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François- René de Chateaubriand
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Esempio 1
Juliette Récamier, dettaglio del ritratto del 1805 dipinto da  François-Pascal-Simon Gérard (1770 - 1837)
Louvre, Paris
13 x 10" (ovale),
Chateaubriand,  François-René, Visconte de
Scrittore  ed uomo politico francese (Saint-Malo, 1768 - Parigi, 1848).

Gli ottanta anni della vita di François-René de Chateaubriand sono fra i più tormentati  della storia di Francia. Visse tre  rivoluzioni: quella del 1789, del 1830, del 1848; conobbe ogni tipo di  monarchia: tradizionale (Luigi XVI), restaurata (Luigi XVIII, Carlo X), borghese (Luigi-Filippo);   attraversò il Consolato e l’Impero, che provò a servire. Si definiva monarchico per eredità, legittimista per onore, aristocratico per costumi, repubblicano per buon senso. Sradicato, emigrato, viaggiatore perpetuo, Chateaubriand, mescolando mal di vivere, coscienza amara dell’Io, chiarezza critica dell’uomo nella storia, ha inventato il romanticismo francese. Anche al  sommo degli onori, non fu mai abbandonato  da una sensazione d’esilio nostalgico, fonte vitale di un opera sempre pencolante  verso il buio della notte da dove proviene: scrisse dell’ oltretomba, scegliendo come luogo eletto la morte.

Un dramma in tre atti
Nella prefazione alle Memorie d’Oltretomba, Chateaubriand sintetizza così la propria vita: «Dalla mia prima gioventù fino al 1800 sono stato soldato e viaggiatore;  dal 1800 fino a 1814, sotto il Consolato e l’Impero, la mia vita fu quella di un letterato; dalla Restaurazione fino a oggi, quella di un politico». Sintesi rapida e giusta: se adesso resta solo lo scrittore, quest’ultimo fu viaggiatore ed uomo di Stato, doppio modo di avvicinarsi alla diversità del mondo e della storia, per saggiarne la relatività al punto da scegliere la sola eternità possibile, quella della scrittura.

«Sono stato soldato e viaggiatore»
Fin dalla nascita, Chateaubriand si trova in situazioni limite; la sua legittimità aristocratica è impura, poiché il castello feudale di Combourg, scenario dell’infanzia bretone, non è affatto la culla nobile della famiglia: suo padre, che lo  comperò, ne diventerà il Conte soltanto dopo essersi arricchito nel commercio marittimo, in quell’universo mercantile che Chateaubriand disprezzerà sempre.  Inoltre, è figlio cadetto, il che significa, sotto l “Ancien régime”, che non avrà né terra né denaro. Dopo il collegio (Dol, Rennes), alcune vacanze a Combourg nell’esaltazione e nella sofferenza di un amore per la sorella, Lucile, suo primo e forse  unico genio femminile fonte d’ispirazione , Chateaubriand diventa, nel 1786, sottotenente  al reggimento di Navarra. Si trova a Parigi nel luglio 1789, ma  fin da 1791  si imbarca per l’America. Un anno più tardi, si sposa, raggiunge l’esercito degli Emigrés  (gli espatriati avversi alla Rivoluzione francese) e parte per Londra, dove vivrà abbastanza miserabilmente dal 1793 a 1800. Anni decisivi quelli di Londra; è qui che Chateaubriand intuisce che il mondo moderno è  dominato dal denaro e che egli sarà povero, contro tutti i ricchi. Qui abbozza  il suo personaggio di scrittore aristocratico, compone il suo Saggio sulle rivoluzioni, che avrebbe potuto essere soltanto una compilazione storica banale, ma che diventa il dramma di una generazione perduta  - la sua - e che, dominato dall’Io disastrato di  un giovane esiliato, mostra già che l’intelligenza della storia esiste soltanto nel  soggetto in preda a lacerazione intima. Lavora anche a ciò che diventerà I Natchez, probabilmente abbozzato in America, e completa una prima versione del Genio del cristianesimo.

Lo scrittore
Quando ritorna in Francia, nel 1800, Chateaubriand ha trentadue anni. Decide di mettersi al servizio della nuova Francia.  Il Genio del cristianesimo, pubblicato nel 1802, è l’espressione di una fede sincera, ma anche un trampolino nel mondo delle lettere: Chateaubriand vi mostra che il cristianesimo è stato un fattore di progresso nella storia, che è la sola religione capace di esprimere il cuore martoriato dell’uomo moderno in preda all’onda delle passioni. Bonaparte apprezza. Nello stesso torno di tempo de  Il Genio del cristianesimo escono e vengono accolti con successo, nel 1801 e 1802, i due brevi romanzi Atala e René . Chateaubriand si lega sentimentalmente a  Pauline de Beaumont, prima tra le numerose donne che amò  appassionatamente - da Delphine de Custine a Natalie de Noailles a Cordelia de Castellane e Juliette Récamier -, e parte per Roma come diplomatico. Ma molto rapidamente tutto si rabbuia: Pauline muore nel 1803; l’anno successivo, l’esecuzione del duca di Enghien, imputato di complotto contro Bonaparte, determina le sue dimissioni.

Con un movimento d’alternanza che è quello di tutta la sua vita - presenza nel mondo e solitudine -, entra in letteratura. Il progetto delle Memorie d’Oltretomba era nato a Roma. Nel 1804, Chateaubriand ha l’idea di uno strano romanzo epico, I martiri. Alla ricerca, per alimentare l’ispirazione, di immagini esotiche, parte nel luglio 1806 per ritornare soltanto nel giugno 1807: primo dei grandi viaggiatori romantici, visita l’Italia, la Grecia, la Turchia, l’Egitto, la Spagna. I martiri, che uscirà nel 1809, sono allo stesso tempo un regolamento di conti con Napoleone - tiranno di cui Diocleziano è l’immagine -, un nuovo modo di scrivere la storia resuscitando il passato in tutte le sue forme, ed una riflessione filosofica su questa storia: l’imperatore Costantino è capace di fare la sintesi tra l’eredità del mondo antico e l’ordine cristiano. Ma, nel mondo politico di allora, tale uomo non esiste: Napoleone è soltanto un despota che, quando Chateaubriand è eletto all’Accademia, nel 1811, gli proibisce di pronunciare il suo discorso. Quell’anno tuttavia il poeta troverà il modo di esprimersi  con la pubblicazione dell’Itinerario da Parigi a Gerusalemme, in attesa che i tempi maturino per  rientrare in scena.

L’uomo pubblico
L’entrata in politica ha luogo nel 1814: scrive un pamphlet, Di Buonaparte e  dei Borboni, diventa ambasciatore in Svezia e, nel 1815, è nominato Pari di Francia da Luigi XVIII. Nel 1818, fonda un giornale, Il conservatore, che raccorda tutti i talenti della destra.  Nel 1820, è ministro plenipotenziario a Berlino, due anni più tardi ministro degli esteri. Ma, dietro questa facciata d’uomo pubblico potente, Chateaubriand ha ritrovato le sue lande  bretoni dell’infanzia, si innamora follemente di Juliette Récamier - che gli dà ore di pace nella sua «Vallée aux Loups »- e, dal 1809, inizia a scrivere le sue Memorie: la letteratura scava un solco penoso, rinvia all’infanzia, ai tempi già vissuti. Nel frattempo la Restaurazione oscilla tra autoritarismo e distensione: nel 1824 Chateaubriand è destituito. Quando le libertà sono attaccate - ed in particolare quella di stampa -, prende parte alle campagne del Journal des débats contro un potere che si fronteggia ormai alla nazione. Idolo della gioventù intellettuale, accetta ancora di ritornare, nel 1828, sotto il ministero Martignac,  come ambasciatore a Roma; si dimette nuovamente all’atto dell’insediamento di Polignac. Dopo i fatti del luglio 1830, gli studenti lo portano in trionfo; quello che è diventato un maître à penser di piena tradizione francese rifiuta di collaborare con la monarchia borghese, non riconosce Luigi-Filippo, si dimette da tutte le cariche e si reca in esilio per un anno nella vicina Svizzera. Fedele a una certa idea della monarchia, della libertà e della Francia, egli accetta  di sostenere la causa e l’avventura  senza speranza della duchessa di Berry, di cui il figlio, Encrico V, è il pretendente riconosciuto dai legittimisti al trono di Francia.

Epilogo
Nel 1833, a sessantacinque anni, parte per Praga, dove vive la famiglia reale in esilio. Sa che va a una riunione di fantasmi, che quel mondo è morto ormai - come Venezia che si inabissa nella laguna e che rivede un’ultima volta nel 1845 -ma ha il senso dell’onore, è attratto dai pennacchi ed irretito dalla  bellezza dei simboli.
Nel 1841, pressato  dalla necessità, riesce a vende le sue Memorie ad una società incaricata di pubblicarle dopo la sua morte. Nel 1844, il giornale La Presse riacquista i diritti: le Memorie d’Oltretomba sono diventati merce preziosa. Nel 1844, come penitenza comminata dal suo confessore, scrive un ultimo testo, inusuale per la sua penna,  La vita di Rancé (il celebre figlioccio di Richelieu diventato, da abate galante che era, il riformatore della Trappa). Chateaubriand muore alcuni giorni dopo i giorni sanguinosi del giugno 1848; la sua sepoltura nelle rocce del Grand-Bé, al largo di Saint-Malo, è una cerimonia immensa nazionale.
Sainte-Beuve  dirà di lui che era un epicureo con l'immaginazione di un cattolico. E Lamartine che era troppo seduttore per essere pio e troppo pio per essere seduttore: un piede nella sacrestia, un altro nell'alcova.

La storia, l’Io, la morte
Parti  intere dell’opera di Chateaubriand affondano nella notte: Il Genio del cristianesimo, I Natchez ed I  martiri sono opere troppo lunghe, troppo eloquenti, strangolate dalla loro forma oggi desueta e pertanto invecchiate e lette solo dagli specialisti. Tuttavia, dal Saggio sulle rivoluzioni   alla Vita di Rancé, una coerenza stilistica si rintraccia nell’insieme: il Saggio  mostra lo sguardo di un paria sulla storia e mette in valore l’identità del soggetto isolato.


I Natchez nati dal viaggio in America, riferisce di un eroe, René, indicato nel testo come “il fratello di Amélie”, fuggito dalla sua patria  chiede d’essere adottato dagli indiani; obbligato a sposare un’Indiana, Céluta, René muore massacrato dai coloni di New Orleans, consegnando a sua moglie una parte del suo pesante segreto; Céluta da parte sua, è violata nel sangue e nel nome del  coniuge da un indiano che da tempo la desiderava. René è certamente il fratello siamese del protagonista del Saggio sulle rivoluzioni : esiliato anch’egli,  scopre la menzogna europea, la società coloniale mercantile che ha massacrato la società primitiva naturale, e liquidato per sempre il mito del “buon selvaggio”.
I due  romanzi brevi tratti dal  Genio del cristianesimo, Atala e René (le cose più lette oggi di Chateaubriand), mettono nuovamente in valore individui appassionati, gettati nell’orrore della storia e nella sua rete di violenza, che si amano  e che sono destinati a  mai raggiungersi, Atala e Chactas, una cristiana e l’altro pagano della tribù dei Natchez, René ed Amélie, fratello e sorella, uno innamorato dell’altro e terrorizzati (e ammaliati) dall’ incesto.  René-Chateaubriand soffre di un male cui non sa dare il nome, conosce ovunque il sentimento dell’esilio ed ovunque la lacerazione, poiché si è  soli tanto nelle foreste del Nuovo Mondo quanto  nelle città, grandi deserti di uomini. Questi destini infranti d’amore  e  morte prendono forma su sfondi grandiosi di paesaggi americani, di guerre tribali, di choc tra natura e civilizzazione: null’altro ha mai interessato Chateaubriand che questo  tessitura  di esseri ed imperi, comunità utopistiche che si disfano.



dal 10 genn.2004
Chateaubriand, dopo la carriera militare, si recò nel '91 in Nord America e al suo ritorno in patria si unì alle forze della controrivoluzione vivendo esule in Inghilterra dal '93 al 1800. Questo libro fu scritto nel 1797, durante l'esilio inglese, e propone un confronto fra le rivoluzioni del passato, del mondo greco in particolare, e gli eventi della Francia rivoluzionaria. Ancora influenzato dalle riflessioni illuministiche, in particolare dell'amato Rousseau, si avverte già l'eco di un'inquietudine religiosa che doveva poi sfociare nella conversione; le note critiche, aggiunte dall'autore negli anni Venti, quando già rappresentava l'emblema del pensatore politico di una restaurazione monarchica non oltranzista, baluardo sicuro per evitare ulteriori avventure rivoluzionarie, segnano una ripetuta presa di distanza dalle ingenuità degli accostamenti e dalle concessioni alla cultura illuministica di cui ormai l'autore è critico feroce. La storia antica è osservata tenendo costantemente l'occhio fisso ai problemi del presente, alle derive selvagge della violenza giacobina e alla cultura, dotta e popolare, che caratterizza le diverse epoche. L'autore intende per rivoluzione ogni rivolgimento che muti la forma di governo da monarchica a repubblicana o viceversa; e pensa che la repubblica possa essere la miglior forma di governo quando i costumi sono ancora innocenti e dunque che i popoli civilizzati e corrotti debbano affidarsi alla forma monarchica.




 
 




Chateaubriand in Rete:

<<< Chateaubriand. Vita e opere. Sito della diplomazia francese.

<<< Chateaubriand et l'Italie. Ottimo sito che illustra il rapporto di Chateaubriand con l'Italia.


Il Castello di Combourg, in Bretagna, luogo di ritiro e di elezione di Chauteaubriand
Pauline de Beaumont nata Montmorin
in un ritratto del 1788 di Elisabeth-Louise Vigée Le Brun (1755 - 1842)

Una storia d'amore
Chateaubriand la  conobbe a casa del suo amico  Joubert. Pauline   è figlia del   conte  Montmorin, uno degli ultimi ministri  di Luigi XVI. I suoi parenti sono tutti morti sotto il patibolo. Lei dovette la propria salvezza grazie  alla sua estrema gracilità fisica, poiché i rivoluzionari incaricati di farla salire sulla stessa carretta con tutti i suoi, credendola morta la abbandonarono per strada. Venne raccolta da alcuni contadini e più tardi da   Joubert, che se ne innamorò. È a casa sua a Villeneuve sur Yonne che  Chateaubriand vede Pauline per la prima volta.

Hanno tutt’e due  32 anni. Lei s’è separata dal marito, il conte di Beaumont, e conduce una vita molto libera, febbrile, spinta da un forte desiderio di godere prima che sopraggiunga la morte. È infatti malata di tubercolosi. Chateaubriand sarà il suo ultimo amore. Lei vive fra una   cerchia di amici sfuggiti al Terrore. Tutti vivono in una sorta di  frenesia amorosa dopo quel periodo di terrore e di sangue. Anche Pauline ha letto Atala, e già ama lo scrittore; l’uomo ben presto la sedurrà. Lui è preso dalla sua grazia e dall’aura di sofferenza che sprigiona la sua fragilità.
I due amanti si ritirano in campagna, a Savigny sur Orge, sotto il pretesto ufficiale di lavorare all’opera del momento, il Genio del cristianesimo, ovvero le bellezze della religione cristiana. All’epoca è per Pauline, mostrare un certo coraggio: non nascondere un legame con un poeta cattolico e per giunta sposato costituiva una sfida per i costumi dell’epoca; da parte di René  era il solito atto di ipocrisia,  come quello, forse, di tanti cattolici di oggi che  perorano la causa dell’unità della famiglia (degli altri) anche alla luce del fatto che   ci credono tanto ad essa, loro, da averne messo su più d’una.
È una felice liaison erotico-intellettuale. Lei ricopia alcune fonti necessarie all'autore, René le legge alcuni passi dell'opera in  corso. L'unione trova il completamento torbido nell'arrivo a  Savigny sur Orge  della sorella Lucile, che  già sulla strada della follia (e del probabile suicidio) prova per Pauline un sentimento obliquo: spinge la donna contro il fratello che ama perdutamente: è un amore per sostituzione, per procura. Il ménage à trois non è documentato, ma siamo nel romanticismo più torbido (quello di Shelley e Byron) e nel cattolicesimo francese, una categoria dello spirito a sè stante e talora una fine variante dell'estetismo, in tutti i sensi.

Ma ben presto Chateaubriand si stanca di Pauline, i suoi viaggi a    Parigi si fanno sempre più frequenti, anche perché un nuovo amore è subentrato, quello per Delphine de Custine; ne è stregato, il fascino di Pauline non opera più.

Diventato Segretario di Legazione a Roma, Chateaubriand lascia Parigi. È  quasi un'occasione miracolosa di fuga. Siamo nel 1803; la povera Pauline, ormai spacciata dal male, crede che il clima romano le possa giovare; nei fatti ha deciso di morire vicino all'uomo amato, che sa fedifrago. Attraverso una   via crucis  lungo tutta l'Italia settentrionale, alla fine giunge a Roma, dove spira nel dicembre del 1803 tra le braccia dell'amato, che le dedicherà un commosso ricordo nelle Mémoires.
Paolina Bonaparte, allora Borghese, le manda il cocchio funebre, le esequie avvengono a San Luigi dei Francesi, dove verrà inumata e dove ancora oggi è visibile il monumento funebre fattole erigere da René. (vedi in basso)



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utta l'opera di Chateaubriand è percorsa dallo sgomento davanti alla fatale corruzione dell'essere. Questa ossessione si concretizza, in "Atala", nella figura della maternità che genera morte: legata dalla madre al voto di castità, la giovane Atala si uccide per non infrangerlo. In "René", la cupa visionarietà dell'autore capovolge le collaudate strategie del romanzo di formazione: la coscienza, nel protagonista, precede ogni forma di esperienza, anzi, la rende impossibile. Percorsi dentro di sé tutti i sentieri dell'ignoto, egli rimane immobile; è un uomo "senza qualità" ante litteram, prototipo di una stirpe di personaggi che attraverseranno l'Ottocento e anche il Novecento.

 
 




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