piani narrativi e di riflessi da specchi di barbiere, cui la iperletterarietà del testo, scelta critico-estetica palese fin dalle prime righe, aggiunge perigliose complicazioni.
La narratologia anglosassone ha magistralmente diviso essenzialmente in due i procedimenti di scrittura: to show e to telling. Nel primo si mostra e dunque: mimesi, molti dialoghi, personaggi autonarrantesi, e tempo della narrazione coincidente col tempo narrato. Mentre nel secondo caso si racconta riassumendo e viceversa e dunque: diegesi, verbi narrativi e allocutivi per lo più al passato (o all'imperfetto), voce narrante onnisciente, sapienti ellissi. La Byatt opta per il to show decisamente, e invero ci mostra tutto, con un affollarsi di dettagli che ci induce, per dirla all'inglese, a vedere gli alberi e a perdere di vista la foresta. In più, l'uso di un fisso e cesareo presente storico immobilizza il racconto che pure ha una sua concisa nervosità in una istantanea permanente.
Il lettore impaziente e fast food stia lontano da quest'opera ponderosa e ambiziosa, destinata nelle intenzioni dell'autrice agli happy few, e che in certi momenti lambisce il capolavoro e in certi altri sembra il lucido resoconto di un esaurimento nervoso.