Nel 1755, Rousseau partecipa un’altra volta al concorso dell'Accademia di Digione (dopo aver vinto la precedente edizione del 1750 col Discorso sulle lettere e le arti ) per rispondere, questa volta, ad una domanda più politica ("Qual è l'origine della disuguaglianza fra gli uomini?") ed invia il suo Discorso sulla diseguaglianza fra gli uomini a Voltaire. Quest'ultimo gli risponde, col tono che vedremo, indirizzando più che altro le sue argomentazioni contro il primo discorso. La risposta di Rousseau, prova evidente dell'ammirazione per il Grand'uomo, apre tuttavia le ostilità.
LETTERA A ROUSSEAU del 30 agosto il 1755
Ho ricevuto, Signore, il vostro nuovo libro contro il genere umano, e ve ne ringrazio. Piacerete agli uomini, dicendo loro la verità, ma non li correggerete. Non si possono dipingere con tinte più forti gli orrori della società umana, di cui solo la nostra ignoranza e la nostra debolezza fanno promessa di consolazione. Non si è mai impiegato tanto ingegno nel volerci dipingere come bestie; viene la voglia di mettersi a quattro zampe, quando si legge il vostro lavoro. Tuttavia, avendone perso l’abitudine da oltre sessanta anni, scorgo che mi è impossibile riprenderla, e lascio volentieri questa postura a quelli che ne sono più degni di voi e di me. Non posso neppure imbarcarmi per andare a trovare i selvaggi del Canada; in primo luogo, perché le malattie di cui sono afflitto fanno sì che non mi allontani troppo dai più grandi medici d’Europa, sicuro di non trovare gli stessi aiuti nel Missouri; in secondo luogo, perché la guerra ha raggiunto anche quei lontani Paesi, avendo gli esempi delle nostre nazioni reso i selvaggi quasi cattivi come noi. Mi limito ad essere un selvaggio pacifico nella solitudine che ho scelto presso la vostra patria [Ginevra], dove dovreste essere anche voi.
Concordo con voi che le belle lettere e le scienze hanno causato a volte molti mali. I nemici del Tasso fecero della sua vita un ordito di disgrazia, quelli del Galileo lo fecero gemere nelle prigioni, a settant’anni, per avere affermato il movimento della terra e, cosa più grave, lo costrinsero a ritirarsi. Appena i vostri amici avevano cominciato il Dizionario enciclopedico, coloro che osarono esserne avversari li trattarono da deisti, da atei ed anche da giansenisti (...)
Molte sono le amarezze che costellano la vita umana, ma in quest’ambito sono le meno disastrose. Le spine recate dalla letteratura ed a un po' di reputazione non sono che fiori in confronto agli altri mali che da sempre hanno inondato la terra. Riconoscerete che né Cicerone, né Varrone, né Lucrezio, né Virgilio, né Orazio ebbero parte attiva nelle prescrizioni (della guerra civile). Mario era un ignorante; Silla un barbaro, Antonio un abietto, l'imbecille Lepido non leggeva certo Platone o Sofocle; e quel tiranno senza coraggio, Ottavio Cepia, detto impropriamente Augusto, fu un assassino efferato soltanto quando non si accompagnò a letterati.
Riconoscerete che Petrarca e Boccaccio non furono i responsabili dei i disordini d'Italia; ammetterete che lo scherzo di Marot non ha prodotto certo la notte di San Bartolomeo e che la tragedia del Cid non causò i disordini della Fronda. I grandi crimini non sono stati commessi che da clamorosi ignoranti. Ciò che fa e farà sempre di questo mondo una valle di lacrime, è la cupidigia insaziabile e l'orgoglio indomabile degli uomini, da Thamas-Kouli-Kan, che non sapeva leggere, fino all’ultimo commesso di dogana che sa soltanto compitare. Le Lettere nutriscono il cuore, lo rettificano, lo consolano; vi servono, Signore, proprio mentre scrivete contro di esse: siete come il glorioso Achille, che se la prendeva con la gloria, e come Pierre Malebranche, ispirato da un’immaginazione brillante a scrivere contro l'immaginazione.
Se qualcuno deve lagnarsi delle Lettere, sono io, poiché in tutti i tempi ed in tutti i luoghi esse sono servite ai miei persecutori; ma occorre amarle malgrado l'abuso che se ne fa, come occorre amare la società di cui tanti uomini cattivi guastano le piacevolezze; come occorre amare la propria patria, ad onta delle ingiustizie patite; come occorre amare l’Essere supremo, nonostante le superstizioni ed il fanatismo che disonorano così spesso il suo culto.
Il Sig. Chappuis mi informa che la vostra salute è cattiva; occorrerebbe venirla a ristabilire nell'aria nativa, goderne della libertà, bere con me il latte delle nostre mucche, e brucare le nostre erbe.
Sono molto filosoficamente e con la più grande stima, ecc..
RISPOSTA (A VOLTAIRE) il 10 settembre 1755
Spetta a me, Signore, ringraziarvi sotto ogni riguardo. Facendovi dono del frutto dei miei tristi pensieri, non ho creduto affatto di farvi un dono degno di Voi, ma di assolvere un dovere e di rendervi quell’omaggio che vi dobbiamo come nostro capo. Grato, peraltro, all'onore che avete reso alla mia Patria, condivido la riconoscenza dei miei concittadini, e spero che non farà che aumentare ancora, quando avrà approfittato dei suggerimenti che darete loro. (..)
Sappiate che non aspiro a ricondurre il genere umano alla condizione ferina, sebbene mi rammarichi molto, per parte mia, di quel poco che ne ho perso. Quanto a voi, Signore, per questo ritorno occorrerebbe un miracolo, così grande e ad un tempo così deleterio, che spetterebbe soltanto a un Dio farlo e a un Diavolo volerlo. Non tentate dunque di ricadere a quattro zampe; nessuno al mondo ci riuscirebbe meno di voi. Contribuite già tanto a farci stare dritti sui nostri due piedi da rinunciare a stare sui vostri.
Convengo sul fatto delle disgrazia che incombono sugli uomini celebri nelle lettere; convengo anche su tutti i mali che affliggono l'umanità e che sembrano indipendenti dalle nostre vane conoscenze. Gli uomini hanno aperto su sé stessi tante fonti di miserie che anche quando il caso me occlude qualcuna non ne restano meno inondati. Del resto vi sono nel progresso delle cose dei collegamenti nascosti che il volgare non scorge, ma che non sfuggiranno affatto al saggio quando vi vorrà riflettere. Non fu né Terenzio, né Cicerone, né Virgilio, né Seneca, né Tacito; non furono né i dotti né i poeti a causare le disgrazia di Roma ed i crimini dei Romani: ma senza il veleno lento e segreto che minava poco a poco il governo più forte di cui la storia ricordi, né Cicerone né Lucrezio, né Sallustio avrebbero potuto esistere o scrivere
[...] Il gusto delle lettere e delle arti sorge in un popolo man mano che il vizio interiore aumenta; e se è vero che tutti i progressi umani sono perniciosi alla specie, quelli dello spirito e delle conoscenze che aumentano il nostro orgoglio e moltiplicano i nostri smarrimenti, accelerano presto le nostre disgrazia. Ma viene presto un tempo in cui il male è tale che le cause stesse che lo hanno fatto sorgere sono necessarie a impedirgli di aumentare; è come la spada che occorre lasciare nella ferita, per paura che il ferito spiri strappandola.
Quanto a me se avessi seguito la mia prima vocazione e non avessi né letto né scritto, ne sarei certamente stato più felice. Tuttavia, se le Lettere fossero adesso annientate, sarei privato del solo piacere che mi resta. È nel loro seno che trovo conforto a tutti i miei mali ed è fra quelli che le coltivano che provo le dolcezze dell'amicizia e che imparo a godere della vita senza temere la morte.[...]
Ricercando la prima fonte dei disordini della società, troveremo che tutti i mali derivano agli uomini molto più dall'errore che dell'ignoranza, e ciò che non sappiamo affatto ci nuoce molto meno di ciò che crediamo sapere. Ora, quale più sicuro mezzo di correre di errore in errore, come il furore di volere tutto sapere? Se non si fosse preteso accertare che la Terra non girava, non si sarebbe punito Galileo per aver egli solo detto che essa girava. Se soltanto i filosofi non avessero preteso esserlo, l'Enciclopedia non avrebbe avuto persecutori [...] Non siamo dunque sorpresi nel sentire
alcune spine unitamente ai fiori che coronano i grandi talenti.[...]
Sono sensibile al vostro invito; e se questo inverno mi concederà in primavera di andare a vivere nella mia patria, ivi trarrò profitto delle vostre bontà, ma preferirei bere l'acqua della vostra fontana che il latte delle vostre mucche, e quanto alle erbe del vostro orto, temo di non trovarvi altro che il Loto, che non è cibo per animali, e il Moly (1) che impedisce agli uomini di diventarlo.
Con tutto il cuore e con rispetto, sono ecc..
(1) Moly, pianta magica contro gli incantesimi. Sia la citazione del Loto che del Moly alludono ad episodi dell'Odissea, il primo a quello dei Lotofagi, il secondo all'episodio di Circe.
trad. e nota a cura di Alfio Squillaci
Una marchesa francese del Settecento, dama di corte, dissoluta, illuminista, affascina l' America del riflusso religioso e conservatore di George W. Bush. Due sue biografie, Passionate Minds («Menti appassionate») di David Bodanis e La dame d' esprit («La dama di spirito») di Judith Zinsser, pubblicate contemporaneamente il mese scorso, figurano in testa alla classifica dei bestseller. La vestale del femminismo americano Gloria Steinam vede in lei l' antesignana del movimento, la donna liberata e realizzata, «prodigio» intellettuale e culturale - così fu chiamata - oltre che sposa, madre e adultera. Al contrario, per i «teocon» la marchesa è una liberal decadente anche se istruita, un simbolo della perdita dei valori che portò la Francia alla rivoluzione. Una «Superwoman» comunque, come segnala Hollywood annunciando che le dedicherà un film. In realtà, per gli americani la marchesa Emilie du Châtelet è una riscoperta. Cinquanta anni fa, Nancy Milford, una delle più importanti autrici di biografie, le dedicò un libro, Voltaire in Love («Voltaire innamorato»), che alimentò i fermenti sociali del tempo, dal femminismo appunto alla integrazione razziale. Compagna e musa del filosofo francese per 15 anni, versata nelle scienze e nelle lettere - tradusse magistralmente dal latino i Princìpi matematici di Newton - eroina di intrighi politici e mondani, la marchesa colpì la fantasia soprattutto dei giovani e delle donne. Gli americani si resero conto che, due secoli prima delle suffragette, Emilie fu tra i protagonisti della rivoluzione illuminista, fondamento dell' Europa moderna, e che con il proprio successo propose all' Occidente un nuovo ruolo per la donna. Passionate Minds e La dame d' esprit riassumono brevemente la storia di Emilie. Nata a Parigi nel 1706, figlia del noto barone di Breteuil, maestro di cerimonie a corte, Emilie dimostrò fino dall' infanzia intelligenza ed energia senza pari, studiando in casa («Se fossi il re - protestò - fonderei una università femminile») e praticando l' equitazione e sport maschili. Damigella d' onore della regina, si sposò a 19 anni col marchese du Châtelet, un colonnello dell' armata reale a cui diede tre figli, ed ebbe numerosi amanti, dal ribaldo duca di Richelieu al matematico Mopertuis. L' incontro con Voltaire nel 1733 cambiò la sua vita. Per sottrarlo all' ira da lui suscitata nel sovrano con l' elogio delle libertà in Inghilterra, lo trascinò in provincia, nel castello di Chirey, con il consenso del marito. Nel 1747, quando Voltaire la tradì con la nipote, lo lasciò per il giovane marchese di Saint Lambert. Morì di polmonite nel 1749, a 43 anni, dopo un parto difficile. Le due biografie concordano sull' amore tra Voltaire e la marchesa ribelle, ma forniscono due ritratti diversi di lei. David Bodanis, un giornalista scientifico, si sofferma sull' appartenenza di Emilie all' ancien régime e sulla sua condotta scandalosa, pur riconoscendone le eccezionali doti di scienziata e letterata. Judith Zinsser, una docente universitaria, ne illustra invece l' opera, che non fu solo di divulgatrice della fisica e della matematica, e autrice di trattati sui massimi pensatori dell' epoca, da Descartes a Leibniz, ma anche di coautrice di Voltaire. Ricorda una paradossale battuta del filosofo, «Emilie è un grande uomo»; il suo ingresso alla Accademia reale delle scienze e «a una analoga istituzione a Bologna»; i suoi sacrifici per conciliare i troppi impegni, lavorando spesso da mezzanotte alle cinque del mattino, dormendo solo tre o quattro ore. Secondo il critico David Propson, il ménage a trois con Voltaire fu «uno sfrontato atto di sfida della marchesa alle convenzioni e alle frivolezze dell' alta società». Nel castello della Champagne, per qualche tempo, «formarono il cuore della Repubblica europea delle lettere, una sorta di Avignone laica rispetto non a Roma, ma a Parigi». Voltaire, ricchissimo, pagò ogni lusso alla marchesa, comprese le stravaganti perdite al gioco, e ne tacitò il marito con ingenti prestiti. In uno sfogo all' abate de Sade, zio del famigerato marchese de Sade, il filosofo, riferisce Bodanis, protestò: «Per stare con lei, devo dibattere persino di algebra e geometria, mentre vorrei parlare di sesso». Quando, dopo il tradimento di Voltaire con la nipote, lei lo abbandonò, il filosofo ammonì con petulanza Saint Lambert: «Lavale le mani dall' inchiostro e toglile il grembiule nero per restituirle fascino e godere del suo amore». Nel libro La dame d' esprit la partnership intellettuale tra Emilie e Voltaire trascende la salacità dei costumi e il legame passionale. La marchesa di Châtelet, tanto audace da travestirsi da uomo per entrare in un caffè vietato alle donne, non è inferiore al compagno, che nei momenti di irritazione la apostrofa come «Madame Newton Pompom», e in pubblico litiga con lei in inglese per non farsi capire dai presenti. Ma nel castello traboccante di libri, 21 mila, di serate musicali, di dissenso dall' ordine costituito, Voltaire innamorato avverte che la sua amante e ispiratrice gli è necessaria fisicamente e mentalmente, e che, come lui, propone una svolta della storia. Conclude la Zinsser che ancora oggi la formidabile figura di Emilie in volontario esilio da Versailles è molto sottovalutata, e che senza di lei Voltaire non sarebbe stato il Voltaire che si conosce.
Ennio Caretto
Il Corriere della Sera del 17 febbraio 2007