René Descartes
Filosofo francese (Sibyllière, Indre-et-Loire, 1596 - Stoccolma, 1650).
René Descartes (latinizzato Cartesius, dunque Cartesio in it.) nacque il 31 marzo 1596, secondo la tradizione a La Haye (oggi Descartes, Indre-et-Loire) ma, effettivamente, nel piccolo villaggio della Sibyllière (tra Châtellerault e La Haye), dove sua madre, colta dalle doglie, aveva dovuto fermarsi. Descartes è discendente da una famiglia di gentiluomini del Poitu.
La vita
Dal 1604 al 1612, fu interno dai gesuiti, al collegio de La Flèche, dove studiò lettere antiche, la filosofia di Aristotele, e si appassionò agli studi matematici. Dal 1618 a 1629 trascorse un decennio di formazione apparentemente svagato, intento a viaggiare, vedere paesi nuovi al seguito dell’esercito, ma non trascurando gli studi scientifici e filosofici. La sua vocazione di filosofo si fissò definitivamente nel novembre del 1619: chiuso nella sua “stufa” – un locale riscaldato da quest’apparecchio - vicino a Ulm, scoprì con entusiasmo le basi “di una scienza ammirevole”. I suoi sogni profetici, il suo voto di un pellegrinaggio a Notre-Dame-de-Lorette (chiesa parigina nei pressi di Montmartre) e la sua adesione alla società dei Rosa-Croce segnalano una crisi mistica, preludio di una vera rivoluzione intellettuale.
Nel 1629, Descartes si rifugiò in Olanda, per sviluppare una “filosofia nuova”, cui cercò di dare diffusione ad ampio raggio. Il suo soggiorno nei tolleranti Paesi Bassi fu interrotto soltanto da tre brevi viaggi in Francia (nel 1644, 1647 e 1648); nel corso del secondo, consigliò al giovane Pascal di procedere a esperimenti sul vuoto. Nonostante la sua grande prudenza – rinunciò infatti, dopo la condanna di Galileo(1633), a pubblicare il suo trattato De mundo, che uscirà postumo soltanto nel 1664 -, Descartes subì gli attacchi violenti dei partigiani di Aristotele, dei gesuiti francesi e dei pastori protestanti olandesi: nel 1642, il senato di Utrecht proibisce l’insegnamento della dottrina cartesiana, «inizialmente perché è nuova, dipoi perché svia la gioventù dalla vecchia e sana filosofia...»
Nel 1649, Descartes partì per la Svezia, su invito della regina Cristina. Soffrendo per il rigore del clima (la sovrana lo chiamava alle cinque del mattino per riceverne lezioni di filosofia), morì a Stoccolma, di una congestione polmonare. Il suo corpo, dopo alcune traslazioni, è stato inumato nella chiesa parigina di Saint-Germain-des-Prés.
L’opera
Descartes pubblicò, nel 1637, a Leyda, il Discorso sul metodo, che è allo stesso tempo la narrazione del suo itinerario intellettuale ed il manifesto, redatto in francese, della rivoluzione cartesiana. Dopo questo lavoro che trovò un’ampia risonanza, Descartes ritornò alla lingua “tecnica” della filosofia, il latino, con le Meditationes de prima philosophia (1641), destinato ai teologi, e Principia philosophiae (1644), destinato all’insegnamento. Quindi, sperando senza dubbio di convincere più facilmente sia i “gentiluomini” che i “colti”, fece apparire, nel 1647, la traduzione francese delle Meditazioni e quella dei Principi. Il suo ultimo lavoro, il Trattato delle passioni, fu pubblicato nel 1649.
Le altre opere furono pubblicate soltanto dopo la sua morte: il trattato Del mondo (scritto in latino nel 1634); le Regole per la direzione dello spirito (opuscolo rimasto incompiuto, scritto in latino intorno al 1628). Resta pure una corrispondenza abbondante, soprattutto le lettere alla principessa Elisabetta, sulla morale, o quelle al padre Mersenne, che fu il grande intermediario tra Descartes e gli scienziati e filosofi del suo tempo.
La dottrina cartesiana
Si può suddivedere l’ opera di Descartes in diverse parti: filosofia, metafisica, fisica, biologia ed infine morale. In ciascuna di esse, il metodo applicato da Descartes è identico: esso si fonda sul dubbio, che deve permettere di raggiungere la verità.
Oggetto e metodo della filosofia
Aprendo la via moderna della filosofia, Descartes ha trasformato le Idee nel vero oggetto della conoscenza filosofica. È attraverso di esse, afferma Descartes , che lo spirito conosce le cose: certamente, le idee non si trovano che nella mente, ma hanno la proprietà di rappresentare le cose che sono fuori di essa.
Conquista della verità
La filosofia è lo studio della saggezza. Come i conquistadores si protendevano verso terre sconosciute, Descartes prende arditamente la strada che deve condurlo a verità nuove, alla verità universale. Dedicare la sua vita alla verità è per lui la migliore delle occupazioni, la più degna dell’uomo. Ma alla fine dei suoi studi, si scopre pieno di dubbi e di incertezze. Fuori dalla matematica, che lo aveva interamente sedotto con l’evidenza della sua ragione, la filosofia e le scienze che ne dipendono non raggiungono, gli sembra, che il verosimile, e non sono quindi di alcuna utilità.
Questa filosofia speculativa deve cedere il posto ad una filosofia pratica, che ci permetta di utilizzare le forze naturali e così rendere l’uomo padrone e governatore della natura. Allora gli uomini potranno usufruire, senza alcuna pena, dei frutti della terra e di tutti gli agi che vi si possono cogliere; potranno conservare la salute e forse anche «schivare l’indebolimento della vecchiaia».
Così, la saggezza, di cui filosofia è lo studio, non è altro che «la conoscenza perfetta di tutte le cose che l’uomo può sapere, in virtù dell’indirizzo che ha saputo dare alla sua vita, grazie ad una buona salute e alle buone arti che ha saputo mettere in campo» . «Tutta la filosofia è come un albero le cui radici sono la metafisica, il tronco è la fisica, ed i tre rami principali la medicina, la meccanica e la morale.» Secondo Descartes, «il buono senso è la cosa del mondo meglio distribuita», come dice in apertura del Discorso sul metodo. Come raggiungere la verità? Con il «buono senso» o la ragione, che distingue l’uomo dall’animale, e che è precisamente «la facoltà di ben giudicare, e distinguere il vero dal falso». La ragione comporta due facoltà: l’intuizione, «luce naturale», «istinto intellettuale» che afferra immediatamente il suo oggetto, e la deduzione con la quale «comprendiamo tutte le cose che sono la conseguenza di alcune altre».
Il matematico, ad esempio, conosce per intuizione queste «nature semplici» che sono la figura, la dimensione, il luogo, il tempo, ecc.; o delle verità indubitabili come: una sfera ha soltanto una superficie; o infine il legame tra due verità: tra 1 + 3 = 4,.2 + 2 = 4, da un lato, 1 + 3 = 2 + 2 dall’altro. La matematica ci mostra altresì quanto la deduzione sia diversa dal sillogismo; alla sterilità del sillogismo, che serve piuttosto ad insegnare che ad apprendere, si oppone in effetti la fecondità della deduzione, che ci fa conoscere l’ignoto col noto, che determina ossia la natura di una cosa sconosciuta per mezzo delle sue relazioni con le cose conosciute: così, si calcola il termine di una progressione (1, 2, 3, 4… oppure 2, 4, 6, 8….) , come anche l’incognita di un’equazione.
Il vero metodo
La matematica universale
La ragione, tuttavia, non è il metodo; «poiché non basta avere una mente buona, quanto saperla ben usare»; il ruolo del metodo è dunque quello di indicare come deve operare la deduzione, e come occorre usare l’intuizione (Regulae ad directionem ingenii). Qui ancora, la matematica fornisce il modello; le sue «lunghe catene di ragioni, molto semplici e facili», ci inducono a pensare che «tutte le cose, che possono cadere sotto la conoscenza degli uomini, si susseguono allo stesso modo»; aggiungiamo che il migliore modo per apprendere il metodo, che agisce più nella pratica che nella teoria, è di applicarlo sistematicamente ai casi più semplici: la matematica abitua così la mente a «cibarsi di verità».
Ma, perché il metodo matematico possa essere esteso a tutti gli oggetti di conoscenza, deve acquisire inizialmente, nel suo settore proprio, un grado di generalità sufficiente. Dalla “matematica volgare” - aritmetica, geometria, astronomia, musica, ottica -, che si occupa di grandezze particolari, occorre suscitare una “matematica universale”, che consideri le relazioni o proporzioni nel generale. Ma, perfezionando il simbolismo algebrico (uso delle lettere e degli esponenti) ed approfondendo i metodi di risoluzione delle equazioni, Descartes fa dell’algebra uno strumento capace di esprimere le proprietà delle figure; sintesi dell’algebra dei Moderni e dell’analisi geometrica degli Antichi, la geometria analitica traduce nel linguaggio del numero le variazioni continue delle dimensioni spaziali; di conseguenza, la matematica può studiare il movimento, che è l’essenza di tutti i fenomeni naturali.
I quattro precetti
Il Discorso sul metodo semplifica la vecchia logica che viene ricondotta a quattro precetti fondamentali. « Il primo era non di ricevere mai nessuna cosa per vera, che non la conoscessi essere tale con evidenza». All’autorità di Aristotele, Descartes sostituisce quella della ragione, cioè il libero esame; certamente, né l’intuizione né la deduzione si apprendono; ciò che prescrive Descartes, è di imparare ad usare soltanto queste. Il dato certo che esse forniscono consiste nella chiarezza e nella distinzione delle idee: un’idea è chiara quando essa è presente e manifesta ad uno spirito attento; è distinta quando lo spirito vede così bene ciò che essa contiene che la distingue necessariamente da qualsiasi altra.
Le nozioni complesse diventano chiare e distinte quando le si riduce alle sue forme elementari. Da qui il secondo precetto: «Dividere ogni difficoltà che avrei sottoposto ad esame, in altrettante parti, le più piccole possibili, fino al punto necessario per meglio risolverle»; così il matematico individua le «nature semplici» e l’«assoluto» di un problema, cioè la condizione ultima della sua soluzione, ossia che non dipende da altre condizioni. Inseparabile dal secondo, il terzo precetto è «di condurre per ordine i miei pensieri, cominciando con gli oggetti più semplici e più facili da conoscere, e salire poco a poco, come per gradi, fino alla conoscenza dei più complessi»; così, Descartes, nelle sue ricerche matematiche, comincia con le questioni le «più semplici e più generali» e riesce a risolvere infine quelle tante «che avevo giudicato precedentemente molto difficili».
Poiché ha seguito «il vero ordine» e, inoltre, «ha enumerato esattamente tutte le circostanze» di ciò che cercava, cioè scoperto tutto ciò che era necessario e sufficiente a risolvere le questioni; se, ad esempio, si vogliono studiare le sezioni coniche, occorre ed è sufficiente che si tenga conto dei tre casi possibili: il piano che taglia il cono o è perpendicolare o parallelo o obliquo al suo asse; tale è, infatti, il senso dell’ultimo precetto: « fare sempre enumerazioni così complete e controllate dal punto di vista più generale possibile, tale che fossi sicuro di non aver omesso nulla».
Fisica e metafisica
Visto nell’insieme, il «metodo» cartesiano è un metodo di ragionamento puro, il cui modello è fornito dalla deduzione matematica. Precisiamo che non sarà applicato per niente nello stesso modo alla metafisica ed alla fisica: da una parte, in effetti, non si possono dare in metafisica relazioni quantitative; d’altra parte, l’esperienza è indispensabile in fisica. Descartes fisico farà posto al metodo sperimentale, come si vedrà più avanti.
La metafisica
Ricordiamo l’immagine dell’albero, le cui radici sono la metafisica. Descartes segue la tradizione che vuole che i principi delle scienze «siano presi in prestito dalla filosofia»; fa di questa, intesa nel senso di «filosofia prima», la base della fisica. Per conoscere il mondo materiale, occorre innanzitutto conoscere queste realtà immateriali che sono l’anima e Dio. Tale conoscenza è alla nostra portata, se riusciamo ad alzare il nostro spirito «al di là delle cose sensibili», se non confondiamo l’intelligibile con il concepibile; l’errore della Scolastica è stato precisamente di ammettere questa massima che « nulla è intelligibile se non prima è stato esperito dai sensi» (Nihil est in intellectu quod pria non fuerit in sensu) o che « non sia in primo luogo stato nel senso», «dove è senz’altro certo che le idee di Dio e dell’anima non sono mai state».
L’anima
Il dubbio metodico
Dai dubbi che lo ossessionano fin dalla sortita dal collegio, Descartes estrarrà lo stesso mezzo per arrivare alla verità; respingerà infatti, come assolutamente falso, tutto ciò di cui può immaginare il menomo dubbio, per vedere se non resterà affatto, dopo ciò, qualcosa nelle sue opinioni che sia interamente indubitabile. Riprendendo le argomentazioni classiche dello scetticismo, invoca gli errori dei sensi e le illusioni dei sogni per respingere ogni conoscenza d’origine sensibile. Tutto può essere un inganno dei sensi o un suggerimento del diavolo, compresa la stessa esistenza del mondo. La sua critica spietata non salva neppure la matematica. Non ci sono, infatti, uomini che si sbagliano ragionando? A quest’argomentazione del Discorso si aggiunge, nelle Meditazioni, l’ipotesi straordinaria di un Genio Maligno tanto potente da cambiare la verità al momento stesso in cui la scorgo, e far sì che io mi sbagli, ad esempio, quando sommo 2 a 3, o quando enumero i lati di un quadrato. Tale è questo dubbio spinto all’estremo, dubbio “iperbolico”, che ad esso sfuggono soltanto le massime di una morale provvisoria e le verità di fede: « poiché non posso rimanere irresoluto nelle mie azioni mentre la ragione mi obbliga ad esserlo nei miei giudizi»; quanto alle verità rivelate, sono fuori di discussione, poiché superano la nostra intelligenza.
Ma se la matematica è dubbia, cosa diventa la logica che ne era stata tratta? Si ha ancora il diritto di applicare il «metodo», di considerare come vere le idee chiare e distinte? A leggere Descartes, si ha inizialmente l’impressione che questo diritto esista, quindi ci si accorge che una garanzia gli è necessaria.
L’esistenza dell’anima. Cogito ergo sum
Mentre dubito, mentre penso che tutto sia falso, occorre necessariamente che almeno io, che penso tutto ciò, sia qualcosa; “Cogito, ergo sum” (“penso, dunque sono”), tale è la prima verità, ferma ed indefettibile, che mi resta alla fine della catena dei dubbi; l’affermazione dell’Io pensante - essendo l’esistenza del mondo ancora un “problema” -, ecco il principio primo della filosofia.
La certezza di questo principio risiede, sottolineamolo, in questo: «Vedo molto chiaramente che, per pensare, occorre essere»; posso dunque generalizzare, e prendere per norma «che le cose che concepiamo molto chiaramente e molto distintamente sono tutte vere».
L’essenza dell’anima
Altra conseguenza del Cogito: poiché posso dubitare delle cose materiali e poiché il fatto che la mia esistenza è implicata in questo dubbio stesso, è chiaro che sono «una sostanza di cui tutta l’essenza (o natura) è soltanto quella di pensare [la parola pensare è intesa da Descartes in senso largo di coscienza] e che, per essere, non ha bisogno di alcun luogo né dipende da nessuna cosa materiale. Ne consegue che quest’Io, ossia l’anima con la quale io sono ciò che sono, è interamente distinta dal corpo ». Occorre prestare attenzione a quanto sopra, che non è affatto una deduzione, ma una constatazione intuitiva, che equivale a questa catena di pensiero: «io penso, sono, mi colgo mentre penso». Il “dunque” infatti potrebbe far pensare ad uno spirito ignaro, non informato del processo psichico in atto.
Questa separazione radicale operata da Descartes tra il corpo e l’anima, la sostanza estesa e la sostanza pensante (res cogitans e res extensa), si comprenderebbe appena se non si facesse riferimento alla fisica dell’epoca. La filosofia scolastica spiegava i fenomeni naturali con “forme” analoghe all’anima; la fisica moderna, al contrario, considera la materia “inerte” e spiega i fatti materiali con i fatti materiali; da qui l’idea, logica in Descartes, di fare dell’anima e del pensiero, espulsi per così dire dalla materia, un mondo distinto; la fisica meccanicista nascente esigeva una metafisica spiritualista che fosse rigorosamente dualista.
Considerata in se stessa, la dimostrazione della spiritualità dell’anima ci sembra oggi poco convincente. Cosa prova infatti il Cogito? Che posso concepire chiaramente l’anima senza il corpo; per passare da questa distinzione nel pensiero ad una distinzione nella realtà, occorre essere bene persuasi che le nostre idee chiare e distinte rispondano ad una realtà oggettiva. Descartes tuttavia, quando tratterà della fisica, sentirà la necessità di aggiungere al ragionamento prove tratte dell’esperienza; né la lingua né l’attività umana possono essere imitate dalle macchine, o dagli animali; si è, di conseguenza, pronti ad ammettere che la nostra anima è immateriale, e con ciò anche - secondo ogni probabilità - immortale.
L’esistenza di Dio
Il dubbio è un’imperfezione; si scorge chiaramente, in effetti, che è una più grande perfezione conoscere piuttosto che dubitare. Ma da dove me viene quest’idea di perfezione? Non può venire da me, che sono un essere imperfetto; poiché la causa deve avere almeno altrettanta realtà che il suo effetto; la causa dell’idea di perfezione non può che essere la perfezione stessa, ossia Dio. È una ripresa rinnovata della prova di Anselmo d’Aosta .
Non so evidentemente il modo in cui ho avuto l’idea di un Dio. Risalendo più su, dunque cercherò quale può essere l’autore della mia anima. Non posso essere io stesso, poiché mi darei tutte le perfezioni di cui ho l’idea; dunque l’essere che mi ha creato possiede tutte queste perfezioni: è Dio.
Queste due prove complementari sembrano troppo complicate? Si può invocare un altra argomentazione, più intuitiva: l’esistenza di Dio è compresa nella sua essenza, allo stesso modo in cui « nell'idea di un triangolo è necessariamente contenuto che i suoi tre angoli sono uguali a due retti»; essendo l’esistenza, infatti, una perfezione, l’Essere perfetto, che possiede tutte le perfezioni, possiede necessariamente l’esistenza.
Che l’esistenza così «dimostrata» sia un’esistenza nel pensiero, e non un’esistenza nel reale, è un fatto del tutto evidente (Kant indicò il difetto di questa argomentazione battezzata da lui “ontologica”). Lo stesso idealismo, ovvero l’ identificazione tra il reale e l’idea - dovuta all’adozione del metodo matematico - è del resto implicito nella prima prova, che si basa su questo postulato: l’idea di perfetto è essa stessa qualcosa di perfetto.
L’ essenza di Dio
Provando l’esistenza di Dio con l’idea di perfezione, «conosciamo allo stesso modo ciò che è, per quanto lo permetta la debolezza della nostra natura». Così, vediamo che è infinito, eterno, immutabile, onnisciente, onnipotente, fonte di qualsiasi bontà e verità, creatore di qualsiasi cosa. Dio è un essere puramente spirituale: poiché se fosse composto da due nature, la spirituale e la corporea, dipenderebbe dai suoi elementi, e qualsiasi dipendenza è un difetto e contraddice l’idea di perfezione.
Dio è fonte di qualsiasi bontà e verità: ne consegue che tutti i nostri dubbi scompaiono; le nostre idee chiare e distinte sono vere, poiché sono cose reali che vengono da Dio. Conseguentemente, secondo le Meditazioni, la distinzione dell’ anima e del corpo, che concepiamo molto chiaramente, diventa una distinzione “reale”; l’Onnipotente non può ingannarci e d’altro canto l’ipotesi del “Genio maligno” svanisce. Ma non c’è qui un circolo vizioso, come gli obiettava il materialista Gassendi? Da una parte, Dio esiste perché se ne ha un’idea chiara; e un’idea chiara è vera perché Dio esiste. Per chi non è idealista appare chiaro che, su quest’argomento, Descartes non abbia dato spiegazioni interamente soddisfacenti.
La veridicità divina ci garantisce ancora, non soltanto del valore delle idee chiare, ma dell’esistenza oggettiva del mondo. Noi crediamo istintivamente a quest’esistenza, e Dio non può volere che questo istinto ci smarrisca. Stiamo attenti tuttavia a che i sensi non ci forniscano informazioni errate, non invero sull’utilità delle cose materiali, ma sulla loro natura. Le qualità sensibili di un pezzo di cera cambiano se l’oggetto diventa liquido o gassoso; solo la ragione, con le sue idee chiare e distinte, può conoscere le cose materiali.
Per la teoria scolastica, le verità che raggiungiamo quaggiù sono riflessi delle vere essenze che contempleremo nell’intendimento divino. Per Descartes, già in questa vita ci è possibile conoscere perfettamente le vere essenze, le verità eterne, che sono creature di Dio. In Lui, l’intelletto delle cose è subordinato alla volontà: «Se Dio lo avesse voluto, due e due farebbe cinque, e sarebbe virtuoso uccidere il proprio fratello». In possesso fin dalla nascita delle prime verità - senza esse «un ateo non può essere geometra» -, possiamo dedurre i principi della fisica e le leggi della natura. Tuttavia, a causa della finitezza del nostro intelletto e della complessità della natura, occorre osservare ed analizzare questa, risalendo dagli effetti alle cause.
La fisica
Matematico geniale, Descartes è anche uno dei fondatori della fisica moderna. Meno felice di Galileo nelle ricerche sulla caduta dei gravi, trionfa in ottica: scopre, nel 1626, la legge della rifrazione, quindi fa progredire la teoria dell’arcobaleno. Su un altro terreno, infine, formula con chiarezza la nozione nella fisica moderna di lavoro (1637).
Oggetto e metodo della fisica
Descartes non ha soltanto approfondito questioni particolari di fisica. Ha percorso, nel Mondo e nei Principi, il dominio immenso della fisica propriamente detta, della chimica, della biologia. L’opera del dotto-filosofo (savant in fr.) è del resto un miscuglio curioso di intuizioni brillanti e di spiegazioni più o meno arbitrarie. Gioverà qui ricordare che nella fisica di Cartesio i fiumi risalgono dal mare allo stesso modo in cui vi discendono.
Descartes è d’accordo con Galileo, che occorre esaminare le materie fisiche con approcci matematici e dichiara: «Tutta la mia fisica non è che geometria» E l’epitaffio di Descartes (è sepolto a Saint-Germain des Prés) recita : «Confrontando i misteri della natura con le leggi della matematica, Descartes concepì l ‘audace speranza di aprire con la stessa chiave i segreti dell’una e dell’altra». Il metodo sarà dunque deduttivo, a partire dai principi forniti dalla metafisica e dalla ragione (principi di conservazione). Questi ultimi sono ipotesi in senso matematico, base di edificazione della verità, e non delle congetture o delle ipotesi di lavoro.
Tuttavia, per distinguere i corpi che sono sulla terra da un’ infinità d’altri che potrebbero esservi, occorre risalire alle cause dagli effetti, far ricorso all’ esperienza per decidere delle diverse spiegazioni ammissibili, ossia compatibili con i principi, preoccupandosi di raccordare l’interpretazione alle supposizioni iniziali. Lo scopo del Discorso sul metodo, esposto nell’ultima parte, è di ottenere i soccorsi necessari per dare fondamento a tali esperienze. Descartes fa più che presentire il metodo sperimentale, che si fonda sull’andirivieni tra l’idea ed il fatto, l’ipotesi della ragione da un lato e il dato sensibile sperimentale dall'altro e sulla loro azione reciproca. Ma non vi perviene del tutto: il suo resta un sistema idealistico-deduttivo e non empirico induttivo. Per il dettaglio delle regole, Descartes rinvia a Bacon, dopo il quale non ha più nulla da aggiungere.
Oggetto e metodo della fisica
Come Galileo, Descartes adotta la visione copernicana del mondo: l’uomo non è più il fine della creazione, la terra non è più il centro dell’universo. In linea generale, respinge interamente dalla propria filosofia la ricerca sulle cause finali: è più interessato a trovare come, e non in previsione di che cosa, le cose materiali hanno potuto essere prodotte.
L’essenza delle cose materiali è la dimensione, lo spazio infinito; un corpo è soltanto una parte limitata della dimensione. Sia un corpo supposto in riposo: un altro è detto in movimento se la sua posizione rispetto al primo non è mai la stessa in diversi momenti. Con la dimensione ed il movimento, Descartes si perita di ricostruire il mondo. Si chiede se non sia possibile assimilare, per la maggior parte, gli effetti dei corpi naturali a quelli delle macchine costruite dagli artigiani. La sola differenza è che « i condotti o molle che (le) causano... sono di solito troppo piccoli per essere percepiti dai nostri sensi». Così, «le norme delle meccanica sono le stesse di quelle della natura».
Insomma, Descartes pensa la materia in funzione delle due scienze che, alla sua epoca, sono sufficientemente avanzate: matematica e meccanica; con ciò anche, formula la concezione meccanicista della scienza, che doveva regnare senza contestazioni per oltre due secoli. Riportare, in effetti, i fenomeni naturali a movimenti misurabili, costituiva un’ipotesi di lavoro che si doveva mostrare la sola fertile per le conoscenze dell’epoca, fino a quando non ci si accorse che il movimento meccanico, il semplice cambiamento di luogo, non è la sola specie di cambiamento che si produca in realtà nel mondo.
Infatti, il meccanismo presenta in Descartes alcuni caratteri che non gli sono essenziali. La sola causa del movimento è la scossa, la cui azione è istantanea (la luce, ad esempio, attraversa in un momento gli spazi immensi dei cieli). Ogni movimento reale è turbinante (circolare): non ci sono vuoti, in effetti, poiché l’estensione si confonde con la materia; se dunque un corpo spinge dinanzi a lui un altro corpo, quest’ultimo ne spinge un altro, e così di seguito, quello che era dietro il primo, ne prende il suo posto.
Scosse e turbinii (tourbillons) obbediscono a due grandi principi, tutti e due fondati sulla immutabilità divina: l’inerzia, e la conservazione della quantità di movimento. Essendo la volontà di Dio assoluta, questa quantità non può variare. Dio, conseguentemente, non ha potuto volere, ad un certo momento, che ci fosse più movimento nel mondo, e in un altro a meno. Formulando questa legge [la quantità di movimento è definita da mv, prodotto della massa per la velocità - Leibniz darà del principio di conservazione un’espressione più esatta, che sarà corretta più tardi], Descartes afferma in anticipo, in un’intuizione brillante, il principio della conservazione dell’energia, che sarà provata due secoli dopo di lui.
Genesi del mondo
Tuttavia, non può giungere a vedere nel movimento una proprietà essenziale della materia, che è al contrario “inerte”. Il movimento viene dall’esterno, da un impulso iniziale comunicato da Dio. Questa concessione alla teologia non sembrerà sufficiente a Pascal, che scriverà su questo punto: «Non posso perdonare a Descartes il fatto che, se avesse potuto, non si sarebbe curato di Dio in tutta la sua filosofia. Non potendolo, non gli ha fatto dare che un colpetto, al mondo, per metterlo in movimento; dopo di che non ha saputo che farsene di Dio».
Dio, infatti, lascia agire la natura secondo le leggi stabilite; il caos originario di cui pure è l’autore si organizza allora gradatamente. Questo schema della creazione è certamente in aperto disaccordo con il resoconto della Bibbia, secondo il quale il mondo è immutabile ab initio. In ogni caso si fonda su un’idea il cui sviluppo ulteriore della scienza ha mostrato del tutto valida: la natura delle cose materiali «è molto più facile da concepire, quando le si può vedere nascere poco a poco in questa guisa, che quando non le si considera già fatte e finite». Con ciò, Descartes è condotto ad alcune ipotesi la cui portata non può essere trascurata; più di un secolo prima di Kant e Laplace, prova a spiegare la formazione del sistema solare; duecento anni prima delle teorie trasformiste riconnette la formazione dell’uomo - o più esattamente del corpo umano - non all’intelligenza divina, ma alle «leggi eterne della natura».
La biologia
Gli animali-macchine
Riportiamo alcune considerazioni della stramba biologia di Descartes al solo scopo di far vedere quanto è stata accidentata la strada intrapresa dall’uomo nel venire in possesso dei segreti del corpo umano, che tuttora gli sfuggono in buona parte, anche se immenso è il cammino percorso dai tempi delle congetture di Descartes fortemente debitorie della costruzione degli “automi” e degli strumenti di misurazione che qualche geniale artigiano del tempo si ingegnava a costruire.
Assimilando la materia viva alla materia inerte, e rifiutando agli animali il pensiero, Descartes compara quest’ultimi agli «automi, o macchine semoventi, che l’industria degli uomini può fabbricare». Certamente, gli animali sono pure macchine, poiché sono incapaci di parlare, nel pieno senso del termine; dimostrano più “industria” che noi in alcune delle loro azioni, ma alla maniera di un orologio, che misura esattamente il tempo. Infine, se si concedesse loro un’anima, occorrerebbe ammettere, o che è immortale come l’ anima umana, o che quest’ultima è mortale come l’ anima degli animali. La ragione è la sola cosa che ci distingue dagli animali, poiché il corpo umano è, anch’esso, una macchina. Chi vorrà potrà rintracciare nelle opere di Descartes autentiche bizzarrie della sua concezione del corpo umano: vi troverà un “fuoco senza luce” che genera il calore nel cuore e nelle arterie e che è responsabile del movimento delle membra, per il resto anche l’uomo-macchina ha connotati di meccanismo ad orologeria. Descartes, nella sua biologia, continua in parte la scolastica subordinando l’esperienza al ragionamento a priori (che sarà tipico di tutta la filosofia della natura dell’idealismo tedesco ad esempio), conservando, d’altra parte, alcune nozioni fantastiche come quelle del fuoco cardiaco o degli spiriti animali. Nell’insieme, tuttavia, fa opera di novatore: diffonde la grande scoperta di Harvey, quella della circolazione del sangue. La spiega però - contrariamente a Harvey e contrariamente ai fatti - con il calore cardiaco: il cuore non è per lui una pompa, ma una fonte di calore, una specie di termosifone. Queste nozioni bizzarre non erano certamente solo di Descartes ma inerivano tutta un’epoca dove i medici erano ancora qualcosa di più di un barbiere e mancava qualsiasi strumento di diagnostica (il microscopio era di là da venire).
La morale
La «più alta e più perfetta morale» presuppone un’integrale conoscenza delle altre scienze; innanzi tutto una completa conoscenza dell’uomo e delle relazioni che mantiene con il mondo e con Dio.
L’unione dell’anima e del corpo
Se la metafisica ci fa conoscere l’ anima e la fisica il corpo umano noi tuttavia non potremo comprendere le sensazioni e gli appetiti degli uomini, ricostituire il «vero uomo», se non supponiamo che l’ anima e il corpo sono strettamente uniti; così il corpo agisce sull’anima nelle sensazioni e nelle passioni, e l’ anima sul corpo nell’atto volontario. Concezione oscura, certamente, e poiché non c’è nulla di comune tra le loro due nature... solo l’onnipotente Dio può spiegare quest’unione. E, in piena difficoltà nel trovare connessioni tra anima e corpo, res cogitans e res extensa portata a livello corporeo, a Descartes non restò che inventarsi una ghiandola, la pineale, che collegherebbe l’anima al corpo. La pineale è azionata dagli “spiriti animali” che sono proiettati verso essa, quando gli oggetti esterni colpiscono i nostri sensi; questi movimenti della ghiandola possono d’altronde riprodursi, in assenza di qualsiasi oggetto stimolante, a seguito delle tracce che gli spiriti hanno lasciato nel cervello.
Passioni e volontà
Negli ultimi anni della sua vita, Descartes relega in secondo piano la metafisica e le scienze speculative per esplorare più a fondo la sfera dell’unione del anima e del corpo e descrivere così una morale che non ha indubbiamente la forma né la coerenza che aveva concepito per essa. Le lettere di Descartes alla principessa Elisabetta (scritte a partire dal 1643) permettono di vedere questa morale organizzarsi gradualmente, integrando numerosi elementi delle morale dell’Antichità, ma adattati alla filosofia cartesiana. In questa circostanza, Descartes è portato a comporre il trattato Le passioni dell’ anima, pubblicato all’inizio del 1649, nel quale cerca di spiegare “da fisico” ed non da “moralista” i vari modi in cui il corpo può, per via del meccanismo indipendente delle sue funzioni, generare nell’anima passioni, cioè emozioni che lo agitano e lo scuotono.
Le passioni sono prodotte dall’agitazione degli spiriti. Tutte sono varianti o combinazioni delle sei passioni primitive: ammirazione (stupefazione), amore ed odio, gioia e tristezza, desiderio. La volontà può contrastare il loro libero gioco dirigendo, ad esempio, l’attenzione verso un oggetto contrario a quello della passione; essa non aggiunge nulla ai movimenti indotti sulla ghiandola pineale, ma cambia la loro direzione, e, conseguentemente, influisce sul corso degli spiriti. Quest’influenza è senza limiti, poiché la nostra volontà è infinita, cioè assolutamente libera: ne abbiamo il pieno possesso, e, inoltre, l’esistenza dello stesso errore prova il libero arbitro; l’errore non consiste infatti nel fare cattivo impiego della libertà aderendo alle idee oscure e confuse?
Le grandi linee di una morale
Descartes non ha avuto il tempo - o forse l’intenzione - di sviluppare la sua morale. Ci ha dato soltanto i materiali di una morale “definitiva”, simile, essenzialmente, alla morale “provvisoria” che ci aveva dato fin dal 1618.
Solo la ragione può consigliarci, in ogni circostanza, su ciò che dobbiamo fare: la ferma e costante risoluzione di chi decide, questa è la virtù. Mentre ci comportiamo così, alcuni beni ci sfuggiranno? Consideriamoli inaccessibili, e abituiamoci a non desiderarli.
Questa apologia della volontà tradisce, in Descartes come in Corneille, il gusto dell’epoca per l’energia individuale e per un ordine razionale. Implica una messa in guardia contro le passioni; la lotta da condurre riveste un doppio aspetto, intellettuale - lo abbiamo visto più su - e medico: con l’igiene, con prodotti alimentari adeguati, si può moderare l’agitazione degli spiriti animali.
Non si tratta, tuttavia, di estirpare tutte le passioni; alcune sono utili, poiché ci fanno sentire il vero valore delle cose; contribuiscono alla dolcezza ed alla felicità della vita. Aggiungiamo che l’ anima ha le sue passioni proprie, che non vengono dal corpo: tale la «generosità» o coscienza che prende l’uomo della virtù; tale l’«amore intellettuale» che lo lega «alla totalità di cui (egli) è parte», per esempio al suo Paese, e più ancora a Dio, da cui dipende più interamente. Così, l’uomo arriva, con metodi che ricordano molto più il paganesimo stoico o epicureo che il cristianesimo, alla beatitudine sovrana, alla più grande “soddisfazione” che gli sia dato raggiungere.
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