Alain Badiou - La Comune di Parigi - Cronopio 2004 

  A intervalli più o meno regolari, soprattutto nel corso di periodi di radicale rimescolamento e di crisi delle tradizionali forme di associazionismo politico, capita di ascoltare, attraverso l’opera di saggisti letterari e pensatori politici, dei veri e propri manifesti programmatici che hanno come obiettivo lo smantellamento totale e irreversibile dei partiti, ovvero del sistema di aggregazione politica che è uno dei principi-cardine delle democrazie liberali (e non solo). È, questo, un pensiero che ha trovato in Pier Paolo Pasolini e Simone Weil due formidabili interpreti. La capacità di approfondita analisi sociale e l’attitudine quasi naturale alla promozione di nuove forme di interazione politica, oltre che di denuncia delle storture nate dalla deriva delle ideologie applicate ai partiti di massa (quella che Lenin definiva “partiticità”) hanno spesso attirato su questi pensatori le accuse di eresia e, nel migliore dei casi, di sprovvedutezza politica. Nel solco di questa provocatoria e feconda tradizione si inscrive anche La Comune di Parigi, l’ultimo saggio di Alain Badiou, pubblicato dalle edizioni Cronopio (pp. 69, 6,50 euro). Il volume (che raccoglie il testo di una conferenza parigina tenuta nel gennaio 2003 alla Maison des écrivains nell’ambito di un ciclo di interventi sui rapporti tra storia e politica) indaga un avvenimento fondamentale nella storia moderna della Francia e del suo futuro assetto istituzionale e politico: la rivoluzione del 18 marzo 1871 a opera delle masse operaie e popolari di Parigi contro il governo centrale francese nota, appunto, come Comune di Parigi. 




















Partendo dall’amara constatazione (purtroppo non inedita, in realtà, nemmeno dalle nostre parti) per cui “oggi ricordiamo poco, ricordiamo male (…). Di recente la Comune è stata eliminata dai programmi di storia” Badiou appronta una affascinante tipologia dello strappo rivoluzionario comunardo in cui risuonano i concetti – cari al suo lessico filosofico – di sito, singolarità, evento e logica (che potrebbero risultare un po’ oscuri ai lettori digiuni di filosofia, se Badiou stesso non si affrettasse, come invece correttamente fa, a sciogliere i nodi più complessi del suo discorso con esempi sempre chiari e puntuali). Continuamente oscillando tra il recupero della verità storica e la sua scomposizione in “pacchetti concettuali” in più punti davvero decisivi per capire lo stato attuale delle cose, Badiou restituisce alla sua prorompente forza originaria l’agire politico che aveva guidato le masse operaie parigine, liberandolo dalle catene della storicizzazione e della museificazione coatta (“la commemorazione è anche ciò che impedisce ogni riattivazione”). Il nocciolo strettamente politico (come del resto indica anche il sottotitolo: Una dichiarazione politica sulla politica) del pamphlet di Badiou è che la Comune è il primo e unico momento nella storia delle masse proletarie e operaie in cui “non si  rimette il proprio destino nelle mani dei politici competenti (…) in cui ci si propone di fronteggiare la situazione con le sole risorse del movimento  proletario (…) La Comune può essere descritta in questi termini: è una dichiarazione di rottura contro la sinistra”. La conclusione è amara: “Evidentemente è proprio questo che si è fatto pagare nel sangue ai comunardi (…) Il nostro problema è ritornare a quanto è stato vivo, anche se sconfitto, nella Comune (…) Il compito attuale (…) è la creazione di una disciplina che si sottragga al dominio dello stato e che sia politica da parte a parte”. Nel progredire inesorabile del ragionamento di Badiou (uno degli ultimi intellettuali europei che ancora, orgogliosamente e con ostentazione quasi provocatoria, si definisce “comunista”) c’è posto anche per numerose letture dell’attualità sociale e culturale non solo d’oltralpe, come ad esempio la tendenza - ormai raffinatissima - al mascheramento sistematico della verità, frutto della subalternità al potere da parte dei mezzi di comunicazione di massa: “ La forza repressiva dei versagliesi (a Versailles si era raccolto lo sbandato governo centrale francese, n.d.r.) si accompagna a una propaganda che de-singolarizza sistematicamente la Comune, per presentarla come un insieme mostruoso di fatti (…) Di qui alcuni enunciati straordinari, come quello apparso nel giornale conservatore Le Siècle, il 21 maggio del 1871, nel mezzo dei massacri degli operai: “La difficoltà sociale è risolta o in via di risoluzione””. Non si potrebbe dire meglio, chiosa ironicamente Badiou. Si potrebbe eccome, ribattono in coro numerosi direttori di giornali e tg.  

Piero Sorrentino



Esempio 1
Mettendo all'opera i concetti di "sito", "singolarità" ed "evento", Badiou mostra che la "verità" della Comune di Parigi è consistita nel far venire all'esistenza politica assoluta qualcosa che non aveva valore di esistenza: una molteplicità di operai sconosciuti che rompono, per la prima volta, con il destino parlamentare dei movimenti operai e popolari. Da questo punto di vista, ricordare la Comune significa per Badiou riattivare la capacità di rompere con la "sinistra", ovvero con quel "personale politico parlamentare che si dichiara il solo capace di assumere le conseguenze generali di un movimento politico popolare singolare". 

Maximilien Luce - "La Commune" - Olio su tela - 1903-1905 - Parigi - Musée d'Orsay
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Piero Sorrentino
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