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Karl Marx
Teorico politico  e filosofo tedesco (Treviri, 1818 - Londra, 1883).    


Tutta  la ricerca intellettuale di Karl Marx ha avuto come obiettivo  la soddisfazione del programma che si era fissato a venticinque anni: intentare una « critica radicale di tutto l’ordine esistente».  Essendo questa critica eminentemente “pratica” come dirà nell’ Ideologia tedesca, ( e peraltro “filosofia della prassi” verrà denominato sinteticamente il suo pensiero), Marx affiancherà fino alla morte all’attività strettamente speculativa un’ intensa attività di  militante politico. È il tratto originale di questo pensatore e agitatore politico nonché   teorico dell’economia: un pensiero costantemente critico - che egli a più riprese vorrà, però, definire “scientifico” -, radicato in una vita militante da rivoluzionario professionale, ma anche di uomo dotto che si nutre delle ricerche più erudite. In sintesi troveranno nella sua ricca personalità tre movenze intellettuali preminenti: la speculazione filosofica di matrice tedesca; la critica dell’economia politica di scuola anglosassone; il pensiero e la prassi politica e rivoluzionaria  di tradizione francese. Ovvero: il profeta biblico traghettatore dell’umanità verso gli approdi sociali di una nuova Storia, l’agitatore politico rivoluzionario professionale di stampo giacobino e lo scienziato sociale, il  Darwin delle scienze sociali.


Marx filosofo
Nato  nel 1818 a Treviri da padre avvocato (discendente da una famiglia di rabbini, ma convertito al protestantesimo), Karl Marx è il secondo di una famiglia di otto figli. Iscritto alla facoltà di legge di Berlino, subisce l’influenza di Hegel, allora dominante. I “giovani hegeliani”, di cui Marx fa parte, hanno gli occhi fissi su un’Europa dove i principi di libertà proclamati dalla rivoluzione francese sono un punto di riferimento per i popoli e per le classi sociali le “più numerose e le più povere” (per riprendere una formula del pensatore politico “utopista” Saint-Simon). Dopo aver conseguito la laurea con una tesi sulla Differenza della filosofia della natura di Democrito e di Epicuro (1841), Marx collabora alla Gazzetta renana, di cui diventa il redattore capo ( foglio chiuso  dalla censura all'inizio del 1843). Quest'esperienza gli valse la conoscenza dei problemi economici e sociali in cui si dibatte la gente comune  e segnò il distacco dalla  bohème giovanile. Il giovane Marx sposa Jenny von Westphalen, un’ aristocratica in rotta col proprio ambiente sociale, e va  a vivere a Parigi: qui fa l’incontro con la classe operaia di una grande metropoli ed entra in contatto con le società segrete e con i "comunisti" come Cabet o socialisti come Proudhon, Louis Blanc. A Parigi pubblica una rivista, Gli annali franco-tedeschi, che cerca di raccordare la filosofia tedesca alla prassi  rivoluzionaria francese.

Marx ed il socialismo
Interessandosi sempre più all’economia politica, Marx consegna le sue riflessioni a  frammenti sparsi, abbandonati sotto l’urgenza degli eventi,  e pubblicati ben  dopo la sua morte, nel 1932 (col titolo:  Manoscritti economico-filosofici del 1844). Redige quindi con Friedrich Engels (che aveva conosciuto a Colonia qualche anno prima  durante l’esperienza della Gazzetta renana) La sacra famiglia – sorta di  propedeutica al materialismo filosofico.  Formula anche - in estrema sintesi -  i capisaldi della sua filosofia  nelle undici Tesi su Feuerbach (1845) e soprattutto nell’Ideologia tedesca (1846, testo che abbandonato alla “critica roditrice dei topi” sarà pubblicato anch'esso nel 1932), in collaborazione nuovamente con Engels.

Questi sono gli ultimi testi di polemica e di riflessione  con e sulla filosofia classica tedesca. Filosofia  dalla quale Marx prende congedo pur restando, specie la dialettica hegeliana, in sottofondo nel suo pensiero, e della quale mutuerà, anche nell’opera della maturità – Il capitale – l’intonazione intellettuale di fondo, quando non il fraseggio e il vocabolario.
È il momento del passaggio alla “pratica”: i due amici fondano una rete di sezioni di militanti comunisti. Il termine “comunismo” è già nel vocabolario politico francese dell’epoca, di nuovissimo conio e uscito dalla fervida immaginazione sociale - utopistica e letteraria insieme - del milieu intellettuale irregolare a cavallo tra ‘700 e ‘800. (Probabilmente la messa in circolazione del termine si deve alla fantasia sregolata e immaginosa di Retif de la Bretonne, che, non appaia davvero irridente il richiamo, aveva anche inventato il termine “pornografia”).
Guizot lo espelle dalla Francia.

Rompendo con il  socialismo riformista di Proudhon (Miseria della filosofia, 1847), col quale s’era inizialmente legato, Marx ribattezza  La lega dei giusti in Lega dei comunisti. Nel suo statuto appare la parola d’ordine «Proletari di tutto il mondo unitevi!»  che sarà ripresa nella chiusa del  Manifesto del partito comunista (1848). Il programma politico della Lega è ultimativo e massimalista, comunista: «L'abbattimento della borghesia, il dominio del proletariato, la liquidazione della vecchia società borghese basata sui contrasti di classe e la fondazione di una nuova società senza classi e senza proprietà privata».
La rivoluzione del '48 lo vede in Germania, dove, rientrato, fonda  e dirige con Engels  La nuova gazzetta renana. Espulso, alla fine del 1849 va in esilio definitivamente a Londra. Qui, mediterà sugli eventi del '48 e i suoi fallimenti (La lotta di classe in Francia dal 1848 al 1850, 1850). Vive in un appartamento di due stanze al piano terra di un quartiere popolare di Londra, occupandosi di capitale senza un penny in tasca. «Non credo - scriverà all'amico Engels - che nessuno abbia mai scritto sul "denaro" con una tale mancanza di denaro». Il contrasto tra le difficilissime condizioni di vita e l'alacre attività intellettuale, sempre mirante all'Ideale, ricorda la figura del signor Micawber di David Copperfield  romanzo di  Dickens appena pubblicato (1849) o il Sigismonde de L'Argent di Zola di qualche decennio dopo. Per mantenersi Marx scriverà circa 500 articoli tra 1851 e 1862, per giornali britannici ed americani, e dai quali desumiamo le sue osservazioni sugli avvenimenti politici del continente europeo e del mondo. Il nemico numero uno della democrazia europea è, per lui, l'autocrazia zarista; l'Inghilterra gli appare Il "demiurgo del cosmo borghese" e il colonialismo... una necessità storica perché fa piazza pulita di società sì idilliche, ma anche arcaiche e premoderne e tarlate dal dispotismo orientale, determina inoltre  la rivoluzione sociale di questi popoli socio-culturalmente arretrati, e, facendosi strumento inconscio della storia, prepara le basi oggettive del socialismo su scala mondiale. (La dominazione britannica in India, art. apparso sul "New York Daily Tribune" del 10 giugno 1853).

Marx economista
Nel 1859, completa lo scritto Per la critica dell’economia politica i cui scritti preparatori insieme a quelli del Capitale  costituiranno i  Lineamenti  fondamentali della critica dell'economia politica (Grundrisse, 1857-1858, rimasti inediti e pubblicati a Mosca nel 1939-41  e destinati a catturare l' attenzione degli specialisti del marxismo a partire della riedizione berlinese del 1953). Pubblica nel 1867 il primo volume del Capitale. Nel frattempo, 1864,   partecipa  alla fondazione dell’ Associazione internazionale dei lavoratori (1ª Internazionale), organizzazione che ben presto si espande  ovunque in Europa. Nel 1871, ne  La guerra civile in Francia analizza il fallimento della Comune, “primo Stato operaio” della storia. Battendosi su più  fronti,  contro i riformisti francesi, i discepoli anarchici di Bakunin  e l’influenza in Germania di Ferdinand Lassalle (Critica del programma di Gotha, 1875), Marx conduce l’ultimo decennio della sua esistenza sul doppio binario della militanza e della ricerca in biblioteca (al British Museum), attendendo alla redazione degli ultimi due volumi  del Capitale (per il quale studia, tra l’altro, la matematica, la fisiologia e l’astronomia). Dopo aver  perso la moglie e la figlia maggiore, (Eleanor, prima traduttrice in inglese di Madame Bovary e come l’ eroina del romanzo, morta suicida), Marx si spegne a sua volta  il  14 marzo 1883, in miserevoli condizioni e nel mezzo di un lavoro intellettuale immenso e rimasto in parte incompiuto. Durante la cerimonia della sua sepoltura a Londra, al cimitero di Highgate, l’amico Engels dirà tra l’altro: « lo scienziato non era che la metà del rivoluzionario. Il suo nome e la sua opera vivranno nei secoli».

L’opera di Marx
Si cercherebbe invano un sistema filosofico in Marx: in primo luogo poiché egli stesso ha combattuto i grandi sistemi della sua epoca bollandoli come “ideologie”, e in secondo luogo perché nella sua vita intellettuale prenderanno il sopravvento, dopo il 1845, sugli interessi propriamente speculativi,  il giornalismo,  l’analisi storica e, soprattutto,  l’economia politica . Tuttavia non sono estranei, se non nel suo pensiero, certamente nei suoi epigoni (Marx probabilmente non era un marxista!) un tentativo di cogliere  in un “pensiero unico” tutto il reale, il fenomenico e il noumenico, il naturale e il sopramondano.  Per quanto in lui la preoccupazione di cambiare il mondo fosse superiore e più urgente rispetto a quella di interpretarlo, restano nel suo pensiero, fortissime - e ben lungi dalla sua pretesa scientificità di segno darwiniano-, una visione sistemica del mondo (come quella di Hegel!) e le tracce di un’ansia metafisica se non addirittura di una  chilìa (millenarismo) di origine ebraico-cristiana, soprattutto nella concezione del socialismo-comunismo visto come palingenesi del mondo, che assegnerebbe alla Storia, prima dell'avvento del socialismo, i caratteri di una preistoria e l’ingresso nella società dei perfetti liberi ed eguali (comunismo) le caratteristiche quasi di una parusìa cristiana o dell’inveramenento del Paradiso in terra, secondo lo schema di filosofia della storia proprio alle visioni del mondo di concezione cristiana ed ebraica (di gnosi addirittura parleranno alcuni interpreti).

Marx filosofo dell’azione – Il materialismo storico
Questo spirito enciclopedico non ha mai dimenticato la sua tesi di dottorato su Democrito e Epicuro, ed il suo primo periodo di  originale ricerca  intellettuale si incentra su una critica filosofica della filosofia. Ciò che cattura ben presto il giovane Marx, è la ricerca di un’unità tra il pensiero e l’azione, poiché è persuaso che tutta la realtà umana esprima quest’unità; in una formulazione che deve ancora a Hegel, scrive nella  Gazzetta renana: «Lo stesso spirito che crea i sistemi filosofici nel cervello dei filosofi costruisce le ferrovie con le mani degli operai».   Ma, invece dell’unità dello” spirito “, in senso hegeliano, si convince piuttosto che un’altra logica, di tipo materialista, sia in gioco: i prodotti dello spirito, l’arte, la filosofia, il diritto, sono in connessione di causalità con  le strutture socioeconomiche, che Marx battezzerà “rapporti  di produzione” e “forze produttive”. La vita materiale degli uomini, ad una fase data del loro sviluppo storico, condiziona, e con ciò spiega, la loro vita culturale. Non è la coscienza a determinare i rapporti di produzione  tra gli uomini, ma sono questi a determinare la  loro coscienza.

Marx pensatore della realtà sociale
Nell’Ideologia tedesca e nelle Tesi su Feuerbach, questa acquisizione del materialismo storico determina l’abbandono definitivo per un verso dell’idealismo hegeliano e  per un altro  della critica materialista della religione così come l’ aveva condotta Feuerbach. Il materialismo filosofico fino ad allora, si era fondato su una concezione astratta dell’uomo come individuo autonomo: «Ma l’essenza  dell’uomo non è un’astrazione inerente all’individuo isolato. Nella sua realtà, essa  è l’insieme delle sue relazioni sociali». I  concetti, i valori, l’ordine politico devono dunque sempre essere collegati alle relazioni sociali che essi « rappresentano»  o  «esprimono» in un  modo più o meno deformato.  La questione famosa della verità, trattata dai filosofi  «non è una questione teorica, ma una questione pratica».  In altre parole, né l’interrogazione metafisica sulla verità né la dimostrazione teorica della verità di una proposizione hanno un senso in sé. «È nella pratica che occorre che l’uomo esperisca sia la verità, ossia la realtà, sia la potenza del suo pensiero. Qui ed ora». Da qui la celebre affermazione marxiana: «I filosofi hanno fino ad ora interpretato il mondo, si tratta adesso di trasformarlo».


Marx e il proletariato
Se ogni filosofo ha avuto il suo punto d’appoggio d’Archimede  (le Idee Platone, il cogito Descartes, il Geist (spirito)  Hegel), Marx, da questo punto di vista, non fa eccezione: il proletariato è ad un tempo  il soggetto storico e l’agente dell’attività “pratico-critica” di cui filosofo deve farsi interprete. A differenza di un Saint-Simon che, semplicemente, rilevava  i caratteri chiari ed evidenti  del proletariato (il fatto di essere la classe la plus nombreuse et la plus pauvre) venendo tacciato di utopismo, Marx invece, impregnato di categorie filosofiche fino al midollo (ma invocando per sé Darwin e la scienza), investe un’intera  classe sociale di esorbitanti compiti storici e di impossibili  missioni filosofiche (il proletariato è l'erede della filosofia classica tedesca).

Come una classe della società può pretendere di adire  l’Universale (Allgemeine), ossia di essere “classe generale”? Fino ad oggi, ogni classe che predominava nella  società «era costretta a dare ai propri  pensieri la veste dell’universalità, di  presentarli come i soli  razionali, i soli universalmente validi», di far diventare per sé ciò che è solo in sé, per dirla in termini hegeliani. Al contrario, il proletariato, quando diventa rivoluzionario, accelera il momento in cui non sarà più necessario «spacciare un interesse particolare come l’interesse generale o di rappresentare l’Universale dominante», poiché il proletariato difende in sé e per sé gli interessi di tutta l’umanità e non di una sua frazione egoista.
Si ha qui la nuova leva (alcuni diranno: la forzatura) con la quale Marx rovescia  le filosofie idealiste: non si dà universalità teorica senza universalità pratica, senza un “universale concreto” interpretato in modo materialista. Questa forma di “concetto  critico” da realizzare nella pratica si chiama comunismo, ed il suo attributo inseparabile è l’ internaziona - lismo.  “Proletari di tutto il mondo, unitevi!”: il Manifesto comunista formula una parola d’ordine ovviamente politica (diventata programma anche  dell’Internazionale, nel 1864), ma che, in Karl Marx, trova le sue radici nella contestazione dell’astrazione filosofica intrapresa nel lontano 1845.

Marx e lo Stato
Sotto questa prospettiva, il proletariato diventa dunque la chiave di volta, incastrata  nell’”infrastruttura” della società, che permette di relativizzare le “sovrastrutture” ideologiche, di cui fa parte la stessa filosofia. Se i pensieri “dominanti” sono soltanto i pensieri della classe dominante, lo stesso ragionamento vale anche per  lo Stato, anche nella sua forma democratica e costituzionale,  anch’esso sovrastruttura “ideologica” e strumento forgiato per la legittimazione e la repressione. Lo Stato non è la forma dell’Universale ed il depositario dell’interesse generale, come lo definiva ancora Hegel, ma un prodotto dell’assolutismo perfezionato dalla borghesia (di cui è il "comitato d'affari")  com’è dimostrato  particolarmente dall’esperienza francese. Può sembrare a volte emanciparsi dalle ipoteche delle classi sociali, ma è soltanto un’ illusione (Il 18 brumaio di Luigi Bonaparte, 1852). E dinanzi all’epopea della Comune - allo stesso tempo tragica e fertile -, Marx scriverà che il proletariato deve rompere la “macchina dello Stato”, anziché affrancarsene: in questo pensiero, la democrazia è colpita da discredito - ma non senza qualche  ambiguità, poiché da parte dell’”associazione” dei produttori (Critica del programma di Gotha) si tratterà di trovare una forma di democrazia, al di là  del diritto e dello Stato. La “dittatura del proletariato” costituisce il regime politico della transizione verso la società senza classi, transizione che passa per l’abolizione dello Stato al termine di un periodo dove quest’ultimo organizza la produzione e si assume diversi compiti sociali. (Statizzazione o collettivizzazione dei mezzi di produzione).
Anche i “diritti dell’uomo” enunciati dalla Rivoluzione francese, lungi dal configurarsi come valori universali ed eterni, sono squalificati, nella visone marxiana, allo stesso modo dello Stato: essi, riportando l’uomo alla condizione di «cittadino della società civile-borghese», sono finalizzati  dunque al  dominio e allo sfruttamento  dei capitalisti e dei proprietari  fondiari.  
 
Marx e la borghesia
Convinto che la conoscenza delle infrastrutture sia indispensabile alla coscienza rivoluzionaria, Marx dedica qualche decennio alla redazione del Capitale: questo vasto lavoro  intellettuale intende mostrare e dimostrare le necessità inesorabili del capitalismo (anch'esse dialetticamente), illuminare le condizioni della sua genesi, dunque, della sua maturità e del suo crollo (Zusammenbruch). Si tratta di allontanare ogni utopia o ogni profetismo per descrivere una necessità oggettiva che la conoscenza non fa che accelerare. A leggere il Poscritto  alla seconda edizione tedesca del Capitale (1873)  si vede bene, però,  che il filosofo Marx si è trasformato, ma non è scomparso. Come nell’ Ideologia tedesca, la pretesa alla universalità dei teorici “borghesi” è fallita: «L’economia politica può restare una scienza soltanto a condizione che la lotta delle classi rimanga latente o si manifesti soltanto con fenomeno isolato».  Se una crisi appare  « non si tratta più di sapere se questo o quel  teorema è vero, ma se è consonante o dissonante, piacevole o no alla polizia, utile o nocivo al capitale “.”

Il materialismo dialettico
Di contro - e come nel 1845 -, Marx non esita a sostenere, "scientificamen- te", gli interessi di una sola classe (il proletariato). «In tanto la critica può essere sostenuta da una sola classe, in quanto essa  soltanto si fa carico di  quella  missione storica che è quella di rivoluzionare il modo di produzione capitalistico, e, finalmente, di abolire tutte le classi». È il  vecchio   filosofo  pratique-critique  (o economico-filosofico) degli anni giovanili, orgoglioso dell’eco che in quegli anni  incontrano ovunque in Europa le sue parole.  Ricorda del resto che egli ha studiato Hegel, che ne ha ripreso la logica dialettica, seppur per rovesciarla e per  «rimetterla in piedi» (o, come dice esattamente per estrarne «il nocciolo razionale entro il guscio mistico»). Conferma il Marx del 1873: «Nella comprensione positiva dello stato delle cose esistenti, (la dialettica) include
simultaneamente anche la comprensione della  negazione di esso, la comprensione del suo necessario tramonto, perché concepisce ogni forma divenuta nel fluire del movimento, quindi anche dal suo lato transeunte, perché nulla la può intimidire ed essa è critica e rivoluzionaria in essenza».
È l'atto di nascita del materialismo dialettico che più del materialismo storico  eserciterà un fascino irresistibile su generazioni di marxisti, perché assegnerà alla dialettica il compito di un inarrestabile e fatale motore della storia, in marcia beninteso verso la meta indicata da Marx: la dittatura del proletariato, l'abolizione della proprietà privata, la collettivizzazione/ statizzazione  dei mezzi di produzione,  la società senza classi, la fine della preistoira, l'inizio della storia.

Da Marx al marxismo
L’unità del pensiero di Marx non è dunque di tipo sistematico, ma risiede in questa certezza: per poco  che il teorico  rifletta sul movimento sociale che ha sotto gli occhi, è nel  vero, e sfugge all’”ideologia”. Come  diceva il filosofo del1843: «Portiamo al mondo i principi che il mondo ha sviluppato nel suo seno.  Gli mostriamo soltanto perché combatte, in modo preciso, e la coscienza di sé stesso è una cosa di cui dovrà prendere atto ». Come si vede, questa certezza di dire la necessità storica - contro i socialismi romantici o utopistici dell’epoca - poteva condurre al  dogmatismo;  questa volontà, che egli pretendeva  “oggettiva”, e non soggetivo-volontaristica, di riconciliare l’essere  e il dover-essere (come Marx   scrisse in una lettera al padre) poteva  criticare se stessa in quanto ideologia nel momento in cui criticava tutte le ideologie?

E il Marx  che scriverà - in risposta ad un questionario postogli dalle figlie - che il suo motto preferito era: «Dubito di tutto», seppe forse essere conseguente su questo punto? Era improbabile, invero, che una dottrina come la sua, della necessità storica ineluttabile e "scientifica" (dialettico-hegeliana da una parte e darwiniana dall’altra), potesse realmente lasciar posto al dubbio metodico e non configurarsi piuttosto, in sé e per sé ( al di là delle interpretazioni ossia), come un dogma e una “ideologia”: un ordigno intellettuale (altamente seduttivo), il quale una volta a contatto con la realtà sociale e deflagrando nella Storia  ebbe come fatale risultato di  accecare molte menti, anche le più nobili, e di condurre, nel secolo successivo, quasi un quarto dell'umanità in un vicolo cieco.

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<<< La concezione materialistica della storia: filosofia della storia o metodo critico? In questo sito.
dal 25 febbraio 2004

Manifesto del partito comunista, K.Marx – F. Engels Ordina da iBS Italia

"Il Manifesto è un testo formidabile che sa alternare toni apocalittici e ironia, slogan efficaci e spiegazioni chiare e (se proprio la società capitalistica intende vendicarsi dei fastidi che queste non molte pagine le hanno procurato) dovrebbe essere religiosamente analizzato ancora oggi nelle scuole per pubblicitari". (Umberto Eco).
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Manoscritti economico-filosofici, K.Marx – Ordina da iBS Italia

Il capitale, K.Marx – Ordina da iBS Italia

Né con Marx né contro Marx, Norberto Bobbio – Ordina da iBS Italia

Contro Marx, Karl R. Popper Ordina da iBS Italia

Karl Popper ha affermato di essere stato, nella primavera del 1919, un convinto marxista. Questo incantamento ideologico durò però pochissimo. "A diciassette anni - ha scritto Popper - ero diventato antimarxista. Mi ero reso conto del caratere dogmatico del credo e della sua incredibile arroganza intellettuale." Nella "Società aperta e i suoi nemici", nella "Miseria dello storicismo" e in "Congetture e confutazioni" Popper ha rivolto numerose critiche alla rete teorica marxiana. Il marxismo - egli ha affermato - non può più essere considerato scientifico, in quanto è stato ripetutamente falsificato, esso può essere descritto solo come non-scienza. Nè il materiale dialettico né il materiale storico si salvano dalle critiche popperiane.

Karl Marx, Francis Wheen – Ordina da iBS Italia

Il libro presenta una biografia di Karl Marx, raccontandone la vita nei suoi aspetti più brillanti e in quelli più oscuri, con le sue umane contraddizioni che spesso spiegano, più di accreditate teorie filosofiche, lo spirito e la genesi delle sue idee.

Eleanor Marx. Vol. 1: Vita famigliare (1855-1883)., Yvonne Kapp – Ordina da iBS Italia

La vita dell'ardente e sfortunata figlia di K.Marx, offre più di uno spunto per gettare uno sguardo critico sull'interno familiare, borghese e maschilista, del fondatore del comunismo.
«Il comunismo come soppressione positiva della proprietà privata intesa come autoestraniazione dell'uomo, e quindi come reale appropriazione dell'essenza dell'uomo e per l'uomo; perciò come ritorno dell'uomo per sé, dell'uomo come essere sociale, cioè umano, ritorno completo, fatto cosciente, maturato entro tutta la ricchezza dello svolgimento storico fino ad oggi. Questo comunismo s'identifica, in quanto naturalismo giunto al proprio compimento, con l'umanismo e in quanto umanismo giunto al proprio compimento, col naturalismo; è la vera risoluzione dell'antagonsimo tra la natura e l'uomo, tra lìuomo e l'uomo, la vera soluzione della contesa tra l'esistenza e l'essenza, tra l'oggettivazione e l'autoaffermazione, tra la libertà e la necessità, tra l'individuo e la specie. È la soluzione dell'enigma della storia, ed è consapevole di essere questa soluzione».


«La religione, la famiglia, lo stato,, il diritto, la morale, la scienza, l'arte ecc. non sono che modi particolari della produzione  e cadono sotto la sua legge unversale».


«Si vede come la soluzione delle opposizioni teoretiche sia possibile soltanto in maniera pratica, soltanto attraverso l'energia pratica dell'uomo, e come questa soluzione non sia per nulla soltanto un compito della conoscenza, ma sia anche un compito reale della vita, che la filosofia non poteva adempiere, proprio perché essa intendeva questo compito soltanto come un compito teorretico».


«L'operaio diventa tanto più povero quanto maggiore è la ricchezza che produce, quanto più la sua produzione cresce di potenza e di estensione. L'operaio diventa una merce tanto più vile quanto più grande è la quantità di merce che produce. La svalorizzazione del mondo umano cresce in rapporto diretto con la valorizzazione del mondo delle cose. Il lavoro non produce soltanto merci; produce se stesso e l'operaio come una merce, e proprio nella stessa proporzione in cui produce in generale le merci.
Questo fatto non esprime altro che questo: l'oggetto che il lavoro produce, il prodotto del lavoro, si contrappone ad esso come  un essere estraneo, come una potenza indipendente da colui che la produce. Il prodotto del lavoro è il lavoro che si è fissato in un oggetto, è diventato una cosa, è l'oggettivazione del lavoro. La realizzazione del lavoro è la sua oggettivazione. Questa realizzazione del lavoro appare nello stadio dell'economia privata come un annullamento dell'operaio, l'oggettivazione appare come perdita e asservimento dell'oggetto, l'appropriazione come estraniazione, come alienzione».

«Quanto meno mangi, bevi, compri libri, vai a teatro, al ballo e all'osteria, qunatomeno pensi, ami, fai teorie, canti, dipingi, verseggi, ecc., tanto più risparmi, tanto più grande diventa il tuo tesoro, che né i tarli né la polvere possono consumare, il tuo capitale. Quanto meno tu sei, quanto meno realizzi la tua vita, tanto più hai; quanto più grande è la tua vita alienata, tanto più accumuli del tuo essere estraniato»

K. Marx, Manoscritti economico-filosofici del 1844. passim.  Einaudi NUE Torino,1973. Pref. e trad. di N. Bobbio, .

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Marx in briciole
Contro la religione. Marx illuminista

Il fondamento della critica religiosa è l’uomo fa la religione e non la religione l’uomo. […] La religione è la teoria generale di questo mondo, il suo compendio enciclopedico, la sua logica in forma popolare, il suo point d’honneur spiritualistico, il suo entusiasmo, la sua sanzione morale, il suo completamento  solenne, la sua fondamentale ragione di consolazione e di giustificazione. Essa è la realizzazione fantastica dell’essenza umana, poiché l’essenza umana non possiede realtà. La lotta contro la religione è quindi, indirettamente, la lotta contro quel mondo del quale la religione è l’aroma spirituale.
La miseria religiosa esprime tanto la miseria  reale quanto la protesta contro questa miseria reale. La religione è il gemito dell’oppresso, il sentimento di un mondo senza cuore, e insieme lo spirito di una condizione priva di spiritualità. Essa è l’oppio del popolo.
[…]
È dunque compito della storia, una volta scomparso l’al di là della verità, di ristabilire la verità dell’al di qua. È innanzi tutto compito della filosofia, operante al servizio della storia, di smascherare l’autoalienazione dell’uomo nelle sue forme profane, dopo che la forma sacra dell’autoalienazione umana è stata scoperta. La critica del cielo si trasforma così i critica della terra, la critica della religione nella critica del diritto, la critica della teologia nella critica della politica.

dalla Critica della filosofia del diritto di Hegel.  Introduzione.


Il valore rivoluzionario  e liberatorio dell’industria capitalistica (premessa però  necessaria e dialettica del comunismo)

Naturalmente non ci daremo la pena d’illuminare i nostri sapienti filosofi sul fatto che la «liberazione » dell’«uomo » non è ancor avanzata di un passo quando abbiano risolto la filosofia, la teologia, la sostanza e tutta l’immondizia nell’«autocoscienza» […] Non è possibile attuare la liberazione reale se non nel mondo reale e con mezzi reali, che la schiavitù non si può abolire senza la Moule-Jenny, [telaio meccanico ndr], né la servitù della gleba senza un’agricoltura migliorata, che in generale non si possono liberare gli uomini finchè essi non sono in grado di procurarsi cibo e bevanda, abitazione e vestiario in qualità e quantità completa. La «liberazione » è un atto storico, non un atto ideale, ed è attuata da condizioni storiche, dallo stato dell’industria, del commercio, dell’agricoltura, delle relazioni […] e in realtà per il materialista pratico, cioè per il comunista, si tratta di rivoluzionare il mondo esistente, di metter mano allo stato delle cose incontrato e di trasformalo.
da L'ideologia tedesca

Il materialismo storico o meglio dire:  la concezione materialistica della storia.

Marx non vuole fondare un nuovo materialismo  che rifaccia le teorie dell’illuminismo settecentesco. Gli è estranea, benché partecipi della stessa temperie scientista della sua epoca, ogni tentazione positivista  o naturalista (alla La Mettrie per intenderci).
Marx ha come preoccupazione principale quella di spiegare non come agisce il mondo della materia o la materia nel mondo ma  il movimento storico. Afferma perciò soprattutto nel Manifesto ( ma le prime elaborazioni si trovano  nei Manoscritti, nell’Ideologia tedesca e nella Miseria della filosofia e successivamente nella prefazione a Per la critica dell’economia politica e nel proscritto alla seconda edizione tedesca del Capitale del 1873 e in alcune lettere del 1877 e del 1881), che le forme giuridiche, letterarie, artistiche, filosofiche (dette anche sovrastruttura) di una determinata epoca  sono strettamente dipendenti dalla base materiale ( o struttura) della società, ossia da una parte dalle forze  produttive  (classi sociali: borghesia, proletariato ecc) e dall’altra dai rapporti di produzione (di tipo schiavistico, feudale, capitalistico ecc). Il rapporto tra struttura e sovrastruttura, si sforzano di precisare i fondatori del materialismo storico (Marx ed Engels), - non è di tipo meccanico e deterministico. Pur nel quadro di dipendenza della sovrastruttura dalla struttura, a più riprese i teorici del m.s. (soprattutto Engels) si sforzarono di attribuire alla  sovrastruttura una relativa autonomia.


«La produzione delle idee, delle rappresentazioni, della coscienza è in primo luogo direttamente intrecciata all’attività materiale e alle relazioni materiali degli uomini, linguaggio della vita reale. Le rappresentazioni e i pensieri, lo scambio spirituale degli uomini appaiono ancora come emanazione  diretta del loro comportamento materiale, Ciò vale allo stesso modo per la produzione spirituale, quale essa si manifesta nel linguaggio della politica, delle leggi, della morale, della religione, della metafisica ecc. di un popolo. Sono gli uomini i produttori delle loro rappresentazioni, idee, ecc. ma gli uomini reali, operanti così come sono condizioniate da un determinato sviluppo delle loro forze produttive e dalle relazioni che vi corrispondono fino alle loro formazioni più estese. La coscienza non può mai essere qualche cosa di diverso dall’essere cosciente, e l’essere degli uomini è il processo reale della loro vita. Se nell’intera ideologia gli uomini e i loro rapporti appaiono capovolti come in una camera oscura, questo fenomeno deriva dal processo storico della loro vita, proprio come il capovolgimento degli oggetti sulla retina deriva da loro immediato processo fisico.
Esattamente all’opposto di quanto accade nella filosofica tedesca, che discende dal  cielo sulla terra, qui si sale dalla terra al cielo».

Da L’ideologia tedesca




«Rispetto alle altre filosofie o concezioni del mondo o si dica come si voglia, è indubbio che il marxismo ha finora derivato il suo fascino e la sua forza dal fatto di poter addurre – oltre ai libri – il corredo della realtà. Era una teoria che si doveva e che si stava realizzando. Aveva una storia reale da esibire. Ecco la ragione vera – il pomo di similoro – che ci ha stordito e accecato; che ci ha permesso di ignorare i campi di concentramento quando tutti sapevamo che c’erano; o di fingere di non vedere i crepacci della teoria mentre in alta acrobazia costruivamo passerelle per scavalcarli. E ora, com’è giusto, il marxismo entra in crisi per il tipo di realtà che ha concorso a costruire o coprire. Mi domando se […]  il punto vero non stia proprio qui. In questa insensata e corrotta brama di mescolare impunemente conoscenza e desiderio. E chiamare la storia a dimostrare la verità»

Lucio Colletti, Tra marxismo e no, Laterza, Bari 1979, p. 133


Sul lavoro filosofico di Lucio Colletti - ad un tempo figura tormentata del marxismo italiano ed intellettuale acuto e sincero fino alla grottesca palinodia finale  - può risultare utile il libro del giornalista brasiliano Orlando Tambosi.



La filosofia e la cultura italiana del Novecento sono state profondamente influenzate dall'idealismo hegeliano e dal marxismo. Questo ha portato ad affrontare, con più chiarezza rispetto a quando non sia accaduto in altri paesi, i punti critici del rapporto Marx-Hegel, iniziando dalla dialettica. Nessuno ha esaminato la questione più a fondo di Lucio Colletti, una delle più importanti figure del dibattito politico-culturale italiano del dopoguerra, il filosofo che ha dimostrato come la dialettica hegeliana influenzasse il pensiero di Marx e come questo stretto legame si rivelasse fatale per la pretesa scientificità della dottrina marxista. La sua opera, attraverso un'analisi lucida e attenta della crisi della società contemporanea, ha messo quindi a nudo le illusioni di una generazione che ha vissuto il "flagello ideologico" del Novecento, un secolo che si è chiuso con il predominio del liberalismo, anch'esso non scevro di illusioni. "Perché il marxismo ha fallito" ripercorre la parabola di queste ideologie, componendole in un quadro storicamente coerente, nella convinzione che le conclusioni di tale fecondo e originale confronto risultino significative non solo per gli italiani, ma per tutti coloro che, in qualsiasi luogo del mondo, difendono il pensiero critico. Orlando Tambosi ricostruisce il percorso politico-filosofico di Colletti dentro il marxismo e fuori di esso, collocandolo nel contesto più ampio del panorama culturale italiano.

Perché il marxismo ha fallito. Lucio Colletti e la storia di una grande illusione , Orlando Tambosi Ordina da iBS Italia

Su iBS
Ian Fraser (Nottingham Trent University)

Hegel, Marx and the Concept of Need



Introduces the concept of need as viewed by Hegel and Marx, and places it within the context of modern need theories and theorists. The book works through such texts as Hegel's "Philosophy of Right" and Marx's "Capital", and discusses the theory in relation to Soviet Communism and social democracy.


Marxism and Politics Ordina da iBS Italia

This readable survey of Marxist political theory and key texts by seminal thinkers including Marx, Engels, and Lenin highlights formative concepts and debates within Marxist thought. The argument is presented that a democratic socialism can defend and extend freedoms and thereby remove class distinctions. This introduction considers the nature of class conflict, the proposed defense of the old order, and the possibilities for reform and revolution.

The Incomplete Projects: Marxism, Modernity, and the Politics of Culture Carl Howard, Freedman Ordina da iBS Italia

The Incomplete Projects: Marxism, Modernity, And The Politics Of Culture by Carl Freedman (Professor of English, Louisiana State University) is a thoughtful and scholarly examination and analysis of the role of Marxist theory plays in the study of human culture. Part I delves into a solid groundwork of Marxist thought, and Part II applies the Marxist vision to a wide variety of popular culture works, including the novels of Philip K. Dick and the television series M*A*S*H. An absorbing look at human culture, lifestyle and entertainment, The Incomplete Projects is a welcome and highly recommended contribution to 20th Century Cultural Studies reference collections and reading lists.

Storming Heaven: Class Composition and Struggle in Italian Autonomist Marxism Steve Wright Ordina da iBS Italia

About the Author 

Steve Wright is a Research Fellow in the School of Information Management and Systems, Monash University.

Storming Heaven is the first comprehensive survey of Italian autonomist theory, from its origins in the anti-stalinist and workerist left of the 1950s to its heyday twenty years later. Autonomist marxism was a political tendency which privileged themes--self-organisation, construction of identity, grassroots politics, subjects in struggle--which in many ways can be seen as the precursor of today's debates around social movements and popular direct action protest. Emphasising the dynamic nature of class struggle as the distinguishing feature of autonomist thought, Wright explores the manner in which its understanding of class politics developed alongside emerging social movements. / Offering a critical and historical exploration of the tendency's emergence in postwar Italy, Storming Heaven moves beyond the crisis of traditional analytical frameworks on the left, and assesses the strengths and limitations of autonomist marxism as first developed by Antonio Negri, Mario Tronti, Sergio Bologna and others.

Table of Contents

Acknowledgments
Introduction

1. Weathering the 1950s
2. Quaderni Rossi and the Workers' Enquiry
3. Classe Operaia
4. New Subjects
5. The Creeping May
6. Potere Operaio
7. Toni Negri and the Operaio Sociale
8. The Historiography of the Mass Worker
9. The Collapse of Workerism
10. Conclusion

Bibliography

Marx  in Rete:
Bilanci. Una collana ricostruisce il cammino dell' ideologia comunista nel corso del XX secolo
Quel Marx, che cattivo maestro
Lenin affossò ogni libertà cercando di applicare le sue teorie Stato e società In Urss la lotta di classe fu soprattutto contro la parte più progredita del mondo contadino

I l «socialismo reale» - teoricamente la fase di transizione dalla rivoluzione che aveva abbattuto lo Stato zarista alla edificazione del comunismo e alla finale estinzione dello Stato, ma, storicamente, il solo «comunismo conosciuto» - è stato la «dura replica della storia» alle profezie utopiche di Karl Marx. Mancava, però, uno studio che ne analizzasse la genesi e ne denunciasse, su un piano strettamente culturale, prima che politico, le tragiche conseguenze. Vi supplisce, ora, una bella collana della casa editrice Jaca Book - L' Altronovecento. Comunismo eretico e pensiero critico, in cinque volumi, dei quali è uscito il primo (L' età del comunismo sovietico. Europa 1900-1945) - curata da Pier Paolo Poggio, direttore della Fondazione Luigi Micheletti di Brescia, presieduta dal mio vecchio amico, e collaboratore del «Corriere della Sera», Sandro Fontana. È con Marx, infatti - che identifica nella proprietà privata e nel modo di produzione capitalistico il fondamento dello sfruttamento e dell' alienazione del lavoratore - che il comunismo diventa filosofia della storia e attribuisce ai rapporti sociali una funzione storica e politica. Ma è, storicamente, solo con Vladimir Ilic Ul' janov, detto Lenin, che il comunismo di Marx si traduce in prassi. Da quel genio politico che è, egli comprende che, a determinare il cambiamento non è lo stadio dello sviluppo economico, bensì la natura dell' organizzazione politica. E fornisce ai bolscevichi lo strumento organizzativo (il partito rivoluzionario) e la tecnica di governo (il centralismo democratico) per gestire lo Stato socialista di transizione, che Marx non aveva fornito, in attesa della sua definitiva estinzione e dell' avvento del comunismo. È il volontarismo neo-giacobino del politico (Lenin) - contro il determinismo e lo spontaneismo dell' utopista (Marx) - che, nell' ottobre del 1917, produce, in Russia, non con la rivoluzione, ma con un colpo di mano antiparlamentare, la nascita del primo Paese comunista nel mondo, mentre i marxisti puri attendono che la rivoluzione scoppi a Berlino, nel cuore del capitalismo avanzato. Alle profezie «libertarie» marxiane subentra la realtà dello Stato totalitario leninista che, invece di mostrare i prodromi della propria estinzione, diventa esteso, burocratico, invasivo e dispotico. Scrive, contro Lenin, un altro marxista, il socialdemocratico tedesco Karl Kautsky: «Lo Stato che persegue determinate opinioni diventa con ciò stesso un partito. Ciò che la democrazia deve esigere non è che i partiti cessino di essere partiti, ma che lo Stato cessi di essere un partito». Lenin ha, dunque, «tradito Marx»? È la tesi di chi vuole salvare il marxismo dalle «dure repliche della storia». Ma è pur sempre Marx che - respingendo «la litania democratica» dei diritti civili e politici - aveva irriso alla democrazia rappresentativa, sostenuto che «importante era che cambiasse il soggetto storico e tutto sarebbe andato per il meglio, indipendentemente dalle forme (si capisce, "giuridiche") in cui il nuovo soggetto si sarebbe organizzato» (Norberto Bobbio); preteso di costruire, sulle labili indicazioni della Comune di Parigi, una teoria della «democrazia proletaria». No, Marx non è innocente. Il fatto che i Paesi del «socialismo reale» siano stati delle dittature, non abbiano neppure lontanamente realizzato la «nuova società» prefigurata da Marx, proclamandosi, al contempo, fedeli interpreti del marxismo e del leninismo, non assolve, se mai aggrava, le responsabilità del padre del socialismo scientifico. Anche strategicamente, la nascita del «primo Stato socialista del mondo» è dovuta al genio politico di Lenin. Egli intuisce subito che la prospettiva, e le probabilità di successo, della rivoluzione bolscevica, devono innestarsi sullo stato di guerra della Russia zarista e sul suo rifiuto, da parte delle masse contadine, a continuare a farla in condizioni militari e sociali miserevoli. La seconda intuizione leniniana è che solo la guerra civile può trasformare non solo lo Stato, ma anche e soprattutto la società russa, in senso socialistico, distruggendo quel poco di pluralismo sociale, economico e politico che ancora sopravvive all' interno dell' autocrazia zarista. Perciò egli ne predica sia la necessità, sotto il profilo teorico, sia l' utilità pratica, sotto quello politico, trasformandola rapidamente - in una società contadina, ma anche intimamente individualistica, quale era la società russa d' allora - nella «lotta di classe» fra la borghesia intellettuale bolscevica e rivoluzionaria, interprete di un proletariato industriale urbano che in realtà è appena agli esordi, e il naturale conservatorismo delle masse contadine. Nasce, così, il «comunismo di guerra», con la requisizione forzosa della produzione di derrate alimentari, fino allo sterminio per fame di intere popolazioni come in Ucraina, e la progressiva distruzione della proprietà agricola, anche quella più povera, che sarebbe sfociato, dopo la breve parentesi della Nep (la Nuova politica economica, meno repressiva), con lo stalinismo, nella «guerra ai kulaki» i cosiddetti «contadini ricchi»; in realtà, i contadini tout court, in quanto classe sociale. Si gettano, contemporaneamente, le basi del pianeta concentrazionario chiamato Gulag, cioè i lager governativi secondo la lingua russa (Gu, nell' acronimo, sta per governativo), sviluppati poi dallo stalinismo per il reperimento di manodopera nell' industrializzazione forzata e accelerata del Paese. Industrializzazione sintetizzata nello slogan «il comunismo è i soviet più l' elettrificazione» che avrebbe accompagnato tutta la storia dell' Urss, anche se i soviet, consigli dei lavoratori, erano stati rapidamente cancellati dalla vita dei vincitori della rivoluzione - si veda la "rivolta di Kronstadt" - per lasciare il posto al totalitarismo sociale e alla dittatura politica del partito unico (il Pcus). Paradossalmente, anche la dissoluzione dell' Unione Sovietica è una «dura replica della storia». Essa ha, infatti, alle proprie origini, con la perestrojka, il tentativo di Mikhail Gorbaciov di riformare il comunismo leniniano, introducendo una maggiore dialettica economica, sociale e persino politica (con la glasnost), e parziali elementi di mercato, all' interno di un sistema produttivo staliniano che non tollera eccezioni. Il tentativo fallisce perché postula una insostenibile contraddizione interna. Il sistema non è, infatti, riformabile se non al prezzo del riconoscimento dell' autonomia delle singole Repubbliche, e persino delle singole unità produttive - cui lo stalinismo aveva assegnato il compito di realizzare una sorta di «divisione del lavoro» regionale, cioè la distribuzione delle risorse nazionali, in un sistema di pianificazione centralizzata - che pretendono, sulla base della logica di mercato che attribuisce, e riconosce, a ciascuna di esse un tasso di sviluppo diverso dalle altre, di goderne i frutti senza condividerli con quelle più povere o meno efficienti. Sotto il profilo teorico e storico, anche le timide avvisaglie del mercato presenti nella perestrojka gorbacioviana sono «una dura replica» alle generose illusioni razionalistiche marxiane, figlie del totalitarismo insito nella teoria ultra-democratica e illiberale della «volontà generale» di Jean-Jacques Rousseau, e dell' Illuminismo francese, tradotte, non tradite, da Lenin sulla scia del terrore elitario giacobino, e sfociate in una delle più grandi tragedie dell' umanità.
Piero Ostellino
Pagina 39
(2 giugno 2010) - Corriere della Sera


L' altronovecento. Comunismo eretico e pensiero critico. Vol. 1: L'età del comunismo sovietico. Europa (1900-1945)., a cura di P.P.Poggio Ordina da iBS Italia

Il Novecento, secolo del comunismo e del suo fallimento. La somma di queste due affermazioni, tutt'altro che prive di fondamento, ha prodotto la cancellazione di persone, movimenti, concezioni che non hanno solo un significato storico, ma anche un valore per il presente e per il tempo futuro. "L'Altronovecento" è un progetto concepito e sviluppato dalla Fondazione Micheletti di Brescia e dall'Editoriale Jaca Book, coinvolgendo, anche tramite vari seminari e incontri, decine di studiosi affinché si venisse a delineare un percorso di movimenti e singole personalità protagonisti del comunismo critico ed eretico del Novecento in Europa e nel mondo. Questo viaggio fra intellettuali, autori e attivisti politici raccoglie esperienze e posizioni fra loro diversissime, ma accomunate da alcuni elementi che ne definiscono l'atteggiamento due volte critico e la conseguente duplice eresia. Essi furono anzitutto critici sia del capitalismo liberal-democratico, sia del nazi-fascismo; ma furono anche critici delle varie forme novecentesche di comunismo realizzato, pur muovendo dall'adesione all'idea di comunismo e dal concetto di una sua qualche forma di concreta attuabilità storico-politica. Con quest'opera, di cui qui si presenta il primo volume, si intende quindi restituire un immenso patrimonio di idee e di esperienze, un Novecento "altro" che è tempo di svelare dopo decenni di oblio o di incomprensione.
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La Frusta Letteraria - Rivista di critica culturale on line