Franz Krauspenhaar, Era mio padre, Fazi 2008
Quando vai nella pioggia, ed è proprio diluvio, fermarsi è impensabile e non è neppure da coraggiosi proseguire. Diciamo che è l’unica soluzione. In questo romanzo di Franz Krauspenhaar un torrenziale flusso di coscienza unisce presente a passato con la consapevolezza che nulla è realmente passato perché rimane in noi; un flusso di coscienza giocato abilmente su vari registri narrativi, ma che ha come denominatore comune la volontà di scandagliare l’io a fondo, senza sconti, senza infingimenti. “La letteratura deve suscitare emozioni, deve essere motocross, seguire gli alti e bassi della vita” sostiene Krauspenhaar e ribadisce che la letteratura è un gioco molto serio in cui il materiale su cui si lavora è la vita stessa di chi scrive. Quarto libro dell’autore milanese dopo Avanzi di balera (Addictions, 2000), Le cose come stanno (Baldini&Castoldi 2003), Cattivo sangue (Baldini&Castoldi Dalai, 2005), questo lungo racconto narra di un padre combattente, un padre che ancora ragazzo era stato mandato a combattere nella fase finale, durissima, della Seconda guerra mondiale sul fronte tedesco/russo, nove mesi di Wehrmacht, un inferno). E molti erano stati gli inferni attraversati, dalla fame alla paura, dalla frustrazione alla depressione. Da tutti questi inferni però era riemerso per porsi ai suoi figli come un modello, un punto di riferimento, la persona a cui chiedere la riconferma delle proprie idee, un uomo tutto d’un pezzo, onesto e retto, fedele, un uomo fiero e amante della sua casa e della sua vita. Com’è difficile per un figlio mettere d’accordo quest’immagine con l’idea di un padre suicida. Com’è difficile convivere con il senso di colpa e lo scacco che chi rifiuta la vita lascia a chi lo ha amato.
Tocca al figlio rimettere a posto le tessere di un mosaico costruito sul proprio sangue. Tutto sembra opporsi alla creazione di questo romanzo, dalla rottura dell’hard disk che fa perdere parte del lavoro, alla difficoltà di infrangere un mito – per poi ricostruirlo, certo, non più mito, ma persona, con le sue grandezze e le sue paure, con i suoi limiti, con la sua lotta impari contro la vita. Perché uno dei fili conduttori del libro è proprio la lotta contro una vita che calpesta spietatamente. E lo fa in vari modi. Quelli che dall’inferno della guerra riescono a uscire si portano dietro un marchio di male feroce che li perseguita e, talvolta cadono vittime, anche a distanza di decenni, di depressione o di atteggiamenti di autolesionismo. E così questo soldato-ragazzo uscito sconfitto e marchiato dalla Seconda guerra mondiale – eppure con un’aureola di grandezza, con il carattere reso più forte dai pericoli corsi, temprato dalla lotta e dalla fatica – diventa anche l’emblema di un’Europa che nel Novecento è stata percorsa da troppo sangue per poter lasciare alle generazioni successive una possibile felicità. Il sangue si paga anche a livello di popoli e anche chi non ne è direttamente responsabile si sente oppresso.
Il senso di colpa è il nesso su cui si costruisce il romanzo, che inizia con il mesto saluto tra padre e figlio a una stazione per una partenza che sarà senza ritorno. Il figlio non lo sa, pensa che sia un commiato come un altro, vede il padre un po’ stanco, non perfettamente in forma, ma non coglie alcun segno, come d’altronde quasi sempre succede. Attraverso un’analisi e una lunga ricostruzione dell’esistenza del padre ma anche della propria vita l’autore forse cerca sollievo dal senso di colpa che irrazionalmente lo opprime. La vita e le persone che ci amano, o che amiamo, ci legano in modo potente e il legami spesso producono dolore. Allora si cerca rifugio in una voluta insensibilità favorita con gli anni dalla naturale tendenza a ottundere quanto c’è di più risentito e di più fragile dentro di noi, ci si costruisce una corazza per sentire di meno, per soffrire di meno. Ma è difficile quando al dolore si sommano altri dolori, e cede anche il fratello gettando sulla famiglia altri sensi di colpa per non aver capito, per essersi accomiatati da lui che proprio quel giorno sembrava più sereno e non faceva trapelare il suo intento di farla finita. Le vicende della famiglia dunque diventano emblema di un periodo tragico della vita dell’Occidente, un periodo non percorso da guerre ma pure marchiato a fuoco dalle vicende tragiche dei padri. Le due guerre mondiali e la ventata di irrazionalità che caratterizzò il periodo interbellico hanno regalato alla vecchia Europa una sorta di assicurazione all’infelicità che le generazioni successive devono scontare. Chiunque si confronti con la propria esistenza non può non tener conto anche di questa tragedia collettiva che va metabolizzata e superata per poter ricostruire, individualmente e a livello di società, un po’ di sereno.
Ma il libro di Krauspenhaar è anche un libro sull’oggi, un libro che riflette sulla letteratura contemporanea (le librerie-pescherie dove il libro dopo tre mesi già puzza come un pesce andato a male), sulla tragedia dello scrittore che scrive in solitudine e manipola sempre troppe parti di sé per uscirne integro, sulla critica: “non è questione di successo o di insuccesso, di critiche buone o cattive: è che il mondo delle lettere è un mondo dove due più due non fa mai quattro, un po’ come in amore. È un mondo molto più rischioso del commercio. Nel commercio puoi rischiare la vita, ma è diverso. Sono rischi palpabili. I rischi della letteratura sono impalpabili, rischi tutto sommato inutili. E pericolosi”. E non si fanno sconti ai conformismi di ieri e di oggi, conformismi soprattutto politici e culturali, a cui l’autore ha cercato sempre di sottrarsi percorrendo una sua via. La scrittura che scandaglia il profondo dell’io è però secondo Krauspenhaar anche illusionismo, abile gioco illusionista attraverso il quale lo scrittore costringe il lettore a entrare nel suo mondo “facendogli aumentare i battiti cardiaci e provocando un corto circuito mentale”. E allora non sapremo mai quali verità abbiamo colto nel tratto di strada che ci è sembrato di percorrere. Abbiamo ascoltato discorsi intimi, siamo stati coinvolti in rapporti complicati, ci siamo sentiti talvolta spettatori quasi vergognosi di quello che sentivamo e vedevamo, con il complesso degli intrusi in una realtà troppo intima. Ma era la realtà? È solo un dubbio. Legittimo perché lo scrittore stresso lo insinua.
Ma questo libro è anche il commiato estremo dal padre ed è ricostruzione di sé al di là e al di sopra del padre, – perché in fondo ogni essere umano per esistere ha bisogno di seppellire i padri e di ricostruirsi in un’ “estrema lontananza” perché la presenza in qualche modo è limitante.
E questo libro è anche un libro su Milano, la Milano di ieri e la Milano di oggi, la Milano del miracolo economico degli anni Sessanta (infanzia dell’autore con i suoi miti e le macchinine e i film dell’epoca) ma anche la Milano da bere degli anni Ottanta e la Milano di oggi con i suoi grigi (il cielo è in saldo oggi a Milano. Che non mi ama più”).
È un libro di fotogrammi, alcuni color seppia, in cui l’autore punta su un’immagine, su un brano di parlato che affiora nella memoria, e poi lo si ingrandisce a dismisura per spremerne ulteriori piste mentali o sentimentali, oppure qualche percorso di conoscenza. Quello che affascina di più è la tecnica di narrazione, l’uso del flusso di coscienza, per cui nulla sembra costruito, ricordi e pensieri germogliano gli uni dagli altri per associazione, e l’io dell’autore deborda coprendo e invadendo spazi, sovrapponendosi alla figura del padre e diventando il vero protagonista. Si procede “a fari spenti nella notte” e il lettore soltanto nei capitoli finali riceve la chiave di lettura del libro (il suicidio di Karlo) che lo costringe a ripercorrere idealmente le pagine che ha appena letto comprendendole in un’ottica diversa.
Viene ucciso un idolo. Ma ne emerge un uomo. L’idolo va abbattuto “per centrare meglio se stessi”, per superare quell’inevitabile complesso di inferiorità.
Nel percorso di Krauspenhaar si può rispecchiare la generazione che è vissuta nella pace del dopoguerra senza aver rischiato nulla sulla sua pelle, ma oppressa da un complesso di inferiorità nei confronti della generazione precedente che si era confrontata con immani difficoltà e pericoli estremi. Il libro dunque narra al contempo una vicenda personale e intima ma è anche cassa di risonanza di una situazione emblematica.
E infine questo romanzo è anche una sorta di estremo colloquio, al di là della morte, tra padre e figlio. La morte ha chiuso una porta all’improvviso, ha interrotto, ha impedito. La narrazione è un mezzo per vincere gli inferi, per riannodare i fili di un discorso interrotto. Scrivere può avere una funzione salvifica. L’autore ridisegna il commiato, il libro diventa un ponte tra la vita e la morte e il figlio si racconta, narra di amici di donne di delusioni, racconta la sua solitudine, le quotidiane difficoltà contro cui si confronta, i malesseri con cui lotta, i locali le passeggiate le notti insonni. Ricostruendo la figura del padre costruisce se stesso, o costruisce entrambi, diventando, per così dire, padre del proprio padre.
Il libro
Franz Krauspenhaar, al suo quarto libro, racconta la storia di suo padre, un tedesco nato in Italia negli anni Venti, combattente della Wehrmacht, l'armata di Hitler, durante la seconda guerra mondiale. Narrando i ricordi di episodi vissuti personalmente e sentiti soltanto raccontare, Krauspenhaar va alla ricerca del padre perduto. Per far questo, come un rabdomante, cerca a occhi chiusi le vene d'acqua di una storia di vita interessante e piena di colpi di scena, intervallandola con la storia in presa diretta di come il libro viene concepito e scritto, in un'afosa estate. La storia di un padre che manca ma che si deve finalmente seppellire, di un figlio scrittore che lotta contro questa figura pur amandola sempre molto, e che vive la sua vita piuttosto solitaria frammezzata da telefonate di amici, da incontri galanti, da rabbie, paranoie, abbandoni quasi violenti alla tenerezza.
Ha letto per noi questo libro Marina Torossi Tevini
Nata a Trieste, è laureata in lettere classiche.
Nel 1993, con il racconto Una donna senza qualità, vince il primo premio del concorso letterario Il leone di Muggia.
Nel 1997 cura la pubblicazione postuma del romanzo del padre, La valle del ritorno. Lo stesso anno riceve il premio speciale della Giuria al festival Felsina.
Nel 1998 riceve la menzione speciale al via di Ripetta.
Collabora a riviste nazionali ed internazionali, come Stilos, Zeta news ed Arte&Cultura.
Bibliografia
1991 - Donne senza volto (poesie), edizioni Italo Svevo
1994 - Il maschio ecologico (antologia), Campanotto editore
1997 - L'unicorno (poesie), Campanotto editore
Partecipazioni
2000 - Poeti triestini contemporanei, Lint
2003 - Trieste la donna e la poesia del vivere, Ibiskos