Poeta francese (Parigi, 1842 - Valvins, Seine-et-Marne, 1898)
Principale esponente del simbolismo francese ed europeo, Stéphane Mallarmé dedicò tutto il suo impegno poetico «alla interpretazione
orfica della Terra, che è il solo dovere del poeta e l’unica posta in
gioco in letteratura», e cercò di dare una lingua nuova alla poesia,
da lui concepita come lo strumento privilegiato di spiegazione dell’universo.
Al suo amico Manet che gli chiedeva idee per comporre dei versi, Mallarmé spiegò che non è con le idee che si scrivono poesie, ma
con le parole. E di fatti, la sua poesia fu interamente volta all’elaborazione di una lingua, spesso accurata fino al suo estremo
limite e a prezzo di un ermetismo che gli valse critiche e irrisioni. Ma
i suoi pari, alla morte di Verlaine, il quale era stato fra i suoi poeti maledetti (1880), lo elessero il «chiuso Principe dei poeti», mentre Huysmans, egli ancora in vita, già lo metteva nella biblioteca di Des Esseintes, il protagonista esteta di A rebours (Controcorrente,1884), suscitando altresì l’ammirazione entusiasta di tutti coloro che, da André Gide a Paul Claudel a Paul Valéry, videro aprirsi con lui nuovi territori letterari.
Il collegio “misero”
L’infanzia di Étienne, detto Stéphane, Mallarmé, fu turbata da due gravi lutti familiari. Perse la madre all’età di cinque anni venendo indi affidato, con la sorella Maria, alle cure dei nonni materni. Suo padre era un funzionario dell’Ufficio del Registro. Messo in una collegio religioso a Auteuil, Stéphane ne fu espulso nel 1835 per cattiva condotta. Fu allora iscritto come alunno pagante alla classe Quarta dell’istituto universitario imperiale di Sens, città dove suo padre, riammogliatosi, era stato nominato Conservatore dell’Ufficio Ipoteche. L’estate del 1857, Stéphane è colpito da un nuovo lutto: la sorella Maria muore, a tredici anni. Certamente la perdita di quest’unica sorella sulla quale aveva investito tutto il suo affetto contribuì a un ripiegamento del ragazzo su sé stesso e alla nascita della sua vocazione poetica: il tema della morte è sottostante a numerose opere giovanili, in particolare il racconto « Ce que disaient les trois cigognes» ed alcuni dei componimenti delle settantaquattro poesie della raccolta « Entre quatre murs», composte nel 1859-1860 da un adolescente “di sentimento lamartiniano”, ma altresì influenzato da Victor Hugo, Théophile Gautier e Théodore de Banville.
Nelle predilezioni personali appaiono in buona posizione Baudelaire, di cui ricopia una trentina di poesie, quindi Edgar Allan Poe, di cui traduce otto composizioni (pubblicate nel 1888).
È «semplicemente per leggere meglio Poe» che apprende l’inglese, «ma anche per parlarne la lingua ed insegnarla in un angolino, tranquillo, e senza altra preoccupazione economica».
Entrato nel 1860, secondo il desiderio del padre, come soprannumerario in un Ricevitoria dell’Ufficio del Registro, il giovane fugge ben presto a Londra (novembre 1862). È accompagnato da una giovane tedesca di sette anni più anziana, Marie Gerhardt, che sposerà in agosto, quattro mesi dopo il decesso del padre. In settembre ottiene l’abilitazione a insegnare inglese ed è nominato supplente al liceo di Tournon. Ma, benché attivo sul versante delle pubblicazioni scolastiche su commissione «Petite Philologie à l'usage des classes et du monde: les Mots anglais», 1877; «Nouvelle mythologie illustrée»”, 1880; «Recueil de lectures anglaises», 1885 -, Mallarmé si disinteressò rapidamente dell’insegnamento, che gli garantiva del resto un tenore di vita abbastanza modesto e che gli valse soltanto cattivi giudizi degli ispettori scolastici. Questi, unitamente alle lamentele dei genitori degli allievi, allarmati dalle poesie che aveva pubblicato, determinarono, dopo tre anni a Tournon, un trasferimento a Besançon. Qui resterà soltanto un anno, avendo ottenuto la nomina ad Avignone.
Nel 1870, ottiene un lungo periodo di congedo e dà lezioni private in quest’ultima città, in cui resta durante la guerra franco-prussiana. Dopo la Comune, si reca a Parigi cercandovi invano un’occupazione presso le biblioteche o la libreria Hachette, quindi a Londra ancora alla ricerca di un impiego. Ma è finalmente una nomina al Liceo Fontanes (oggi Liceo Condorcet) che gli permette di prendere residenza nella capitale, nell’ottobre 1871, mentre Marie ha appena dato a Geneviève, nata nel 1864, un fratellino, Anatole. Durante una ventina di anni, Mallarmé dovrà ancora sacrificare una grande parte del suo tempo al «miserable collège» fino ad ottenere, avanzando le ragioni di una salute cagionevole e grazie ad alcuni appoggi, la sua messa in pensione anticipata. A cinquantuno anni può infine dedicarsi interamente alle sue ricerche poetiche, dividendo ormai la sua vita tra Parigi e la dimora di Valvins, nei pressi di Fontainebleau.
« Scavare i versi»
Mallarmé sentì molto presto che il suo destino poetico era fuori dai sentieri battuti. Ecco dunque il desiderio pressante di incontrare scrittori ed artisti, con i quali annodò rapidamente legami amichevoli e duraturi. Il professore di lettere dell’istituto universitario di Sens, Emmanuel des Essarts, gli fece conoscere il poeta Henri Cazalis, che doveva essere con Eugène Lefébure fra i primi destinatari della copiosa corrispondenza di Mallarmé. È con questo epistolario - tra cui una lettera sotto forma d’autobiografia indirizzata nel 1885 a Verlaine - che veniamo a conoscenza della sua vita, delle sue esigenze interiori e delle sue preoccupazioni. La vita di provincia era per il giovane professore una forma di esilio: l’ Ardèche gli appare “art, dèche” (arte e rifiuto.)
Tuttavia, la crisi che inizia a Tournon e che durerà quattro anni non deve nulla alla difficoltà provinciale: d’ordine metafisico, quindi estetica, è legata alla difficoltà di scrivere. La rivelazione di Baudelaire ispira a Mallarmé «l'Azur» (1864), «Brise marine» (1865) o anche «les Fenêtres», dove, assegnando alla poesia un solo scopo, la ricerca del bello, cerca di creare immagini attraverso una musica verbale originale. In queste prime poesie, parnassiane nella forma, baudelairiane d’ispirazione, si trovano già i temi propri dell’autore: rifiuto del reale “in quanto vile”; gusto per il mondo ideale ed assoluto dell’arte. Ma questa ricerca dell’ideale appare presto come un’esca all’autore, poco a poco posseduto dall’ossessione dell’impotenza creatrice. Così, avendo intrapreso una lunga poesia dove il tema di Salomé è pretesto per esprimere la difficoltà di essere, confida a Cazalis: «Ho cominciato la mia Hérodiade. Con terrore, poiché invento una lingua che deve necessariamente scaturire da una poetica nuovissima, che potrei definire in queste due parole: ritrarre non la cosa, ma l’effetto che essa produce». Ed aggiunge: «Ho scavato a tal punto il verso d’aver incontrato due abissi, che mi hanno portato alla disperazione. Uno di essi è il nulla, al quale sono arrivato senza nulla sapere del buddismo».
All’epoca in cui Mallarmé attraversa questa crisi, le riunioni letterarie si intensificano: ad Avignone, si lega con Théodore Aubanel, Frédéric Mistral e la cerchia dei felibristi, e, nell’occasione di un viaggio a Parigi, con Catulle Mendès, che gli presenta Villiers dell’Isle-Adam e gli fa scoprire la musica di Richard Wagner. Mendès è il creatore della «Revue fantaisiste», intorno della quale si sono raccolti i poeti parnassiani, ed è nella prima edizione del «Parnasse contemporain» che escono nel 1866 undici poesie “baudelairiane”, fra cui «l'Azur», «Brise marine» e «Les Fenêtres». Tre anni più tardi, Mallarmé riuscirà «ad abbattere l’antico mostro dell’impotenza creatrice», superando la crisi che lo paralizza con «Igitur» e «Folie di Elbehnon» (1869), racconto metafisico in prosa dove l’atto di scrivere, diventando argomento della poesia, acquista un valore terapeutico. La pubblicazione l'«Après-midi d'un faune» (1876) e l’elogio che ne fa Huysmans in uno dei suoi romanzi (1884) segnano l’inizio della celebrità; Mallarmé è riconosciuto come maestro dai giovani poeti simbolisti.
Dopo la morte di Verlaine, è incoronato “principe dei poeti”.
I “martedì” della rue de Rome
Se questa ricerca instancabile d’assoluto rivela una visione relativamente tragica della vita, Mallarmé conosce anche le virtù dell’humour. Il suo gesto verbale è generalmente molto sopra il mero gioco di parole, ma è capace di veri calembours. Ed è con altrettanta libertà di spirito che, nel 1874, redige quasi da solo gli otto numeri del giornale che ha fondato, «La Dernière Mode» e dove, sotto diversi pseudonimi femminili, dispensa consigli di eleganza o ricette culinarie. Egli stesso offre tutti i martedì sera dei punch e dei grog nel suo piccolo appartamento all’ 87, rue de Rome, ma è soprattutto la sua conversazione brillante che attira amici ed ammiratori. Essi saranno, a partire del 1880, Villiers dell’Isle-Adam, Émile Verhaeren e Maurice Maeterlinck come pure i pittori Whistler, Odilon Redon e Gauguin, ai quali si aggiungono presto Verlaine e Paul Adam. Verranno in seguito Jules Laforgue, Gustave Kahn, Henri de Régnier, Marcel Schwob, Alfred Jarry, Stuart Merril, il tedesco Stefan George, il belga Georges Rodenbach o anche Claude Debussy, ed infine, negli anni ‘90, André Gide, Paul Claudel, Paul Valéry e Léon-Paul Fargue. Dinanzi ad un pubblico in estasi, il padrone di casa esibisce finalmente i propri talenti di pedagogo quando espone la propria poetica. Inoltre, quando Jean Moréas pubblica nel 1886 l’articolo-manifesto sul simbolismo, dove invoca la necessità di costruire una lingua propria alla poesia, non fa che riprendere, in effetti, le idee di Mallarmé, che comincia quest’anno «La crise de vers», dove raccomanda una poesia libera da ogni tentazione descrittiva e mirante solo alla suggestione.
“Le Livre”
Di Poésies, apparse fin dal 1887 (edizione definitiva nel 1923), il poeta prepara una versione aumentata, che sarà pubblicata soltanto dopo la sua morte. Alle opere di gioventù sono venuti ad aggiungersi “versi di circostanza”: sonetti ispirati dalla sua amicizia innamorata per Méry Laurent, “ventagli”, “brindisi funebri” o “tombe” - di Edgar Poe, di Théophile Gautier, di Charles Baudelaire, di Paul Verlaine (alle quali vengono ad aggiungersi le note “per una tomba di Anatole”, ispirati dalla perdita, nel 1879, del figlio). Da alcuni sonetti («Quand l'ombre menaça… »; «Le vierge, le vivace et le bel aujourd'hui… ») Mallarmé tenta di far sgorgare la lingua poetica «dall’impiego elementare del discorso», incaricato di assicurare gli scambi banali del pensiero. Al fine di «lasciare l’iniziativa alle parole» le organizza secondo una sintassi sconvolta dalle inversioni, dai tagli e dalle ellissi, creando degli accostamenti inusitati che sottopone « all’intelligenza del lettore che mette le cose in scena, da sole».
Alcuni (Tolstoj e Croce per esempio) rimproverarono a queste poesie la loro oscurità ed il loro ermetismo. Ma per Mallarmé, per cui scrivere è « sconfiggere il caso parola dopo parola», e che vuole «dare un senso più puro alle parole della tribù» -se le parole sono svalutate dall’impiego utilitario che se ne è fatto -, è necessario allora fare appello alle combinazioni sempre più sottili che esse possono ancora offrire, alle loro naissances latentes come avrebbe detto Rimbaud. Immagini, analogie, “corrispondenze” faranno dunque appello alle risorse nascoste delle parole, al loro “halo” (alone, aura). Lo scopo assegnato alla poesia non è più quello di nominare gli oggetti, ma di suggerirli; e quest’oscurità stessa, diventata una delle componenti della magia poetica, desterà nel lettore, «senza l’imbarazzo di un appello esplicito», la nozione pura degli oggetti evocati.
Si tratterebbe di un vano esercizio se Mallarmé non avesse assegnato al poeta la missione, insensata forse, di concepire la scrittura come «spiegazione orfica della Terra», e di sottoporre all’impero dello spirito umano il caso, simbolo dell’imperfezione stessa di questo spirito. «Un coup de dés jamais n'abolira le hasard» - Un colpo di dadi non abolirà mai il caso (1897), tentativo «di elevare una pagina alla potenza del cielo stellato» come dirà Paul Valéry, è la confessione patetica del fallimento di tale ambizione.
Contrappunto alle poesie, la raccolta di testi in prosa «Divagations» è pubblicata nel 1897. Oltre a dodici poemi in prosa («le Phénomème futur»; «le Démon de l'analyse»; «le Nénuphar blanc»; «Quelques médaillons et portraits en pied»), raccoglie gli scritti sugli argomenti più diversi, da un testo sullo scandalo di Panama fino ai ritratti di contemporanei, una fantasticheria su Wagner e alcuni testi sul balletto e il teatro. Vi riunisce anche il saggio «Quant au Livre», dove Mallarmé evoca la Grande Opera cui intende dedicarsi. «Igitur» sarebbe stato una sorta di preambolo teso a stabilire l’assoluto, condizione necessaria all’esistenza di questo «Livre», e di cui «Un coup de dés jamais n'abolira le hasard» doveva costituire la prima parte. Sintesi di tutte le arti ed di tutti i generi, di volta in volta giornale, teatro e danza, le Livre, costituito da strati distinti, doveva essere letto in pubblico dal suo autore, che avrebbe variato all’infinito le combinazioni dei vari fogli, secondo un rituale quasi religioso.
Scomparso prematuramente il 9 settembre 1898, colpito da uno spasmo faringeo, Mallarmé lascia le Livre allo stato d’enigma. Ma già, con le sue ricerche sulla lingua, ha aperto la letteratura a tutti i possibili, a tutte le rivoluzioni. Secondo le parole di Jean-Paul Sartre, Mallarmé «merita di morire alle soglie del nostro secolo: perché lo annuncia ».
La carne è triste, ahimé, e ho letto tutti i libri.
Fuggire! Laggiù fuggire! Io sento uccelli ebbri
d'essere tra l'ignota schiuma e i cieli!
Niente, né antichi giardini riflessi dagli occhi
o notti! né il cerchio deserto della mia lampada
sul vuoto foglio difeso dal suo candore
né giovane donna che allatta il suo bambino.
Io partirò! Vascello che dondoli l'alberatura
l'áncora sciogli per una natura straniera!
E crede una Noia, tradita da speranze crudeli
ancora nell'ultimo addio dei fazzoletti!
E gli alberi forse, richiamo dei temporali,
son quelli che un vento inclina sopra i naufragi
speduti, né antenne, né antenne, né verdi isolotti...
Ma ascolta, o mio cuore, il canto dei marinai!
(Trad. italiana di Luciana Frezza.)
La poetessa italiana Patrizia Valduga traduce la poesia di Stéphane Mallarmé, respingendo ogni pretesa esplicativa e riproducendo il sistema di ambiguità lessicali, foniche e sintattiche dell'originale, nel rispetto della sua complessità metrico-linguistica. Il volume è introdotto da Jacques Derrida e contiene uno scritto di Paul Valéry.
S. Mallarmé: Il pomeriggio di un fauno
Einaudi, 1976
S. Mallarmé: Mallarme in Prose
Cultural Writing. This volume contains never-before-translated prose selections by the father of the Symbolist movement, one of the most influential cultural figures of 19th-century France. Mallarme's letters to leading French intellectuals and artists of the time appear with his pieces on language and aesthetics, as he considers the state of contemporary French literature.
recensione di Cacciavillani, G., L'Indice 1992, n.11
Si sa che Mallarmé occupa un posto del tutto eccentrico nell'ambito della poesia moderna, e non solo francese. Holderlirn sacralizza il vincolo fra i divini e i mortali; Leopardi ribadisce che la conoscenza poetica è ricerca sensibile di relazioni fra cose "disparatissime" (è tutta una questione di "sensorio", dice), Baudelaire pone una relazione circolare e dinamica fra mondo esterno ("pastura") e mondo interno (fantasmatizzazione e trasmutazione verbale); Proust affermerà che lo stile "non è un problema di tecnica bensì di visione" (legata, questa, all'espansione delle "oscure impressioni"); Bonnefoy certifica che l'atto poetico rientra in una teologia positiva volta a ritrovare e a celebrare un legame col mondo, con l'altro, con l'esteriorità (la parola poetica, rimettendo in questione la lingua, deve "trasmutare l'oggetto in presenza"). Mallarmé tutto all'opposto, volge le spalle ai mondo sensibile, nega la finitudine dell'uomo, cerca di espungere le determinazioni dell'inconscio e, attraverso l'uso intensivo della cosiddetta "metafora ad un solo termine" cerca di elaborare uno spazio verbale autosufficiente e autarchico, fondato sull'onnipotenza del verbo. Luciferino più che faustiano, il fauno - come direbbe Hegel - eternizza l'oggetto del desiderio annientandolo in quanto "esistente".
A queste alte e decisive tematiche ci portano direttamente i 202 frammenti sulla morte del dilettissimo figlio Anatole, raccolti, editi e stupendamente presentati da Richard, volti ora in lingua italiana, con magistrale perizia, da Cosimo Ortesta. Non è questa la sede per cercar di capire, in profondo, quali siano i rapporti di Mallarmé con il fenomeno della morte (e, per conseguenza, con tutto lo spazio vitale); certo è che il Nulla, il Vuoto, il Negativo (l'abolizione, l'uccisione, il suicidio, la scomparsa l'"arret de mort") sono per lui maschere metafisiche di una drammatica esperienza tutta giocata - come diceva - nel "teatro della mente prototipo del resto". Sembra quasi inopportuno ricordare che Stéphane perse la madre quand'egli aveva cinque anni (il padre passò a nuove nozze giusto un anno dopo), l'amatissima sorella Marie a tredici anni, il padre a ventuno, e poi il figlio Anatole nel 1879. La stessa morte precoce del poeta, quando non aveva che cinquantasette anni, ha qualcosa di terribile e di fatale, quasi che lo spasmo laringeo che gli troncò la vita fosse il precipitato di un'antecedente serie di "spasmi", una sorta di trauma cumulativo esploso al limite di una compressione estrema e risolutiva.
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Come non vedere, anche in questi frammenti per Anatole, la tragedia che ha folgorato, da parte a parte, l'opera di Mallarmé? Il dubbio assillante di un "vizio" di fondo coglie lo stesso poeta quando esclama, disperato: "Non è tutto questo - lo voglio, voglio lui - e non me" (fr. 43). Narciso piange e, giustamente, abbandona il suo progetto d'eternità.