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Harold Bloom - Canone occidentale - Bompiani, Milano1996 


Chi siamo noi, oggi, "occidentali"? Qual è la nostra identità –storica politica etica culturale – alla soglia del terzo millennio? È vero che la stiamo perdendo, l'identità faticosamente costruita, se non l'abbiamo già perduta? Ci sono voluti più di duemila anni per costruirla, bene o male, così com'è e non sono pochi quelli che temono che saranno sufficienti poche decine di anni ancora e il grandioso castello andrà definitivamente a gambe all'aria. Siamo assediati da tutte le parti. Assaliti da nemici spesso partoriti dalle stesse viscere della civiltà occidentale. Oramai non è solo la Lega di Bossi che ci mette in guardia. Lo fa anche Beppe Grillo, da tutt'altra sponda. E la stessa misericordia della Chiesa (che pure «ha così gran braccia», scriveva il Poeta) deve fare i conti con l'istinto di sopravvivenza. Magdi Allam (che conosce Occidente e Islam come le proprie tasche) scriveva sul Corriere: «[…] s'impone una seria riflessione su che cosa sta succedendo in quest'Italia che dopo essersi innamorata del velo islamico e aver legittimato la presenza delle donne velate in tutti i luoghi pubblici, si sta piegando sempre più ai diktat dei predicatori della sharia, la legge islamica, permettendo … che le ragazze crescano discriminate e talvolta segregate nelle proprie case-carceri affinché non vengano "contaminate" dalla società occidentale "perversa". Ci rendiamo conto che il vero velo, questo sì integrale, è quello che ci sta obnubilando la mente e portandoci diritti verso il suicidio della nostra civiltà?».

L'uomo occidentale. Cerchiamo allora di ricostruirne i tratti fondamentali. Partiamo dalle pietre che ne sono a fondamento. I libri e gli autori che l'hanno fatta, ci hanno fatti quali siamo. Bisogna arrampicarsi sugli scaffali alti delle nostre biblioteche. Andare alla ricerca di un libro fondamentale per ognuno di noi. Un libro che, forse, finì a suo tempo nel tritacarne dei recensori di professione, quelli che consigliano i libri da leggere settimana per settimana. Laddove questo cui mi riferisco è un libro da leggere e rileggere: per sapere chi siamo, per conoscere come siamo diventati quello che siamo diventati, per decifrare quale destino ci aspetta dietro l'angolo – almeno in termini di perdita – se gettiamo via l'universo di fantasmi e di sogni che abbiamo costruito in tanti secoli. Sto parlando di Harold Bloom e delle 428 pagine del suo Canone occidentale. Un libro che, quando uscì, provocò qualche fuoco di paglia tra gli "addetti ai lavori" ma che, appena appena uscito, finì sugli scaffali alti delle biblioteche. Dove vanno i libri nobili, magari, ma poco sfogliati. Eppure le domande che poneva e ripropone (che cosa vale la pena leggere all'interno della grande tradizione letteraria occidentale? e che cosa è, poi, che fa il letterario essere letterario, appunto? qual è il rapporto tra la letteratura e il Tempo, tra la letteratura e la morte?) sono domande serissime. E fondamentali oggi, a inizio del nuovo millennio tanto più se l'occidente, sopraffatto da una incondita e molteplice globalizzazione, sembra che stia per chiudere bottega.

Che cosa è il canone? e che senso ha l'aggettivo, occidentale, che
lo accompagna? Il canone, in un senso immediato e banale, altro non è che l'elenco, il catalogo – normativo – dei libri che ogni studente dovrebbe leggere per essere padrone del filo conduttore, almeno, della tradizione letteraria occidentale. Ma a Bloom non basta tracciare il diagramma dei 26 grandissimi che hanno fatto l'immaginario letterario della nostra civiltà. Per canone, Bloom sottintende la lotta tra il Tempo e la Memoria. Tra il Tempo che si fa ininterrottamente tra infiniti episodi di cui pochissimi sono significativi e moltissimi sono, invece, scorie, ridondanze che ripercorrono sentieri già percorsi, e la Memoria che è costretta a scegliere – per volgari ragioni economiche: non si può ricordare tutto di tutto! – se vuole veramente conservare. Pretendere di  conservare tutto significa, in effetti, non conservare niente, alla fine. Un coacervo mostruoso di fatti più simile all'inverosimile catalogo di Bouvard e Pécuchet che all'ordine, distillatissimo, in cui la Memoria previdente e paziente sa conservare ciò che è significativo conservare. E non altro. Se si vuole avere Speranza. Anche se, oggi, "la speranza si vede ridotta". Leggere, e tanto più leggere opere letterarie, è, dunque, innanzitutto un trovare se stessi al di là delle croste che ci hanno attaccato addosso le ideologie, le storie, le società con i loro assetti, pregiudizi e contrasti. «Di contro all'atteggiamento che riduce l'estetica a ideologia», Bloom sollecita
«una testarda resistenza il cui unico scopo consiste nel preservare
la poesia nella sua pienezza e purezza».
Ma quali caratteri deve avere un'opera letteraria perché possa entrare nel canone? perché Dante sì e Petrarca Ariosto Leopardi no (tanto per restare nei confini della nostra provincia)? e perché è Shakespeare a occupare il vertice del canone? Per rispondere bisogna partire da capo. Anzi da un punto insospettabile: dalla nozione di angoscia. «C'è sempre qualcosa in anticipazione della quale siamo ansiosi, se non altro di aspettative che saremo chiamati ad attuare» e «un'opera letteraria suscita anch'essa aspettative che deve soddisfare o cesserà di essere letta». Deve soddisfare letterariamente nel senso che gli sbandamenti dell'umanità, di cui la letteratura si carica, vengono presi in carico, vengono trasferiti in letteratura, appunto. La letteratura è, in fondo, un'isola fatta di parole che, a loro volta, danno vita a immagini che, a loro volta ancora, assumono su di sé i drammi radicali dell'uomo: a partire da quello della paura della morte che «nell'arte della letteratura viene trasmutata nella cerca della canonicità, per congiungersi con la memoria comunitaria o societaria». A questo punto non c'è spazio per una letteratura che aspiri a essere tale solo per il fatto di essere portatrice di una determinata ideologia. Non basta, insomma, essere politicamente corretto per essere – un romanzo, una poesia, un dramma – anche letterariamente accettabile e degno di entrare nel canone letterario. È l'opera letteraria che, con la sua "originalità", la sua "capacità cognitiva" ovvero la capacità di aprirci gli occhi su mondi sconosciuti, la sua "esuberanza espressiva" che investe il "politico" (corretto o scorretto che sia!) e lo fa diventare poesia, appunto. E l'isola letteraria non è del tutto un'isola! Shakespeare non ha limiti che lo frenino: né in alto né in basso. Niente gli è estraneo e niente gli è precluso: perché non ha fini precostituiti, obiettivi prefabbricati, convinzioni da trasmettere. La sua opera non ha quella pregnanza profetica che è la forza ma anche il limite, se è un limite, di Dante: per cui Dante – con Cervantes – si pone a ridosso, appena a ridosso, di Shakespeare. E, nel mettere questi paletti, Bloom risponde anche al quesito del perché Tizio sì e Caio no!
Ma se Shakespeare è il vertice del canone, è – poi – Amleto il centro di questo vertice. In Amleto si riassumono i drammi e le debolezze radicali dell'uomo. E dell'uomo, anche o soprattutto, in quanto uomo che legge e legge opere letterarie. Leggere è, in generale, un atto solitario. Leggere un'opera letteraria lo è ancora di più. Una pratica che ognuno può affrontare/deve affrontare solo nel chiuso di se stesso. Ed è sempre un dialogo e una lotta, un fare i conti con il se stesso più profondo. Un fare i conti con il Tempo, con il cambiamento, con la Memoria, con la morte in definitiva. Ed è questo appunto, quello che fa dal primo verso del primo atto all'ultimo verso dell'ultimo atto, Amleto. Anche quando non è in scena ma se ne sente, comunque, la presenza. Inquieta. Inquietante: per chi sa leggerlo, per chi sa leggersi. Questo siamo noi, fissati nei nostri libri: secondo i raffinatissimi parametri di Bloom.

Corrado Ruggiero
dalla Rivista "Nuova Secondaria, 8 - 2008".


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dal 18 aprile 2008
E' l'opera più importante di Bloom. Il volume esplora la letteratura dell'Occidente concentrandosi sulle opere di 26 autori centrali del Canone che non è una "classifica" o un "consiglio di letture", bensì la sintesi, la sostanza che la lunga tradizione letteraria dell'Occidente ha definitivamente depositato e reso incontrovertibile, nelle nostre coscienze. Bloom insiste sull'"autonomia dell'estetico": l'apprezzamento della letteratura, sostiene, è valido in sé e per sé, al di fuori di problematiche attinenti al meccanismo sociale.
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