Rocco Carbone  (Cosoleto- RC, 20 febbraio 1962 – Roma, 18 luglio 2008) - Saggista e romanziere italiano

Ricorre oggi 18 luglio 2009, il primo triste anniversario della scomparsa del giovane scrittore,  nativo di Cosoleto (RC), ma che viveva a Roma,  Rocco Carbone. Ho letto Per il tuo bene il suo romanzo postumo,  edito da qualche mese (2009) da Mondadori  con una lunga ed appassionata introduzione dell'amico Emanuele Trevi,  suo compagno di studi. È stato detto che ogni opera ha in sé qualcosa d'autobiografico e così si può dire di quest'ultima di Carbone. I luoghi sono quelli d'una grande città,  ma anche d'un piccolo paese indefinito,  messi a confronto in una panoramica che vuole essere ricostruzione di altrettanti stati d'animo e di momenti del vissuto,  presentati con un naturale e familiare linguaggio,  simile all'acqua sorgiva che scorre senza impurità. Lì è racchiuso il suo mondo dell'infanzia e della maturità: due tempi irripetibili con una parabola significativa di vita,  all'ombra dell'amicizia. È questa di tutta la sua creazione il contrappunto più o meno affidabile, ma forte e resistente nel tempo,  rifugio dell'animo, talvolta dannazione, quando l'intesa non è perfetta. Un punto d'arrivo, non di partenza forse come egli credeva, intrecciato  naturalmente a mille altri rivoli che sono percorribili con frequenti flashback, ma sempre fondamentale  sigillo identitario per cogliere il senso più profondo della vita e definire  il territorio d'una  ricerca che si volge ad esplorare le ragioni d'una crisi soprattutto di valori etici. Ben diversa dall'amore,  specie quello che chiede senza nulla dare in cambio, l'amicizia sa essere generosa e spontanea nella sua espressione  migliore,  capace di  rompere gli argini del  vissuto anche quando questo  sconfina con l'aridità e la noia. Il passato,  evocato dal presente,  ritorna,  ed instaura,  come in un tribunale, il processo alle coscienze dei due amici divisi da circostanze ed esperienze, ma ancora capaci di comunicare. La comunicazione infatti resta l'unico canale possibile,  per identificare la realtà,  nel tentativo di modificarla. La quotidianità corrode i sentimenti e li rende opachi, ma forse basta un incontro, un messaggio,  una pausa,  anche forzata,  per superare l'insoddisfazione e dare il via ad un corso più costruttivo. Rocco Carbone affronta così il tema esistenziale della sfera dell'affettività e con essa i difficili percorsi della  sensibilità contemporanea, denudandone gli aspetti più segreti e ponendo domande le cui risposte affida ai lettori, consapevole che nessuno  può  mai essere il  detentore della verità in assoluto. Questa ha infatti una pluralità di volti, si nasconde e sembra apparire là dove meno la si cerca: è l'indefinibile causa d'una indagine all'infinito, di cui  solo qualche frammento balugina  nel  confuso crogiolo  del mondo nel quale l'uomo sembra essersi perso. Un senso di vaga solitudine e di profonda insoddisfazione circola nella narrazione come emblema d'una condanna che comunque non è pronunciata,  ma è suscettibile di una  sua possibile  redenzione. Solo che questa è rinviata ad un tempo diverso da quello narrato,  un possibile futuro di cui però non si conoscono i tratti,  nè il disegno.

Esperto di comunicazione letteraria,  di cui aveva scandagliato le forme e gli assiomi nel suo lungo studio all'Università di Roma,  poi nelle aule parigine ed in altre località, anche americane dove si era recato più volte per approfondire conoscenze e stabilire rapporti, Rocco Carbone aveva a lungo collaborato con importanti riviste culturali ("Paragone", "Nuovi Argomenti", "Linea d'ombra"),  nonché con quotidiani di larga tiratura come "L'Unità", "Repubblica",  "Il Messaggero". Aveva dapprima seguito la strada della critica letteraria componendo numerosi  saggi  La natura dell'antico. Studi pascoliani (La Nuova Italia 1989), A. Moravia. Gli Indifferenti (Loescher 1992), L'educazione al Risorgimento. F. De Sanctis da esule a ministro, Edizioni scientifiche italiane,1993), (Finzione e realtà (Rubbettino 2001), Ripensando Elsa (Morante), Massa 2001, Il silenzio e la parola (Guida 2005), Cara Matilde8Serao, (Kairos 2008), per dedicarsi ultimamente al romanzo che considerava la formula più adatta ad entrare in stretto rapporto con un più vasto pubblico per  dialogare  sui temi che più lo coinvolgevano. Si sentiva come un inviato speciale. Riusciva a contemperare l'attenzione e la curiosità proprie d'un giornalista con la sofferta sensibilità dell'antropologo. Il  suo primo romanzo d'esordio Agosto (Theoria),  edito nel 1993,  rivela, a detta dell'amico E. Trevi, nell'incipit,  una sintesi della sua arte e contiene " non solo un autoritratto artistico, ma pure  un oroscopo: “ La luce ha invaso tutti gli angoli,  cancella le ombre e rende ogni cosa d'un colore uniforme”, come avrebbe voluto che fosse la sua narrazione nitida, spontanea,  senza misteri o colpi di scena, naturale e schietta perchè si potesse intendere il suo parallelo con la vita. Seguirono poi nel '96 Il comando (Feltrinelli) e nel '98 L'assedio ( Feltrinelli) e dopo un breve stacco: L'apparizione (Mondadori) nel 2002 e Libera i miei nemici (Mondadori) nel 2005. In quest'ultimo, sicuramente  il lavoro più intenso,  i particolari autobiografici,  disseminati un po' dovunque nelle sue narrazioni, si fanno più diffusi ed insistenti. Il protagonista insegna come volontario in un carcere femminile e riflette sul terrorismo. Effettivamente lo scrittore fece quest'esperienza dell'insegnamento alle recluse del carcere di Rebibbia,  perchè amava accettare le sfide e direttamente conoscere le motivazioni che avevano spinto alla violenza tante person, in un momento storico di particolare tensione. Tante volte intervistato su questo argomento,  non aveva nascosto le difficoltà di questo difficile approccio, ma l'aveva giustificato non solo con l'ovvia ragione che uno scrittore deve provare  emozioni intense e dirette, ma pure per  il fatto che l'insegnamento in carcere era propedeutico d' una socializzazione diversa,  senz'altro di carattere etico, fatta di confessione e di dialogo. Le lezioni tenute erano infatti spesso in forma di letture e di commenti ed erano seguite da lunghi silenzi durante i quali ciascuna individualità aveva il tempo  implicitamente d'interrogarsi. Motivi prettamente umanitari l'avevano quindi  spinto ad accettare questa non certo facile prova che ancora continuava nel momento del grave incidente mortale. Sicuramente Rocco Carbone avrebbe,  nel prosieguo,  arricchito i temi della sua visione di vita. Ma purtroppo il tempo non è stato generoso con lui e con il suo talento che viene ad essere spezzato nel pieno suo evolversi. Le prove che aveva già dato lo proiettavano in un ampio contesto culturale  e indicavano in lui un sicuro interprete  dell'arte della comunicazione. Con lui scompare uno scrittore di cui si conserverà a lungo memoria per aver saputo scandagliare nella sua opera le linee della drammatica solitudine contemporanea che si vince  con l'impegno e la tenacia del carattere. 

Gaetanina Sicari Ruffo

 




                        
                                                                                                                                           




Bisogna saper perdere
di Francesco Idotta
da "Qui Calabria"
21/05/2007 - Intervista allo scrittore reggino Rocco Carbone

  “Bisogna avere la fortuna di imbattersi nel libro giusto al momento giusto. Da piccolo avevo un conto aperto alla libreria Gangemi, dove potevo acquistare tutti i libri che desideravo. I miei genitori avevano capito l’importanza della lettura. Ho comprato anche dei volumoni che non ho mai letto, ma alcuni libri mi hanno formato: sono stati dei veri maestri”. Così esordisce Rocco Carbone, ricordando la sua infanzia a Reggio Calabria.
Al tavolino del bar di fronte al palazzo Campanella, Rocco Carbone, riservato ma disponibile, fuma una sigaretta dietro l’altra e ha negli occhi l’entusiasmo di un bambino, soprattutto quando parla di letteratura. L’ha sentita dentro sin da quando frequentava il Liceo Classico, posseduto dal demone dell’arte e dal desiderio di raccontarsi, perché, come afferma egli stesso : “Tutto ciò che si scrive è autobiografico”. Fosse anche un saggio di filosofia o un articolo di giornale. “Non possiamo che parlare di noi, di quello che scopriamo guardandoci nel profondo, nei momenti di solitudine. Sono certo che non avrei mai scritto le cose che ho scritto se non avessi avuto quella certa infanzia, tra Via Sbarre e Corso Garibaldi. Tutto questo l’ho smarrito per sempre. Ma se non si lascia il vecchio non si può avere il nuovo”. C’è malinconia nei suoi occhi, mentre cita una poesia di Elizabeth Bishop, sull’arte di perdere…
Lavorando come insegnante a Rebibbia, Rocco Carbone si confronta ogni giorno con la sofferenza, ogni pomeriggio. La mattina è riservata alla scrittura. “Non è facile… a volte gli studenti sono stranieri che non parlano una parola d’Italiano. È in quei momenti che ti rendi conto di quanto sia importante la parola e la capacità di conoscere le lingue degli altri. Da ragazzo ho frequentato molto il francese e anche la sua letteratura, verso la quale sento di avere un debito intellettuale. L’inglese l’ho imparato da adulto e penso che oggi la letteratura di riferimento sia quella che parla questa lingua”. Carbone ha lavorato negli State, in una piccola università dell’Iowa, nella quale è stato invitato come scrittore, vi è rimasto tre mesi, ha dormito nello stesso albergo di Raymond Carver e forse avrà fatto un salto nell’Illinois, attraversando il Mississippi, per seguire idealmente uno dei suoi scrittori preferiti, il quale all’epoca del proibizionismo andava al di là del fiume per scolarsi una bottiglia di whiskie in santa pace, magari a Chicago o a Springfield.
I viaggi, le storie ascoltate in carcere sono materiale prezioso per uno scrittore, perché chi scrive lavora anche mentre sta affacciato alla finestra o mentre sta sdraiato a mare a prendere il sole. L’osservazione ti insegna a perdere, a capire che non puoi possedere nulla e che l’unica cosa che puoi trattenere è una sensazione, sia di gioia o di rabbia, come quella volta durante una cena organizzata da Adelphi, in cui si è sentito dire che Reggio Calabria è una città di merda. “Ci può stare una critica – dice Carbone – ma non l’offesa… in quell’occasione ho saputo reagire, perché, nonostante la freddezza che questa città mi ha sempre riservato, io la amo. L’ho persa quando me ne sono andato, è vero, ma non posso sentirne parlare male”.
Carbone è un  romanziere che sa stanziare nel pantano della scrittura e pur essendo consapevole che esistono attività più gratificanti e solari, non può esimersi da questa pratica. “La scrittura amplifica una situazione claustrofobia, non serve per scaricare le tensioni, ma per fartele vivere fino in fondo. Ti porta alla radice delle cose. Forse chi scrive non è sano di mente… aveva ragione Argiroffi, un sera d’estate all’Oasi, quando disse che un libro come il mio poteva averlo scritto solo un malato di mente. Lui lo disse per offendermi, ma io lo feci diventare un complimento e gli risposi che della mia malattia mentale io non intendevo parlarne in pubblico con uno sconosciuto”.
Nella sala Green del palazzo regionale, invitato dal suo compagno di scuola Glauco Morabito, Rocco Carbone si rivolge ai ragazzi del Convitto Campanella leggendo loro le pagine dei suoi scrittori preferiti… “Per scrivere bisogna leggere e vivere i luoghi degli altri… non c’è altra via. Bisogna saper abbandonare i propri luoghi. Questa perdita non è un rinnegare, ma un lasciarsi andare… un desiderio di scoperta”.

Esempio 1
Rocco Carbone (da LaStampa.it)
dal 23 luglio 2009
Bruno e Gilberto sono perfettamente coetanei, ma non è solo questo che li accomuna. A unirli ci sono un paese di campagna - quello dove Bruno vive tutto l'anno e Gilberto passa le vacanze estive - e un grande dolore: entrambi sono orfani. Bruno del papà e Gilberto della mamma. Bruno, la cui madre stenta ad arrivare alla fine del mese, è un ragazzino sveglio e coraggioso, che ha dovuto imparare presto quanta determinazione ci voglia per farsi largo da soli nella vita. Il signor Abenavoli, padre di Gilberto, è invece un uomo ricco e influente, ma il ragazzino mostra i segni di un carattere debole e ipersensibile e la sua goffaggine lo rende vittima di scherzi crudeli da parte degli altri bambini. Ciononostante tra lui e Bruno nasce un'amicizia profonda, una vera alleanza: Bruno lo difende e cerca di insegnargli a diventare uomo, Gilberto esprime la propria gratitudine con una generosità assoluta nei confronti dell'amico. Con gli anni i tratti peculiari delle loro personalità non fanno che accentuarsi: Bruno, pur dovendo lavorare per mantenersi, è un brillante studente di Economia, mentre Gilberto abbandona presto l'università e si allontana dal padre, dedicando tutte le sue energie a emarginati e bisognosi. Quando, improvvisamente, il signor Abenavoli muore, Gilberto scopre che il padre ha nominato proprio Bruno come amministratore della sua eredità: ma certo, è evidente, lo ha fatto per il suo bene... 

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Rassegna stampa
L' altruismo sospetto dell' amico ritrovato
Uno stile potente per raccontare il confronto tra due figure complementari La trama Gilberto, che ricompare dopo venticinque anni nella vita di Bruno, è la sua ombra, il suo rimosso. Nel frattempo, le loro posizioni sociali si sono invertite

In che senso Per il tuo bene è un' allegoria, come sostiene Emanuele Trevi nella sua appassionata, dolente introduzione? Per il tuo bene (Mondadori) è il sesto romanzo di Rocco Carbone, che era nato a Reggio Calabria nel 1962 e che morì a Roma lo scorso luglio, in un incidente di moto. Come Trevi, anche io fui amico di Rocco, per un più breve periodo. Lo conobbi da ragazzo, nei suoi anni d' università. Nel 1993 presentai Agosto, il primo romanzo. Nel 1996 scrissi un lungo articolo su Il comando. Poi frequentai un po' la sua casa di Monteverde. Infine ci perdemmo di vista, forse avevamo avuto una discussione troppo accesa, di quelle che lui sempre aveva - come Trevi rammenta: «Non posso dire che Rocco fosse diventato meno rompicoglioni, e che le discussioni molto spesso, com' era sempre accaduto, non finissero in litigi. A volte si rendeva conto di aver condotto il suo puntiglio spagnolesco oltre il limite di tolleranza, e lui per primo ci rimaneva male». Ma questa, la vicissitudine quotidiana, non era che un aspetto: quello che nei suoi romanzi si rivela come stile. Si può dire che lo stile dello scrittore Carbone, perfezionato, sia rimasto identico dal principio alla fine: puntiglioso, ostinato, meticoloso. O, su un altro piano, povero, scabro, pudico fino a provocare nel lettore un senso di imbarazzo per il suo desiderio che quel tessuto così fitto, così infallibile, dal lessico ridotto al minimo della varietà, si laceri e lasci trasparire qualcosa di più esplicito. A volte, leggendo i romanzi di Rocco Carbone, l' impaziente lettore si sorprende a chiedere un urlo; ma subito dopo, di ciò si vergogna. La potenza dello stile di Per il tuo bene, e dei romanzi che l' hanno preceduto, si nasconde nella inevitabilità, per il lettore, di questo ping-pong. Ne L' apparizione del 2002, il protagonista Iano qualcosa di sé rivela. Ma è l' essenziale (o non è che l' essenziale): «Quello che importa è che c' è stata una presenza dentro di me, che ha parlato e agito al posto mio, ma per il mio bene». Questa presenza è il dio (Eros) che gli è apparso al principio e alla fine del suo travaglio. Egli si è limitato, se questo è un limite, ad ubbidire al suo comando. Non c' è ragione perché Iano abbandoni la moglie Rosa. Non c' è ragione perché si innamori di Sara (Sara quasi non appare, non ha né corpo né anima, non ha un reale rapporto con Iano, è una pura presenza nominale). Né ve ne è una, quindi, perché egli presuma di dover essere ricambiato. In termini psichici, se non clinici, Iano è ai limiti del delirio narcisista, se non dell' autismo. Dal punto di vista del tessuto narrativo, al rigore autopunitivo di uno stile paratattico fino all' asfissia e che si spinge a ridurre tutti i nomi a bisillabi, quanto di più trascurabile e anonimo, si contrappone l' evidenza di ciò che Trevi chiama allegoria. Fosse un quadro, L' apparizione mostrerebbe in primo piano quel dio miserabile e straccione che sovrasta e determina le stordite, disperate, inconcludenti gesta dell' innamorato protagonista. In Per il tuo bene le cose si complicano, l' allegoria non si vede. O almeno non si vede alla prima occhiata. I protagonisti sono due vecchi amici. Venticinque anni dopo, nella vita di Bruno (ancora un bisillabo, all' antica maniera) ricompare Gilberto. Il nome di questo personaggio non deve rispettare più alcuna regola. L' invisibile allegoria è disegnata proprio in lui. Egli, di Bruno, è l' ombra - il perduto, o il rimosso. I luoghi sono visti da una distanza così ravvicinata da abbagliare, come nei quadri metafisici degli anni Ottanta e Novanta. Ma i personaggi che vi si muovono riveleranno il loro segreto. È un urlo, quello di cui dicevo, che procede di pari passo con il mutismo di sempre. Il muto è Bruno, egli non riesce a capire che ciò di cui il figlio Andrea lo rimprovera è la sua reticenza. L' uomo che urla, che per urlare è tornato nella vita del vecchio amico e della sua famiglia, è Gilberto. Da ragazzo, Gilberto era ricco, cioè figlio di un uomo molto ricco. Bruno invece era povero. Ma Gilberto era un uomo semplice, perfino umile. Senza rendersene conto, Bruno era orgoglioso all' eccesso: se gli viene regalata una bicicletta, egli dice di non poterla accettare. Divenuti adulti, i due si trovano in condizioni opposte. Bruno ha conseguito una solida posizione sociale. Gilberto dice di non essere più nessuno. Quando i due di nuovo si incontrano, Gilberto è a pezzi: poco dopo, Bruno riuscirà a sapere che l' amico ha una malattia nervosa di tipo degenerativo. Che cosa è successo all' uno e all' altro? Qui sta il senso dell' ultimo romanzo di Rocco Carbone, nell' ispessimento morale della sua metafisica. Se quanto Iano faceva per il suo stesso bene conservava una chiarezza, se non una giustificazione, ciò che i due amici fanno per l' altrui bene è fonte di alienanti dubbi. Tutte le azioni di Gilberto, come fosse un principe Myskin, un «idiota», sono dettate da una estremistica, incondizionata volontà di non compiere altra azione se non in favore dei bisognosi - con ciò distruggendo se stesso. Anche l' azione cruciale di Bruno fu compiuta per il bene di un altro (dell' amico): ma, come quelle di Gilberto, quanto fu limpida? Quanto non fu essa stessa causa del suo male di oggi, di ciò che gli assicura fortuna nel mondo ma disgrazia nel cuore, suo e di chi gli vuol bene senza nulla pretendere in cambio?

Franco Cordelli


Pagina 47
(25 giugno 2009) - Corriere della Sera
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Sono fatto per inguaiarmi
con le svaporate

di CHIARA GAMBERALE
da LaStampa.it

Rocco Carbone è morto così. Come si muore a metà luglio, come si muore di venerdì, come si muore sempre, se proprio non te l’aspettavi e un attimo prima di volare dal motorino a terra, rimbalzando su una macchina parcheggiata in seconda fila, magari stavi pensando: domani, diciassette e quarantacinque, andare a restituire quel dvd. Rocco era un mio amico. Uno di quelli che incontri una sera a una cena e non lo molli più. Uno di quelli subito veri, subito cari. Uno con cui se cominciavi a parlare di libri, si finiva, inevitabilmente, a parlare di te. Uno di quelli (rarissimi nell’ambiente letterario) con cui se cominciavi a parlare di te non correvi il rischio di finire a parlare di libri. Va da sé che si parlava quasi sempre d’amore, con Rocco.

«Esistono delle regole, Chiara, delle regole ben precise perché una relazione funzioni». Diceva. Perché riguardo le questioni del cuore e delle sue periferie, Rocco ragionava da ingegnere: ma al dunque, per fortuna, amava come un bambino, istintivamente guidato verso donne che magari non erano quelle giuste, ma diventavano giuste per lui dal momento in cui qualcosa, dentro spezzava l’eterno, faticosissimo rimestio delle sue ossessioni, e gli concedeva di uscire da sé, quel tanto che bastava per capire che il mondo è più pericoloso nella nostra testa che là fuori.

«Che ti devo dire, Chiara ». Confessava, quando di solito le serate volgevano al termine, e le bottiglie di vino che avevamo a nostra disposizione pure. «E’ che io parlo parlo, so benissimo di quale tipo di donna avrei bisogno: una donna disponibile a comprendere i miei sbalzi d’umore, la fatica che mi rimane addosso quando esco dal carcere (Rocco insegnava nel braccio femminile di Rebibbia, ndr), una donna in grado di sapere che non lo faccio apposta, soprattutto quando sembra che io lo faccia proprio apposta». Sospirava. «Ma allora perché poi mi vado sempre a inguaiare con delle svaporate?».

Per svaporate, Rocco intendeva donne con serie difficoltà a maneggiare la loro stessa vita: figuriamoci quella di un altro. Sentendomi chiamata in causa, ero solita difendere la categoria: «Mica è detto che esistano persone programmate per l’amore e persone che dovrebbero starne alla larga». Gli facevo notare. «Il segreto forse è nelle alchimie. Una persona a contatto con un’altra può generare mostri, a contatto con un’altra ancora può generare paradisi ». No: per Rocco non era così. In amore esistevano colpevoli e innocenti. I colpevoli (e soprattutto le colpevoli) erano persone, fondamentalmente, non disponibili a comprendere fino in fondo le ragioni e le regioni dell’altro, e ad anteporre sempre e comunque i propri bisogni personali a quelli della coppia. «Non si può ragionare così! » lo prendevamo in giro un po’ tutti.

Provando a convincerlo che in ambito sentimentale, perlomeno lì, la libertà dovrebbe coincidere con l’azione ed espressioni del tipo «non doveva tradirmi», «non doveva lasciarmi», «doveva occuparsi più di me e meno di sé», trovano il tempo che trovano, in una dimensione in cui quando il dovere reclama qualcosa al piacere, già c’è qualcosa che non va. Ma era tutta una farsa: perché Rocco, l’amore, nelle sue assurde sinusoidi, nelle sue mancate ragioni, lo conosceva meglio di tutti noi messi insieme.

Confondeva il conscio con l’inconscio, s’infatuava in un istante, in un istante si raffreddava, attraversava mezzo mondo per seguire una svaporata, attraversava l’altra metà per tornare dall’unica che in cuor suo considerava casa sua: proprio per questo aveva bisogno, almeno nella sua testa, di illudersi che i conti potessero tornare. Che bastasse del sano e autentico «rispetto reciproco», «una visione simile del mondo», che bastasse aver letto gli stessi libri, votare lo stesso partito, per incontrarsi e, perché no, essere un po’ felici. «E allora perché non riesco a trovare una donna così? » mi chiedeva, prima di andarsene, a volte anche sull’uscio di casa. «La troverai, la troverai». Lo rassicuravo.

Ma poi, una volta chiusa la porta, quando rimanevo sola, in cuor mio gli auguravo solo di accorgersi che no, non l’avrebbe mai potuta trovare dato che no, non era lei che cercava. Perché ci sono certi desideri che l’amore, per mantenere intatto il suo potere agli occhi di chi ci crede, non dovrebbe mai realizzare. Dovrebbe proteggerli, lasciarli stare: così come dovrebbe fare la vita, con certe persone.


Rocco Carbone: L’apparizione,2002

Subito si è colpiti dallo stile asciutto e dalla narrazione minuta degli accadimenti; ma soprattutto ci accorgiamo che essi sono i medesimi che compiamo noi. Ci chiediamo allora se Iano siamo anche noi, e se leggendo la sua storia ci riconosceremo pure noi in quel destino.
Siamo appena entrati nel romanzo che porta il titolo “L’apparizione”. Si parla di una nevrosi che assilla il protagonista, in cura da un certo professor Redondo, che in un momento di crisi, una specie di raptus, uccide colpendolo alla nuca con un portacenere.
Si torna brevemente indietro, a quando Iano, quarantenne, insegnante di sostegno, ha tra i suoi allievi un bambino di nove anni, Nino, che, rimasto orfano dei genitori, è stato affidato alla sorella diciottenne Cata. Non vuole più andare a scuola, parla poco, al limite dell’autismo. Compito di Iano è quello di convincerlo a riprendere gli studi. Ne avremo altri di questi flashback, tesi ad offrirci l’evoluzione di una personalità complessa che lotta non solo con se stesso, ma, oltre che contro la società, anche contro il proprio destino. Il delitto compiuto, infatti, è avvertito da Iano come necessario, e nient’affatto una colpa.
La materia che Carbone affronta è di estrema delicatezza, riguarda le debolezze dell’uomo nel  momento in cui si accorge di un destino già segnato, le sue resistenze, i suoi sconvolgimenti, le sue follie. Temi molto sentiti dall’autore, che non a caso scelse di insegnare ai detenuti del carcere di Rebibbia. Carbone si dedicava agli altri, avvertiva le minacce della modernità, la presa beffarda che essa può avere sulle insufficienze umane, anche nei confronti di chi se ne crede al riparo. La sua scrittura è ferma, decisa, mai dispersiva: come la diagnosi di uno specialista che conosce il suo campo di azione.
Scrive di Iano, prima che commetta il delitto: “avrebbe sempre dovuto fare i conti con quella presenza che avvertiva dentro di sé, con quel nemico silenzioso pronto da un momento all’altro ad avvelenargli le giornate, a rinchiuderlo in una oscurità difficilmente penetrabile.” Siamo davanti ad un male oscuro (“il malessere era diventato un compagno abituale”), ad un tarlo corrosivo che mina corpo ed anima, ne intacca le parti vitali, interrompe i flussi di un circuito da cui dipende la sicurezza della nostra personalità. L’alcool in cui Iano si è rifugiato, il litigio e la separazione dalla moglie Rosa, disegnatrice in uno studio di architettura, sono solo le conseguenze di un tale insidioso malessere, le cui cause paiono inaccessibili, così come inaccessibile è il disegno che il destino ha fatto su di noi. Altrettanto inaccessibili (capiremo più tardi perché) sono il ragazzo misterioso e il suo cane incontrati per la prima volta, e subito scomparsi, nella casa degli amici Dario e Sara.
In principio crede che la sorgente di un tale malessere dipenda da una qualche attrazione che ha cominciato a provare per Sara, ma ammette: “È qualcosa che arriva da un’altra parte, forse da un altro mondo”. E Sara, mentre stanno viaggiando insieme in treno, gli dice: “Io vedo su di te un’ombra, Iano. Un’ombra nera che si allunga e che ti sta avvolgendo. Non so che cosa sia, ma sento che è minacciosa, e mi fa temere il peggio.” Non è dunque tanto l’amore per Sara, come parrebbe a prima vista, al centro della storia, bensì il confuso malessere che lo ispira, di cui si ignorano le radici, il quale va ben oltre l’amore e scaturisce da una forza contro la quale ci si accorge ad un tratto di non poter combattere: l’amore è solo una componente dello smarrimento, tuttalpiù può rappresentare il germe che lo risveglia e che dà testimonianza  di una ineluttabilità deflagratoria cui è destinato ad andare incontro: “Eros non è come noi lo immaginiamo. Non è un bambino alato e innocente, o tutt’al più malizioso. È un dio tremendo, il figlio di Caos, quello che rompe le membra e avvelena l’esistenza. Che rende l’uomo felice, ma che attraverso questa felicità attrae su di lui la sventura.” La scelta consapevole di una scrittura così minuta e tagliente, chirurgica, aiuta questa dissezione tanto interiore quanto corporale, tesa unicamente a registrare le tappe salienti di un percorso in cui si deve continuamente scegliere tra i molti segni che scaturiscono dai gesti e dalle azioni del protagonista. L’autore, al contrario di tanti altri, non indugerà mai, ad esempio, su che cosa bevano o mangino i suoi protagonisti, giacché le tracce che egli segue, disperse un po’ dentro e un po’ fuori di noi, sono sempre evanescenti, mai nette, mai contraddistinte da un segno irrevocabile. Anche la grande città dove la storia è ambientata, forse Roma, non è mai nominata. Quando Iano compie il viaggio per far visita al padre, l’autore lascia intuire, senza nominarla, la città di Reggio Calabria, e allorché deve citare la Sicilia, si limita a dire “l’isola di fronte”, oppure “fino alla costa alta e nera dell’isola vicina.”
La trascuratezza con cui, lasciata la moglie e vagabondo per la città, Iano cura il suo corpo è il simbolo esteriore di ciò che dentro e fuori di lui lo sta isolando dalla realtà che conosceva, e lo sta trascinando con forza tirannica altrove. Intuiamo che sarà un lungo viaggio nel dolore quello che è cominciato per Iano.
La rivisitazione del passato (il ritorno alla cameretta dove aveva dormito per cinque anni ai tempi dell’università, come pure alla biblioteca nazionale, dove andava a studiare) - confusa in un primo tempo agli occhi del protagonista - altro non è che il tentativo disperato di recuperare un’identità perduta, pur sapendo di non potervi riuscire. Come non ricordare il romanzo di Heinrich Mann, “Professor Unrat”, del 1905, più conosciuto come l’”Angelo azzurro” dal titolo del bel film che il regista Josef von Sternberg ne trasse nel 1930? Il romanzo di Carbone è impregnato della stessa ossessione fatalista e distruttrice.
Quando si illude che quello sconosciuto incontrato qualche giorno prima altro non è che Eros che lo aveva fatto innamorare di Sara, ossia della donna sbagliata, il delirio che ne consegue è ancora una volta opera di quel male oscuro che maschera e altera i sentimenti in un gioco crudele e perverso in cui la posta messa in gioco è la nostra libera volontà, e quindi la nostra vita.
Alla moglie dirà: “quello che è successo non sarebbe accaduto, se non ci fosse stata una forza più grande di me che mi ha spinto a fare delle azioni di cui non mi sarei mai creduto capace.” E ancora: “Ciò che io e te chiamiamo male, per questa forza è invece gioia, felicità senza misura.”; “Una gioia così grande non può non attrarre il dolore e la sventura.”
L’apparizione dello sconosciuto ha la stessa forza di quelle molte visitazioni bibliche che sconvolgono l’uomo e ne tracciano il destino: “Si chiese qual era stata la sua colpa, perché un dio aveva scelto proprio lui per renderlo vittima e testimone della sua potenza.” Nel romanzo di Carbone, una tale visitazione mette in moto un processo che è solo apparentemente di agnizione; in realtà è l’avvio di un percorso che conduce alla resa di sé e quindi alla propria distruzione.
Dalla scrittura minimale, quasi di una pignoleria ossessiva, esce una potenza figurativa di rara efficacia, in grado di trasferire al lettore le stesse sensazione dolorose impresse dalle ferite che si aprono di volta in volta sulla carne del protagonista: “Sapeva di essere preda di qualcosa che si era insidiato dentro di lui e che causava una nuova condizione di angoscia e di paura.
L’incontro con l’anziano padre che, si noti, ha al guinzaglio un cane come lo sconosciuto apparsogli all’improvviso, potrebbe rappresentare, questa volta, una via d’uscita, se si confidasse con lui, “ma non c’era più tempo per i consigli.” La resa è già avvenuta. La polizia lo sta braccando, la fuga ha le ore contate, ormai. Ma non è solo la polizia che lo sta cercando. Anche quello sconosciuto, quel ragazzo dai “capelli chiari”, lo sta cercando. E sarà lui a dargli la risposta definitiva. Avverte il fiato caldo del suo cane, “che lo stava leccando.”, poi lo vede, e ha una sola domanda da rivolgergli: “Perché io?”.
La tragedia che segue è la conferma di un destino segnato sin dal principio. L’amore, il delitto, il rimorso, l’amicizia, il dolore, la gioia non sono che appendici, marginali tappe di una corsa già tracciata e che riguarda ciascuno di noi, una sola volta e per sempre.

Bartolomeo Di  Monaco

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A SpazioTeatro  di  Reggio Calabria l'Apparizione di Rocco Carbone .

È il secondo dramma tratto dall' opera letteraria dello scrittore di Cosoleto,   scomparso  prematuramente alcuni anni fa,   Rocco Carbone che,   dopo la maturità classica conseguita a Reggio Calabria,  ha continuato fuori i suoi studi universitari prima a Roma e successivamente a Parigi,    conseguendo il dottorato  in Letterature comparate. S'è affermato subito come critico,   saggista,  collaboratore di riviste: “Nuovi Argomenti”,   “Linea d'ombra “,  L'Indice”,   “Paragone” e come corrispondente dei quotidiani: L'Unità,  Il Messaggero e contemporaneamente come autore di ben sei romanzi editi da prestigiose case editrici. L'Apparizione del 2002 è pubblicato da Mondadori. Ora per la produzione  di Experimenta e   di Kaluria Festival ha trovato la forma d'un monologo per opera del bravo attore nonché regista,   Basilio Musolino.
Questo genere di teatro si può definire sperimentale nel senso che si dà comunemente a questo termine per il suo aspetto  formale,  cioè non realizzato secondo i consueti canoni  stilistici,  ma aperto ad innovazioni nella scelta di elementi scenici e di mezzi di  comunicazione.  Fin dall'inizio infatti sorprende la scena elementare e sobria: un alberello bianco scheletrico,   piantato nel mezzo del proscenio tutto dipinto di nero,   con un tavolo in un angolo e due cubi bianchi che fanno da sostegno,  mentre un gioco alternativo di luci,  di volta in volta orientato a mettere in risalto l'attore o ad oscurarlo ,  durante le pause,  indirizza l'attenzione dello spettatore e crea gli spazi .Tutto qui. Sembra una magia che,   dietro  questi pochi elementi con la complicità della voce che è atteggiata a narrare una storia,  ora in modo conciso,  ora piano e meditato ,  ora abbandonandosi a ricordi lontani,  ora ispirandosi  a vicende recenti,    tante emozioni possano avvertirsi man mano che si procede nel racconto. Gli ostacoli per la comprensione sono i parametri dello spazio e del tempo,  non facili da superare se si pensa che gli stessi sono a fondamento di sistemi filosofici e astronomici da lungo tempo creati. Però qui a proporre lo spazio ci pensa il fascio di luce diretto o indiretto e le ombre che si allungano minacciose al di fuori dello sfondo di cielo,   in una notte oscura.  Per il tempo,   basta l'intonazione della voce e l'atteggiamento del corpo pur esso chiamato a molteplici significati: supino,  seduto in atteggiamento di riflessione,  nervosamente contratto,  il viso stupito o disperato. La mimica sostituisce   l'azione scenica .In compenso c'è una grande bravura nel tenere il colloquio con gli spettatori senza accusare stanchezza,   modulando la voce e indirizzando gli sguardi e comunicando con naturalezza. Il protagonista,  Iano,   di cui si dà un rapido profilo,  orfano di padre,  sembra dopo la crescita essersi riconciliato con la vita fino ad un venerdì prima di Pasqua,   quando gli capita una serie di avvenimenti sorprendenti,  per lui inspiegabili. Durante una visita ad una casa di campagna con  una coppia di amici,   Dario e Sara,   Iano incontra uno strano visitatore dagli occhi e dai capelli chiari,  in tuta da ginnastica,   seguito da un piccolo cane . Gli stringe  la mano,  credendolo un ospite. Ma poi questi scompare ed a cercarlo non lo si trova più e nessuno di quelli che sono con lui dice  d'averlo visto . E' letteralmente scomparso. Si trovano invece nelle camere del protagonista e in quella di Sara due misteriosi stiletti ,  analoghi in  tutto, ma quello di Sara appare piegato . Nessuno sa spiegare questo mistero,  ma successivamente Iano  scopre di  pensare costantemente a Sara,  in modo ossessionante. Si convince allora d'essersene perdutamente innamorato ed attribuisce a quello strano incontro con il giovane del cane il suo turbamento. Lo cerca invano  per sapere se veramente esiste e non sia stato frutto della sua fantasia . Per placare il suo animo e ritrovare la serenità va da uno psichiatra che lo mette in cura ,  ma egli invece scopre di non aver bisogno di medicine,   perché  la sua visione è stata autentica,   avendo l'evidenza della realtà . Si convince che quel giovane era Eros in veste moderna e che ha scoccato due frecce,  di cui una la sua che l'ha colpito ferendolo al cuore,  l'altra  s'è spuntata e per questo Sara non intende corrispondergli. Nasce quindi un doppio gioco di equivoci ed egli si crede nel giusto e colpevolizza quanti sono lontani dal suo sentire: la sua vita diviene un inferno. Le notti trascorrono insonni ed il tormento cresce sempre più,  anche perché crede di vedere ora in lontananza,  ora più da vicino quel giovane che  ha causato la sua  sofferenza. Nel vano lottare tra sogno e realtà  commette senza forse averne coscienza un delitto per liberarsi dall'ossessione che lo possiede. Si apre allora per lui il baratro. Sceglie la fuga nel tentativo di liberarsi dalle emozioni e dai ricordi. Ma Eros rivela allora il suo vero volto,  si trasforma in Tanatos,   unica soluzione che possa offrirgli il consolante silenzio dell'autodistruzione.
Un performance tragica che richiama la lezione di Freud dello sdoppiamento dell'io,  dell'inconscio labirintico  e del caos dell'esistenza in cui viviamo,  priva di affetto,  ostile alla comprensione e dominata dalla  damnatio memoriae.

Gaetanina Sicari Ruffo

La Frusta Letteraria - Rivista di critica culturale on line