Alberto Arbasino su InternetBookShop

Tell a friend about this page
Alberto Arbasino - Super-Eliogabalo - Adelphi,  Milano 2001

Appunti di lettura

«Super-Eliogabalo, scritto nel '68, era la trama finita male di un giovane facoltoso rivoluzionario in lotta contro ben quattro madri terribili, tutte anni Trenta e Parioli, volpi bianche e telefoni bianchi, e in polemica col Pontefice, un personaggio drammatico perché a capo di  una gang di produttori di miracoli, però essendo l'unico a credere davvero  in Dio. Ma non potendolo confessare a nessuno, per non venir preso in giro dai dipendenti. (Eliogabalo finisce come Gianciacomo, ma prima).»
Con queste parole Alberto Arbasino ricordava sul Corriere della Sera del 17/3/2002 la prima edizione di questo romanzo e l'amico Giangiacomo Feltrinelli.
Occorre dire che la presentazione del benevolo autore sembrerebbe promuovere un manufatto letterario molto vicino al romanzo (trame, personaggi, un cenno d'azione). Niente di più lontano dalla realtà dei fatti oltre che dall'intenzione dello stesso Arbasino che mai ha scritto romanzi bensì anti-romanzi. E si fa fatica a rintracciare sulla pagina scritta anche quel  plot sunteggiato dallo stesso autore. Arbasino detesta il romanzo come narrazione consecutiva (lo ritiene una forma defunta) e concede il dato narrativo-realistico solo  in un contesto parodico, annegato nel pastiche. Ha letto tutti gli strutturalisti e conosce tutte le Funzioni narrative ed è tanto  Lector in fabula che neanche per scherzo aprirebbe  una narrazione  o una trama proliferante  con un ingenuo e sapientissimo «Era una bellissima giornata di fine novembre», com'è accaduto all'ironico e sapientissmo Umberto Eco de Il nome della rosa.
E dunque... solo elenchi e lacerti saggistici e tirate macrologiche e intarsi di citazioni e descrizioni ridondanti e poesiole fumiste  e filastrocche e avanguardismi vari  e nonsense e calembour (traTotò e Artaud) e parodie e  musical... e narrazioni sì, ma a flash, che per lo più si concludono con battutine non sempre fulminanti.

Per "capire" Arbasino e tentare di leggere Super-Eliogabalo bisogna avere davanti agli occhi Las Vegas, quel luogo in cui nella laguna di Venezia si specchia il Palazzo dei Cesari e sui cristalli della down town nuiorchese si riflette la Sfinge egizia. Analogamente, sullo stesso asse temporale, azzerando gli evi, tutto viene quì disposto in un "adesso"  narrativo atemporale ed eterno in un fuori porta romano ed ostiense dove si esce dalla lettiga di Eliogabalo per entrare in un supermarket.
In Super-Eliogabalo Arbasino dilata alcuni tratti di Gadda (soprattutto del Pasticciaccio dove le Lavinie  verduraie e i Romoli questurini di oggi  forniscono gli agganci per quelli di ieri). L'Eternità di Roma, infatti, è colta metastoricamente in un continuo rimando dalla Decadenza, il periodo dell'Impero Romano  più amato dai tempi di Huysmans - che invero sembra essere iniziato col primo Imperatore -,   e l'Oggi e viceversa, in una sovrapposizione giocosa e iperculta, in una parodia fine e dissacrante senza fine...
Ma molto materiale visivo di questo libro proviene diretto dai peplum degli anni '60, dai film di Ercole e Maciste per intenderci...

Fedele alla poetica del «lasciatemi divertire» del sempre amato Palazzeschi,  tutta la  scrittura di Arbasino è un rutilante e fantasmagorico ed enciclopedico collage di tutti gli stili, di tutte le poetiche, di tutti i libri della civiltà occidentale. O meglio: la messa in tensione ed interazione di tutte queste cose per vedere... l'effetto che fa. Professional kitch e camp (e trash) sono le parole chiave della sua poetica, cui bisogna aggiungere Kulturkritik (in ombra in queste pagine rispetto agli altri ingredienti ), il tutto fondendo il livello culturale alto e quello plebeo, il sublime ed il pecoreccio, evitando come la peste lo stile medio e impostato e il midcult.
Ciò vuol dire che davanti (e dietro) e prima (e dopo) di questa gigantesca voglia di giocare leggermente col dato culturale,  c'è una civile e sottile polemica contro tutti i luoghi comuni, le idee ricevute, le pigrizie mentali del nostro tempo. Un fondo "moraliste", dunque,  seppur di un uomo che come diceva Pasolini s'è «amputato tutti i sentimenti». Arbasino si diverte  (perculeggia direbbero a Roma) e il suo impegno parrebbe il più disimpegnato impegno che si conosca se non sapessimo che egli ha rinunciato ad ogni Idea-forza, all'ossequio di un'Idea Centrale, all'obbedienza di una  Ideologia, all'ancoraggio ad un  Punto di Riferimento, conducendo una personale  e solitaria (e negli ultimi tempi assillante, vedi le lettere spedite a tutti i quotidiani) battaglia a favore dell'intelligenza critica, del persiflage colto, del marameo scettico che spesso mi sembra barcollare -  tanto è ossessiva la sua insistenza sugli stessi temi -   sul crinale di una "disperazione" nichilista.

Il lettore medio  stia lontano da questo libro exclusive destinato agli
happy few probabilmente omosessuali, a quell'Internazionale gay (o
Homintern secondo la stessa dicitura di Arbasino) che si aggira tra la moda, il cinema, il jet e lo smart set. L'estetica di questo lavoro è infatti tutta dentro i codici gnomici e visivi e retorici  della comunità gay internazionale. Da lettore affezionato di Arbasino - ho amato Certi romanziUn paese senza e Fratelli d'Italia e gli debbo molte dritte nel campo del sapere letterario -, ma soggiogato da opzioni sessuali etero (nessuno è perfetto!), spesso ho avuto, mentre leggevo, la sensazione di aver sbagliato film, d'essere entrato nella chat sbagliata, di sfogliare la rivista Babylonia... troppo strass, troppo bistro, troppi lustrini, troppo lamé... E l'accumulo di dati e di particolari superflui e di citazioni testuali e intertestuali tesi a creare l'effetto Festa Barocca dà, alla lunga, un senso di nausea e sazietà. Troppi culi in libertà, signora mia.

(Spesso mi sono chiesto perché i libri di Arbasino non vengano quasi mai tradotti all'estero, neanche in Francia, nazione a lui più di ogni altra consentanea, e dove una traduzione non viene negata a nessuno sia esso Addamo o Ferrandino. Forse perché Arbasino fa troppo il Parigino fra gli Ottentotti, e, a Parigi, che hanno i parigini autentici, sono attratti perlopiù dal tipico e dal "primitivo" italiano, ossia dai nostri Ottentotti).

Alfio Squillaci


Cerca in questo Sito o nel web Servizio fornito da FreeFind

La Frusta! Cerca nel Web
<<<Torna all'indice Recensioni
Vitam Heliogabali Antonini, qui Varius etiam dictus est, numquam in litteras misissem, ne quis fuisse Romanorum principem sciret, nisi ante Caligulas et Nerones et Vitellios hoc idem habuisset imperium. Sed cum eadem terra et venera ferat et frumentum atque alia salutaria, eadem serpentes et cicures, conpensationem sibi lector diligens faciet, cum legerit Augustum, Traianum, Vespasianum, Hadrianum, Pium, Titum, Marcum contra hos prodigiosos tyrannos.  Simul intelleget Romanorum iudicia, quod illi et diu imperarunt et exitu naturali functi sunt, hi vero interfecti, tracti, tyranni etiam appellati, quorum nec nomina libet dicere. Igitur occiso Macrino eiusque filio Diadumeno, qui pari potestate imperii Antonini etiam nomen acceperat, in Varium Heliogabalum imperium conlatum est, idcirco quod Bassiani filius diceretur. Fuit autem Heliogabali vel Iovis vel Solis sacerdos atque Antonini sibi nomen adsciverat vel in argumentum generis vel quod id nomen usque adeo carum esse cognoverat gentibus, ut etiam parricida Bassianus causa nominis amretur.  Et hic quidem prius dictus est Varius, post Heliogabalus a sacerdotio dei Heliogabali, cui templum Romae in eo loco constituit, in quo prius aedes Orci fuit, quem e Suria secum advexit.  Postremo cum accepit imperium, Antoninus appellatus est atque ipse in Romano imperio ultimus Antoninorum fuit.
Il testo di Arbasino si ispira al racconto della vita di Eliogabalo dell'Historia Augusta condotto da ÆLIUS LAMPRIDIUS vissuto all'inizio del IV secolo d.C, sotto i regni di Diocleziano e di Constantino il Grande, ai quali dedicò i suoi scritti. Ne riportiamo il primo capitolo  in originale con relativa traduzione.
---------
Historia Ausgusta
Vita di Antonino Eliogabalo.
(Imp. 218-222 d.C.)
di Elio Lampridio

Mai avrei potuto decidermi a scrivere la vita di Antonio Eliogabalo, che fu anche chiamato Vario, ed a fare conoscere al mondo che i Romani hanno avuto per principe un simile mostro, se  prima di lui questo stesso impero non avesse già conosciuto Caligola, Nerone e Vitellio. Ma poiché la stessa terra produce il veleno che uccide ed il grano che fa vivere, offre il rimedio accanto al male, e dà nascita al serpente ed alla cicogna, il lettore attento stabilirà nel suo spirito la compensazione, poiché, potrà opporre a tiranni così enormi, Augusto, Vespasiano, Tito, Traiano, Adriano, Antonino Pio, Marc'-Aurelio. Comprenderà allo stesso tempo quali furono i giudizi dei Romani; i buoni imperatori hanno regnato a lungo e sono stati tolti al mondo soltanto dalla morte naturale: mentre gli altri furono uccisi, trascinati  ignominiosamente, bollati come tiranni: i loro stessi nomi si pronunciano malvolentieri. Così, dopo la morte violenta di Macrino e di suo figlio Diadumène, che condivideva l'impero con lui, ed aveva ricevuto il nome di Antonino, il potere fu deferito a Vario Eliogabalo, perché passava per essere figlio di Bassiano. Questo Eliogabalo fu sacerdote di Jupiter o del Sole, e si era arrogato il nome di Antonino, sia come prova che egli proveniva da questa famiglia, sia perché sapeva che questo nome era così tanto caro al  popolo che lo stesso parricida Bassiano   era gradito a causa di questo nome. Fu inizialmente chiamato Vario, quindi Eliogabalo, come sacerdote del dio Eliogabalo di cui aveva importato il culto dalla Siria, ed al quale alzò un tempio in Roma al posto anche dove si vedeva prima la volta di Plutone. Infine, al suo arrivo al trono, si fece chiamare Antonino, e fu l'ultimo imperatore con questo nome.
<<<Torna all'indice Recenisoni
IL PROFILO REDATTO DA "DAGOSPIA "


Arbasino Alberto

Fine scrivitore. Lo scrittore più provinciale e cosmopolita d'Italia ha esordito come giurista internazionale. La conversione è avvenuta a Londra nel 1956 con una serie di corrispondenze confidenziali che hanno stregato l'austera redazione del Mondo di Mario Pannunzio per la grazia inattesa d'una prosa affogata nell'erudizione, strapazzata dalla trivialità e intarsiata di corsivetti inglesi ritenuti intraducibili ( mondo collapsed, luncheon, molto tough, la perenne agony, il movimento up and down, gli anni Trenta revisited). Vent'anni dopo, Eugenio Scalfari lo chiama a Repubblica, piegandolo al reportage globale di mostre e spettacoli, al commento di fatti di cronaca, e alle polemicucce estemporanee. Considerato "a national tragedy" da certi colleghi internazionali che come lui partecipano ai convegni in California sulla Fine della Tradizione, lo scrittore confessa di rivolgersi "a un piccolo pubblico di persone colte e non volgari, e giustamente esigenti sulla qualità della vita", tant' è che la principessa monarchica Elvina Pallavicini, per festeggiare la terza edizione di "Fratelli d'Italia", ha aperto le porte del Casino dell'Aurora affrescato da Guido Reni. Soprannominato dagli amici "La variante di se stesso", lavora sempre "con buona musica di fondo e solo se ne ha davvero voglia, come succede col cibo e col sesso". Scrive lettere ai giornali ed è probabile che si sia fatto il lifting.

Esempio 1
Alberto Arbasino
Composto nel '68 e pubblicato l'anno successivo questo romanzo colse sul campo il senso più autentico di quella celebre figura giovanile: una decadenza romana archetipica, vissuta coi teatrini e i fumetti delle migliori avanguardie storiche. Contro ogni oppressione razionalistica, politica e scientifica, uno sfrenato cabaret "pop" dell'immaginazione e del desiderio.

Di Arbasino vedi  anche: Marescialle e libertini
[…] Scrive Arbasino: «Sento dire spesso che sarei uno scrittore barocco, ma la definizione non mi soddisfa. Mi considero piuttosto uno scrittore espressionista. L’espressionismo non rifugge dall’effetto violentemente sgradevole, mentre il barocco lo fa».

Certo il barocco non ha nulla a che fare con la ricerca dell’effetto parlato (la riproduzione del suono del parlato) che è il marchio della scrittura di Arbasino. L’oralità non era un obiettivo del barocco. Lo è di Arbasino. E nell’oralità le parole si addensano,perdono di senso e acquistano di rilievo, si fanno materiali.

Densità, materialità, immediatezza, sono le caratteristiche di queste lunghe pagine di Marescialli e libertini, ognuna delle quali affollata (fino a esplodere) di nomi di autori e ancora di autori che quegli autori richiamano o solo inducono a ricordare, di titoli di opere o di altre opere che a quelle opere sono anche lontanissimamente collegate, di interpreti (anche di grafia aspra) di cui si è perso o flebilmente galleggia il ricordo, di nomi di città, continenti, teatri, hotel, amici, nemici ecc. il tutto come shakerato alla ricerca di un effetto di leggerezza (qualcuno ha detto che la leggerezza è uno stato violento) garantendo un risultato che lievita come una torta sempre sul punto di traboccare.

E allora non mi meraviglia che il capitolo più ponderoso di questo Marescialli e libertini è quello riservato a Strauss («Quello Strauss vigoroso, estroverso, impulsivo, scaltro … capace di grandi entusiasmi e appetiti culturalmente vitali») che tra i compositori novecenteschi è quello (almeno così a me pare) al quale Arbasino si sente più vicino. Lo confessa lo stesso Arbasino quando, riferendosi alle difficoltà che dovette affrontare sul lato della comunicazione al tempo della stesura di Fratelli d’Italia, scrive: «Però l’impareggiabile Richard Strauss - aveva già dimostrato con tutta la sua inesauribile opera che i problemi della difficoltà espressiva si superano comunicando soprattutto espressività. Altro che “discorso”, o dialettica. Lì più di un Ego si blocca». Comunicare espressività, insisto, è il marchio capitale della scrittura di Arbasino e si manifesta in termini clamorosi, più che in altri, proprio in questo libro.

In quest'opera enciclopedica di Arbasino che chissà per i posteri potrà costituire il Vasari dello spettacolo dove cercare prove e testimonianze di eventi oscuri o dimenticati e che per noi rappresenta una riproposta del romanzo storico ripensato a oggi quando la storia è heghelianamente alla fine. È un romanzo piacevolmente inquietante, di oscura limpidità come è di tutti i grandi libri di ieri tra profetismo e informazione.

Angelo Guglielmi
l'Unità
Pagine correlate:
<<< Alberto Arbasino: La bella di Lodi
<<< Alberto Arbasino: La vita bassa

Alberto Arbasino cosmopolite provincial


Le principal avantage de la vogue actuelle de la littérature italienne en France aura été d'attirer l'attention sur des oeuvres naguère traduites, mais peu ou pas du tout lues, et de porter enfin à la connaissance du lecteur des écrivains que seuls les gens du bâtiment connaissaient, et encore de loin.

Comme si le montreur de marionnettes du théâtre littéraire, réveillé en sursaut, avait tiré leurs ficelles, on vit surgir sur scène de grands écrivains : il y a quelques années, Alberto Savinio et Carlo-Emilio Gadda ; hier, Aldo Palazzeschi, qui avait été déjà traduit à plusieurs reprises sans avoir cessé d'être un inconnu ; et Anna Maria Ortese, qui demeurait inédite et dont les éditeurs se disputent les titres après la publication récente de l'Iguane.

Aujourd'hui, c'est le tour d'Alberto Arbasino, qui, lui, n'avait fait que passer, il y a une quinzaine d'années, avec un roman distrayant, la Belle de Lodi (1). Deux éditeurs nous proposent, l'un son premier ouvrage de fiction, les Petites Vacances (1957), et l'autre, Miroir, gentil miroir (1975), le dernier roman qu'il ait publié. Car Arbasino semble avoir renoncé au genre romanesque, tout en continuant de publier avec régularité des essais et des recueils de chroniques, où l'on trouve des portraits et des scènes qui en font d'admirables nouvelles.

Comme Vittorini et Moravia, comme Pasolini ou Sciascia, Arbasino est l'un de ces animateurs dont n'a jamais manqué la Péninsule, qui pourfendent non seulement les conformistes mais, surtout, le conformisme des anticonformistes. Avec ceci de particulier que sa passion est de faire circuler les idées nouvelles, si elles viennent d'ailleurs, et de faire dialoguer les contraires : la science et l'art, la peinture et la philosophie, etc. C'est ainsi qu'il met face à face, dans les années 60, le formalisme russe et le structuralisme français, le pop-art, Lévi-Strauss, Barthes, Jakobson et, au nom du renouveau de l'opéra, la Callas.

Globe-trotter infatigable, encyclopédiste de l'éphémère, au courant de tout ce qui se passe aux quatre coins de la planète, Arbasino pratique comme personne l'art de la citation, établissant des analogies imprévisibles entre les phénomènes les plus disparates, toujours à l'affût, et souvent en avance.

Cette boulimie d'information, disons le mot, de culture, a peut-être une explication très simple : Alberto Arbasino, le cosmopolite, est, de façon radicale, un provincial, dans le sens le plus positif du terme.

Un monde sans pesanteur

Né en 1930 à Voghera, petite ville entre Pavie et Gênes, mais ayant pour ainsi dire grandi dans la riche bibliothèque familiale, il éprouva vite l'horreur de la province et de l'esprit provincial qui était celui de l'Italie jusque dans les années 50.

On songe, ici, à Mauriac, qui, à ce sujet, disait : " Tout le temps que nous avons cru perdre, jeune homme aigri, dans une province étouffante, nous lui devons nos armes les plus sûres." Et aussi : "La plus heureuse fortune pour écrire des romans, c'est d'être né en province (...). Les personnages se pressent en foule pour accomplir tout ce que son destin le détourna de commettre : où le père n'est pas passé, l'enfant imaginaire passera."

On peut aussi penser à Borges, dont on continue de répéter à tort qu'il est un écrivain européen. En vérité, s'il a inventé le fantastique de l'érudition, c'est parce que, né dans l'une des plus lointaines provinces de l'Occident, n'appartenant pas à une culture établie, fermée, il a glané au petit bonheur la chance des notions et des images dans toutes les littératures.

Quand, à vingt-quatre ans, Arbasino écrivait les Petites Vacances et qu'il aimait Proust et Scott Fitzgerald, il souhaitait que ses mots ne pèsent ni ne posent, qu'ils créent un monde sans pesanteur, où la vie, transfigurée, serait, telle que Virginia Woolf la concevait, un "halo lumineux".

Parmi ces nouvelles, il est difficile de ne pas préférer Eté prolongé: c'est l'adolescence dans la vaste demeure d'été, et c'est peut-être le dernier été insouciant sous les tonnelles bourdonnantes d'insectes. On joue au tennis, on essaie la première voiture, le coeur égrène tous les instants du jour violent et pur ; peut-être la mort ne viendra-t-elle jamais, peut-être n'est-elle que pour les autres, l'esprit fait bloc avec le corps... Mais, soudain, les folles alarmes du coeur font se lever les premières pensées d'une trahison possible. On craint de n'être plus aimé alors qu'on a cessé d'aimer, et l'on ignore que l'amour inaccompli est le plus redoutable, en ce qu'il dure toujours et qu'il ne finit pas d'être triste. Enfin, un jour on quitte le paradis sans s'en apercevoir.

Un autre récit remarquable _ Giorgio contre Luciano _ est celui d'un amour, justement accompli, entre deux garçons: l'un qui est le séducteur, et l'autre qui ne se doute de rien et qui finira désespéré lorsque le premier, ayant satisfait son désir, l'abandonnera, le rendant à la ville de province où rien ne passe inaperçu, où l'on guette toujours le péché pour ne jamais cesser de le juger et de le punir.

Quant à Miroir, gentil miroir, il s'agit d'un exercice de haute voltige où il n'est pas interdit de voir à la fois une parodie de d'Annunzio et un hommage à Ronald Firbank, l'auteur de la Princesse artificielle (2) et des Excentricités du cardinal Pirelli (3), mort à Rome en 1926. Arbasino doit être l'un des seuls guides capables de vous conduire jusqu'à la tombe oubliée du cimetière romain où l'extravagant Anglais dort de son dernier sommeil...

Une divine marquise sicilienne

Entre fin de siècle et Belle Epoque, Miroir, gentil miroir est l'histoire d'une baronne libertine, une sorte de divine marquise sicilienne qui a besoin de s'inventer tout un théâtre de masques et de viols pour arriver au plaisir...

A la différence de Firbank, qui fait proliférer les non-sens jusqu'à obtenir une rigoureuse cohérence dans l'artifice, le narrateur, Arbasino lui-même, entre et sort du récit, tel l'acteur qui trahit les personnages du drame en multipliant les apartés à l'adresse du public pour en faire son complice. Et cette façon de démailler la narration, d'arrêter la fiction pour ensuite la relancer, de façon intermittente, est, en fait, ce qui caractérise les romans d'Arbasino à partir de son deuxième ouvrage, l'Anonimo lombardo (1959), où réapparait le thème de l'amour homosexuel, mais comme entouré de barbelés de citations en bas de page.

Par ailleurs, son roman le plus ambitieux, Fratelli d'Italia, s'offre d'abord, un peu à la manière de Marelle, de Cortazar, comme un travail maniaque sur la " structure " et la " forme " : " Ah ! s'exclameArbasino, lorsque, quelque treize ans après sa publication, il réécrit ce roman, quelle exci-tation créative et critique n'éprouvait-on pas en démontant et en remontant le jouet surgi au croisement de tant d'euphories... avec tous ces petits tiroirs remplis d'ustensiles fascinants... en essayant une " clé " après l'autre, jusqu'à ce que la serrure bloquée cède... "

Ne pas être dupe, montrer que la fiction n'est qu'une fiction, qu'il n'y a pas de profondeur, qu'un roman est avant tout un agencement impeccable d'aventures irresponsables, ont été des manies ou des caractéristiques de la littérature de l'avant-dernière décennie. Mais Arbasino, un moment séduit, sut vite prendre le large et ses distances : les intermittences du goût, des manières, le recensement de gestes, l'inventaire de ces tournures de langage propres à une époque, à un milieu, qui classent ou déclassent les gens, étaient la substance même dont il allait continuer de nourrir son oeuvre.

Joubert disait que celui qui a de l'imagination sans érudition a des ailes et n'a pas de pieds. Ni les unes ni les autres n'ont jamais manqué à Arbasino, l'un des écrivains italiens les plus représentatifs de ce que l'on appelle la " crise de la civilisation ", crise qui réside, peut-être, dans la perpétuelle difficulté de trouver un équilibre véritable, une affinité spirituelle entre la connaissance et l'art.

Si quelqu'un a des chances d'y parvenir, c'est bien notre Italien.

HECTOR BIANCIOTTI

Article paru dans l'édition du 30.12.88

 
DIZIONARI
cerca: