Alexis de Tocqueville
Pensatore ed uomo politico francese
(Parigi, 1805 - Cannes, 1859).

Nella sua descrizione delle istituzioni del più giovane Stato del suo tempo, gli Stati Uniti, Tocqueville si è rivelato come uno dei più grandi pensatori politici del  XIX secolo. Definendo le condizioni morali ed intellettuali del regime democratico, dove si combinano le virtù le più contraddittorie e   fondamentali della vita sociale - la libertà e l’uguaglianza - egli ha proposto una visione profetica dell’ideale politico per i secoli a venire, ed in particolare per il nostro.

Un teorico della democrazia
Alexis Charles de Tocqueville nasce a Parigi il 29 luglio 1805 da Louise Rosambo, nipote di Malesherbes - difensore di Luigi XVI - e di Hervé de Tocqueville. Il giovane Alexis frequenta il collegio di Metz, città dove suo padre è prefetto nel 1817. Dal 1820 a 1826, Alexis compie studi di diritto, quindi viaggia in Italia dal 1826 a 1827. In questa circostanza  redige il suo Voyage en Sicile, dove non è azzardato dire che fa le prove generali del suo viaggio in America. A differenza dei viaggiatori che lo hanno preceduto nel classico Grand Tour, il suo sguardo resta freddo davanti al paesaggio naturalistico e artistico, ma diventa penetrante nel cogliere, per così dire, il paesaggio morale, istituzionale, giuridico, economico. Denuncia  la natura immobilista del latifondo siciliano, preconizza la piccola proprietà contadina ed i suoi riflessi, in termini di allargamento della base democratica, sugli assetti istituzionali e  socio-economici dell’Isola.
È nominato giudice uditore a Versailles nell’aprile 1827. Troppo giovane per essere eleggibile, opta per la carriera di magistrato. Intreccia un’amicizia con  il figlio di una famiglia nobile di Tours, Gustave de Beaumont, con il quale resterà molto legato tutta la vita. Nel 1828, incontra Mary Mottley, una giovane inglese protestante, che sposerà a Parigi nel 1836. Presta giuramento a Luigi Filippo, ma controvoglia, poiché è legittimista. Decide di andare a studiare il sistema carcerario americano, possibile modello in sostituzione del vecchio sistema francese: ma in effetti, come rivela la sua corrispondenza, intende esaminarne il sistema politico.
Si imbarca con Beaumont a Le Havre nel maggio  del 1831. Soggiornano a New York, Boston, Filadelfia e Baltimora, quindi a Washington e nuovamente a New York. Faranno due escursioni, una verso il Nord-ovest ed il Canada, l’altra verso il sud nella zona  del Mississippi. I due amici sono impressionati dalle libertà pubbliche e dall’attività febbrile degli uomini del Nuovo Continente.
Di ritorno in Francia, Beaumont e Tocqueville pubblicano nel gennaio 1833 il loro libro Del sistema penitenziario negli Stati Uniti e della sua applicazione in Francia. Dopo la pubblicazione del lavoro, Beaumont è sollevato dalle sue funzioni di sostituto presso il Tribunale di primo grado della Seine; Tocqueville gli manifesta solidarietà  e si dimette dal suo posto di giudice supplente.
Di ritorno da un viaggio in Inghilterra, si ritira in casa dei genitori, a Parigi, per redigere Della democrazia in America. Trabocca d’entusiasmo per il sistema americano. Nell’esaminare da presso i partiti politici, constata che negli Stati Uniti essi non mettono in discussione il sistema stesso; piuttosto reticente riguardo la libertà di stampa, si mostra tuttavia avverso ai processi in materia  intentati in Francia;  contrario alla libertà d’associazione, è colpito da quella che esiste alla luce del sole negli Stati Uniti, mentre in Francia si moltiplicano le società segrete. Apparso nel 1835, il libro conosce un immenso successo.
Beaumont e Tocqueville si recano in Inghilterra ed in Irlanda nel 1835.  In  Inghilterra, Tocqueville osserva la progressione del centralismo a favore del Parlamento, e non dell’esecutivo. Intraprende la redazione della seconda parte del suo libro, ma la interrompe per scrivere una Memoria sul pauperismo. Tocqueville comincia quindi un  secondo saggio, Lo Stato sociale e politico della Francia prima e dopo il 1789, ma tratta soltanto la situazione precedente la rivoluzione.
Tocqueville consolida ormai la sua tesi: la giustizia divina impone il progresso della democrazia. Nel secondo volume, cerca di definire ciò che deve essere la democrazia e a descrivere i baluardi che gli Stati Uniti hanno stabilito per proteggerla. La democrazia porta in sé un doppio rischio, cioè l’anarchia o la servitù: il timore dell’anarchia conduce gli uomini d’ordine a gettarsi nelle braccia dell’autorità. La società democratica lascia il cittadino ordinario privo di mezzi davanti allo Stato, e lo spirito egualitario della società democratica conduce alla centralizzazione dello Stato. Da qui viene il pericolo del dispotismo. Tocqueville è colpito dalla tradizione rivoluzionaria ovunque presente in Europa. I volumi 3 e 4 del saggio Della democrazia in America, apparsi nel 1840, conoscono un successo inferiore ai precedenti.

L’uomo politico
Nel novembre 1837 Tocqueville si  presenta alle elezioni a Valognes, vicino a Cherbourg, dove si trova il castello della famiglia: è sconfitto. Sarà rieletto nel 1839, quando il deputato Molé si dimette nel 1839 e il re decreta lo scioglimento delle camere.
Fa parte di una commissione per l’abolizione della schiavitù, ma le sue conclusioni non saranno mai discusse. Intraprende un viaggio in Algeria nel 1841. Approva la colonizzazione pur criticando la politica amministrativa francese. Membro successivamente di una commissione parlamentare sull’Africa da 1842 a 1844 quindi, nel 1847, relatore di una commissione straordinaria sui crediti destinati all’Algeria, si mostra interessato al benessere degli indigeni. Nel 1842, è eletto al consiglio generale del dipartimento della Manica.
Nel gennaio 1848, dopo avere rifiutato di partecipare alla campagna dei “banchetti”, che farà cadere il regime, egli pronuncia il più famoso dei suoi discorsi alla camera, dove afferma:  «Credo che dormiamo su un vulcano».  Nell’aprile del 1848, è eletto a suffragio universale all’Assemblea costituente. Benché particolarmente diffidente dei partiti, aderisce al gruppo riformista  detto “sinistra dinastica”, di Odilon Barrot. Chiamato a partecipare alla commissione incaricata di redigere la nuova costituzione, combatte il socialismo, che ha per lui tre principi: il culto del piacere, l’abolizione della proprietà privata e la soppressione della libertà individuale. Partigiano del bicameralismo, è a favore dell’elezione diretta del presidente della repubblica. Il 13 maggio 1849, è eletto alla nuova legislatura ed entra nel ministero Barrot agli Affari Esteri. Ma in ottobre è esonerato dal principe-presidente, che diffida delle forti personalità.
Malato, è costretto al riposo e comincia le sue memorie. Nell’aprile del 1851, è eletto per la terza volta Presidente del consiglio generale della Manica. Arrestato in occasione del colpo di Stato del 2 dicembre, presiede ancora un consiglio generale nel marzo del 1852; ma, apprendendo che occorre prestare giuramento, dà le dimissioni. È la fine della sua vita politica. Si mette a redigere L’Ancien Régime e la rivoluzione, il cui primo volume uscirà nel 1856 dove critica la nobiltà francese, che non ha saputo rinnovarsi come aveva fatto l'aristocrazia britannica: non ha ridotto le imposte né eliminato le cariche. Soprattutto, ha ignorato i contadini andando a vivere nelle città e  a corte, lasciando il popolo solo davanti all’arbitrio del potere.
Nel 1857, viaggia in Inghilterra per preparare un seguito a L’Ancien Régime e la rivoluzione, ma ha il tempo soltanto di raccogliere delle note. Nell’ottobre del 1858, parte con la moglie per Cannes; egli muore il 16 aprile 1859, dopo una recidiva di tubercolosi. Le sue  spoglie mortali sono ricondotte  a Parigi.

Rivoluzione e democrazia
Le idee di Tocqueville sono quelle di un grande liberale proclive alla giustizia e la cui preoccupazione è talora di restare fedele alla sua famiglia ed alle sue origini, ma di ricercare costantemente quel regime che dopo la rivoluzione fosse il più giusto. È stato tutta la sua vita segnato dall’orrore delle rivoluzioni e di qualsiasi forma di tirannia.

L’evoluzione sociale
Tocqueville parte dall’idea secondo la quale il mondo evolve spontaneamente verso la disuguaglianza delle condizioni.  È per questo che ci sono nel futuro, secondo lui, soltanto due governi possibili: o «un tipo di società nel quale tutti avranno parte attiva negli affari politici», ossia uno Stato democratico, o la tirannia, l’assoggettamento di tutti ad uno solo, di cui l’Impero ne è un esempio.
Per rimediare alle carenze della sua vita politica, la Francia non può ispirarsi all’Inghilterra, dove esiste ancora una forte aristocrazia che svolge un ruolo considerevole sul piano dell’amministrazione degli affari politici. Occorre dunque trovare una via originale, sulla base della distinzione tra democrazia e rivoluzione.  In ciò, il modello americano vale la pena di essere studiato.  Poiché, se occorre a qualsiasi prezzo evitare una nuova rivoluzione, il contributo di quella del 1789, in particolare l’opera delle prime due Assemblee - seguita certo dall’orrore dei massacri e della tirannia - resta insostituibile. La specificità americana risiede nel fatto che negli Stati Uniti la democrazia regna nella società civile e nella politica, mentre la Francia conosce regimi democratici soltanto nella società civile: restando la politica soggetta all’aristocrazia.

L’esempio americano
Tocqueville prende in prestito da Montesquieu il concetto di carattere nazionale: l’Inghilterra è una nazione vecchia, il cui regime si basa sull’aristocrazia. Gli Stati Uniti sono una nazione nuova; emigrando nel nuovo continente, gli inglesi hanno perso questo principio aristocratico  per trovare ciò che costituirà il fondo del carattere nazionale americano: lo spirito calcolatore, il gusto del denaro, l’orgoglio del successo. Il grande valore degli Stati Uniti rispetto all’Inghilterra e rispetto alla Francia, risiede nell’aver conseguito una rivoluzione democratica radicale senza violenza.
Questo paese nuovo, nel quale tutti gli immigranti sono trattati in modo uguale, ha creato un ideale nazionale dove ogni individuo è in concorrenza con gli altri. Numerosi sono coloro che vi arrivano col marchio della condizione servile quasi ovunque presente in Europa. La relazione servo padrone/, se esiste come dappertutto, si basa su un contratto accettato, e non sulla nascita. È ciò che Tocqueville chiama “uguaglianza delle condizioni”. Ma questa, che è la base della democrazia, non è, in termini storici, uno stadio “necessario”; occorre che ci sia una volontà umana di arrivarvi, e soprattutto una volontà sociale.
L’uguaglianza delle condizioni non è d’altra parte uno scopo assoluto, che garantisce la sussistenza  degli altri valori, in particolare  quello della libertà: Tocqueville non è un ammiratore senza condizioni del sistema americano - la democrazia comporta infatti un rischio permanente, quello della “tirannia della maggioranza”. Ma egli spiega costantemente i rischi che corre la società americana sospesa tra la libertà e la democrazia, e, avanzando un’analisi sociologica più che un discorso moralista, insiste  anche sulla base originariamente religiosa, la fede profonda e la pratica individuale della religione cristiana (protestante). Mette dunque in evidenza il carattere fragile del sistema il cui dinamismo, dovuto al rispetto delle libertà civiche, è una fonte di trasformazioni imprevedibili. A  differenza dei politologi moderni che si riservano di pronunciarsi sui diversi aspetti delle società che tentano di descrivere in modo completamente oggettivo, Tocqueville si schiera. Osserva e giudica, seguendo l’esempio di Aristotele e, soprattutto, di Montesquieu.

Elogio della libertà
Tocqueville ha in ultima analisi fatto più opera di storico e di politologo che d’uomo politico. Cerca di comprendere perché la Francia ha tante difficoltà a diventare una società libera e democratica, mentre avrebbe potuto, all’inizio, assumere una forma non violenta. Ritiene che l’aspetto negativo della rivoluzione risieda nel fatto «di avere considerato il cittadino in modo astratto», ragionando in ciò come la religione, che considera l’uomo fuori da ogni contesto storico e sociale. In realtà, Tocqueville si mostra nemico di qualsiasi rivoluzione nella misura in cui essa conduce alla tirannia ed alla guerra.
L’altro nemico della democrazia, il centralismo amministrativo, non è solo frutto dei Giacobini o d’ altri agenti politici. E d’altra parte la Rivoluzione e l’Impero non ne sono le uniche  cause. Un cambiamento profondo era intervenuto ben prima del 1789: la centralizzazione e l’uniformità amministrativa, sono cominciate già sotto Luigi XIV. Nella Francia postrivoluzionaria, tutto ha preso un andamento più radicale ancora. D’altro verso, Tocqueville traccia un quadro sociologico della società dell' “Ancien Régime”, comparandola alla società della propria epoca. Dinanzi ad un potere centralizzato, la società   in un certo qual modo “scoppia”. Le classi che la compongono sono uniformate, gerarchizzate dai privilegi nel senso ampio (posizione sociale, redditi), ma non interagiscono tra loro. Tocqueville attribuisce senza esitare alla Monarchia  stessa questa frattura profonda  tra le classi sociali. Evoca con nostalgia la Costituente. Come sarebbe stato meglio se essa avesse conservato la Monarchia, che sicuramente avrebbe potuto evolvere verso una maggiore libertà, e si fosse  salvaguardato la continuità dello Stato, solo elemento capace di garantire la legalità – quanto  i principi messi in atto dalla rivoluzione.
Il pensiero di Tocqueville ha subito evoluzioni  tra la prima parte di Della democrazia, pubblicata nel 1835, e L’Ancien Régime e la rivoluzione, pubblicato nel 1856. Aveva inizialmente  creduto che le istituzioni fossero il prodotto dei costumi e delle idee correnti; successivamente afferma che hanno una vita autonoma. Alcune pagine delle sue memorie evidenziano il pessimismo di un uomo che ha visto sia il febbraio del 1848 che  il 2 dicembre 1851, la rinascente Rivoluzione e il colpo di stato del nuovo tiranno:  «Ed ecco la Rivoluzione francese che ricomincia, scrive, perché è sempre la stessa.».  Per lui, la Francia minaccia l’Europa. Riassume il suo pensiero politico con l’opposizione di due concetti: quello di democrazia, di cui America è un esempio, e quello della Rivoluzione, una tara francese.
L’uomo politico Tocqueville è stato un uomo solo come il pensatore: lontano  dai legittimisti che sospettavano di lui ma anche dagli orleanisti, che disprezzava, è entrato in politica al momento della nascita di  una repubblica, la quale lo ha subito respinto sotto la minaccia di un tiranno che bussava alle porte. Rimane un pensatore esemplare per il suo spirito autonomo e per la chiarezza con la quale ha analizzato un’epoca minacciata dal dispotismo.


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dal 23 sgosto 2003
Esempio 1
Alexis de Tocqueville: Della democrazia in America (Saggio
di sociologia politica di Alexis de Tocqueville (Iª parte 1835; IIª parte 1840).

La democrazia è l’uguaglianza delle condizioni congiunta alla sovranità del popolo. La libertà dell’uomo ricco non è lo scopo della politica. Perché la democrazia non determina l’uguaglianza, ma cambia le relazioni tra il  ricco e il povero: il ricco non ha più diritti del povero, contrariamente a ciò che si riscontra in una società aristocratica. Inoltre, in democrazia, la libertà è uguale per tutti.
Ciò che fa l’uomo democratico, è l’individualismo, ossia la ricerca del proprio benessere. In questa ricerca, l’uomo democratico ha soltanto concorrenti, che sono suoi uguali. Così, l’idea democratica corrisponde all’idea giusta di libertà: mentre la società aristocratica isola ogni individuo in uno spazio gerarchico, la società democratica lo colloca in un quadro naturale e senza ostacoli fuorché quelli della legge.
Numerose istituzioni favoriscono l’autoregolazione della società americana: il comune, la giuria popolare, il libero associazionismo. Di conseguenza, l’interesse dei soggetti li accomuna nella difesa della democrazia, ed è in ciò che gli Stati Uniti costituiscono un ideale politico: è l’opinione pubblica che regna, nel senso che «ogni individuo condivide in parti uguali la sovranità e partecipa anche al governo dello Stato».
Infine, quest’”opinione pubblica” si fonda sulla religione, che si manifesta al tempo di Tocqueville come un’opinione condivisa più che una religione rivelata. La religione ha dunque una funzione essenziale nel mantenimento della coesione sociale. Il cristianesimo è così la prima delle istituzioni americane: da questa forma di utopia realizzata ne discende che  nessuna rivoluzione utopistica qui è da temere, come in Europa...
Dopo alcune considerazioni sulla geografia fisica, Tocqueville analizza le ragioni dei primi emigranti, degli uomini di fede, innamorati dell’uguaglianza ma anche individualisti, che fuggivano i regimi repressivi dell’Europa. Dà prova di uno bello ottimismo - o di un certo accecamento intellettuale: in realtà, solo i proprietari erano ammessi nelle assemblee!
Ma, d’altra parte, descrive con precisione il decentramento amministrativo, parallelo alla centralizzazione governativa. È sensibile all’assenza della inamovibilità dei funzionari: costoro possono essere sospesi a seguito di un arbitrato, e gli arbitrati sono possibili a tutti i livelli. Descrive le istituzioni, il loro funzionamento ed il modo di designazione dei loro membri: il suffragio universale è diretto per la camera di rappresentanti ed il senato, indiretto per il presidente della repubblica. Il sistema prevede arbitrati a tutti i livelli.






Su IBS:
Titolo: Tocqueville
Autore: Bedeschi Giuseppe
Dati 198 p. 
Anno 1996 
Editore Laterza
Collana I pensatori politici
 
 
 



Descrizione   


Straordinaria tempra di teorico e di analista politico, Tocqueville è celebre per i due grandi libri su La democrazia in America e su l'Antico Regime e la Rivoluzione. Discendente da famiglia nobile, ma conscio dell'ineluttabilità della diffusione della democrazia, si impegnò caparbiamente nello studio della transizione dall'aristocrazia alla democrazia. Riconobbe i vantaggi portati da questa evoluzione, ma individuò anche i pericoli in essa insiti, suggerendo i rimedi.


 
 



Tocqueville , Giuseppe Bedeschi Ordina da iBS Italia

"Una diffusa immagine di Tocqueville, forse scaturita da una non attenta lettura delle sue opere maggiori, persiste a raffigurarlo come un pensatore politico che affida le sue scoperte piuttosto alla logica deduttiva che non all'osservazione della concreta vita sociale. Ma basta avvicinarsi appena al suo metodo di lavoro per accorgersi come invece i due approcci si intreccino indissolubilmente nella sua ricerca, che anzi trae gran parte del suo incomparabile vigore dimostrativo proprio dalla continua analisi comparata delle società politiche del suo tempo. La passione dei viaggi si manifesta quindi nel giovane aristocratico come una vera e propria necessità conoscitiva, si integra alla sua specifica formazione culturale in quanto connaturata, per così dire, alla sua precoce scoperta del destino egualitario del monfo moderno. Ed è precisamente intorno all'esigenza di verificare e documentare tale scoperta che ruotano i tanti 'cahiers' di notizie, appunti, osservazioni e conversazioni che Tocqueville ha redatto, più o meno sistematicamente, nel corso delle sue peregrinazioni in Europa e in America". (Dall'introduzione)

Indice:
Introduzione: sulle tracce dell'uomo democratico
Viaggi
Viaggio in Sicilia
Viaggio in America
Viaggio in Inghilterra del 1833
Viaggio in Inghilterra e Irlanda del 1835
Viaggio in Svizzera (1836)
Appunti del viaggio in Algeria del 1841
Viaggio in Algeria (novembre-dicembre 1846)
Cartine
Indici dei nomi e dei luoghi

Un libro per capire l'America oggi

L'America e i suoi critici , Sergio Fabbrini Ordina da iBS Italia

Fabbrini affronta un problema di straordinaria importanza politica in Europa e in Italia - l' antiamericanismo e il filoamericanismo pregiudiziali e ideologici di ampi segmenti delle nostre opinioni pubbliche […] Si parte dall' Europa, e in particolare dall' Italia: il primo capitolo è dedicato a una rapida rassegna dei motivi che spiegano l' antiamericanismo pregiudiziale (e, in minor misura, il più recente e meno diffuso fenomeno del filoamericanismo pregiudiziale) che attraversano le culture politiche dominanti nel nostro Paese: quella cattolica, quella di destra e quella di sinistra, nonché la piccola enclave liberale. Rassegna rapida, dicevo, e convincente. Non nuova però, perché antiamericani e filoamericani per partito preso hanno già provveduto a denunciare gli aspetti ideologici presenti nelle critiche degli avversari. Ciò che è nuovo e molto utile, in un clima di diffusa ignoranza e di amori e odi fondati su di essa, e dunque infondati, è il modo pacato e convincente in cui Fabbrini, grande conoscitore della società e del sistema politico americani, riesce a ridurre la nostra ignoranza, a farci entrare in un mondo profondamente diverso dal nostro. L' autore è uno scienziato politico, ma la prima e più importante lezione che ci offre è di metodo storico: che tutti i pezzi del sistema americano sono strettamente collegati e hanno radici culturali profonde, e sono queste che ne consentono un funzionamento accettabile. Quando penso alla beata incoscienza con la quale, anche in sede di proposte alla Bicamerale, si pensava di trasferire di peso alcuni tratti del «governo diviso» (tra Presidenza e Congresso) che è tipico dell' America al sistema costituzionale italiano, senza riflettere sulle condizioni storiche e culturali che consentono di tenere insieme e far funzionare in modo accettabile un meccanismo di governo a prima vista così paradossale, foriero di effetti imprevedibili e perversi al di fuori del contesto in cui si è formato e di notevoli tensioni anche nel suo contesto di origine, mi viene da rabbrividire. Il modo in cui in cui Fabbrini organizza la materia, e attraverso il quale ci impartisce la lezione di cui dicevo, è poi molto semplice: nei quattro capitoli centrali del libro, egli sottopone a un' analisi serrata i quattro principali pregiudizi antiamericani che circolano in Europa e in Italia, i primi due attinenti al funzionamento delle istituzioni, i secondi a quello della società, della politica e dell' economia. L' America è una democrazia del plebiscito? È una democrazia senza popolo? È una democrazia per ricchi? È una democrazia imperiale? I punti interrogativi ce li mette Fabbrini, naturalmente, perché la sua analisi è rivolta proprio a eliminare l' ignoranza che sta alla base del pregiudizio. Eliminata la quale non sono affatto eliminati i motivi di critica, ma, da una parte, essi sono attenuati, perché vengono messi in rilievo gli antidoti che il sistema politico e la società civile hanno creato contro i tratti plebiscitari delle elezioni presidenziali, contro la bassa partecipazione elettorale, contro le tendenze a favorire i ceti più abbienti, contro l' egemonismo internazionale degli Stati Uniti. Dall' altra parte, e soprattutto, essi sono spiegati nella loro origine storica, mostrando tendenze e cicli in tutti i fenomeni osservati, la natura instabile e precaria degli equilibri che provvisoriamente si stabiliscono e che tendiamo a considerare immutabili. Fabbrini è al suo meglio, come studioso delle istituzioni, quando deve spiegare fenomeni strettamente attinenti al sistema politico. […] Ma l' autore è molto efficace anche quando deve descrivere fenomeni politico-sociali più ampi delle dinamiche istituzionali: la sua analisi della «democrazia imperiale», delle difficoltà di Clinton a tenere insieme multilateralismo ed espansione mondiale della democrazia e degli interessi americani, dell' abbandono del multilateralismo da parte di George W. Bush e dei neocon, è una delle più efficaci che abbia letto negli ultimi tempi. […]

Michele Salvati


3 marzo 2005
Tocqueville e la tirannia della maggioranza


«Per me, quando sento la mano del potere appesantirsi sulla mia fronte, poco m' importa di sapere chi mi opprime, e non sono maggiormente disposto a infilare la testa sotto il giogo solo perché un milione di braccia me lo porge». È la posizione del liberale francese Alexis de Tocqueville, che nell' Ottocento studiò l' equilibrio fra la libertà individuale e il potere democratico nel saggio La democrazia in America, scritto fra il 1832 e il 1840, diventato uno dei testi alla base del pensiero politico occidentale. Per Tocqueville la democrazia è l' eguaglianza delle condizioni (che in America è rappresentata dalla condizione di «primigenia» parità tra i coloni arrivati dall' Europa nel Seicento). Ma l' altra faccia di un regime democratico, che promette una partecipazione di tutti alla vita pubblica, è il rischio costante della «tirannide della maggioranza», poiché quando si mette in pratica l' ideale egualitario si ottiene una sorta di livellamento che tende a sfociare nel dispotismo e dunque nella negazione della libertà. «Vedo chiaramente nell' eguaglianza due tendenze - spiega Tocqueville nel suo saggio -: una che porta la mente umana verso nuove conquiste e l' altra che la ridurrebbe volentieri a non pensare più. Se in luogo di tutte le varie potenze che impedirono o ritardarono lo slancio della ragione umana, i popoli democratici sostituissero il potere assoluto della maggioranza, il male non avrebbe fatto che cambiare carattere».


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ALEXIS DE TOCQUEVILLE, I SUPPOSE (in margine alla Democrazia in America, ed, BUR, 1999,con prefazione di Giorgio Candeloro)

Nell’anno di grazia 1871 John Rowlans Stanley venne incaricato dal New Jork Herald di partire alla ricerca dell’esploratore inglese David Livingstone, di cui non si avevano più notizie da più di due anni. Quando lo incontrò, finalmente, a Ugigi ( nel cuore dell’Africa nera ), Stanley con perfetto stile british gli disse le celebri parole: “ Dr. Livingstone, I suppose “.
Oltre che giornalista, Stanley a sua volta era un esploratore anch’egli.
Ovvero: si spendeva a  percorrere, visitare, una zona od un luogo per dei motivi di studio.
Alexis- Charles- Henri Clérel de Tocqueville ( Parigi, 29 luglio 1805 – Cannes, 16 aprile 1859 ) con il suo amico nonché collega Gustave De Beaumont sbarcò in quel di New York, per la prima volta, quarant’anni prima che avvenisse il viaggio di Livingstone: il 10 maggio del 1831.
Per parte di Tocqueville il risultato di tale viaggio fu l’opera La democrazia in America, che venne pubblicata, in parti diverse, a Parigi fra il 1835 ed il 1840 e che adesso viene ripresentata per i tipi della Bur nel nostro paese ( Bur, quarta edizione 2004 ). Il libro non è altro che il resoconto, documentato quanto più possibile, di ciò che Tocqueville ha avuto modo di vedere nei paesi che stanno al di là dell’Atlantico. Proprio come un esploratore, Alexis de Tocqueville si addentra nei territori dell’Unione, vi scopre quanto vi è da scoprire, analizza con metodo ogni singola cosa, cura l’edizione delle sue ricerche, fa conoscere la realtà dell’America al mondo intero.
Ma cos’è questa democrazia, dunque ? E che cos’è quest’ America ? A questo punto occorre subito dire che Tocqueville non tende affatto a nasconderci che “ l’ America è il paese più democratico della Terra “ e che lui stesso, con il suo viaggio ed il suo libro, ha voluto in verità vedere nell’America  “qualcosa più dell’America; vi ho cercato un’immagine della democrazia, del suo carattere, dei suoi pregiudizi, delle sue passioni e ho voluto studiarla per sapere quello che noi dobbiamo sperare o temere da essa “. Immettersi dentro l’America di Tocqueville, dunque, vuole dire, nello stesso tempo, immettersi dentro ai meccanismi della democrazia tout court e vuole dire provare questa democrazia in ogni sua circostanza e potenzialità.
Il percorso effettuato da Alexis de Tocqueville si compie, allora, dall’individuazione dell’ uguaglianza delle condizioni vista come stigma della democrazia americana del suo tempo – oltre che, fermo restando quel che dice Giorgio Candeloro nella Prefazione apposta al volume, di quel “ cammino dell’umanità “ che si stava proprio allora intraprendendo, il quale è ed in se sarà celere, grandioso, instancabile ed irresistibile – all’ isolamento che egli fa dei vantaggi e dei pericoli di tale stigma. Il pericolo maggiore che vi è, parrà perciò a lui quello della cosiddetta tirannia della maggioranza; il vantaggio più grosso: quello dell’inedita libertà politica.
All’interno di un prisma fatto in modo tale che la democrazia possa riflettere e riflettersi in se stessa attraverso ogni suo più infimo particolare, Tocqueville arriva così a riuscire in quello che era stato il suo primario intento di esploratore. Ovvero nel fare scoprire ad ogni suo contemporaneo l’esistenza di un topos che egli dimostra essere non solo politico ma anche e principalmente economico, sociale, culturale oltre che  morale. E la grandezza di Tocqueville starà proprio nella circostanza esatta che egli questo topos riesce a portarlo alla luce con ben 17 anni di anticipo rispetto allo scoppio di quel quarantotto che farà, prepotentemente, conoscere ad ogni paese dell’Europa della Restaurazione e del mondo intero tutta una costellazione di nuove esigenze, nuovi stimoli, un codice interpretativo della realtà del tutto nuovo. Ecco allora che Tocqueville diventa davvero profeta: questo topos saprà rivelarsi di certo straordinario per i popoli del vecchio continente  anche se i prodromi erano già tutti lì, negli Stati Uniti d’America, se è vero come è vero che “ solo il nome degli attori è diverso, il dramma è sempre quello “. Gli americani, a cui è stato concesso il più grande privilegio, quello “ di poter fare degli errori riparabili “, sono anche quelli per cui “ l’interesse individuale [ è diventato ] più che mai il principale, se non l’unico, motore delle azioni umane “. La democrazia in America non potrà dunque che svolgersi ed avvolgersi tutta quanta attorno a questa forbice. Giungendo così a percorrere un cerchio esatto fatto solamente di osservazioni e di elencazioni che non sarà altrimenti eguagliabile né per gli anni in cui il libro di Tocqueville fu scritto ne per quelli a venire. In modo che, ancora una volta anche oggi, quando ognuno si porta nelle vicinanze delle tematiche comunque democratiche, anche costui, come Stanley, non potrà che fare a meno di esclamare: “ Dr. Tocqueville, I suppose “.

GIANFRANCO CORDI’       

Nel 1831-32, sessant'anni dopo l'inizio della rivoluzione americana, Alexis de Tocqueville compì un viaggio di studio negli Stati Uniti, durante il quale esaminò da vicino il funzionamento delle istituzioni politiche, amministrative e giudiziarie del paese. Nel 1835 pubblicò la prima parte de "La democrazia in America", che contiene un'analisi sistematica delle istituzioni americane.
La seconda parte fu pubblicata nel 1840, ed è edita insieme alla prima nel presente volume. Oggi il libro di Tocqueville, generalmente giudicato un classico del pensiero politico dell'Ottocento, offre spunti molto interessanti di riflessione: "Del resto" scrive Giorgio Candeloro a conclusione della sua prefazione al libro "il problema da lui posto, quello di fondare una società di uomini che siano al tempo stesso eguali e liberi e di impedire l'instaurazione di tirannidi ben più complete e oppressive di quelle del passato, è ancora vivo e urgente nel nostro tempo".

TOCQUEVILLE IN RETE:
 
1. Alexis de Tocqueville - Encyclopédie de l'Agora - Quebec Canada - Raccoglie quasi tutti i testi (manca il Voyage en Sicile) di Tocqueville scaricabili in formato .doc di word  e in PDF.   Biografia sommaria, bibliografia, e come dicevamo: La democrazia in America, L'Antico Regime e la rivoluzione, Rapporto sull'Algeria, Due lettere sull'Algeria. E poi: saggi, link, tutto ciò che occorre per studiare dal proprio PC questo gigante del pensiero politico.

2. Alexis de Tocqueville - Swif - Università di Bari - Eccellente raccolta tematica di scritti su Tocqueville.

3. Alexis de Tocqueville
Bellissimo sito tematico francese. Da visitare assolutamente

4. Alexis de Tocqueville - L'Antico regime e la Rivoluzione . Sinossi e commento. In questo sito.

Viaggi, Alexis de Tocqueville Ordina da iBS Italia

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