
Dino Buzzati - Il deserto dei tartari - Mondadori, Milano 2000
Solo poche parole su questo capolavoro che basta, da solo, a inscrivere Buzzati tra i più grandi narratori del '900, vicino a Kafka. ll suo romanzo è uno sguardo sull'ineluttabilità del tempo che scorre e sulla solitudine, forse anch'essa ineluttabile, dell'uomo.
Buzzati ci racconta la vita andata a male di Giovanni Drogo, inutilmente spesa nell'attesa assurda. La narrazione, dapprima lenta, accelera come un gorgo con la maturazione del protagonista, sottolineando e sostenendo il tempo non lineare, logaritmico, che fluisce insensibile e indifferente scandendo la vita del protagonista dapprima ignaro e poi tardivamente consapevole della corrente di vita e di morte che ci avviluppa.
Come in Pavese, c'è nel "Deserto" un senso dell'infanzia e dell'adolescenza come età felici in cui il progetto-uomo è ancora possibile e aperto, in contrapposizione all'età matura, segnata dal tempo trascorso e dalle speranze sepolte. La morte è una presenza costante ma non cupa, non terribile. Nonostante l'assenza consolatoria di un dio o di una speranza
ultraterrena, la morte è qui rappresentata come epilogo dignitoso e forse come eroico termine di tutte le sofferenze. Cupa e terribile può essere invece la vita quando ad essa non si è adatti, quando ad essa non ci si adatta.
Singolare è l'uso dello spazio e del movimento come metafora: la frontiera a difesa del nulla, la fortezza in alto, che pare a volte allungarsi verso il cielo, immensa da lontano e singolarmente piccola da vicino, così come ci pare il tempo che ci separa dalla morte nelle differenti età che viviamo.
Assurda è l'attesa infinita del nemico, o dell'evento che dona senso a tutta una vita, così come assurdo e quasi surreale è il fascino sottile che incatena a così inutile attesa . Surreale è ancora l'incontro moltiplicato, come attraverso un gioco di specchi, tra il vecchio capitano e il giovane tenente fresco di assegnazione: l'evento, nella sua assurdità ripetuta e assurdo nel suo ripetersi forse infinito, sottolinea una ciclicità che non
può rimandarci al ciclo eterno e conosciuto di giovinezza, vecchiaia, morte.
Grande, grandissimo narratore, Buzzati tocca e scandaglia la coscienza dell'uomo moderno per lasciarci il senso dell'assurdo, la cifra del tempo e della solitudine che scontiamo, anche senza saperlo.
Sven Klarisson

Un giudizio di Eugenio Montale

Chi ha fatto il nome di Kafka, a proposito del Deserto dei Tartari, merita di essere perdonato se non conosceva il precedente romanzo Barnabò delle montagne che svolge press'a poco lo stesso tema (la grandezza e la degnità della vita in solitudine) e che presenta il primo personaggio veramente originale di Buzzati: una cornacchia. Fin da allora doveva essere chiaro che gli animali ( e gli uomini) di Buzzati appartengono al mondo interiore di un uomo per cui esiste una verità, sebbene nascosta, e una vita, sebbene tradita dall'uomo, che merita d'esser vissuta. La rivolta di Kafka è veramente senza speranza, il dottor Bucefalo può anche parlare e tenere cattedra, ma noi sentiamo che la sua carne squartata finirà sui banchi di una macelleria di Praga; mentre la cornacchia di Buzzati finirà impagliata nel favoloso presepe di un uomo che parte avendo già trovato qualcosa. Battete e vi sarà aperto; e a Buzzati difficilmente qualche porta resterà chiusa. Certo, in lui pure il senso della solitudine umana è fondamentale.. Anche il sottotenente Drogo, il protagonista del Deserto, è un uomo che come il personaggio centrale del Processo e del Castello attende qualcosa che non viene; attende di essere introdotto, non già dinanzi al Giudice o al Padrone, ma di fronte al fatto, al segno, al fiat che dia un senso alla sua vita. Militare, attende il nemico sugli spalti di un forte Bastiani abbagliato dal miraggio di una Tartaria favolosa. Ma quando il nemico si profila all'orizzonte, Drogo è già un vecchio colonnello pieno di acciacchi e deve lasciare il posto ad altro ufficiale. Morirà sulla via del ritorno...
[...]
Una più lunga esemplificazione mostrerebbe che i temi vivi di Buzzati sono sempre gli stessi e che il processo che questo scrittore intenta all'uomo (all'uomo corrotto dalla vita che egli accetta di fare) non coinvolge mai il regolatore supremo dell'esistenza, la Divinità. Non crepuscolare, perché alieno da ogni dilettazione estetizzante, non esistenzialista perché mancante affatto del gusto e del piacere dello scacco, del fallimento, Buzzati è un favolista essenzialmente cristiano, un narratore che ha la semplicità dei temperamenti classici.
[...]
Irrealismo costituzionale, senso del magico quotidiano, novecentismo surreale, disimpegno assoluto (engagement alla rovescia) dai problemi del nostro tempo, art pour l'art non risolta in senso stilistico, ma concentrata nei giochi di una quasi astratta immaginazione, questi ed altri furono i connotati a lui attribuiti dalla critica: la quale, se non lo trascurò lo mise a parte come un caso isolato, in ciò aiutata dallo scrittore stesso, candidamente ignaro di quel sottobosco cenacolare in cui si svolge la così detta politica letteraria.
Esempio 1
Riassunto della trama:
Un giovane ufficiale di prima nomina giunge a cavallo al presidio di una fortezza di confine, attende per lunghi anni il momento decisivo della sua carriera, nella fattispecie l'attacco del nemico. Passano molti anni, l'ufficiale invecchia, viene messo in pensione e mentre torna alla sua città incontra un suo sosia, anch'egli a cavallo, che prenderà il suo posto: giovane, com'era giovane lui molti anni prima, e destinato alla medesima attesa senza fine.
(Eugenio Montale)


Su "Il deserto dei Tartari"
M. Carlino, "Come leggere 'Il deserto dei Tartari'", Mursia, Milano,
G. Fanelli, "Le tre edizioni del 'Deserto dei Tartari'", in "Il
lettore di provincia", aprile 1988.
F. Livi, "'Le désert des Tartares', Profil d'une oeuvre", Hatier,
Parigi, 1973.
E. Mazzali, "Introduzione all'edizione scolastica del "Deserto dei
Tartari" e di dodici racconti, Mondadori, Milano, 1966.
P. Pancrazi, "'Il deserto dei Tartari' di Buzzati", in "Scrittori
d'oggi", 4, Laterza, Bari, 1946.
A. Sala, "Introduzione al 'Deserto dei Tartari'", Oscar Mondadori,
Milano, 1966.
1.
Nominato ufficiale, Giovanni Drogo partì una mattina di settembre dalla città per raggiungere la Fortezza Bastiani, sua prima destinazione.
Si fece svegliare ch’era ancora notte e vestì per la prima volta la divisa di tenente. Come ebbe finito, al lume di una lampada a petrolio si guardò nello specchio, ma senza trovare la letizia che aveva sperato. Nella casa c’era un grande silenzio, si udivano solo piccoli rumori da una stanza vicina; sua mamma stava alzandosi per salutarlo. Era quello il giorno atteso da anni, il principio della sua vera vita. Pensava alle giornate squallide all’Accademia militare, si ricordò delle amare sere di studio quando sentiva fuori nelle vie passare la gente libera e presumibilmente felice; delle sveglie invernali nei cameroni gelati, dove ristagnava l’incubo delle punizioni. Ricordò la pena di contare i giorni ad uno ad uno, che sembrava non finissero mai.
Adesso era finalmente ufficiale, non aveva più da consumarsi sui libri né da tremare alla voce del sergente, eppure tutto questo era passato. Tutti quei giorni, che gli erano sembrati odiosi, si erano oramai consumati per sempre, formando mesi ed anni che non si sarebbero ripetuti mai. Sì, adesso egli era ufficiale, avrebbe avuto soldi, le belle donne lo avrebbero forse guardato, ma in fondo - si accorse Giovanni Drogo - il tempo migliore, la prima giovinezza, era probabilmente finito. Così Drogo fissava lo specchio, vedeva uno stentato sorriso sul proprio volto, che invano aveva cercato di amare. Che cosa senza senso: perché non riusciva a sorridere con la doverosa spensieratezza mentre salutava la madre? Perché non badava neppure alle sue ultime raccomandazioni e arrivava soltanto a percepire il suono di quella voce, così familiare ed umano? Perché girava per la camera con inconcludente nervosismo, senza riuscire a trovare l’orologio, il frustino, il berretto, che pure si trovavano al loro giusto posto? Non partiva certo per la guerra! Decine di tenenti come lui, i suoi vecchi compagni, lasciavano a quella stessa ora la casa paterna fra allegre risate, come se andassero a una festa. Perché non gli uscivano dalla bocca, per la madre, che frasi generiche vuote di senso invece che affettuose e tranquillanti parole? L’amarezza di lasciare per la prima volta la vecchia casa, dove era nato alle speranze, i timori che porta con sé ogni mutamento, la commozione di salutare la mamma, gli riempivano sì l’animo, ma su tutto ciò gravava un insistente pensiero, che non gli riusciva di identificare, come un vago presentimento di cose fatali, quasi egli stesse per cominciare un viaggio senza ritorno.
L’amico Francesco Vescovi lo accompagnò a cavallo per il primo tratto di strada. Lo scalpitio delle bestie risuonava nelle strade deserte. Albeggiava, la città era ancora immersa nel sonno, qua e là agli ultimi piani qualche persiana si apriva, comparivano facce stanche, apatici occhi fissavano per un momento la nascita meravigliosa del sole.
I due amici non parlavano. Drogo pensava a come potesse essere la Fortezza Bastiani, ma non riusciva a immaginarla. Non sapeva neppure esattamente dove si trovasse, né quanta strada ci fosse da fare. Alcuni gli avevano detto una giornata di cavallo, altri meno, nessuno di coloro a cui aveva chiesto c’era in verità mai stato. Alle porte della città, Vescovi cominciò vivacemente a parlare delle solite cose, come se Drogo andasse a una passeggiata. Poi, a un certo punto:
“Vedi quel monte erboso? Sì, proprio quello. Vedi in cima una costruzione?” diceva. “E’ già un pezzo della Fortezza, una ridotta avanzata. Ci sono passato due anni fa, mi ricordo, con mio zio, per andare a caccia.”
Erano oramai usciti dalla città. Cominciavano i campi di granturco, i prati, i rossi boschi autunnali. Per la strada bianca, battuta dal sole, avanzavano i due fianco a fianco. Giovanni e Francesco erano amici, vissuti insieme per lunghi anni, con le stesse passioni, le stesse amicizie; si erano visti sempre ogni giorno, poi Vescovi si era fatto grasso, Drogo invece era diventato ufficiale e adesso sentiva come l’altro fosse oramai lontano. Tutta quella vita facile ed elegante oramai non gli apparteneva più, cose gravi e sconosciute lo attendevano. Il suo cavallo e quello di Francesco - gli pareva - avevano già un passo diverso, uno scalpitare, il suo, meno leggero e vivace, come un fondo di ansia e fatica, come se anche la bestia sentisse che la vita stava per cambiare.
Erano giunti in cima a una salita. Drogo si voltò indietro a guardare la città contro luce; fumi mattutini si alzavano dai tetti. Vide di lontano la propria casa. Identificò la finestra della sua stanza. Probabilmente i vetri erano aperti, le donne stavano mettendo in ordine. Avrebbero disfatto il letto, chiuso in un armadio gli oggetti, poi sprangato le persiane. Per mesi e mesi nessuno ci sarebbe entrato, tranne la paziente polvere e nei giorni di sole tenui strisce di luce. Eccolo rinserrato nel buio, il piccolo mondo della sua fanciullezza. La madre l’avrebbe conservato così affinché lui tornando ci si ritrovasse ancora, perché lui potesse là dentro rimanere ragazzo, anche dopo la lunga assenza; oh, certo lei si illudeva di poter conservare intatta una felicità per sempre scomparsa, di trattenere la fuga del tempo, che riaprendo le porte e le finestre al ritorno del figlio le cose sarebbero tornate come prima. L’amico Vescovi qui lo salutò affettuosamente e Drogo continuò solo per la strada, avvicinandosi alle montagne. Il sole era a picco quando giunse all’imbocco della valle che conduceva alla Fortezza. A destra, in cima a un monte, si vedeva la ridotta che il Vescovi gli aveva indicato. Non sembrava che ci dovesse essere ancora molta strada. Ansioso di arrivare, Drogo, senza fermarsi a mangiare, spinse il cavallo già stanco su per la strada che si faceva ripida e incassata fra precipitosi costoni. Gli incontri erano sempre più rari. A un carrettiere Giovanni domandò quanto tempo ci fosse per arrivare alla Fortezza.
“La fortezza?” rispose l’uomo “quale fortezza?”
“La Fortezza Bastiani” disse Drogo.
“Da queste parti non ci sono fortezze” fece il carrettiere. “Non l’ho mai sentito dire.”
Evidentemente era male informato. Drogo riprese il cammino e avvertiva una sottile inquietudine man mano che il pomeriggio avanzava. Egli scrutava i bordi altissimi della valle per scoprire la Fortezza. Immaginava una specie di antico castello con muraglie vertiginose. Passando le ore, sempre più si convinceva che Francesco gli aveva dato una informazione sbagliata; la ridotta da lui indicata doveva essere già molto indietro. E si avvicinava la sera. Guardateli, Giovanni Drogo e il suo cavallo, come sono piccoli sul fianco delle montagne che si fanno sempre più grandi e selvagge. Egli continua a salire per arrivare alla Fortezza in giornata, ma più svelte di lui, dal fondo, dove romba il torrente, più svelte di lui salgono le ombre. A un certo punto esse si trovano proprio all’altezza di Drogo sul versante opposto della gola, sembrano per un momento rallentare la corsa, come per non scoraggiarlo, poi scivolano su per i greppi e i roccioni, il cavaliere è rimasto di sotto. Tutto il vallone era già zeppo di tenebre violette, solo le nude creste erbose, a incredibile altezza, erano illuminate dal sole quando Drogo si trovò improvvisamente davanti, nera e gigantesca contro il purissimo cielo della sera, una costruzione militaresca che sembrava antica e deserta. Giovanni si sentì battere il cuore poiché quella doveva essere la Fortezza, ma tutto, dalle mura al paesaggio, traspirava un’aria inospitale e sinistra.
Girò attorno senza trovare l’ingresso. Benché fosse già scuro nessuna finestra era accesa, né si scorgevano lumi di scolte sul ciglio dei muraglioni. Solo un pipistrello c’era, che oscillava contro una nube bianca. Finalmente Drogo provò a chiamare: “Ohilà!” gridò “C’è nessuno?”.
Dall’ombra accumulata ai piedi delle mura sorse allora un uomo, un tipo di vagabondo e di povero, con una barba grigia e un piccolo sacco in mano. Nella penombra però non si distingueva bene, solo il bianco dei suoi occhi dava riflessi. Drogo lo guardò con riconoscenza. “Di chi cerchi, signore?” domandò.
“La Fortezza cerco. E’ questa?”
“Non c’è più fortezza qui” fece lo sconosciuto con voce bonaria. “E’ tutto chiuso, saranno dieci anni che non c’è nessuno.” “E dov’è la Fortezza allora?” chiese Drogo, improvvisamente irritato contro quell’uomo.
“Che Fortezza? Forse quella?” e così dicendo lo sconosciuto tendeva un braccio, ad indicare qualcosa. In uno spiraglio delle vicine rupi, già ricoperte di buio, dietro una caotica scalinata di creste, a una lontananza incalcolabile, immerso ancora nel rosso sole del tramonto, come uscito da un incantesimo, Giovanni Drogo vide allora un nudo colle e sul ciglio di esso una striscia regolare e geometrica, di uno speciale colore giallastro: il profilo della Fortezza. Oh, quanto lontana ancora. Chissà quante ore di strada, e il suo cavallo era già sfinito. Drogo la fissava affascinato, si domandava che cosa ci potesse essere di desiderabile in quella solitaria bicocca, quasi inaccessibile, così separata dal mondo. Quali segreti nascondeva? Ma erano gli ultimi istanti. Già l’ultimo sole si staccava lentamente dal remoto colle e su per i gialli bastioni irrompevano le livide folate della notte sopraggiungente.