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William Shakespeare - La Vita e le Opere

Poeta e drammaturgo inglese ( Stratford-on-Avon, 1564 - idem, 1616)


La città di Stratford-upon-Avon, dove è nato Shakespeare  nel  1564, è soltanto ad un centinaio di miglia da Londra. Questa vicinanza spiega il fatto che questo borgo, il cui nome significa “la strada che attraversa il guado”,  fu il luogo fiorente di mercati, di fiere e di scambi, e dunque anche della peste, dalle cui epidemie fu decimato; per altro verso  dalla capitale provenivano le  compagnie ambulanti di attori protetti dalla regina o dalla nobiltà.  Stratford era dunque il luogo di una fortuna mutevole, che segnò l’infanzia e l’adolescenza di Shakespeare.

Una famiglia rispettabile
William era il terzo figlio di John e Mary Shakespeare. Cinque dei loro otto bambini sopravvissero, e due di loro diventarono attori: William stesso ed anche il fratello minore Edmund (nato nel  1580), che lo seguì a Londra. Quando il padre si installò a Stratford, era guantaio, e vi comperò la casa di Henley Street, luogo di nascita del poeta. Artigiano rispettato, scala i livelli della notorietà fino a diventare   baglivo (sindaco) della città, nel 1568.
La famiglia di Shakespeare fu segnata dalla confusione religiosa che si verificò quando la regina Elisabetta  succedette  alla cattolica Maria Tudor nel  1558. La sorella maggiore di Shakespeare infatti fu battezzata nella fede cattolica, mentre William lo fu secondo il rito della chiesa anglicana. John Shakespeare aveva aderito infatti alla nuova chiesa. Fra i compiti che gli spettavano, doveva fare in modo che gli affreschi della volta del Guildhall, giudicati troppo papisti, fossero sbiancati con la calce. Sceglie un nuovo maestro per la scuola, che, in seguito alla  Riforma, era diventata grammar school del re. William probabilmente vi fu ammesso verso l’età di quattro anni, e vi apprese a leggere nel libro di preghiere anglicano (Prayer Book). È soltanto verso sette anni che poté beneficiare della cultura umanista dei maestri di scuola usciti, per la maggior parte, da Oxford, centro d’irradiazione degli studi classici.

Rovesci  di fortuna
Intorno al  1578, lo stimato John Shakespeare non osava più mettere piede in  chiesa per timore di esservi arrestato per debiti. Quella che era stata una delle personalità più stimate di Stratford dovette rinunciare agli onori (si sono volute cercare le cause di questo declino nel suo passato cattolico ma, benché una professione di fede cattolica sia stata trovata nel tetto della sua casa, non si è mai potuto provare che John sia stato perseguitato per ragioni religiose). Non siamo certi se quando lasciò la scuola, William seguì  uno dei suoi maestri nel Lancashire per diventarvi precettore. Ciò che sappiamo   è che, a diciassette anni, era di ritorno a Stratford e fidanzato alla figlia di un agricoltore di Shottery, Anne Hathaway, di otto anni più grande, che sposò nel 1582. La coppia ebbe tre bambini: Susan , nata sei mesi dopo il matrimonio (sposerà nel 1607 un medico apprezzato, John Hall), e, nel 1585, i gemelli Hamnet e Judith.

Gli “anni persi”
Si ignora quasi tutto di Shakespeare dall’anno della nascita dei gemelli a quello dove lo sappiamo a Londra. Fu apprendista presso la bottega del padre, o nel Lancashire? Vi incontrò    gli attori del conte di Derby, lord Strange? L’ipotesi non è inverosimile, poiché questi attori apparterranno più tardi, come Shakespeare stesso,  alla compagnia del lord Ciambellano. Si è pensato ad un viaggio in Francia ed in Italia. Sarebbe forse  ripartito verso Londra con gli attori della compagnia della regina, che erano passati a Stratford nel  1587? Shakespeare aveva una famiglia da mantenere, e gli attori potevano sperare di arricchirsi investendo nella costruzione di nuovi teatri. Così nacquero The Theatre nel 1576, la Courtine  nel 1577 e The Rose nel 1587. Shakespeare si sarebbe inizialmente guadagnato da vivere  custodendo  i cavalli dei gentiluomini  all’ingresso di questi teatri. Ciò che è certo, è che inizia a scrivere.

Da Stratford a Londra
Shakespeare divide la sua vita tra Stratford e Londra, dove sceglie le sue residenze  secondo la loro vicinanza a questo o quel  teatro. La leggenda vuole che si sia fermato in strada a Oxford in una locanda tenuta dalla famiglia Davenant, e che   sir William Davenant sia   suo figlio.

Il conte di Southampton. I Sonetti
Nel 1592, Shakespeare ha ventott’anni. Inizia già a farsi un nome grazie alle rappresentazioni di Enrico VI. Le prime commedie sono in gestazione, ma la peste infierisce, ed i teatri sono chiusi per due anni. Eccolo dunque intento a scrivere  poemetti, Venere ed Adone, poema erotico, e, in un genere più didattico, Il ratto di  Lucrezia, il cui tema ispirerà  la sua prima tragedia, Tito Andronico. Questi grandi poemi narrativi valgono a Shakespeare l’amicizia ed il sostegno di Henry  Wriothesley, conte di Southampton, le cui iniziali W. H. lasciano pensare che si tratti del dedicatario  dei  Sonetti, pubblicati nel 1609, ma composti in questi anni. L’identità della “dark lady ” dei Sonetti resta tuttavia misteriosa. La presenza presso il  conte di Southampton di Giovanni Florio, traduttore di Montaigne, avrà certo i  suoi influssi.
Alla fine del 1594, Shakespeare abita nella zona di Bishopsgate, non lontano dal “Theatre”; scrive in questo torno di tempo almeno due commedie, La commedia degli errori, La bisbetica domata e, certamente, I due gentiluomini di Verona, variazione sul tema dei Sonetti. Termina la sua prima tetralogia storica, le tre parti di  Enrico VI, il loro seguito con Riccardo  III ed il Re Giovanni. La prima tragedia, che descrive l’invasione di Roma da parte dei goti, Tito Andronico, miscela la  violenza teatrale alla  Seneca con una vena poetica ispirata a Ovidio.

L’azionista della compagnia  del lord Ciambellano
Il denaro guadagnato  dalle poesie dedicate a Southampton permise a Shakespeare di comperare una quota nella società di attori del lord Ciambellano, che si era appena costituita nel 1594, l’anno della riapertura dei teatri. L’attività creatrice del drammaturgo prende allora un nuovo slancio. La recente esperienza lirica si fa sentire nelle pièce  di questo periodo: Pene d’amore perdute, Sogno di una notte di mezz’estate, che, come Romeo e Giulietta, cantano il tema della separazione degli amanti. La poesia entra nella storia con Riccardo II, mentre le due parti di Enrico IV  fanno alternare le scene comiche e le scene tragiche. Le divisioni in generi si attenuano sotto l’influenza della poesia.

Lutti e successo
Nel 1596, muore all’età di undici anni Hamnet, il figlio Shakespeare, la cui discendenza maschile ormai è estinta. Con un’ironia crudele della fortuna, alcuni mesi più tardi, il drammaturgo riceve il titolo di gentiluomo ed il blasone  precedentemente ambito senza successo da suo padre. Acquista la casa di New Place, a Stratford, nel 1597. L’anno successivo, Francis Meres scrive che Shakespeare è da mettere sullo stesso piano di Plauto e di Seneca . Famoso a trentaquattro anni, non ha tuttavia ancora scritto quasi nessuna delle opere con le quali la posterità gli  riconobbe il genio. Il mercante di Venezia e Molto rumore per nulla, commedie della maturità, possono esser fatte risalire a quest’epoca. Le commedie  di Shakespeare sono recitate a corte, nei palazzi reali di Greenwich e di Whitehall, nei collegi di giuristi, Inns of Court, nei nuovi teatri della riva sinistra e della riva destra del Tamigi e la cui architettura si ispira alle strutture   delle locande dove si esibivano  precedentemente gli attori. Da poco, Shakespeare ha traslocato sulla riva destra del  Tamigi. Manca un teatro di proprietà alla compagnia del Lord Ciambellano.

Il teatro del “Globe”
A seguito di una discussione tra il proprietario del terreno del “Theatre”  e  i Burbage - attori che lo avevano fatto costruire -, il teatro è smontato, ed il suo legname  trasportato a   sud del  Tamigi. Queste  tavole  serviranno alla costruzione del  “Globe”, di cui Shakespeare è uno degli azionisti. I tre ordini di gradinate coperti ed il parterre  possono accogliere fino a 3.000 persone. Shakespeare ormai è sulla strada dell’arricchimento personale. La regina Elisabetta gli commissiona  un seguito comico per Enrico  IV con Falstaff come personaggio centrale. Sarà Le Allegre  comari  di Windsor. Shakespeare termina la seconda tetralogia dei drammi storici con Enrico V, dove fa menzione di questa ”O di  legno”, questo “Globe”   tutto nuovo che simbolizza il mondo. Giulio  Cesare è una delle prime pièce  che vi viene recitata, e Come vi piace  è scritta con l’idea di attirare al “Globe” il pubblico raffinato dei teatri privati.

Una  querelle  teatrale
Nel  1600  i teatri sono in guerra: tra i teatri privati, come il “Blackfriars”, dove si esibiscono le compagnia di bambini, di cui è fatto cenno  in Amleto, ed i teatri pubblici, popolari, come il “Globe”, difeso da  Shakespeare, scoppia un litigio che influisce sulla scrittura delle opere di questo periodo. Il ridicolo Aiace di Troilo  e Cressida sarebbe forse Ben Jonson? I personaggi comici sono  più sottili da quando Armain ha sostituito Kempe nel ruolo del matto: Feste,  il buffone  de La notte dei re, è concepito per soddisfare   un pubblico mutevole. Nel 1601, il  “Globe” è il luogo di un dramma politico: i partigiani di Essex pagano la compagnia del Lord Ciambellano perché sia dato il  Riccardo II, allo scopo che la regina si riconosca nell’immagine di  questo re sconfitto. Gli attori di Shakespeare escono indenni dalla prova. Il ribelle Essex è giustiziato  e Southampton imprigionato. Lo stesso anno, il padre di Shakespeare muore. È l’anno di Amleto, dramma del padre morto e del teatro rivelatore di verità.

Shakespeare e Giacomo I
Nel 1603, quando Giacomo Primo sale al  trono, la compagnia  del Lord Ciambellano diventa quella del re. Ma, di nuovo, la peste devasta Londra: i teatri chiusi, gli attori ridiventano girovaghi. Tuttavia, nel  1604, Shakespeare si trova a Londra, alloggiato presso un protestante francese rifugiato. Le sue commedie si incupiscono: Tutto è bene ciò  finisce bene e Misura per misura si avvicinano a Otello con la tematica del coniuge abbandonato o calunniato. Presto, è il momento della landa desolata di Re Lear. E per Giacomo I, assolutista  e superstizioso, amico tuttavia degli artisti, Shakespeare scrive Macbeth. L’onesto Banquo vi è rappresentato come l’antenato degli  Stuart. Le ultime tragedie greco-romane – Antonio e Cleopatra, Coriolano   e  Timone di Atene - denunciano un pessimismo politico ed un senso tragico dell’isolamento dell’individuo. Nel 1608, anno della morte della   madre, Shakespeare crea il personaggio di Volumnia, la madre di Coriolano.

“Blackfriars” l’altro teatro
Nel  1609, la compagnia del re acquisisce “Blackfriars”, teatro coperto installato in un monastero sconsacrato. Shakespeare si ritira definitivamente a Stratford, e scrive ormai per questi due teatri. “Blackfriars” è un teatro coperto con luci artificiali. Vi si può recitare d’inverno. Questo nuovo luogo teatrale ha certamente contribuito a cambiare lo stile delle ultime sei commedie della carriera del Bardo, che comprendono quattro drammi , Pericle, Cimbelino, Il racconto d’inverno e La tempesta, una commedia scritta in collaborazione con Fletcher, I due nobili cugini, ed un  ultimo dramma storico, Enrico VIII.
Shakespeare muore  nel  1616. È sepolto a Stratford nella chiesa di Trinity Church. Si possono leggere sulla sua  tomba i versi seguenti, probabilmente epitaffio da lui stesso dettato: “Cura, dolce amico nell’amore di Gesù/di smuovere la polvere qui contenuta /benedetto colui che custodisce queste pietre/e maledetto colui che disturba le mie ossa.”


La prima pubblicazione
Nel 1623, degli amici attori di Shakespeare, Heminges e Condell, fanno pubblicare un   in-folio delle sue opere drammatiche (tre delle trentotto pièce  non vi appaiono: Troilo e Cressida, Pericle, I due nobili cugini).”

La battaglia delle parole
La gravità poetica della maggior parte delle commedie shakespeariane obbliga a cercarne le fonti nella tradizione “romantica” medioevale piuttosto che nelle satire dal gusto antiquario  tipico di Ben Jonson. Ma le commedie sono tuttavia  tributarie delle fonti latine (La commedia degli errori deve molto a Plauto), come pure delle  fonti italiane (La Bisbetica domata si  ispira all’Ariosto). La prosa, piuttosto una novità  della scena teatrale, avvicina di più  gli attori al loro pubblico di quanto faccia il verso ieratico ed elegante destinato ad un pubblico aristocratico. Le commedie elaborano una riflessione sul potere della lingua, la cui artificiosità ed estrema rarefazione è chiaramente rivolta agli animi eletti (quanto l’azione cruenta o il comico spinto ammiccano ad un pubblico dal palato non troppo raffinato). La vita e la morte si consegnano a una battaglia di parole (Pene perdute d’amore). Le donne, padrone della retorica amorosa, vi svolgono un  ruolo principale: Rosalinda (Come vi piace), Porzia (Il  mercante di Venezia),  Isabella (Misura per misura), Beatrice (Molto rumore per nulla).   Vincono le vittorie della vita e dell’amore contro l’ipocrisia  puritana e le trappole machiavelliche: Porzia ed Isabella salvano dei  condannati a morte, Rosalinda e Beatrice denunciano la malinconia  amorosa.
 
La commedia, una messa in scena del  linguaggio
La commedia mette il mondo alla rovescia per fare riapparire l’armonia. Le donne si mascherano in uomini. Sul modello delle commedie di Plauto, sostituzione e dualità percorrono quelle di Shakespeare: i gemelli (La commedia degli errori, La notte dei re), i doppi (I due Gentiluomini di Verona, I due nobili cugini), la donna che si sostituisce a un’altra nel letto dell’amante (Tutto è bene ciò che finisce bene, Misura per misura). Sotto l’effetto del filtro di Obéron e delle metamorfosi di Ovidio, l’uno diventa l’altro nel Sogno di una notte di mezz’estate. La magia si scopre essere un classico stratagemma del teatro. La menzogna serve la verità,   sia per denunciare il gioviale Falstaff   (Allegre  Comari di Windsor) o il sinistro Malvolio (La notte dei re). La morte è finta, e l’eroina calunniata  resuscita (Molto   rumore per nulla). Poiché mette in scena il linguaggio, la commedia, pur nutrendosi del tragico, ne evita i tormenti. Troverà la sua espansione nei drammi storici.

La legittimazione del potere
Shakespeare non ha seguito la cronologia scrivendo le sue pièce storiche. Con Enrico VI  e Riccardo III, comincia dalla fine, come se volesse inizialmente raccontare l’arrivo dei Tudor al potere e   analizzarne in seguito le cause.  Situando le sue  opere di carattere  storico tra  il 1199 (arrivo di Giovanni Senzaterra) e il  1547 (morte  di Enrico VIII), fa rivivere la storia dei  Plantagenti e dei Tudor, dal Re Giovanni a Enrico VIII .
Lo schema medioevale della caduta dei principi struttura i suoi drammi storici. Questo genere controverso dai tempi di  Aristotele - la verità è  nella poesia o nella storia? - e presto bandito, servendo alla propaganda dei Tudor, permette al poeta - che si ispira alla Historia regum Britanniae, di Goffredo di Monmouth (  1100 ca -1155) e alle Cronache d’Inghilterra, di Scozia e d’Irlanda (1577), di Raphael Holinshed - di collegare la trattatistica medioevale alla riflessione politica del Rinascimento. Quando Shakespeare mette in scena la guerra delle  Due Rose (1455 -1485), Machiavelli ha già scritto Il principe. La questione centrale è quella della morale in politica. La prima tetralogia (le tre parti di Enrico VI e il  Riccardo III) tenta di spiegare la nascita del tiranno, mentre la seconda (Riccardo II, e le due parti di Enrico IV ed Enrico V) descrive l’arrivo dell’eroe nazionale.  Ogni tetralogia si conclude con un matrimonio per sottolineare il ritorno dell’armonia. Affascinato  dal tema del doppio, Shakespeare sfrutta poetizzandola la teoria dei due corpi del re, facendo di questi affreschi storici una riflessione sul potere e la legittimità che si riscontreranno nelle tragedie che seguiranno.

Tragedie e drammi
Non si può ridurre l’opera tragica agli schemi della tragedia alla Seneca o alla tradizione del De casibus virorum illustrium di Boccaccio. Con l’ampiezza della sua visione e della sua coerenza tematica, Shakespeare rinnova la tragedia.
Si possono contrapporre le sei tragedie greco-romane - ispirate per la maggior parte alle  Vite di Plutarco (Giulio  Cesare, Antonio e Cleopatra, Coriolano, Timone di Atene) - alle cinque tragedie che traggono la loro sostanza narrativa dai racconti italiani (Romeo e Giulietta, Otello) o di cronache storiche o leggendarie d’ambiente nordico (Amleto,   Re Lear, Macbeth).
Dalle cupe foreste di Tito Andronico, dove Lavinia, violata, la lingua strappata, reinventa mezzi d’espressione, all'oratoria loquace e tribunizia di Giulio Cesare e di Coriolano, i  cui eroi rifiutano facili scorciatoie, ai campi di guerra dove gli atti sono anzitutto parole (Troilo e Cressida, Antonio  e Cleopatra) fino alla muta riva dove muore il misantropo Timone, le sue tragedie greco-romane studiano la connessioni del  linguaggio col corpo, col potere, con la guerra. Le cinque grandi tragedie mettono in scena i loro eroi di fronte ad un destino che assume una forma sempre ambigua - fantasma (Amleto), parole menzognere (Otello, Macbeth), malinconia ingannevole (Romeo e  Giulietta), silenzio ambivalente ( Re Lear) .
I drammi sembrano essere un felice epilogo di  tutta la sua opera.  Certamente, ci sono sprazzi di  pazzia che rammemorano le  lande desolate del  Lear ne La  tempesta, in cui Calibano sembra un povero Tom del Nuovo Mondo. Ma se, nelle ultime opere, Shakespeare corteggia sempre la morte, integra le nuove correnti di pensiero, purifica la magia da qualsiasi superstizione, e sembra credere nella  speranza di una pace europea concretizzata dal matrimonio di Elisabetta Stuart con l’Elettore Palatino. L’amore vi è messo alla prova, che sia per Ferdinando (La tempesta) o per Postumo (Cimbelino); quanto agli eroi di Pericle e del Racconto d’inverno, trovano l’amore soltanto dopo   anni. I stratagemmi di conversione prendono andamenti sovrannaturali, come la statua viva di Perdita (Il racconto d’inverno). Quando Taisa si sveglia del sonno della morte (Pericle), la disperazione di Giulietta  è dimenticata. All’alba della guerra dei  Trent’anni, queste opere fanno rivivere il Rinascimento  elisabettiano attraverso un linguaggio nuovo.

I quattro secoli che ci separano da Shakespeare si sono nutriti della sua opera. All’alba dell’Età Moderna, sulla scena popolare del suo teatro in legno come nei palazzi di Elisabetta Tudor e di Giacomo  Stuart, Shakespeare ha reso accessibile all’Inghilterra l’Antichità, e, come  Puck del Sogno di una notte di mezza estate, ha circondato l’universo della sua epoca col cerchio magico della sua poesia, rinnovando  il linguaggio poetico e le sue figure retoriche e  proponendoci  nuovi  e immortali miti.
Nessun’opera fu più letta e recitata. Riscritta, censurata o  anche non attribuita al suo autore, giudicato talora troppo poco istruito  per averla scritta, attribuita ad una ventina di autori differenti, recitata sulle  grandi scene del mondo, ritorna ormai al suo legittimo autore. Dopo il fraintendimento dell’epoca classicista che poco poteva comprendere un autore irregolare  e “asiano” come Shakespeare, toccò al    romanticismo, consentaneo con molte tematiche “barocche”,  a rivalutarlo. Voltaire si inchinò dinanzi al genio  di colui che “creò il teatro”, ma non   trovò “la minima scintilla di buon gusto” nelle “sue farse enormi” e in una lettera a La Harpe disse di trovare nelle sue opere delle "perle in un enorme letamaio".   Manzoni, che l’amò, corresse il giudizio dello stesso Voltaire che lo aveva definito anche “barbaro” con l’espressione “quel barbaro di genio”. Goethe ne fu soggiogato  e Victor Hugo  lo indicò come “un uomo oceano” (e di oceanic mind parlerà S.T. Coleridge) all’altezza di Eschilo o di Dante.  Flaubert  lo venerò per tutta la vita. Enorme è stata l’influenza di Shakespeare fuori dai territori letterari: ispirò Marx ( i versi di Timone d’Atene sul denaro furono commentati nel Capitale),  affascinò Freud, e la sua opera funge ancora da riferimento per le  grandi correnti della critica letteraria moderna.

(Pagina a cura di Alfio Squillaci)
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William Shakespeare
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La Frusta! Cerca nel Web
La casa di New Place
Una ricostruzione del "Globe", celebre teatro di W. Shakespeare
Benjamin Jonson
dal 12 marzo 2003
Una rara edizione dei Sonetti di W. Shakespeare
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Il dramma della libertà: Amleto-Re Lear-Misura per misura

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"Amleto", "Re Lear", "Misura per misura": le tre opere di Shakespeare sono presentate nella collana "I libri dello spirito cristiano" diretta da don Luigi Giussani perché il grande drammaturgo inglese ha un segreto. Questo segreto è come un abisso, che sta sotto la moltitudine di storie con cui ha tessuto la sua tela. Queste tre opere sono aclune delle possibili vie per accostarsi a quel segreto. Vie godibili, piene di scorci di poesia e di pathos, di sorriso e di divertimento. E pur vie che conducono a una specie di abisso. A quello che può esser chiamato il "dramma della libertà". .
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Molto strepito per nulla

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«Dietro al gioco dei bisticci linguistici, dietro al molto rumore, ci sono le contraddizioni di una realtà che vede gli uomini strettamente divisi da barriere formali: la diversità dei loro linguaggi troppo strettamente legati ai ranghi di ciascuno di loro è fonte di continui equivoci pericolosi; l'unico modo di superarli è il rendersi conto che tali divisioni non sono altre che nulla, vuoti ingannevoli artifici» (Giorgio Melchiori).

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[Shakespeare] Ha visto per noi con tale esattezza e varietà, ha fatto risuonare la nota della consapevolezza in una gamma di esperienza umana così vasta, ha trovato per ciò che vide e sentì una tale autorità espressiva - facendo delle sue parole non soltanto uno specchio di verità, ma la sua forma vitale e inesauiribile - che ne incontriamo la voce in ogni angolo della nostra sensibilità. Anche il nostro pianto e il nostro riso sono nostri solo parzialmente; li troviamo dove lui li ha lasciati, e recano il suo stampo.

George Steiner, Linguaggio e silenzio, Garzanti 2001

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In The Age of Shakespeare, Frank Kermode uses the history and culture of the Elizabethan era to enlighten us about William Shakespeare and his poetry and plays. Opening with the big picture of the religious and dynastic events that defined England in the age of the Tudors, Kermode takes the reader on a tour of Shakespeare's England, vividly portraying London's society, its early capitalism, its court, its bursting population, and its epidemics, as well as its arts--including, of course, its theater. Then Kermode focuses on Shakespeare himself and his career, all in the context of the time in which he lived. Kermode reads each play against the backdrop of its probable year of composition, providing new historical insights into Shakspeare's characters, themes, and sources. The result is an important, lasting, and concise companion guide to the works of Shakespeare by one of our most eminent literary scholars.

The Age of Shakespeare, di Frank Kermode, Euro. 19,45 Ordina da iBS Italia

Il ragazzo che amava Shakespeare, Bob Smith Ordina da iBS Italia

Stratford non è solo la cittadina inglese in cui nacque William Shakespeare, ma è anche un paese degli Stati Uniti dove vive un bambino di nome Bob Smith. La sua modesta famiglia deve affrontare la tragedia di una figlia handicappata, che assorbe tutte le energie e turba la routine quotidiana, coinvolgendo madre, padre e il fratello, affettuosamente dedito alla sorellina ma in credito d'affetto con i genitori. Finché un giorno Bob entra nella biblioteca locale e, attratto dalle incisioni in oro di un libro, lo apre e resta incantato dal mondo meraviglioso delle opere di Shakespeare. Il profondo amore per i testi shakespeariani accompagna Bob per il resto della sua difficile esistenza, aiutandolo ad affrontare i traumi personali e familiari.

Shakespeare nostro contemporaneo, Jan Kott Ordina da iBS Italia

E' possibile accostarsi a Shakespeare come a un contemporaneo senza falsare quei valori storici dai quali tuttavia non può prescindere la lettura di un testo poetico? Non è solo possibile, risponde Jan Kott, ma è questo l'unico modo di comprendere il grande drammaturgo elisabettiano. L'originalità dell'interpretazione passa attraverso questa intuizione di fondo: l'uomo, stritolato nell'ingranaggio della storia, ritrova la propria dimensione umana, la dimensione dell'intelligenza, interrogandosi sul senso della vita e del proprio destino.

René Girard, Shakespeare. Il teatro dell'invidia Ordina da iBS Italia

Attraversando tutta l'opera di Shakespeare, da una commedia giovanile poco frequentata dalla critica quale "I due gentiluomini di Verona" a opere capitali come "Il sogno di una notte di mezza estate" e "Giulio Cesare", fino agli esiti tardi e supremi della "Tempesta" e del "Racconto d'inverno", Girard ha ritrovato in tutti i suoi ingannevoli meandri la drammaturgia del conflitto mimetico, che ha al suo centro il peccato più inconfessabile: l'invidia. Alla fine il risultato è duplice: da una parte la teoria di Girard si riveste del sontuoso tessuto della parola shakespeariana; dall'altra il testo di Shakespeare dà una grossa prova della sua inesauribilità, rivelando scorci, strutture e prospettive sconvolgenti.




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I misteri di Shakespeare
Thriller, biografie, saggi: così il Bardo è tornato a far parlare di sé

Un thriller (W di Jennifer Lee Carrell), la biografia ipotetica di Anne Hathaway (Shakespeare' s Wife di Germaine Greer), la ricostruzione romanzesca di un episodio minore della vita del drammaturgo (The Lodger di Charles Nicholl): sono i casi più recenti di quell' industria di congetture legata al nome e ai misteri del Bardo di Stratford upon Avon. Il primo indaga su un' opera teatrale perduta, il Cardenio, ispirato al Chisciotte di Cervantes; il secondo immagina tutto quello che non sappiamo della donna che sposò Shakespeare nel 1582, gli dette tre figli, restò vedova nel 1616 (ottenendo nel testamento solo «the second best bed», nemmeno il letto matrimoniale!) e morì nel 1623; il terzo estrapola i possibili retroscena del fatto che Shakespeare, nel 1604, vivesse in affitto in una casa della City, proprietà di Christopher Mountjoy, un ugonotto francese stimato fabbricante di cappelli per signora. La sua presenza in quella casa è attestata dagli atti di un processo del 1612, quando il drammaturgo fu chiamato a testimoniare nella causa intentata dal genero di Mountjoy contro il suocero che non gli aveva corrisposto la dote promessa. Con una vita densa di opere (38 drammi, 154 sonetti, due lunghi poemi e due altri componimenti in versi) e poverissima di fatti documentati, Shakespeare (1564-1616) non ha mai cessato di ispirare ogni genere di supposizioni. Su di lui, peraltro, ogni anno escono mediamente quattromila studi: è un soggetto inesauribile per ogni genere di indagine. Anche quelle più bizzarre, come «Mal d' orecchi e omicidio nell' Amleto» o «Shakespeare e la nazione del Quebec». Ma cosa possiamo dire di sapere veramente su di lui? A questa esigenza di semplificazione e di ripulitura risponde il lavoro di Bill Bryson, lo scrittore americano autore di brillanti libri di viaggio (Notizie da un' isoletta, America perduta) e di una divertente miscellanea su tutto quello che non sappiamo della scienza (Breve storia di - quasi - tutto). Pubblicato nella collana di Atlas Books (HarperCollins) dedicata alle biografie, Shakespeare: The World as a Stage, esce a fine mese in traduzione italiana da Guanda, con il titolo Il mondo è un teatro. La vita e l' opera di William Shakespeare (traduzione Stefano Bortolussi, pp. 246, 15). Troppe congetture Secondo un esperto citato da Bryson «ogni biografia di Shakespeare è formata al 5 per cento di fatti e al 95 per cento di congetture». In caccia di fatti, molti studiosi, pertanto, si dedicano alle ricerche di archivio, nella speranza di trovare il nome del poeta in qualche carta. Lo spoglio sistematico dei documenti d' archivio era cominciato ufficialmente agli inizi del ' 900, quando una coppia di americani (Charles e Hulda Wallace) passò lunghi periodi in Inghilterra esaminando milioni di documenti dell' epoca. A loro si deve la scoperta della testimonianza resa da Shakespeare nel processo contro Mountjoy (1612, con firma dello stesso poeta). Deluso per i mancati riconoscimenti, Charles Wallace se ne tornò in America, dove fece fortuna come proprietario di pozzi di petrolio. Da allora la ricerca prosegue; potrebbe ancora dare dei frutti anche se, nota Bryson, da queste indagini escono solo atti legali e certificati di proprietà. Sulla personalità del poeta, i suoi affetti, i suoi interessi culturali gli archivi tacciono. Le critiche e il sarcasmo di Bryson, però, si appuntano soprattutto sui fabbricanti di congetture, che nei loro lavori passano con grande disinvoltura dalle ipotesi alla certezza assoluta. Per esempio, nel caso dei cosiddetti Lost Years, gli anni perduti (1585-1592), il periodo in cui Shakespeare lascia moglie e tre figli a Stratford per trasferirsi a Londra e cominciare a lavorare in teatro e di cui non sappiamo niente. Partendo dal fatto che Shakespeare produce diversi drammi di ambiente italiano, molti studiosi hanno sostenuto che in quegli anni il giovane William visitò l' Italia. Illazione non proprio lecita, dice Bryson, oltretutto perché i drammi italiani di Shakespeare offrono solo informazioni confuse, inverosimili (per esempio, nella Tempesta e nei Due gentiluomini di Verona, per raggiungere rispettivamente Milano e Verona si va per mare) che tutto provano fuori che una conoscenza diretta del Paese. Più complessa l' altra ipotesi secondo la quale Shakespeare in quegli anni avrebbe prestato servizio come tutore presso una famiglia di nobili cattolici del Nord dell' Inghilterra. Quella di uno Shakespeare segretamente cattolico è una teoria che ha affascinato molti, ma le prove addotte sono poco consistenti. Si dice, per esempio, che fra gli insegnanti della Grammar School presumibilmente frequentata dal giovane William (ma i registri sono perduti) c' era il fratello di un missionario cattolico scoperto e messo a morte nel 1582. Poi si aggiunge la notizia del ritrovamento verso la fine del ' 700, durante dei lavori nella casa di Shakespeare, del «testamento spirituale» del padre di William, John, che si dichiarava cattolico. Peccato, scrive Bryson, che quel testamento fu perduto poco dopo, e che quindi non si possa valutare la sua autenticità. Peggio di tutti, comunque, sempre secondo Bryson, si comportano quegli studiosi che passano dall' esame dei testi (frequenza di certe parole, uso di determinate espressioni, ecc.) per arrivare a conclusioni assolutamente ingiustificabili. Fra gli altri, quelli che da due sonetti (37 e 89) deducono che Shakespeare zoppicava; o quelli che si immaginano uno Shakespeare marinaio (addirittura insieme a Sir Francis Drake) vista la frequenza di termini marini. William chi? La controversia sulla vera identità di Shakespeare (una sorta di Questione omerica per il più grande poeta dell' età moderna) nasce relativamente tardi. Nel 1857, quando un' americana, Delia Bacon, pubblica The Philosophy of the Plays of Shakespeare Unfolded (La filosofia delle opere di S. rivelata). Lì si sostiene che a scrivere i drammi del Bardo fu il filosofo Francis Bacon. La Bacon basava la sua argomentazione sul fatto che le opere di Shakespeare mostrano conoscenze fuori dal comune per un provinciale venuto a Londra per fare l' attore; ma aggiungeva di essere arrivata alla verità grazie alle sue particolari doti intuitive. (Tornata in America nel 1859, la poverina finì i suoi giorni in un manicomio). Il partito dei «baconiani» riscosse subito grande successo, fra l' altro ottenne l' adesione di Henry James e Mark Twain. Comune a tutti i cosiddetti «antistratfordiani», quelli cioè che non riconoscono la paternità dei drammi all' uomo di Stratford, c' è il pregiudizio di uno Shakespeare troppo rozzo e senza cultura per poter scrivere le opere che vanno sotto il suo nome. Così, nel 1918 si volle «dimostrare» che l' autore vero di drammi, poemi e sonetti era Edward de Vere, conte di Oxford, colto e raffinato uomo di mondo, protettore di una compagnia teatrale e ammirato dalla regina Elisabetta. Peccato - nota Bryson - che Oxford muore nel 1604, quando ancora dovevano nascere molti capolavori shakespeariani. Un altro candidato, inevitabile, è Christopher Marlowe: molti sostengono che non morì nella rissa alla taverna di Deptford nel 1593, ma sotto copertura continuò a scrivere. Anche una donna appare nella lista dei pretendenti, Mary Sidney, sorella del poeta Philip Sidney. Infine - ed è la tesi ripresa dal thriller W di Jennifer Lee Carrell - c' è anche l' idea che dietro il nome di Shakespeare si celassero molti personaggi, fra cui lo stesso Philip Sidney e Walter Raleigh. Ma che valore hanno tutte queste supposizioni? Per Bryson nessuno, sono solo fantasie romanzesche più vicine alle teorie dei complotti che non a seri studi. Ai cultori di questa mania moderna (curiosamente, per circa 200 anni, nessuno mise mai in dubbio l' identità del poeta), ossessionati dal fatto che di un genio così grande si conosca così poco, Bryson ricorda che dei poeti e drammaturghi contemporanei di Shakespeare si conosce molto meno. E ci sono rimaste molte meno opere. 

Ranieri Polese

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(20 aprile 2008) - Corriere della Sera


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