Galileo Galilei
Fisico ed astronomo italiano. (Pisa, 1564 - Arcetri, 1642).    

Rari sono gli scienziati che hanno visto tanta  letteratura  ad essi dedicata come Galileo Galilei. Tale letteratura riguarda principalmente il suo dramma intellettuale e umano scaturente dal conflitto che lo oppose alla Chiesa cattolica e che vide la sua coscienza di scienziato, che esperisce il reale con la ragione e la sperimentazione, essere conculcata  dai precetti religiosi e dal principio di autorità. Invero egli avrebbe voluto sanare quel conflitto nel foro interno della coscienza - poiché in lui le preoccupazioni religiose erano altrettanto cogenti dei principi scientifici che andava scoprendo – ma ciò non fu possibile alla Chiesa cattolica che gli oppose le ragioni teologiche, pubbliche e di Stato e che non poteva tollerare altra autorità oltre la propria, e che pertanto, giunse a riabilitare la sua probità di uomo e di scienziato solo nel secolo scorso, 400 anni dopo i fatti.
Oltre alle parole leggendarie sulla mobilità della Terra («Eppur si muove!»che non ha probabilmente mai pronunciato), Galileo è soprattutto uno degli artefici della scienza moderna: è Galileo che ha introdotto la matematica nel mondo della fisica, che abbandona così definitivamente i concetti qualitativi Aristotelici.

Galileo nacque il 15 febbraio 1564 a Pisa. La sua infanzia e la sua adolescenza si svolgono tra Firenze e Pisa. Suo padre, musicista originale ed abbastanza famoso, autore di un Dialogo sulla musica antica  e moderna, si interessava  alla rinascita delle forme musicali ereditate dal classicismo greco. Dopo aver cominciato nel 1581 gli studi di medicina all’università di Pisa, Galileo si dedica allo studio della matematica e della filosofia; nel 1585, lascia l’università, senza diploma.

La scienza alla fine dello XVI  secolo
L’università che forma il  giovane Galileo funziona su un modello in gran parte diffuso in Europa, che si basa su una divisione della conoscenza in due rami fondamentali: la matematica e la filosofia.

Astronomia e matematica
Poiché il sapere matematico nasce con l’astronomia, l’attività del matematico-astronomo non ha per scopo la spiegazione dei fenomeni celesti, bensì piuttosto la loro predizione. L’ambizione dell’astronomo si limita a ricercare le combinazioni (più o meno complicate) dei movimenti circolari che permettono di descrivere il movimento evidente delle stelle, così come lo si osserva dalla Terra.  L’attività del matematico si basa sull’idea che, sotto il disordine evidente dei fenomeni, oltre al corso irregolare dei pianeti (etimologicamente, i pianeti sono “astri erranti”), esiste un ordine nascosto ben preciso, che può essere rappresentato per mezzo di movimenti circolari, da sempre immagine della perfezione.

Filosofia
L’insegnamento di questa disciplina è ugualmente dispensato nelle università europee. La “filosofia naturale” è la vera scienza del cielo, incaricata di spiegare i fenomeni. Fondata in gran  parte sulla dottrina di Aristotele e, più precisamente, sulla sua teoria del movimento, questa disciplina si basa, molto schematicamente, sulla distinzione tra movimento “naturale” e movimento “violento”.

Il mondo secondo Aristotele
Qualsiasi corpo possiede un movimento “naturale” che gli è proprio, che esprime la sua tendenza a raggiungere il suo luogo “naturale”e  che è interamente determinato dalla natura del corpo in questione. Una volta raggiunto il suo "luogo naturale", il corpo vi resta immobile. Così la Terra ha per luogo naturale - per via della sua natura stessa di corpo materiale - il centro dell’Universo; il suo movimento naturale è di andare verso questo centro, dove risiede, e niente e nessuno le può far cambiare sede. Il movimento naturale dei corpi celesti, supposti essere di una specie non materiale, è un movimento circolare intorno del centro dell’Universo. Occorre sottolineare l’importanza del ruolo svolto nella fisica aristotelica dal concetto di “luogo”: ogni oggetto occupa un luogo che gli è proprio; lo spazio aristotelico non è dunque in alcun modo omogeneo, poiché i suoi diversi punti non possono essere occupati indifferentemente da qualsiasi oggetto. Tutto ciò sarà profondamente modificato dalla nuova fisica, quella di Galileo.
Al movimento “naturale”, che non richiede alcun agente esterno, egli contrappone il movimento “violento”, contrario alla natura del corpo e che può dunque esistere soltanto per effetto di un agente motore. Un carro, ad esempio, che si muove lungo una strada possiede un movimento contrario alla sua natura d’oggetto materiale (che lo indurrebbe a raggiungere il centro dell’universo); questo movimento è dunque violento ed  il cavallo ne è l’agente motore. Più precisamente, la velocità di un oggetto, animato da un movimento violento, è proporzionale alla “forza” spesa dal motore responsabile del movimento medesimo. Ciò che si è potuto chiamare il “principio fondamentale della dinamica aristotelica” si enuncia dunque così: una forza produce una velocità che gli è proporzionale; o ancora: la velocità di un corpo è in base alla “forza” che gli si imprime.  Occorre notare che questo principio fondamentale, che sarà abbandonato dalla nuova fisica (dove è l’accelerazione e non la velocità di un corpo che è proporzionale alla forza che si esercita su di esso), è del tutto conforme al “senso comune”: con più forza  il cavallo  tira il carro, più va rapidamente; di più: il carro non si muove se non si esercita alcuna forza su di esso!  

Critiche al sistema aristotelico
Non bisogna credere che la fisica di Aristotele fosse universalmente accettata. Numerosi sono coloro che, all’inizio del XVII secolo, mettono in causa l’insegnamento aristotelico dispensato dalle università, riprendendo per parte loro alcune obiezioni formulate nel corso dei secoli precedenti. Nel XIV secolo ad esempio, già gli aderenti alla cosiddetta scuola di Parigi contestano  il buon fondamento di questa teoria del movimento, ed in particolare del movimento dei proiettili. Alla stessa epoca, Nicola Oresme si erge contro l’idea secondo la quale il movimento dei pianeti possa essere indotto dal loro movimento, evidente dalla Terra, supposta immobile: al contrario, secondo lui, le stelle sarebbero immobili, e la Terra in movimento.

La Chiesa, baluardo dell’aristotelismo
Per molto tempo queste critiche non trovano circolazione che in ambiti ristretti, tanto è grande l’autorità di Aristotele; tanto di più della Chiesa, principale potenza politica e culturale del mondo occidentale, la quale dopo avere combattuto la  cosmologia aristotelica, l’ha finalmente fatta propria a partire dal XIII  secolo.  L’idea che la Terra sia al centro del mondo si accorda peraltro molto bene con il fatto che Dio abbia scelto proprio questo luogo per farsi uomo.
Mettere in dubbio l’immobilità della Terra significa dunque   combattere la Chiesa ed il suo dogma. Soltanto all’inizio del XVII   secolo la critica di Aristotele prende il suo vero avvio, in gran  parte grazie alla stampa ed alla diffusione dei libri che battono in breccia il monopolio dell’università
come unica fonte di sapere. Nessuno osa  formulare ipotesi nuove, ma è quella di Copernico che svolgerà un ruolo fondamentale nell’elaborazione della nuova fisica.

Il sistema  copernicano
Nel  1543 esce l’opera di  Nicola Copernico  De revolutionibus orbium coelestium, nel quale espone la sua “ipotesi” eliocentrica. Copernico, allorché si applicò a spiegare il movimento dei pianeti, nel quadro della teoria aristotelica di una Terra immobile, sulla scorta di combinazioni di movimenti circolari, come voleva la tradizione, finì per scoraggiarsi dinanzi alle complicazioni matematiche incontrate. Si accorse allora che, ponendo il centro del mondo non puntando sulla Terra ma sul  sole, gli era  più facile riportare il movimento dei pianeti a combinazioni di movimenti semplici. Quest‘opera , inizialmente passata inosservata, in particolare agli occhi della Chiesa, sarà successivamente studiata e presa in seria considerazione da un certo numero di scienziati, come Giordano Bruno, Tycho Brahe e Johannes Kepler, che, sviluppando le idee di Copernico, stabiliranno la tradizione di ciò che sarà chiamato il “sistema copernicano”.  Tuttavia, le argomentazioni che Copernico esibiva a sostegno del sistema  eliocentrico si basavano non su uno studio matematico o sperimentale del movimento corpi - come sarà nel caso di Galileo -, ma su una concezione del mondo che si può qualificare come metafisica, fondata sulle idee di “fuoco centrale” o di “forza solare”.

Il messaggero celeste (Sidereus Nuncius)
Qual è la posizione di Galileo nel dibattito suscitato dall’”ipotesi copernicana”? Nel  1585, di ritorno a Firenze, intraprende lavori scientifici (studio della bilancia idrostatica, fissazione di diversi teoremi sul centro di gravità dei solidi) e letterari (su Dante, il Tasso e l’Ariosto). Nel 1589, su segnalazione di alcuni matematici che hanno avuto occasione di ammirare le sue capacità, è nominato professore di matematica all’università di Padova, dove resterà diciotto anni, i più begli anni della sua vita intellettuale. Galileo,  pur essendo al corrente del lavoro  di Copernico - le sue lettere lo provano -  dispensa tuttavia un insegnamento d’astronomia rigorosamente conforme ai programmi ufficiali. Poiché la Chiesa non ha ancora apertamente preso posizione contro l’ipotesi eliocentrica, questa riserva non si spiega che in uno solo modo: Galileo non è ancora persuaso di possedere la prova sufficiente circa il reale movimento della Terra.  Tuttavia, le cose cambiano radicalmente a partire dalla pubblicazione,  nel 1610, del suo lavoro Sidereus Nuncius (il messaggero celeste o il messaggero delle stelle), nel quale prende causa per i partigiani di Copernico, ciò che non cesserà ormai di fare.

Una scoperta decisiva: il cannocchiale
Il cambio di opinione di  Galileo è infatti da mettere in relazione con la sua capitale scoperta del cannocchiale astronomico. Secondo il resoconto che ne fa nel Sidereus, egli ebbe notizia nel  1609 dell’invenzione, nei Paesi Bassi, di un sistema ottico capace di fare apparire più prossimi gli oggetti distanti. Intuisce  immediatamente l’importanza che può avere l’invenzione  per i navigatori; avendo ottenuto alcune informazioni sul nuovo oggetto,  intraprende  la costruzione di un esemplare, che pensa di potere vendere  molto caro agli armatori di Venezia. Così alla fine dell’anno 1609 presenta al Senato di quella città uno strumento che permette di distinguere delle navi, chiaramente ed in dettaglio, due ore prima che si possa individuare la loro presenza ad occhio nudo. La sua invenzione non è presa in considerazione, e Galileo è ridotto a fare del suo cannocchiale un impiego personale, ciò di cui non si priverà. Il 1° dicembre 1609, comincia una serie di osservazioni della luna.  Vede allora, coi propri occhi, che «la Luna non è ricoperta da una superficie liscia e levigata, ma che   è accidentata ed uguale alla superficie della Terra, coperta di alti rilievi e di cavità profonde e  anfratti » (Sidereus Nuncius). Quindi «il settimo giorno di gennaio, dell’anno 1610, ad una ora della notte, mentre esploravo il cielo, tramite il cannocchiale, Giove si presentò ai miei occhi:  essendomi costruito  uno strumento di alta precisione, io scorsi (e questo m’era successo prima a causa della della debolezza dell’altro cannocchiale) tre piccole stelle, in altre parole, i satelliti di Giove  in moto di rivoluzione attorno al pianeta, come la Luna attorno alla Terra». Ecco la prova che la Terra non è il centro di tutti i movimenti celesti e che la sua natura non differisce da quella di Giove.

La fine del geocentrismo
Questo  è il “messaggio” che inviano le stelle: non ci sono differenze di natura tra la Terra e i corpi celesti; questi non sono né più  né meno  perfetti della Terra. Le leggi della natura che valgono sulla Terra (nel mondo sublunare, come si diceva allora) valgono anche nei cieli: più nulla giustifica il geocentrismo, “privilegio” di cui usufruisce la Terra. Ciò che  rivela il cannocchiale è dunque, da un lato, in contraddizione con la teoria della Terra immobile messa al centro dell’universo e, dall’altro, in conformità con l’ipotesi secondo la quale la Terra è soltanto un pianeta fra altri, che gira con essi  come essi attorno al sole. Le due ipotesi, quella della fisica tradizionale (tolemaica)  e quella di Copernico, non sono ormai più equivalenti: solo l’ipotesi eliocentrica è conforme all’osservazione. La convinzione di Galileo si basa dunque sull’evidenza sperimentale e non più, come quella dei difensori di Copernico, su ragioni metafisiche.

Un nuovo “sistema del mondo”
Immediatamente Galileo diventa un uomo celebre. Le sue osservazioni, e le conclusioni che ne ha tratte, sono oggetto di dibattiti animati. Lui che, fino ad  allora, si era attenuto all’ortodossia più rigorosa si mette ad insegnare la teoria copernicana - senza che apparentemente le autorità veneziane, sotto la cui legge è  Padova, se ne adombrino. Ma Galileo desidera da tempo tornare a Firenze, nella sua Toscana. Quindi, quando gli è proposto la cattedra   di matematica all’università di Pisa nel 1610, la accetta senza rendersi conto che il “liberalismo” delle autorità veneziane non ha corso in Toscana.
Se Galileo accetta l’offerta, è anche perché spera di disporre di più tempo per redigere il suo “Sistema del mondo”, dove intende esporre i lavori sulla dinamica ai quali si è dedicato durante i diciotto anni passati a  Padova. La redazione di questo libro, cui intende di gran lena, è diventata necessaria dopo la pubblicazione del Nuncius. In effetti, desideroso di convincere i suoi contemporanei della veridicità dell’ipotesi copernicana, Galileo deve adesso far  capire e spiegare perché si è potuto credere per così tanto tempo che la Terra fosse immobile. Ciò non può essere fatto senza studiare il movimento dei corpi, e mostrare che le leggi del movimento sono così fatte che è impossibile “sentire” e osservare quello della Terra. Si tratta insomma di riprendere in modo critico l’esposizione  dei fondamenti della fisica aristotelica e delle argomentazioni avanzate da essa a favore dell’immobilità del  globo, quindi di opporre a questo “sistema del mondo” un nuovo sistema che faccia posto alla mobilità della Terra e metta in evidenza le ragioni per le quali il vecchio abbia  potuto passare per “verità”. Da questa preoccupazione nasce, dopo un lungo periodo di gestazione (dal 1610 al 1632) il  Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo tolemaico e copernicano, redatto - a differenza del precedente saggio scritto in latino-,  in lingua italiana volgare, proprio perché Galileo vuole dare ai suoi temi  la massima  divulgazione, nel senso letterale del termine.  Questo testo  presenta  la nuova dottrina del movimento e costituisce la base della fisica moderna, inaugurata da Galileo. Ma è anche, per noi italiani, l’atto di fondazione dell’italiano prosastico scientifico e referenziale, una delle più alte vette toccate dalla lingua italiana.

Il principio di relatività
Questa fisica si basa su un principio unico, il principio di relatività, di un’importanza fondamentale, poiché è su di esso che si costruisce la fisica moderna. Salviati portavoce di Galileo nel Dialogo, lo enuncia così:  «Per gli oggetti che si muovono  di un moto uniforme, quest’ultimo è come se fosse nullo».  Si affretta ad illustrare il principio per mezzo di un esempio: immaginate - dice in sostanza Salviati - che, su una nave al porto di Venezia, imbarchiate farfalle e piccoli pesci. Osservate come, mentre la nave è immobile, le farfalle di qui e di là ed i pesci, nel loro vaso, possano essere spostati con altrettanta libertà verso la prua della nave che verso la poppa.  Osserviamoli in seguito, mentre la nave naviga nella sua piena velocità di crociera sul Mediterraneo: i loro movimenti sono gli stessi di quando la barca era immobile al molo; i pesci e le farfalle effettuano uno sforzo equivalente per dirigersi verso la parte posteriore o la parte anteriore della barca; il movimento uniforme della nave è, per i pesci e le farfalle che vi partecipano, “come nullo”.
Si capisce  immediatamente  che questa riflessione è  rivoluzionaria. Secondo la dottrina aristotelica, un movimento che è “come nullo” è un movimento senza velocità, dunque solo il riposo è “come nullo”; dire che il movimento degli animali è “ come nullo” non ha dunque strettamente alcun senso. Ce n’ha invece molto nella nuova fisica, che, affermando che alcuni movimenti (i movimenti uniformi) sono come inesistenti, abolisce in parte la distinzione radicale stabilita dalla fisica aristotelica tra riposo e movimento. La forza e la fecondità di questo principio provengono dal fatto  che esso è un principio d’ordine. Afferma infatti che esistono sui fenomeni della natura - e ciò, indipendentemente dalla loro complicazione evidente - dei punti di vista identici: è equivalente osservare le farfalle nella nave dal molo (in altre parole dalla Terra ferma) o dalla nave in movimento uniforme. Il riconoscimento di quest’omologia semplifica lo studio dei fenomeni fisici e permette di dirimere ciò che è essenziale da ciò che è soltanto mero punto di vista. In seguito, la fisica si svilupperà enunciando molti principi che, come il principio di relatività, statuiscono sotto quali operazioni le leggi della fisica sono “invariabili”. L’evoluzione della fisica del XX  secolo sarà interamente guidata dalla ricerca di principi di questo tipo.

Le leggi della dinamica
Galileo distingue il contingente dall’essenziale, ossia ciò che nel movimento attiene alla relazione di causalità. Dire che un movimento uniforme è “come nullo”, è affermare che è senza causa; può dunque mantenersi indefinitamente senza che nessuna “forza” si eserciti sul mobile - tale è la base del principio d’inerzia enunciato più tardi da Newton, ma già presente nelle diverse formulazioni di Galileo. Ciò suppone anche che la causa di un movimento non sia uniforme; una
“forza” (un “motore”, per riprendere la terminologia aristotelica) produce dunque un cambiamento del movimento –   oggi diremmo un’accelerazione. Alla proporzionalità della forza e della velocità, “legge fondamentale” della dinamica aristotelica, è sostituita quella della forza e della variazione del movimento (accelerazione).

Il problema del grave
Dopo avere esposto il principio fondamentale sul quale si basa la nuova fisica, Salviati inizia ad applicarlo ad un problema in apparenza formale, ma di un’importanza decisiva nel dibattito sul movimento della Terra che oppone aristotelici a copernicani. Il suo enunciato è il seguente: immaginate un marinaio che, dalla cima dell’albero maestro di una nave, lasci cadere una pietra, senza imprimerle alcun movimento e supponiamo che la nave navighi a velocità uniforme. Domanda: la pietra cade davanti, ai piedi, o dietro l’albero?
La risposta che Simplicio, interprete degli aristotelici nel Dialogo, si affretta a dare è: la pietra cade dietro l’albero. In effetti, ragiona egli, durante il tempo che la pietra impiega a percorrere la distanza che separa la cima dalla base dell’albero maestro, la nave (e con essa  la base dell’albero) avanza; la pietra, al momento in cui cade  sul ponte, si troverà dunque “dietro”la  base dell’albero. Questo ragionamento è falso, risponde Salviati. In effetti, la pietra, come le farfalle ed i pesci di poco prima,  si iscrive nel movimento di avanzata della nave; ma, ai sensi del principio di relatività, questo movimento è “ come nullo”. In altre parole, le cose avvengono a bordo della nave in movimento, come se essa fosse immobile: le due posizioni della  nave, quella iniziale e quella finale della caduta del grave, rappresentano dei punti di vista identici nello svolgimento del processo; nei due casi, la pietra cadrà esattamente ai piedi dell’albero.

La Terra non è più immobile
L’importanza di questo problema si spiega con il fatto che serviva tradizionalmente a giustificare la supposta immobilità della Terra. In effetti, si diceva, questa è come una nave; sostituiamo l’albero di questa nave con un alta torre: una pietra lasciata cadere dalla cima di questa torre dovrebbe, se la Terra è in movimento, cadere “nella  parte posteriore” dei  piedi della torre, come la pietra cade, per gli aristotelici “nella  parte posteriore” dei piedi  dell’albero. Ma ciascuno può constatare che una pietra lasciata cadere  dalla cima di una torre cade esattamente ai piedi di questa. Questa dimostrazione permetteva dunque agli aristotelici di concludere che avevano  con ciò  una prova sperimentale irrefutabile dell’immobilità della Terra. È questo ragionamento che Galileo confuta applicando il suo principio di relatività. Infatti, il fatto “sperimentale” della caduta della pietra ai  piedi della torre non prova  nulla; ai sensi del principio di relatività, che la Terra sia o non sia immobile, le cose avverranno sempre allo stesso modo: la pietra cadrà ai piedi della torre. La confutazione è sottile.  L’argomento consiste principalmente nel dimostrare che se la Terra gira, nulla ci permette “di sentirla girare”: qualsiasi tentativo per mettere in evidenza questo movimento può soltanto fallire. Non c’è da stupirsi, se così è, che la Terra abbia potuto passare, lungo i secoli, per immobile; ma, dice Galileo, ciò non prova affatto che essa lo sia. In altri termini, gli aristotelici sono liberi di negare il movimento della Terra, ma non possono avanzare più come prova di ciò che affermano il fatto che una pietra liberata della cima di una torre cada a suoi piedi. D’altra parte, dato che le osservazioni effettuate per mezzo del cannocchiale mostrano evidentemente che la Terra ed i corpi celesti non sono di una natura diversa, nulla si oppone più al fatto che la Terra sia anch’essa come i corpi celesti, in movimento.

Nascita della fisica matematica
Il  Dialogo ha questo di notevole: che le argomentazioni relative al movimento dei corpi (ed in particolare alla loro caduta) sono mescolate deliberatamente a considerazioni cosmologiche: lo studio delle leggi che, sulla Terra, disciplinano il movimento delle farfalle e dei   pesciolini serve anche a pensare la struttura cosmologica del mondo. La distinzione aristotelica tra mondo sublunare, regno del deteriorabile e dell’alterabile, e mondo lunare, luogo dei corpi celesti imperituri ed inalterabili (ci andò pure Astolfo sulla luna, nell’Orlando furioso, a cercarvi il proprio senno inalterato), è superata, e con essa l’idea che i corpi possano occupare luoghi “naturali”, determinata dalla loro composizione intima: allo spazio pittoresco della vecchia fisica si è sostituito uno spazio omogeneo, così come lo concepiamo oggi, dove, per tutti gli oggetti, tutti i luoghi sono equivalenti.

Una visione matematica del mondo
La fisica di Galileo suona anche la campana a morto della distinzione stabilita da Aristotele tra matematica e filosofia naturale. Infatti, dire che le leggi alle quali sono sottoposti i corpi celesti sono anche quelle che disciplinano il movimento dei corpi terrestri, è affermare che l’astronomo non può più ritenersi pago di spiegare i fenomeni per mezzo di calcoli che si basano su qualche ipotesi irragionevole: gli occorre ormai giustificare i  suoi calcoli confrontandoli alla realtà dei fenomeni osservabili quaggiù, sulla Terra. Del pari il filosofo naturale non può più accontentarsi di spiegare l’accadere delle cose (dei loro fenomeni fisici) invocando  i “principi” inerenti alla loro natura; egli dovrà sottoporre il comportamento degli oggetti terrestri al calcolo. Il filosofo deve farsi matematico, come il matematico deve diventare filosofico. Galileo segna dunque il momento in cui la fisica moderna sorge dell’unione di due discipline prima distinte: la filosofia naturale e la matematica. In questo spirito occorre  intendere la sua frase famosa secondo la quale «il libro della natura è scritto nel linguaggio  matematico».

Lo studio del movimento uniformemente accelerato
Molto prima della pubblicazione del Sidereus Nuncius, Galileo si era assegnato il compito di comprendere la caduta dei corpi more geometrico,ossia in termini matematici. Si trova  nella sua ultima opera, Discorsi e dimostrazioni matematiche intorno a due nuove scienze  un’ eco di queste preoccupazioni. All’inizio del terzo giorno de i Discorsi (che è in realtà un dialogo, che mette in scena gli stessi personaggi di quelli del Dialogo), Salviati, che tiene in mano  uno dei primi scritti di Galileo (De motu locali, pubblicato a Padova nel 1590), annuncia: «Mi propongo di fondare una scienza del tutto nuova su un argomento molto vecchio. Osservazioni superficiali sono state condotte, come il fatto che il movimento naturale di un corpo pesante in caduta, cade in modo accelerato uniforme.  Ma quale misura esatta si produca in quest’accelerazione  non è stato ancora detto; per quanto io sappia, nessuno fino ad ora ha fatto osservare che le distanze attraversate, durante intervalli di tempo uguale, da un corpo che cade a partire da uno stato di quiete, sono tra esse nella stessa relazione dei numeri dispari successivi a partire dall’unità».
Galileo è dunque alla ricerca di una rappresentazione quantitativa dell’accelerazione e, in modo più generale, del movimento uniformemente accelerato. Segue allora la sua famosa definizione della velocità istantanea come passaggio al limite, a partire dalla nozione “comune” di velocità, facendo tendere gli intervalli di tempo verso zero - definizione che poiché si  fonda sull’infinitamente  piccolo, presagisce l’introduzione del calcolo infinitesimale nella scienza occidentale.  

Il confronto con la Chiesa
Se ventidue anni, da 1610 a 1632, separano la pubblicazione del Sidereus Nuncius da quella del Dialogo, ciò è dovuto a  ragioni “politiche”, non scientifiche. Qualche tempo dopo il suo ritorno a Firenze, nel 1611, Galileo, desideroso di dare alle sue scoperte astronomiche un più grande risalto, si reca a Roma, dove è ricevuto paternamente dal papa e dal Collegio romano dei Gesuiti. Ma tali incoraggiamenti non fanno che attizzare l’odio degli avversari del “nuovo sistema” (copernicano), più numerosi di quanto Galileo stesso si attendesse. Incoraggiato dai diversi appoggi di cui gode, osa anche affermare che i racconti  biblici («Fermati o sole» di Giosuè) non devono in alcun modo intervenire nei dibattiti relativi alla natura, che esige per la sua comprensione la conoscenza del linguaggio della matematica. È ciò che non può sopportare il partito dei devoti. A seguito di diversi intrighi di corte, Galileo è convocato a Roma dinanzi al sant'Uffizio  il 24 febbraio 1616.
L’opera di Copernico è messa all’Indice e Galileo riceve l’ingiunzione di tacere. Ferito moralmente, si rifugia nello studio e nella redazione del Dialogo. Spera di potere uscire dal  suo ritiro volontario  nel 1623 quando è eletto papa il cardinale Maffeo Barberini, che fino a quel momento lo aveva sempre  sostenuto. Ma, ragion  di Stato intervenendo, il nuovo papa lo convoca per comunicargli che, a dispetto dell’ammirazione che gli porta, e  tenuto conto del fatto che gli eretici riformati hanno per la maggior parte abbracciato le tesi di Copernico, la tolleranza della Chiesa ha dei limiti. Galileo negozia allora la possibilità di pubblicare il suo Dialogo, dove devono essere esposte in totale obiettività le due tesi contrapposte. Il lavoro esce nel 1632, ma si fa osservare al papa che
le sue raccomandazioni non sono state osservate: nel Dialogo, il miglior ruolo  è assegnato a Salviati-Galileo, mentre Simplicio, l’aristotelico, è spesso volto in ridicolo. Il papa si vede indotto  ad istruire  un  processo a Galileo. Tuttavia, grazie ai numerosi appoggi di cui egli dispone,  sarà “soltanto” condannato a firmare un ritrattazione, quindi assegnato al soggiorno obbligato nella propria residenza di Arcetri, nei pressi di Firenze. È in questi frangenti che, nonostante una cecità crescente, redige i Discorsi  intorno alle due scienze nuove, che riesce a fare pubblicare nei Paesi Bassi nel 1638.
Galileo muore il 9 gennaio 1642.


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pagina a cura di Alfio Squillaci

Esempio 1
Galileo  in Rete:


<<< Galileo Galilei - Domus galileana - sito ricco di immagini dalle quali abbiamo tratte le nostre


<<< Galileo Galilei. Liber Liber. Benemerito sito italiano. Breve biografia e una raccolta vastissima degli scritti di Galileo (quasi tutti quelli in volgare).

Galileo Galilei
"Quest'opera difende insieme i diritti della scienza e della cultura, esige libertà per lo scienziato e per l'uomo di cultura e affronta, oltre a questioni scientifiche, anche problemi di ordine cosmologico e filosofico, portando ovunque il senso nuovo della scienza moderna, il nuovo concetto dell'uomo e la forma nuova nella quale deve delinearsi il rapporto tra l'uomo e la natura." Con tali parole Ludovico Geymonat presentava questo dialogo, scritto da Galileo nel 1632 per confutare il sistema tolemaico e sostenere, invece, la validità e l'esattezza delle tesi di Copernico. Il "Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo" segna una tappa di primaria importanza nella storia del pensiero filosofico e scientifico: attraverso la finzione letteraria di due personaggi (Simplicio e Salviati), Galileo illustra l'errore delle dottrine astronomiche aristoteliche e tolemaiche e dimostra la validità della "scienza nuova" basata sull'esperienza empirica e sull'osservazione diretta, "provando e riprovando" finché non si giunga a un risultato dimostrabile, risultato sottoposto a verifica e non passivamente accettato in base ad affermazioni 'ex cathedra' o al celebre 'ipse dixit'. Un'opera che a quasi quattro secoli dalla pubblicazione conserva intatta la validità del suo messaggio, segnando la via per uria ricerca scientifica e intellettuale libera e non sottoposta a vincoli di qualsiasi natura, religiosi o ideologici che siano. Questa nuova edizione è arricchita dall'introduzione e dal commento di Antonio Beltran Mari, uno dei maggiori esperti di Galileo in ambito mondiale.
La traduzione dell'introduzione e delle note è di Francesco Saba Sardi.
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Frontespizio della prima edizione (1632) del Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo tolemaico e copernicano
Frontespizio della prima edizione (1610) del Sidereus Nuncius
Frontespizio della prima edizione (1638) dei Discorsi e dimostrazioni matematiche intorno a due nuove scienze

Le idee, i drammi, i personaggi, le contraddizioni che coesistono nel secolo e mezzo in cui avviene il parto difficile della scienza.
«Un esempio mirabile di facilità, trasparenza, precisione nel dominare una materia immensa come quella del progressivo affermarsi, nei diversi paesi europei, dell'immagine del mondo impostasi a partire dalla 'rivoluzione scientifica' del Seicento».
(Armando Massarenti "il Sole 24 Ore")

"I capitoli che compongono il libro hanno per oggetto la nuova astronomia, le osservazioni compiute con il cannocchiale e il microscopio, il principio di inerzia, gli esperimenti sul vuoto, la circolazione del sangue, le grandi conquiste del calcolo ecc., ma accanto a questi argomenti i vari capitoli sono anche volti a esporre le grandi idee e i grandi temi che furono centrali nel corso di quella 'rivoluzione': il rifiuto della concezione sacerdotale o ermetica del sapere, la nuova valutazione della tecnica, il carattere ipotetico o realistico della nostra conoscenza del mondo, i tentativi di impiegare i modelli della filosofia meccanica, l'introduzione della dimensione del tempo nella considerazione dei fatti naturali." (Dalla premessa)


Indice:
Prefazione di Jacques Le Goff
Premessa
1. Ostacoli
2. Segreti
3. Ingegneri
4. Cose mai viste
5. Un nuovo cielo
6. Galilei
7. Cartesio
8. Innumerevoli mondi
9. Filosofia meccanica
10. Filosofia chimica
11. Filosofia magnetica
12. Il cuore e la generazione
13. Tempi della natura
14. Classificare
15. Strumenti e teorie
16. Accademie
17. Newton
Cronologia
Bibliografia
Indice dei nomi

scheda di Lo Bue, M., L'Indice 1993, n. 6
(scheda pubblicata per l'edizione del 1993)

Questa nuova edizione con testo a fronte del famoso testo galileiano è stata curata da Andrea Battistini ed è arricchita da una lunga e interessante introduzione, da molte note di commento al testo e da un'ampia bibliografia. Vengono riprodotti con qualche modifica (di cui si trova ampia spiegazione nelle note) il testo e la traduzione del "Sidereus Nuncius" curati da Maria Timpanaro Cardini per l'edizione Sansoni del 1948. Il "Sidereus Nuncius" datato 1610 è il primo resoconto pubblicato da Galileo sulle osservazioni astronomiche da lui compiute col cannocchiale. In esso dopo una breve descrizione dello strumento sono descritte essenzialmente tre novità: la struttura irregolare della Luna; l'esistenza di una moltitudine di stelle non visibili a occhio nudo e in particolare il fatto che le nebulose e la Via Lattea, opportunamente ingrandite, risultano formate da ammassi molto fitti di stelle; e infine la scoperta degli astri Medicei ovvero dei satelliti di Giove. Se la dimensione rivoluzionaria dell'opera galileiana dal punto di vista strettamente scientifico può risultare ovvia per il lettore odierno, non si può dire altrettanto di almeno altre due chiavi di lettura per questo libro. La prima è stilistica; il "Sidereus Nuncius" è una delle prime opere nelle quali compare lo stile argomentativo in cui oggi vengono scritti gli articoli a carattere scientifico. La seconda prescinde dal contenuto tecnico e riguarda semmai la storia della cultura barocca in genere; infatti, come si legge nella bella introduzione di Andrea Battistini, questo libretto pubblicato il 13 marzo 1610 con una tiratura di 550 copie raggiunse una popolarità internazionale enorme. Nel 1612 il suo "messaggio" era arrivato a Mosca e in India, nei tre anni successivi se ne ebbe una sintesi in lingua cinese. Dunque oggi una rilettura del 'Nuncius', oltre che piacevole per la bellezza propria del testo, permette di conoscere uno dei libri chiave per comprendere l'immaginario scientifico, letterario e artistico dell'era barocca.

Il drammaturgo tedesco rielaborò, in tre distinte riprese, fino a pochi mesi dalla morte, questo dramma, che egli considerava centrale nella sua produzione. Ed ancor oggi l'opera è considerata il 'testamento spirituale' di Brecht, sia sul piano drammaturgico che su quello morale, per il ritratto fortemente chiaroscurato e volutamente contraddittorio del grande scienziato pisano, la cui indefessa ricerca della verità si trasforma a poco a poco in una sorta di vizio, di personale, quasi narcisistica 'incontinenza' intellettuale.
Edizione con testo a fronte.


Questo volume, che ha conosciuto anche all'estero - con molte traduzioni - un vivo successo (ricordiamo in particolare l'edizione americana con prefazione di Giorgio de Santillana), intende rivolgersi a tutte le persone che sentono il bisogno di un contatto vivo e diretto con l'opera galileiana. Geymonat tende a far scaturire dalle parole stesse di Galileo la linea che ci deve guidare nella valutazione delle molte interpretazioni che sono state avanzate dai più autorevoli studiosi del suo pensiero, e che qui vengono discusse.
Ma l'autore non è attratto soltanto dai problemi scientifici e filosofici del grande pisano; ciò che interessa è anche la tenacissima, sventurata battaglia politico-culturale condotta da Galileo per far valere i diritti della ragione nella società del suo tempo; una lotta decisiva per la storia del mondo moderno.

«La filosofia è scritta in questo grandissimo libro che continuamente ci sta aperto dinnanzi  agli occhi (e dico l'universo) , ma non si può intendere se prima non si imparara a intendere la lingua, a conoscere i caratteri ne' quali è scritto. Egli è scritto in lingua matematica, e i caratteri  son triangoli, cerchi e altre figure geometriche senza i quali  mezzi è impossibile a intenderne umanamente parola; senza questi , è un aggirarsi vanamente per un oscuro labirinto».
Galileo Galilei
Il saggiatore
“Non credo che la scienza possa porsi altro scopo che quello di alleviare la fatica dell’esistenza umana, se gli uomini di scienza non reagiscono all’intimidazione dei poteri egoisti e si limitano ad accumulare sapere per sapere; la scienza può rimanere fiaccata per sempre ed ogni nuova macchina non sarà che fonte di nuove tribolazioni per l’uomo. Un uomo che contravviene a questi principi, che rifiuta la responsabilità delle ricerche o addirittura le ritratta abiurando, non può essere tollerato nei ranghi della scienza”.
B.Brecht, Vita di Galileo
Ritagli stampa - Polemiche: Galilei, Ratzinger, Feyerabend
Sezione: varie - Pagina: 056/057
(25 gennaio, 2008) - Corriere della Sera
Confronti Il Papa e la «sentenza razionale» sullo scienziato
Feyerabend e Galileo: il testo mai letto in Italia
Ecco il capitolo del filosofo citato dall' allora cardinale Ratzinger all' origine della rivolta di un gruppo di docenti universitari

La Chiesa all' epoca di Galileo si attenne alla ragione più che lo stesso Galileo, e prese in considerazione anche le conseguenze etiche e sociali della dottrina galileiana. La sua sentenza contro Galileo fu razionale e giusta, e solo per motivi di opportunità politica se ne può legittimare la revisione. Nel XVII secolo vi furono molti processi. L' azione legale si avviava a seguito di accuse mosse da privati, o di un atto ufficiale di un funzionario pubblico, o di un' indagine, basata a volte su sospetti piuttosto vaghi. A seconda del luogo, delle competenze giurisdizionali e dell' equilibrio dei poteri, i crimini potevano essere investigati da tribunali laici, come quelli del re o di una libera città, da tribunali ecclesiastici annessi alle diocesi, per le questioni spirituali, o dai tribunali speciali dell' Inquisizione. A partire dalla metà del XII secolo, i tribunali episcopali si avvalsero in gran misura dello studio del diritto romano. Gli avvocati divennero così influenti che, anche in mancanza di una preparazione in diritto canonico e in teologia, venivano spesso preferiti ai teologi. I processi dell' Inquisizione non tenevano conto delle tutele previste dal diritto romano e diedero luogo ad alcuni eccessi, ampiamente divulgati. Una minore attenzione è stata tuttavia rivolta al fatto che gli eccessi dei tribunali laici erano spesso paragonabili a quelli dell' Inquisizione. Erano tempi duri e crudeli. Nel 1600 l' Inquisizione aveva perso molto del suo potere e della sua aggressività, soprattutto in Italia, e in particolare a Venezia. I tribunali dell' Inquisizione punivano anche crimini che riguardavano la produzione e l' uso della conoscenza. Questo si spiega con la loro origine: dovevano sradicare l' eresia, cioè un insieme di azioni, idee e dibattiti che portavano le persone a propendere per un determinato credo. Il lettore stupito che si chiede che cosa abbia a che fare la conoscenza con la legge dovrebbe considerare i molti ostacoli legali, sociali e finanziari che devono affrontare oggi i progressi delle conoscenze. Galileo voleva che le sue idee rimpiazzassero la cosmologia del tempo, ma gli fu proibito di lavorare in quella direzione. Oggi la ben più modesta aspirazione dei creazionisti a veder insegnate le loro opinioni nelle scuole, affiancandole e mettendole in competizione con idee diverse, si scontra con leggi che stabiliscono la separazione tra Chiesa e Stato. Una quantità crescente di conoscenze e tecnologie è tenuta segreta per ragioni militari ed è pertanto esclusa dagli scambi internazionali. Gli interessi commerciali generano le stesse tendenze restrittive. Così la scoperta della superconduttività nella ceramica a temperature (relativamente) alte, frutto di una collaborazione internazionale, ha indotto il governo americano ad adottare misure protettive. Accordi finanziari possono rendere possibili o interrompere programmi di ricerca, e influire su un intero ambito professionale. Vi sono molti modi di mettere a tacere le persone, oltre a impedir loro di parlare, e oggi li vediamo usati tutti. Il processo della produzione e della distribuzione del sapere non è mai stato lo scambio libero, «oggettivo» e puramente intellettuale che i razionalisti dipingono. Il processo a Galileo fu uno dei tanti. Non ebbe alcuna caratteristica speciale, se non forse il fatto che Galileo fu trattato con una certa moderazione, nonostante le sue bugie e i suoi sotterfugi. Ma una piccola conventicola di intellettuali, con l' aiuto di scrittori sempre alla ricerca dello scandalo, sono riusciti a montarlo enormemente, così quel che in fondo era solo un contrasto tra un esperto e un' istituzione che difendeva una visione più ampia delle cose ora sembra quasi una battaglia tra paradiso e inferno. È una posizione infantile e anche ingiusta nei confronti delle molte altre vittime della giustizia del XVII secolo. È particolarmente ingiusta nei confronti di Giordano Bruno, che fu mandato al rogo, ma che gli intellettuali di formazione scientifica preferiscono dimenticare. Non è l' interesse per l' umanità, sono piuttosto interessi di parte ad avere un ruolo importante nell' agiografia di Galileo.

Ma esaminiamo la questione più da vicino. Il cosiddetto processo di Galileo consistette di due procedimenti, o processi, separati. Il primo si tenne nel 1616. Fu esaminata e criticata la dottrina copernicana. Galileo ricevette un' ingiunzione, ma non fu punito. Il secondo processo si tenne nel 1632-33. Questa volta il punto principale non era più la dottrina copernicana. Fu invece esaminata la questione se Galileo avesse obbedito all' ordine che gli era stato impartito nel primo processo e se avesse ingannato gli inquisitori facendo loro credere che l' ordine non fosse mai stato promulgato. Gli atti di entrambi i processi sono stati pubblicati da Antonio Favaro nel vol. 19 dell' Edizione Nazionale delle opere di Galileo. L' idea, piuttosto diffusa nel XIX secolo, che gli atti contenessero documenti falsificati e che quindi il secondo processo fosse una farsa, non sembra più accettabile. Il primo processo fu preceduto da voci e denunce in cui ebbero una parte avidità e invidia, come in molti altri processi. Si ordinò ad alcuni esperti di dare un parere su due enunciazioni che contenevano una descrizione più o meno corretta della dottrina copernicana. La loro conclusione toccava due punti: quel che oggi chiameremmo il contenuto scientifico della dottrina, e le sue implicazioni etiche (sociali). Riguardo al primo punto, gli esperti definirono la dottrina «insensata e assurda in filosofia» o, usando termini moderni, la dichiararono non scientifica. Questo giudizio fu dato senza far riferimento alla fede o alla dottrina della Chiesa, ma fu basato esclusivamente sulla situazione scientifica del tempo. Fu condiviso da molti scienziati illustri - ed era corretto fondandosi sui fatti, le teorie e gli standard del tempo. Messa a confronto con quei fatti, teorie e standard, l' idea del movimento della Terra era assurda. Uno scienziato moderno non ha alternative in proposito. Non può attenersi ai suoi standard rigorosi e nello stesso tempo lodare Galileo per aver difeso Copernico. Deve o accettare la prima parte del giudizio degli esperti della Chiesa o ammettere che gli standard, i fatti e le leggi non decidano mai di un caso e che una dottrina non fondata, opaca e incoerente possa essere presentata come una verità fondamentale. Solo pochi ammiratori di Galileo si rendono conto di questa situazione. La situazione diviene ancor più complessa quando si considera che i copernicani hanno cambiato non solo le idee, ma anche gli standard per giudicarle. Gli aristotelici, non diversi in questo dai moderni studiosi che insistono sulla necessità di esaminare vasti campioni statistici o di effettuare «precisi passi sperimentali», chiedevano una chiara conferma empirica, mentre i galileiani si accontentavano di teorie di vasta portata, non dimostrate e parzialmente confutate. Non li critico per questo, al contrario, condivido l' atteggiamento di Niels Bohr, «questo non è abbastanza folle». Voglio solo mostrare la contraddizione di coloro che approvano Galileo e condannano la Chiesa, ma poi verso il lavoro dei loro contemporanei sono rigorosi come lo era la Chiesa ai tempi di Galileo. Riguardo al secondo punto, le implicazioni sociali (etiche), gli esperti affermarono che la dottrina copernicana era «formalmente eretica». Questo significa che contraddiceva le Sacre Scritture così come erano interpretate dalla Chiesa, e lo faceva con piena consapevolezza della situazione, non involontariamente. Il secondo punto si fonda su una serie di assunti, tra cui quello che le Scritture siano un' importante condizione limite dell' esistenza umana e, quindi, della ricerca. Questa tesi era condivisa da tutti i grandi scienziati, tra cui Copernico, Keplero e Newton. Secondo Newton la conoscenza scaturisce da due fonti: la parola di Dio, la Bibbia, e le opere di Dio, la Natura, ed egli postulò l' intervento divino nel sistema planetario. La Chiesa romana sosteneva inoltre di possedere un diritto esclusivo sullo studio, l' interpretazione e la messa in atto delle Sacre Scritture. I laici, secondo la Chiesa, non avevano né le conoscenze né l' autorità per occuparsi delle Scritture ed era loro proibito farlo. Questa norma non dovrebbe sorprendere chi conosce i comportamenti delle istituzioni che esercitano un potere. L' atteggiamento dell' American Medical Association verso i professionisti che non ne fanno parte è rigido come quello della Chiesa verso gli esegeti laici - e ha la benedizione della legge. Esperti, o ignoranti che hanno acquisito il riconoscimento formale di una competenza, hanno sempre cercato, spesso con successo, di assicurarsi diritti esclusivi in ambiti particolari. Qualsiasi critica al rigore della Chiesa romana è valida anche nei confronti dei suoi moderni successori che hanno a che fare con la scienza. Passando ora dalla forma e dai presupposti amministrativi dell' obiezione al suo contenuto, notiamo che esso riguarda un argomento che sta diventando sempre più importante nel nostro tempo - la qualità dell' esistenza umana. L' eresia, intesa in senso lato, denotava una deviazione da comportamenti, atteggiamenti e idee che garantivano una vita equilibrata e santificata. Questa deviazione poteva essere incoraggiata dalla ricerca scientifica, e a volte lo era. Di conseguenza, era necessario esaminare le implicazioni eretiche degli sviluppi della scienza. In questo atteggiamento sono presenti due idee. Anzitutto, si dà per scontato che la qualità della vita possa essere definita indipendentemente dalla scienza, che essa possa trovarsi in conflitto con esigenze che gli scienziati considerano naturali componenti della loro attività, e che conseguentemente sia la scienza a dover essere modificata. In secondo luogo, si dà per scontato che le Sacre Scritture, così come interpretate dalla Chiesa, indichino una forma corretta di vita piena e santificata. Il secondo assunto può essere rifiutato senza negare che la Bibbia sia assai più ricca di lezioni per l' umanità di qualsiasi cosa la scienza possa produrre. I risultati scientifici e l' ethos scientifico (se esiste) sono fondamenta troppo esili per dare un senso alla vita. Molti scienziati condividono questa opinione. Si trovano d' accordo sul fatto che la qualità della vita si possa definire indipendentemente dalla scienza - che è la prima parte del primo assunto. Ai tempi di Galileo vi era un' istituzione - la Chiesa romana - che soprintendeva a questa qualità nei modi che le erano propri. Dobbiamo concludere che il secondo punto - vale a dire che Copernico fosse «formalmente eretico» - aveva a che fare con idee di cui c' è molto bisogno oggi. La Chiesa era sulla strada giusta. Ma si sbagliava, forse, rifiutando opinioni scientifiche in contrasto con la sua idea di Buona Vita? Ho sostenuto che la conoscenza ha bisogno di una pluralità di idee, che anche le teorie più radicate non sono mai così forti da determinare la scomparsa di metodi alternativi, e che la difesa di queste alternative (quasi l' unico modo di scoprire gli errori presenti in posizioni molto rispettate) è necessaria anche da parte di una filosofia limitata come l' empirismo. Se essa risultasse necessaria anche per ragioni etiche, allora avremmo una ragione in più, anziché un conflitto con la «scienza». Inoltre la Chiesa era assai più moderata. Non diceva: quel che è in contraddizione con la Bibbia interpretata da noi deve scomparire, per quanto siano forti le ragioni scientifiche in suo favore. Una verità sostenuta da un ragionamento scientifico non era respinta. Era usata per rivedere l' interpretazione di passi della Bibbia apparentemente incoerenti con essa. Molti passi biblici sembrano suggerire che la Terra sia piatta. Tuttavia la Chiesa ha accettato senza problemi che la Terra sia sferica. Dall' altro lato la Chiesa non era pronta a cambiare solo perché qualcuno aveva fornito delle vaghe ipotesi. Voleva prove scientifiche. In questo agì in modo non dissimile dalle istituzioni scientifiche moderne, che di solito aspettano a lungo prima di incorporare nuove idee nei loro programmi. Ma allora non c' era ancora una dimostrazione convincente della dottrina copernicana. Per questo fu consigliato a Galileo di insegnare Copernico come ipotesi; gli fu proibito di insegnarlo come verità. Questa distinzione è sopravvissuta fino a oggi. Ma mentre la Chiesa era preparata ad ammettere che certe teorie potessero essere vere e anche che Copernico potesse avere ragione, se sostenuto da prove adeguate, ci sono ora molti scienziati che considerano tutte le teorie strumenti predittivi e rifiutano le discussioni sulla verità degli assunti. La loro motivazione è che gli strumenti che usano sono così palesemente progettati a fini di calcolo e che i metodi teoretici dipendono in modo così evidente da considerazioni sull' eleganza e sulla facile applicabilità, che una tale generalizzazione sembra ragionevole. Inoltre, le proprietà formali delle «approssimazioni» differiscono spesso da quelle dei principi di base, molte teorie sono primi passi verso un nuovo punto di vista che in un qualche tempo futuro potrebbe renderle approssimazioni, e un' inferenza diretta dalla teoria alla realtà è, pertanto, piuttosto ingenua. Tutto questo era noto agli scienziati del XVI e XVII secolo. (...) Il punto di vista copernicano era interpretato dai più come un modello interessante, nuovo e piuttosto efficiente. La Chiesa chiedeva che Galileo accettasse questa interpretazione. Considerate le difficoltà che quel modello aveva a essere considerato una descrizione della realtà, dobbiamo ammettere che «la logica era dalla parte di... Bellarmino e non dalla parte di Galileo», come scriveva lo storico della scienza e fisico Pierre Duhem. Riassumendo: il giudizio degli esperti della Chiesa era scientificamente corretto e aveva la giusta intenzione sociale, vale a dire proteggere la gente dalle macchinazioni degli specialisti. Voleva proteggere la gente dall' essere corrotta da un' ideologia ristretta che potesse funzionare in ambiti ristretti, ma che fosse incapace di contribuire a una vita armoniosa. Una revisione di quel giudizio potrebbe procurare alla Chiesa qualche amico tra gli scienziati, ma indebolirebbe gravemente la sua funzione di custode di importanti valori umani e superumani.
Paul Feyerabend

(Traduzione di Maria Sepa)


Paul Feyerabend
Sezione: religione cattolica - Pagina: 056
(25 gennaio, 2008) - Corriere della Sera
Il contesto delle frasi incriminate
Il testo del filosofo della scienza Paul Feyerabend pubblicato qui accanto, che il Corriere ha tradotto per la prima volta in lingua italiana, comincia con le parole diventate famose in seguito alla disputa sulla mancata visita del Papa all' Università La Sapienza di Roma. Si tratta delle frasi, favorevoli alla posizione assunta dalla Chiesa del Seicento nei riguardi di Galileo Galilei, che l' allora cardinale Joseph Ratzinger citò in una conferenza del 1990. Gli studiosi contrari all' invito rivolto al Pontefice dal rettore per l' inaugurazione dell' anno accademico hanno richiamato proprio quella citazione dell' epistemologo austriaco, adducendola come prova dell' atteggiamento antiscientifico di Benedetto XVI. In realtà Ratzinger non sposava in pieno la posizione di Feyerabend, ma la utilizzava allo scopo di porre in rilievo i limiti della conoscenza scientifica. Per chiarire meglio la questione, è comunque importante inserire il giudizio di Feyerabend nel suo contesto originario, con gli argomenti da lui adottati per motivare un giudizio così distante dall' opinione corrente. Si tratta di un capitolo, riguardante specificamente il processo a Galileo, della sua opera più nota, Contro il metodo: un capitolo che però non compariva nella prima edizione del saggio, uscita nel 1975 in inglese e nel 1976 in tedesco, poi pubblicata in Italia da Feltrinelli, con una prefazione di Giulio Giorello, nel 1979. Il testo, qui riprodotto in modo pressoché integrale, venne poi inserito nelle successive edizioni tedesca (da cui lo citava Ratzinger) e inglese, mentre l' unica versione di Contro il metodo disponibile per il lettore italiano resta quella tradotta nel 1979, che non lo include. Bisogna considerare peraltro che Feyerabend amava ampliare, integrare e modificare in modo assai rilevante le successive edizioni delle sue opere. Basti pensare che nella versione tedesca questa parte sul processo a Galileo è il quattordicesimo capitolo, mentre in quella inglese è il tredicesimo. Allo stesso modo la seconda edizione tedesca comprende in tutto 19 capitoli (rispetto ai 18 della prima, tradotta anche in italiano), mentre per quanto riguarda le edizioni inglesi, la seconda include 21 capitoli e la terza 20.

Antonio Carioti

Sezione: varie - Pagina: 056
(25 gennaio, 2008) - Corriere della Sera
Il ritratto L' epistemologo anarchico

L' affaire Sapienza lo avrebbe divertito
Nelle conversazioni con gli amici, tanto per «ammazzare il tempo» (come suona all' incirca il titolo della versione italiana della sua Autobiografia a suo tempo pubblicata presso Laterza), Paul Feyerabend amava riferirsi al suo Contro il metodo come a quel «bastardo, dannatissimo libro» che lo aveva trascinato in polemiche a non finire. In Italia è nota soprattutto la versione pubblicata da Feltrinelli nel 1979 che non contiene il celebre passaggio sul processo a Galileo; Feyerabend era solito modificare i propri testi nelle nuove edizioni. E comunque, quella sua valutazione del «caso Galileo» è contenuta in un contributo successivo dal titolo «Galileo e la tirannia della Verità», che fa parte dei saggi di Addio alla Ragione, pubblicato da Armando. Uno dei motivi del contendere è che il filosofo e fisico austriaco aveva osato prendersela con Galileo Galilei, «il fiorentino scopritore non di nuove terre, ma di non più vedute parti del cielo», come recita la dedica con cui gli Accademici Lincei presentavano Il Saggiatore (1623) a Maffeo Barberini, ovvero Papa Urbano VIII, passato alla storia per aver in seguito fatto processare e condannare lo stesso Galileo. Il quale aveva, per così dire, rotto l' impegno, a suo tempo concordato con alti prelati, tra cui il cardinal Roberto Bellarmino, di non sostenere la validità della concezione copernicana in assenza di prove convincenti. A Feyerabend sono sempre piaciuti contrasto e anticonformismo. Galileo aveva avuto l' audacia di violare i criteri della buona scienza invalsi alla sua epoca e si era comportato da «opportunista»! Le evidenze che portava dall' osservazione dello «splendore dei cieli» potevano trovare spiegazione anche nei sistemi di Tolomeo e di Tycho Brahe; quanto all' argomento fisico delle maree abbozzato nel Dialogo sopra i massimi sistemi per «dimostrare» il moto della Terra faceva tipicamente acqua. Se mi è lecito un ricordo personale, una volta il fisico Edward Teller (proprio lui, il padre della bomba H) mi diceva che Urbano VIII avrebbe addirittura potuto «bruciare Galileo»! Feyerabend non si spingeva a questo punto; si limitava a trovare corrette («razionali e giuste») le procedure seguite dalla Chiesa nei confronti dello scienziato. Roberto Bellarmino prima, e Maffeo Barberini poi, avevano soprattutto preoccupazioni di tipo etico: temevano che Galileo turbasse le coscienze proponendo una teoria che andava contro l' interpretazione usuale della Scrittura e che non pareva (ancora) confermata dalle osservazioni. Ma Galileo aveva dalla sua il coraggio di chi sapeva di star «sovvertendo» la concezione dell' uomo centro del mondo e l' orgoglio di chi rivendicava il diritto di sostenere un' opinione, anche se sembrava «far violenza ai nostri sensi». Che le sue motivazioni più profonde fossero quasi di ordine estetico e poco dotate di supporto empirico, agli occhi di Feyerabend non toglieva niente al fascino di colui che il nostro Carlo Emilio Gadda chiamava ironicamente «il maligno pisano». Bertolt Brecht ci ha narrato la vita di un Galileo che non aveva saputo essere «eroe» fino in fondo. Feyerabend, che aveva ben presente l' approccio del drammaturgo tedesco, a sua volta ha messo a fuoco come colui che aveva mandato in pezzi «la fabbrica dei cieli» di Aristotele e di Tolomeo non fosse così attento alle «regole del metodo», come tendono a credere i posteri - specie storici e filosofi della scienza. Paul e sua moglie Grazia Borrini amavano scherzare anche sul (cauto) interesse del teologo Joseph Ratzinger, all' epoca successore di Bellarmino, per le tesi del «dannato libro». Probabilmente, la recente disavventura della Sapienza (intesa come università romana) avrebbe divertito Feyerabend, questo grande «anarchico delle idee», che aveva soprattutto il dono della leggerezza. Tanto più che in Italia Contro il metodo venne accolto come un testo che poteva «corrompere i giovani»: guarda caso, la stessa locuzione, infelicemente usata da qualche professore di laicismo nei confronti di Benedetto XVI.
Giulio Giorello

* * * Niccolò Copernico uno dei padri dell' eliocentrismo Niccolò Copernico (1473 - 1543) astronomo polacco. Portò all' affermazione la teoria eliocentrica, contribuendo così alla «rivoluzione astronomica»

*** Il greco Tolomeo l' astronomo che amava la Terra *** Tolomeo (ca. 100 - ca. 175 d.C.), astronomo greco che visse ad Alessandria d' Egitto. La sua principale opera è il trattato «Almagesto»
*** Il filosofo Aristotele pose il mondo al centro del cosmo *** Aristotele (384 - 322 a.C.), filosofo greco. Nella «Fisica» propone un modello geocentrico, che pone la Terra al centro dell' universo * * * La geografia del cielo Copernico, con il Sole al centro del sistema dei pianeti, riprende la teoria greca di Aristarco da Samo Tolomeo, mappa del mondo abitato. La «Geografia» è un' esposizione teorica e un elenco di 8.000 località


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