venerdì, 10 febbraio, 2006

Le Vocazioni di Rathenau
La sua natura era proteiforme:ma fu anche un giurista?
DISCUSSIONI L' intervista a Guido Rossi


Ho letto l' intervista di Dario Fertilio a Guido Rossi pubblicata sul «Corriere» sotto il titolo: «Liberali immaginari, integralisti del mercato... Troppi economisti in Italia sono digiuni di diritto». Nell' intervista leggo in specie la seguente risposta, di Rossi a Fertilio: «Ma io non l' accetto. Faccio mie le parole di Walter Rathenau, grande giurista...». Posso chiedere di colmare la mia lacuna culturale? Finora ignoravo che Rathenau fosse un «giurista». Anzi un «grande giurista». Di Rathenau erano note infatti le origini scientifiche e le attività industriali, le attività politiche, la natura proteiforme. Le origini scientifiche e le attività industriali. Rathenau ha ispirato Musil per la figura dell' industriale Arnheim nell' Uomo senza qualità. Le attività politiche. Si legge in Zweig, Il mondo di ieri, 1945: «Pensava in modo internazionale e idolatrava il prussianesimo, sognava una democrazia popolare e si considerava onorato di essere ricevuto e consultato dal Kaiser, del quale vedeva chiaramente le debolezze e le vanità, senza riuscire, d' altra parte, a dominare la propria vanità. Perciò la sua attività ininterrotta era forse soltanto un narcotico per dominare un intimo nervosismo e dimenticare la solitudine della sua vita interiore. Solo nelle ore di responsabilità del 1919, allorché, dopo lo sfacelo delle armate tedesche, gli venne assegnato il compito più gravoso della storia, di ricostituire in modo vitale lo Stato disorganizzato e caduto nel caso, le sue straordinarie capacità potenziali divennero improvvisamente un' unica forza. Ed egli raggiunse la grandezza propria del suo genio dedicando la sua vita a un' unica idea: salvare l' Europa». Aggiungo: dopo il Trattato di Rapallo, Rathenau pagò con la vita l' obbedienza al Trattato di Versailles. La natura proteiforme. Per quanto risulta (Elon, Requiem tedesco, 2005) Rathenau «era un magnate multimilionario, che presiedeva consigli di amministrazione recitando poesie; era un ebreo berlinese di sette generazioni che venerava il biondo ariano prussiano, controllava un impero industriale e finanziario e pubblicava scritti semicomunisti. Predisse il disastro politico economico morale conseguenza della prima guerra mondiale e fu uno dei pochi a cogliere il significato di guerra totale. Il che non gli impedì di scrivere una serie di memorandum sugli obiettivi bellici tedeschi: annessione di territori chiave in Occidente, enormi indennità ai nemici sconfitti, quaranta milioni di marchi alla Francia. Avanzò anche la proposta di creare un mercato comune europeo sotto egemonia tedesca, che includesse Francia, Belgio, Olanda e magari Austria Ungheria. Quando la guerra entra nel vivo del dramma, propone massicci bombardamenti aerei per minare il morale della popolazione civile inglese. Raccomanda la deportazione di 700 mila lavoratori belgi polacchi come forzati per l' industria bellica tedesca. Fu il primo a rendersi conto che la guerra sarebbe stata una battaglia per le materie prime. Avverte il governo che il deficit tedesco avrebbe tagliato fuori dai mercati la Germania, diventata una fortezza sotto assedio isolata per terra e per mare, ma abbandonata nelle sue risorse. Dopo l' entrata in guerra dell' Inghilterra, ottiene per otto mesi l' incarico di riorganizzare l' economia nazionale nel suo complesso, e fonda la prima economia moderna propriamente pianificata in Europa. Introduce stretti controlli su industrie locali, sorveglia distribuzione delle materie prime saccheggiate nel Belgio e nella Polonia occupata, sostituisce i nitrati di importazione e altri prodotti chimici con composti di produzione locale». Ora, dall' intervista di Guido Rossi, apprendo che Rathenau era anche «un grande giurista». Credo che il primo a dissentire sarebbe Rathenau.

Giulio Tremonti
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Robert Musil
Romanziere austriaco (Klagenfurt, Carinzia, 1880 - Ginevra, 1942).

In un romanzo impareggiabile e in alcune brevi ed esatte opere narrative e teatrali, Musil ci porge una rara forma d'intelligenza commista a scintillante ironia, tarlata però dal senso di  fine di un'epoca e di un mondo.

Nasce il 6 novembre 1880 a Klagenfurt in una famiglia della borghesia professionale originaria della Moravia. Il padre era professore universitario d'ingegneria meccanica presso l'ateneo di Brünn (oggi Brno). Sembra che il professor Musil, uomo freddo e scrupoloso,  non appagasse le esigenze sentimentali della moglie Hermine Bergauer donna nervosa e autoritaria che, forse con l'acquiescenza del marito, si legò a un certo Heinrich Reiter. In una clima familiare siffatto il piccolo Musil era sicuramente di troppo.  Allontanato dalla famiglia e destinato, come Rilke, alla carriera militare, Robert  Musil frequenta, dai dodici a diciassette anni, i collegi, i licei e le accademie militari, le cui asprezze educative e le dure condizioni di vita fisica e morale, tipiche di istituzioni forti che preparano le classi dirigenti dei grandi Stati, transiteranno in quel libro romanzo di formazione che è I turbamenti del giovane Törless. (1906)  « Il romanzo è solo parzialmente autobiografico. La struttura oppressiva della scuola non è descritta come tale, ma solo nelle conseguenze deformanti che ha sulla psicologia dei cadetti.  Al centro sta la vicenda dell'asservimento (anche, ma non soltanto omosessuale) di uno diessi, Basini, ad opera di due compagni, Reiting e Beinberg, che in modo diverso (più direttamente e crudelmente il primo, il secondo invece in base a certe teorie mistiche) provano gusto a spegnere una volontà e a trasformare un uomo in oggetto. Questa vicenda scuote il mondo ancora sicuro e familiare del giovane Törless, che anche sul piano teorico subisce una crisi quando scopre i numeri immaginari, che aprono una falla irrazionale nel lucido edificio della matematica. Così da questa ennesima versione del "romanzo educativo" caro alla tradizione tedesca il protagonista esce maturato, ma nel senso che le sue esperienze gli dischiudono prospettive oscure e indefinite. [... ] Oggi esso appare come una delle opere più geniali e rappresentative del primo Novecento. Il motivo della "crisi dei valori" non si limita qui all'indagine psciologica, ma attraverso di essa preannuncia un'epoca in cui la repressione implicita nelle istituzioni si trasformerà in scoperta barbarie». (Cesare Cases)


Abbandonato il mondo militare si indirizza verso gli studi di ingegneria che completerà.  Lavora come assistente alla scuola degli alti studi tecnici di Stoccarda. L’esattezza scientifica e gli studi di matematica, unitamente alla forte fascinazione per la musica e  le arti  in generale, saranno quelle “qualità” – un  esprit de géometrie si direbbe fortemente congiunto e inseparabile da un altrettanto forte esprit de finesse  -,  che cattureranno per sempre il giovane scrittore e faranno da sfondo, come intonazione spirituale, alla sua opera della maturità L’Uomo senza qualità.

Dagli studi matematici orienta i propri interessi verso quelli filosofici e di psicologia sperimentale, compiendo per certi versi un tragitto analago al nostro "Ingegnere", Gadda, anch'egli attratto dalla filosofia (di Leibniz). A differenza dell'italiano che non porterà legalmente a termine questo indirizzo di studi, Musil si laurea a Berlino con una dissertazione sulle teorie di Ernst Mach. Lo scrittore si trattiene  nella capitale con la speranza di poter vivere del frutto della propria penna, ma in effetti conduce un'esistenza in uno stato di quasi bohème, anche perché rifiuta i possibili sbocchi accademici. Alla fine di questo periodo e dopo un lungo viaggio a Roma, è costretto ad accettare un posto di bibliotecario a Vienna nel 1913. Nel frattempo Musil sposa, nel 1911, Martha Heimann una volta che costei ottiene il divorzio dal commerciante italiano Marcovaldi. Il periodo berlinese è decisivo in quanto matura la vocazione letteraria di Musil. Due novelle, Il compimento dell'amore e La tentazione della silenziosa Veronika vengono pubblicate sotto il titolo di  Incontri (Vereinigungen) nel 1911. Nella prima «Pauline, che pure ama il marito, vede nel rapporto occasionale con uomo che disprezza proprio il "compimento" dell'amore per lui; la silenziosa Veronika trova appagamento solo nella bestia, oppure (in una prima versione della novella nell'uomo visto come bestia). I due racconti situano Musil molto vicino all'espressionismo, che si compiaceva appunto nel descrivere il Geschehen, l'"accadere" che coglie l'uomo oltre e contro la sua coscienza e proprio per questo costituisce un'esperienza privilegiata». (Cesare Cases)
Negli anni dopo la grande Guerra che Musil, del resto come molti intellettuali europei, accettò senza riserve scrive per il teatro: I fanatici (1921), Vinzenz e l'amica degli uomini importanti (1923). Riceve il premio Kleist per una nuova raccolta di novelle, Tre donne,  tre novelle incentrate su altrettante figure femmnili: "Grigia", "La portoghese", "Tonka" (1924). Nella prima novella, un uomo che vive un indistinto momento di crisi, accetta, nell'inconfessato desiderio di staccarsi dalla famiglia e dalla vita borghese, un incarico di lavoro in una località montana. Un clima di sospensione psicologica e morale, generato dal contatto con il paesaggio e con la elementare naturalezza di Grigia, la contadina, domina questo mirabile racconto dal tragico finale. Tonka è la storia di un'altra donna semplice, una commessa viennese, vista attraverso gli occhi di un uomo per cui essa resta oscura e inconoscibile. La portoghese racchiude, al pari degli altri due racconti, una vicenda di incomunicabilità fra i sessi, impersonata da un antico nobiluomo guerriero delle valli fra il brennero e Trento e dalla sua sposa lusitana.
  
Tuttavia, da anni, Musil progetta un vasto romanzo, il suo Lebenswerke, l'opera di un'intera  vita. La prima parte, che suscita una grande ammirazione, appare nel 1930 sotto il titolo de  L'uomo senza qualità ("Der Mann ohne Eigenschaften"). Pressato dal suo editore, rilascia anche  i primi 38 capitoli del secondo volume nel 1933. Nonostante l'indifferenza del pubblico, e nonostante l'arrivo del nazismo (l’Anschluss è del 1938)  prosegue la redazione della sua opera. Nell'agosto di quell’anno lascia Vienna e si trasferisce  a Ginevra, dove può meglio lavorare, ma patendo una particolare condizione di emigrato, in quanto egli non appartiene a nessuna delle due categorie di fuoriusciti, i politici e gli ebrei. Alla domanda perché era dunque fuggito da Vienna, rispose «Per una ragione molto semplice. I miei lettori e critici erano quasi tutti ebrei. A poco a poco in questi ultimi anni, essi sono partiti tutti. Che ci rimanevo a fare da solo?».
Egli muore di un'emorragia cerebrale nel 1942. Nel 1943, sua moglie fa pubblicare il terzo volume del vasto romanzo. Nel 1952, infine, esce l'edizione de L'uomo senza qualità completa della quarta parte, incompiuta. Musil ha  lasciato anche  un importante Diario (1976) e un Discorso sulla stupidità, testo di una conferenza tenuta nella primavera del 1937 a Vienna.


L'Uomo senza qualità
Si tratta di un libro che sfida tutti i generi. Uomo senza particolarità (l'Eigenschaften del titolo è plurale, senza particolari qualità dunque)  Ulrich, il personaggio centrale, di una chiarezza intellettuale straordinaria, vive in una società brillante che, cosciente della propria agonia e della propria fine, si occupa, sotto l’impulso di un ozio elegante e cerebrale, di cercare l'Idea che deve salvare l’Impero austro-ungarico dalla morte. Questa iniziativa, curata da una intera  élite aristocratica, borghese e militare, si intenta a trovare, in anelante competizione, il degno evento per celebrare il genetliaco dell’imperatore (Azione Parallela).
Accanto a quest'azione si allinea quella della progettazione della liberazione di un criminale, Moosbrugger, anch'essa partecipe
« di questa atmosfera allucinata  in cui ogni filo è destinato a rompersi e ogni realtà a rivelarsi fantomatica» (Cesare Cases).  Questa ricerca inutile, sull’orlo dell’abisso, appare soltanto come la caricatura di uno stordente desiderio di perdere coscienza, di ritardare in un gioco intellettuale scintillante e sorridente l’angoscia per l’imminente catastrofe   (Finis Austriae): ricordiamo infatti che il romanzo è stato iniziato après coup, ossia dopo la dissoluzione dell'Impero, nel 1923.  Se l'azione romanzesca, privata del tempo cronologico, è resa stilizzata e quasi ironico-parodica rispetto alle  largheggianti vicende dei romanzi usciti dalle mani dei "patriarchi della narrativa" (come Musil definiva gli scrittori-romanzieri compreso Mann, che occupavano allora la scena letteraria),  i personaggi non sono da meno riguardo alla loro scarsa caratura realistica. Sembrano personaggi  "mentali", compreso il mostro da feuilleton Moosbrugger.  Se dietro Arnheim, il deuteragonista del romanzo, è stata vista stagliarsi la silhouette di Walter Rathenau, l'intellettuale-capitalista della repubblica di Weimar (che come Arnheim vuole coniugare l'anima e il prezzo del carbone), certamente dietro gli altri personaggi, compreso lo stesso Ulrich, agisce perlopiù lo schema e la stilizzazione (più che personaggi sono invero personae). Ma tale trattamento stilistico  era forse l'unico mezzo artistico atto  a far meglio risaltare quei burocrati, militari, alto-borghesi, aristocratici svuotati e resi "astratti" dalla lenta corrosione e  consunzione  della imperial-regia Kakania, già defunta nelle cose, oltre che nei tempi e negli spiriti, ma ancora impettita  in ammuffite maniere semifeudali.

Quest'opera assegna all'autore un posto fra i più grandi romanzieri contemporanei, a fianco di Joyce e di Proust. Ma se L'uomo senza qualità è un romanzo-antiromanzo sicuramente (prevalenza della descrizione e della riflessione saggistica sulla narrazione),  a differenza di Joyce Musil limita lo sfaldamento delle tradizionali  forme narrative, mantiene la funzione demiurgica del narratore e rifiuta il ricorso al discorso indiretto libero del monologo interiore. «In questione di stile sono conservatore e non desidero modificare più di quanto mi è strettamente necessario», scriverà. «A favore di Musil (rispetto a Proust e agli altri coetanei; alcuni dei quali, scrittori più compiuti e talentosi di lui), c'è poi (ma solo ne L'uomo senza qualità) un che di meno passivo, di più virile e maturo, più razionale e luminoso, più sereno e oggettivo che gli fa cogliere aspetti della vita moderna ( e della vita in genere), più inediti rispetto a quelli colti dai suoi coetanei (in ciò sono loro più "ottocenteschi")» (Vittorio Saltini).
Musil ha « rotto le dighe tra il racconto e il saggio, tra immagine e significato, tra scienza e poesia, intersecando quadri narrativi e riflessioni prolungate, le figure e le "moralità", gli eventi e i loro doppi paralleli; ha sottoposto a reciproca combustione la superficie dell'ordine e i suoi impulsi di morte, ha innestato le forme di conoscenza e d'arte più gelose della propria reciproca identità e autonomia, ha msichiato le carte del vecchio mondo sul tavolo della crisi in un immenso gioco del raffigurare e del ricercare, del simulare e dello scoprire. Anche per Musil (e attraverso Musil) scrivere sarà un operare, un produrre forme e figure senza confini, steccati, barriere, generi; un procedere obliquo e imprevedibile, incurante di recinzioni» (Giancarlo Mazzacurati).

La Vienna di fine secolo
Nella Vienna di fine secolo ('800) e a cavallo di quello nuovo ('900)  tutte le certezze della civiltà occidentale trovano piena maturità e completamento. Giunta al culmine di un pieno Aufklärung, al massimo del suo rischiaramento intellettuale, essa ripiega su se stessa, quasi a rifiutare la perfezione delle forme che sa di aver raggiunto e superato, presaga della fine di tutto, che di lì a poco giungerà con la grande carneficina della Prima Guerra Mondiale. In questa città che Musil descrive come «una vescica ribollente posta in un recipiente materiato di case, leggi, regolamenti e  tradizioni storiche» e dove «un genio era sempre scambiato per un babbeo, mai però, come succedeva altrove, un babbeo per un genio», in questa città si aggirano invero uomini di qualità senza pari, le menti più acute dell’epoca, che irradiano il proprio talento  in letteratura (Hofmannsthal, Altenberg, Schnitzler, Kraus, Kracauer), in pittura (Klimt, Schiele, Gerstl, Kokoschka), in architettura (Loos, Otto Wagner), in filosofia (Wittgenstein, Popper, Shlick, Freud) e  in musica (Mahler, Zemlinsky, Schönberg, Berg, Webern), ossia il laboratorio della modernità senza  equivalente in Europa.

È sullo sfondo di questo scenario viennese che vanno collocati i pensieri e i dialoghi brillanti di Ulrich, di Walter e Clarisse, di Diotima, di Arnheim, i protagonisti indimenticabili del romanzo.
Il lettore attento e partecipe che vorrà o saprà affrontare il migliaio di pagine di questo  libro immenso avrà la sensazione di sentirsi straordinariamente più intelligente dopo averlo letto, ma anche più infelice non foss’altro per pura risonanza intellettuale, per avere nelle orecchie ancora l’eco di un grande botto, l’esplosione di un universo, di cui intuisce, intimorito, tutta la grandezza.


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pagina a cura di Alfio Squillaci

Esempio 1
Musil   in Rete:

<<< Das "Robert-Musil-Literatur-Museum. In tedesco.

<<< Robert Musil. Biografia e opere. In inglese.

<<< R. Musil. Pagine critiche. SWIF. IN italiano.

<<< M. Perniola "Del sentire cattolico" in R. Musil. Vedi in fondo pagina, qui.



Robert Musil
recensione di De Angelis, E., L'Indice 1997, n.11

Rileggerlo è ogni volta una scoperta. Quell'ironia che si capovolge in continui apparenti paradossi ci sorprende ogni tanto a chiederci se il paradosso è tale che se ne possa ricavare immediatamente un fondo di verità oppure se il gioco si è svolto a nostre spese; a volte abbiamo il sospetto che esista un pendolare fra l'una e l'altra soluzione, ma che non sia sempre chiarissimo in quale punto del pendolo ci troviamo. E magari abbiamo appena preso una qualche decisione che un nuovo giro di frase ci trasporta in tutt'altra prospettiva, assolutamente imprevedibile in base a quanto letto fino alla riga precedente.
Quando Musil aveva annunciato il suo romanzo, aveva dichiarato che con esso voleva offrire la chiave per venire a capo dei problemi spirituali della nostra epoca. Ma quando il primo volume uscì risultò che esso era tutto dedicato alla "pars destruens", con un'arditezza di stile quale la letteratura tedesca non aveva mai visto. L'autore ironizzava sullo stesso suo romanzo, il quale non aveva proprio niente di romanzesco però conteneva una quantità di spunti che avrebbero potuto portarlo in quella direzione (un maniaco sessuale, un'adultera sentimental-moraleggiante, un'esaltata e altro ancora), solo che si faceva baluginare lo sviluppo romanzesco e poi lo si bloccava, anzi veniva interpolato un breve, regolare romanzo, ma per irrisione si trattava di un romanzetto da serve (che si svolge appunto fra un domestico e una cameriera). In un modo o nell'altro, e sempre attraverso salti di prospettiva, passa davanti al lettore un intero mondo, i problemi fondamentali della vita individuale dentro quelli di tutta un'epoca.
Qualunque occasione va bene: l'incontro con un magnate così come un amorazzo, un colloquio con un vecchio compagno di scuola come un incidente stradale, una riflessione sul proprio corpo come la visita di una biblioteca o una rissa da strada, il saluto di una prostituta, il resoconto di una conferenza. Niente è descritto perché resti al suo posto: la tazzina sulla mensola può campeggiare nello spazio alla maniera di Van Gogh, però non si trova in uno spazio ma in un momento pieno di superindividualismo e insieme di superoggettività; e i due che stanno discorrendo, ammesso proprio che li si voglia collocare in uno spazio, vi stanno pigiati e compressi perché sono resi turgidi e tesi dall'Indicibile, non perché manchino i metri quadrati.
Quest'uso della metafora, satirico nei confronti dei personaggi ai quali si riferisce, fa ondeggiare loro stessi e il mondo in cui credono di essere saldamente collocati. È questo il senso del primo volume: mostrare quanto siano illusorie le sicurezze di un mondo che si crede perfetto o almeno perfettibile, offrire strumenti a una critica permanente. Ma per non cadere in nuove illusioni e in nuovi dogmatismi, quegli strumenti devono essere capaci di criticare in primo luogo se stessi. La metafora infinita, che trasforma tutto in tutto, è essa stessa oggetto di critica se serve solo a fuggire da una soluzione all'altra e se tutto ciò che cerca si riduce a essere un'improbabile evasione. E tuttavia neanche su quest'uso sbagliato c'è da fare i saccenti, poiché anch'esso dimostra, come dice Musil, che attraverso la realtà traluce un desiderio di irrealtà, di possibilità, di un'altra prospettiva che forse potrebbe ridefinire e collocare tutti gli elementi della prima. Insomma - è il caso di ripeterlo - Musil offre l'esempio del processo infinito di una critica permanente.
L'autore aveva fatto un suo intenso passaggio attraverso la narrativa simbolista, e si vede; tuttavia l'inaudito sviluppo di quell'esperienza va di pari passo con la sua revoca, il suo mondo non è semplicemente "à rebours", come voleva Huysmans, ma è "à rebours du rebours". E in generale il romanzo replica e revoca una serie di esperienze culturali. Del resto non avrebbe avuto senso accingersi a quell'opera per sfoggiare una qualche verità precostituita. Però Musil voleva fare anche proposte positive.
A queste è dedicato il secondo volume, di cui pubblicò in vita la prima parte, mentre lasciò incompiuta la seconda. Lo stile cambia notevolmente, l'ironia viene lasciata cadere, oppure ripresa senza però raggiungere i risultati del primo volume. In compenso c'è un tale affinarsi delle riflessioni e un tale loro compenetrarsi con i luoghi e le situazioni che anche questo secondo volume costituisce un vertice, sia pure d'altro genere e non destinato a raggiungere la popolarità del primo.
La forma del romanzo era essenziale a Musil. Grazie al modo in cui la maneggia, le sue tesi non hanno niente del messaggio perentorio (pur avendo il diritto di essere prese sul serio e alla lettera) ma proposte fatte su personaggi da romanzo, delimitate dalla finzione romanzesca; per essere attivate hanno bisogno di una traduzione dai termini romanzeschi ad altri, cosa possibile se il lettore ci mette di suo l'emozione, la riflessione e la decisione necessarie, se cioè si costituisce come parte attiva. Quelle proposte passano attraverso la ricostruzione enciclopedica di un'epoca, la ripresa e conduzione a termine dei dibattiti cominciati nella "fin de siècle" austro-tedesca, quale quello sulla genialità, sull'uomo nuovo e liberatore ("Il Redentore" è stato addirittura uno dei titoli previsti per il romanzo), sulla mistica e via dicendo.
Negli ultimi anni della sua vita Musil riprende e sintetizza il suo confronto con Nietzsche (in particolare con il Nietzsche dell'"Anticristo"), con la psicologia della Gestalt (particolarmente fecondo quello con Kurt Lewin), con Ernst Cassirer ("Filosofia delle forme simboliche") e di nuovo e fortemente con Husserl ("Ricerche logiche"). Ne nasce il quadro, grandioso e tormentato, di quella che Musil chiamava a volte semplicemente la sua teoria, ma anche, con espressione più impegnativa, il suo sistema aperto.
Questo deve comprendere tutto quel che l'uomo pensa, sogna e vuole; ciò ha la sua sede e la sua realizzazione nel regno dell'amore e la sua espressione adeguata nel regno dell'aforisma, cioè in un intero che sia il più piccolo possibile. Il luogo dell'aforisma è la poesia, nella quale trova rifugio la verità personalizzata, con i suoi "pensieri vivi". A questi doveva approdare il secondo volume.


L'uomo senza qualità, il romanzo al quale Musil lavorò per gran parte della vita, è una delle massime costruzioni letterarie del Novecento e un'insuperabile rappresentazione delle grandi crisi del nostro secolo. Nella Vienna alle soglie del primo conflitto mondiale, il protagonista Ulrich, per una sorta di malattia dell'anima o del carattere, non sa né vuole dare corpo e forme alle proprie inclinazioni. Preda di un'intelligenza affascinata dall'esattezza scientifica e dall'infinita indeterminatezza del reale, Ulrich si presta con lucida ironia a quell'infinito gioco di simulazioni e dissoluzioni che Musil orchestra con vertiginosa intelligenza.La presente edizione dell'Uomo senza qualità, prototipo dell'opera di immense ambizioni destinata per sua stessa natura a restare idealmente inconclusa, riordina e seleziona sulla scorta dell'ultima edizione critica tedesca a cura di Adolf Frisé (1978) una vastissima mole di materiali inediti, chiarendo le linee di sviluppo della complesa architettura del progetto musiliano.
«Il poeta di lingua tedesca non è da un pezzo sopravvissuto a se stesso?» si chiede Musil ironicamente sin dalla Nota introduttiva di queste Pagine postume pubblicate in vita. Pensava, l'autore dell'Uomo senza qualità, sia alla propria situazione di emigrato, sia, più in generale, alla crisi che investiva negli anni del dominio nazionalsocialista il mondo letterario tedesco. Ma proprio la rilettura oggi, settant'anni dopo, di questi racconti dimostra come essi fossero allora graffianti e carichi di attualità (non a caso il libro in Germania venne vietato) e oggi ancora ben vivi e vitali. Abbandonando la prospettiva del grande romanzo - che ormai, a metà degli anni Trenta, dubita di poter condurre a termine - Musil passa a strumenti di analisi inediti, indugia sulla descrizione della carta moschicida, sugli ospiti di una pensione romana, sui monumenti, su porte e portoni: e proprio attraverso lo studio di simili dettagli riesce, non di rado - basti pensare all'Isola delle scimmie, a Ridono i cavalli?, al Merlo - a cogliere l'essenziale.

«La carta moschicida Tangle-foot è lunga all'incirca trentasei centimetri e larga ventuno; è spalmata di una materia viscosa tossica e gialla, e proviene dal Canada. Se una mosca vi si posa - non per avidità ma per conformismo, perché ve ne sono già attaccate tante altre - resta presa dapprima per l'estrema falange ricurva di tutte le sue zampette. Sensazione lieve, inquietante, come quella che si proverebbe camminando nel buio a piedi nudi, e inciampando all'improvviso in qualcosa che altro non è ancora se non una resistenza indefinibile, morbida e calda, in cui fluisca già a poco a poco l'orrore di essere umana, di rivelarsi una mano messa lí chi sa come per artigliarci con le sue cinque dita sempre piú percepibili.  sempre ugualmente strano, in cui l'esigenza immediata di un attimo trionfa di tutti i potenti istinti di conservazione. .....

Brani
L'errore di avere dimenticato la voluttà dell'estraneità

"Il nostro desiderio non è di fare di due creature una sola, bensì di evadere dalla nostra prigione, dalla nostra unità, di diventare due in una congiunzione, ma meglio ancora dodici, un numero infinito, di sfuggire a noi stessi come in sogno, di bere la vita a cento gradi di fermentazione, di essere rapiti a noi stessi o comunque si debba dire, perché non lo so esprimere; allora il mondo contiene altrettanta voluttà quanto estraneità (...). Il solo sbaglio che potremmo commettere sarebbe d'aver disimparato la voluttà dell'estraneità e immaginarci di fare chi sa quali meraviglie dividendo l'uragano dell'amore in magri ruscelletti che scorrono su e giù fra un essere e l'altro".

(Robert Musil, L'uomo senza qualità, trad. it., Torino, Einaudi, 1972, pp. 1102-1103).

L'uomo della realtà e l'uomo della possibilità

Chi voglia varcare senza inconvenienti una porta aperta deve tener presente il fatto che gli stipiti sono duri: questa massima alla quale il vecchio professore si era sempre attenuto è semplicemente un postulato del senso della realtà. Ma se il senso della realtà esiste, e nessuno può mettere in dubbio che la sua esistenza sia giustificata, allora ci dev'essere anche qualcosa che chiameremo senso della possibilità.

Chi lo possiede non dice, ad esempio: qui è accaduto questo o quello, accadrà, deve accadere; ma immagina: qui potrebbe, o dovrebbe accadere la tale o tal altra cosa; e se gli si dichiara che una cosa è com'è, egli pensa: beh, probabilmente potrebbe anche esser diverso. Cosicché il senso della possibilità si potrebbe anche definire come la capacità di pensare tutto quello che potrebbe essere, e di non dar maggior importanza a quello che è, che a quello che non è [....]

(R. Musil, L'uomo senza qualità, trad. A. Rho, Torino, Einaudi, 1972, pp.12-13.)
L'arguta conferenza sul tema della stupidità, tenuta da Musil nel 1937. "Se la stupidità non assomigliasse tanto al progresso, al talento, alla speranza e al miglioramento, nessuno vorrebbe essere stupido".


Vedi i libri citati da Tremonti
La Frusta Letteraria - Rivista di critica culturale on line



Un'originale interpretazione del romanzo di Musil sul solco del modo di sentire cattolico si trova in  Mario Perniola, Del sentire cattolico. La forma culturale di una religione universale, Il Mulino, Bologna, 2001. pagg. 144- 150

Che nel grande romanzo di Musil L'uomo senza qualità si trovi la manifestazione di un sentire cattolico, può sembrare bizzarro; infatti esso pare a prima vista piuttosto esprimere una specie di anarchismo mistico ostile a ogni istituzione religiosa. Tuttavia già il titolo Der Mann ohne Eigenscbaften è assai problematico: va infatti scartata la versione corrente che traduce Eigenschaft con «qualità», come se il romanzo si reggesse sulla contrapposizione tra l'avere qualità (cioè caratteristiche degne di apprezzamento) e i! non averle, oppure - ancora peggio - tra qualità e quantità. In effetti Eigenschaft è parola che appartiene alla tradizione mistica" e significa in quel contesto piuttosto «proprietà» che «qualità»: vivere senza Eigenschaft vuol dire rinunciare alla propria volontà e ai propri beni per intraprendere una via di totale adeguazione alla volontà di Dio. In tal senso l'uomo ohne Eigenschaften sarebbe l'essere umano che conduce un processo di autospossessamento e autospoliazione. Tuttavia, come ho mostrato nel caso di Ignazio[ di Loyola, Perniola cita altri esempi di "sentire cattolico": Guicciardini, Ignazio di Loyola, Clarice Linspector, ndr], il sentire cattolico è connesso a una sensibilità che affonda le sue radici più nella sospensione che nell' autoannullamento, più nello stoicismo che nella teologia negativa medioevale. E certamente l'estrema attenzione che Musil nutre nei confronti del mondo, delle sue manifestazioni e continue trasformazioni, lo pone più vicino a Ignazio che al misticismo, Sono perciò incline a pensare che una traduzione più fedele del titolo potrebbe suonare «L'uomo senza caratteri propri», dove l'accento andrebbe posto più sull' aggettivo che sul sostantivo. Da tale traduzione infatti emerge un significato religioso specifico che collega Musil al cattolicesimo in opposizione al protestantesimo; quest'ultimo infatti ha sottolineato la personalità, la singolarità e la proprietà del Beruf, della chiamata, della vocazione, che colloca l'individuo in una determinata professione e in un determinato status sociale attribuendo la dimensione dell'interiorità e della soggettività alla gestione della sua con dizione". In altre parole, il Beruf nell' etica protestante non è semplicemente una parte da recitare nel teatro del mondo (come secondo la mentalità stoica e quella cattolica), ma qualcosa che appartiene intimamente al singolo e che investe la coscienza morale nella sua costituzione ontologica, nel suo essere più profondo. Ora il libro di Musi! può essere considerato, a cominciare dal titolo, come il rifiuto della prospettiva protestante e in particolare dell' enfasi che essa pone sull' autenticità, sulla proprietà, sull'inalienabilità dell'identità soggettiva e delle sue manifestazioni mondane. Ma ciò non implica affatto una ricaduta nella mistica medioevale dello spossessamento e dell' auto annullamento: al di là del misticismo antico-medioevale e del soggettivismo moderno (al cui sviluppo il protestantesimo ha dato un contributo fondamentale) è nata fin dall' antichità (con lo stoicismo) e si è tramandata attraverso due millenni (con il cattolicesimo) una terza strada che è quella della partecipa zione impartecipe, del sentire dal di fuori, della cosa che sente, del sex appeal dell'inorganico, del rito senza mito, della ripetizione differente.

Ora Robert Musil rappresenta, a mio avviso, una pietra miliare nello sviluppo di questa sensibilità anti-soggettiva, la quale si muove in direzione opposta all'ideologismo e al moralismo. L'uomo privo di determinazioni proprie sta in un rapporto di «passività attiva» con se stesso e con le cose. Ulrich, il protagonista del romanzo di Musil, sente in modo impersonale come se non fosse veramente lui a sentire: «il suo contegno è insieme appassionato e impassibile». Ciò implica un completo distacco rispetto alla «vita che morde I'esca»!"; certo egli possiede certe caratteristiche, ma queste non gli appartengono: «quando è in collera qualcosa in lui ride. Quando è triste, si accinge a qualche impresa». Siamo lontani mille miglia dalla mansuetudine intesa come ideale estetico:

Se qualcuno vuol chiamare oggi fratelli gli uccellini, come faceva san Francesco [. .. ], non potrà limitarsi al lato piacevole della cosa, ma dovrà anche essere pronto a gettarsi nella stufa, a scaricarsi a terra attraverso l'asta del tram e a tuffarsi nelle fogne passando da un lavandino.

Ma non meno estranea a Musil è l'idea di un'energia numinosa che irrompe nel processo storico rivelando il senso delle vicende umane: «il valore di un' azione o di una qualità, anzi perfino la loro natura ed essenza gli parevano dipendere dalle circostanze in cui erano calate, dagli scopi cui servivano, in una parola dall'insieme mutevole cui appartenevano». La dissoluzione del sistema antropocentrico tocca infine anche l'Io: «un uomo senza qualità è fatto di qualità senza uomo». Musil compie così quel salto dall'umano al «postumano», che era già implicito in Ignazio.
L'ingresso in questa dimensione impersonale implica l'acquisizione di un senso della possibilità opposto al senso della realtà, cui sono legate le persone dotate di un'identità, ossia di proprietà e di caratteristiche univoche. La terra è gravida di possibilità, ma occorre qualcuno che le risvegli. L'accadere è un compito, un'invenzione, un esperimento: ma il passaggio dal personale all'impersonale richiede il raggiungimento di uno stato di indifferenza. Tuttavia la prospettiva delineata da Musil non è affatto utopistica: i veri «realisti» non sono coloro che restano attaccati al senso della realtà, ma coloro che hanno il senso della possibilità: infatti non è solo Ulrich a essere privo di caratteri propri, ma tale è diventato (e forse è sempre stato) il mondo! Le esperienze si sono rese indipendenti da colui che le vive:  «sembra quasi che l'uomo non possa più avere alcuna esperienza privata e il gradevole peso della responsabilità personale debba stemperarsi in un repertorio di possibili significati». Chi si ostina a nutrire sentimenti soggettivi e privati può darsi che sia molto felice, ma «normalmente [ ... ] appare assurdo agli altri, anche se non si sa ancora bene perché».  La prospettiva di Max Weber, secondo cui esiste un rapporto strettissimo tra il soggettivismo protestante e lo spirito del capitalismo, è dunque completamente rovesciata. Il  grande interesse che Musil dedica allo studio del rapporto tra cultura ed economia nel delineare la figura di un altro personaggio del romanzo, Paul Arnheim (il cui modello storico è l'industriale, saggista e uomo politico tedesco Walther Rathenau) mostra l'esistenza di una trama di complesse relazioni tra l'esperienza impersonale e la logica del capitalismo. Tuttavia ciò non conduce mai Musil ad identificare la «passività attiva» dell'uomo senza caratteristiche proprie con la dinamica dell' economia: non bisogna mai dimenticare che Ulrich «non riusciva mai ad amare senza riserve» le raffigurazioni della vita industriale, «com'è necessario per sentirsi a proprio agio nel mondo»; nei loro confronti provava «un alito di disgusto».

Ancora una volta emerge quindi un tratto caratteristico della sensibilità cattolica, la quale presta al mondo e alla sua differenza un'estrema attenzione, mantenendo però nei confronti di esso un distacco: proprio questa sospensione rappresenta la condizione della sua esperienza. Chi sta immerso totalmente nel flusso delle passioni vitali non è in grado di accedere alla contrada (Gebiet) del mondo. Ma anche chi
è troppo contemplativo e spirituale, troppo lontano dalla corporeità e dalle cose, è vittima di illusioni non minori. La decostruzione dell'autenticità condotta da Musil non avviene soltanto nella direzione del funzionalismo materialistico, ma nella stessa misura è diretto contro il misticismo utopistico e disincarnato: «in ogni desiderio che non impegni anche i sensi c'è già un muto cordoglio».

Decisive mi sembrano le considerazioni di alcune pagine del romanzo su due tipi di esseri umani opposti tra loro: quelli «appetitivi», che corrono dietro a quello che trovano e vivono in modo veemente e violento e quelli «contemplativi», che sono timidi e trasognati, vaghi e irresoluti. La vita irruenta dei primi «si lascia alle spalle soltanto il fragore del passaggio»; la vita dei secondi invece è immersa in una silenziosa mestizia. C'è tuttavia un terzo tipo di esseri umani che contiene aspetti dei primi e dei secondi: essi sono attivi, ma non corrono come animali rapaci verso la soddisfazione; sono distaccati dalla nuda effettualità, ma non dalla sensibilità e dalla sensualità mondana. Il grande romanzo di Musil ci mostra come sia
possibile vivere all'interno della vita di società, della burocrazia, del commercio, della politica, della diplomazia, della criminalità, della famiglia, dell'industria, della sessualità, del sapere con una specie di sospensione. Se la vita «appetitiva» è destinata alla delusione, la vita «contemplativa» è inconcludente e confusa: solo integrando queste opposte caratteristiche è possibile accedere a un sentire e a un agire impersonale in cui un anonimo «si sente» prende il posto dell' «io sento».

Infine non è superfluo osservare che il modo di sentire che emerge dal libro di Musil intrattiene rapporti profondi con quella esperienza di ripetizione differente che sta alla base del sentire rituale. Già il titolo della seconda parte del romanzo Seinesgleichen geschieht; cioè «succedono cose dello stesso genere» rimanda alla nozione di eterno ritorno elaborata da Nietzsche. Ma che le cose ritornino, non vuol dire che si ripetano in modo assolutamente identico al passato. La vicenda che costituisce il principale asse portante del romanzo, l'Azione parallela, consiste appunto nei progetti per la celebrazione a Vienna di un anniversario, il settantesimo anno di regno dell'imperatore d'Austria Francesco Giuseppe che avrebbe dovuto cadere nello stesso anno del trentesimo anno di regno dell'imperatore di Germania Guglielmo II. Più che di una vera e propria azione si tratta perciò di un' operazione culturale di ampio respiro, di un grande evento giubilare, che sta in un rapporto di rivalità mimetica con i festeggiamenti previsti a Berlino. Il romanzo ruota intorno ad un progetto che è quasi risibile, e che in ogni caso sta in un rapporto assolutamente sproporzionato rispetto all'importanza dei temi e dei problemi dibattuti dai personaggi: tale disarmonia provoca tuttavia proprio quell' effetto di decostruzione dell' autenticità che costituisce l'aspetto essenziale della sensibilità di Musil, e che lo rende uno straordinario interprete del sentire cattolico. A differenza infatti del sentimento protestante, la cui forza risiede nella rivendicazione enfatica di ciò che è autentico e proprio, il sentire cattolico si potrebbe definire - per adoperare . un'espressione di Musil - «un idealismo al ribasso»: cioè una strada indiretta verso il bene che non dà nulla per scontato e pensa di poter volgere a proprio favore anche le cattive disposizioni umane. Tale orientamento è motivato da una completa sfiducia nei confronti dell' «idealismo al rialzo», tipico dell'ideologia rivoluzionaria, la quale troppo spesso si è rivelata incapace di ottenere i risultati promessi ed anzi ha provocato effetti assolutamente contrari a quelli desiderati. Sotto questo aspetto l' «idealismo al rialzo» non è altro che ingenuità e assenza di spirito critico: alla base dell' «idealismo al ribasso» starebbe invece l'esperienza dell' enantiodromia, cioè di quel movimento, così bene descritto da Nietzsche [in Umano troppo umano], per
il quale i contrari si rincorrono e si capovolgono l'uno nell'altro. Non sarebbe perciò consono al sentire cattolico il mettersi in concorrenza con lo spirito del protestantesimo e della rivoluzione, dando fiato alle trombe dell'autenticità e del moralismo.
Il tema della ripetizione differente sta alla base anche del secondo grande asse portante del romanzo, lungo il quale si svolge la terza parte incompiuta, la vicenda della sorella gemella dimenticata e ritrovata. Essa richiederebbe una lunga e complessa analisi; tuttavia sono incline a pensare che anche in questo caso l'esperienza descritta da Musil non vada verso il misticismo, ma verso una partecipazione impartecipe. Mi sembra cioè che il rapporto tra il protagonista del romanzo, Ulrich, e sua sorella Agathe non sia contrassegnato dalla fusione di due anime in un'unità indifferenziata; esso resta l'esperienza di una ripetizione differente, di una mimesi che non è mai uguaglianza, ma contiene in se stessa una faglia, una frattura che impedisce l'incontro e la compenetrazione delle parti. Anche in tale vicenda Musil perciò procede alla decostruzione di ciò che è proprio ed autentico. La conclusione del capitolo in cui Fratello e sorella si immaginano di essere una coppia di gemelli siamesi e a tal proposito assai indicativa: il sentire suscitato da tale fantasia non è quello di una ritrovata unità: La domanda circa che cosa vuol dire essere davvero cresciuti  insieme con un altro essere umano riceve una  risposta  sorprendente; supponendo che ogni eccitamento psichico  dell’ uno viene sentito anche dall' altro, il risultato e un sentire  attraverso un corpo che resta estraneo ed esterno: il processo scatenato dall'eccitamento infatti «si sarebbe prodotto in un corpo che, nell'essenziale, non era il  proprio».

L'essenziale del cattolicesimo non è - nella prospettiva di questo originale saggio - qualche specifico contenuto dottrinale, ma una forma di sentire, un metodo basato sull'esperienza di una "partecipazione impartecipe" , che da un lato consente l'acquisizione dell'equilibrio individuale, dall'altro permette di agire efficacemente nel mondo. Tale metodo ha trovato la sua formulazione più chiara nei "Ricordi" di Francesco Guicciardini e negli "Esercizi spirituali" di Ignazio di Loyola. Vissuti in un'età precedente alla definitiva rottura col protestantesimo, essi nutrivano ancora un profondo sentimento dell'universalità del cristianesimo e della sua capacità di elaborare dispositivi culturali suscettibili di applicazione generale. Purtroppo questa esperienza distaccata di se stessi e del mondo, che costituisce il nucleo del sentire cattolico, è stata repressa nella prima metà dell'Ottocento dal dogmatismo ideologico in cui la chiesa si è chiusa per far fronte ai suoi nemici. A partire da quel momento sono stati perciò soprattutto gli scrittori e gli artisti per lo più non legati ad alcuna confessione (come Robert Musil e Clarice Lispector) a interpretare e a sviluppare in modo autonomo il sentire cattolico.
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