La Frusta Letteraria - Rivista di critica culturale on line
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Vedine in basso le recensioni di Paolo Rossi
In tristitia hilaris, in hilaritate tristis
Giordano Bruno
Filosofo italiano (Nola, regno di Napoli, 1548 - Roma, 1600).

Il 17 febbraio 1600, Giordano Bruno moriva bruciato vivo sul patibolo dell’inquisizione romana. Domenicano, sedotto dalla Riforma senza aderirvi, Bruno non era né la prima né l’ultima vittima di quest’istituzione il cui scopo era quello di estirpare l’eresia, anche con i mezzi più terribili. Ma, agli occhi della storia, Bruno fu molto più di uno semplice eretico. Per la prima volta la chiesa cattolica romana eliminava fisicamente il partigiano di una teoria scientifica allora nuova in Europa: l’ eliocentrismo del sistema copernicano. Ciò che più conta, Bruno aveva pronunciato questa teoria corredandola con un’intuizione che doveva rovesciare la nostra visione del mondo: quella di un Universo infinito. Spingendo, attraverso scritti  filosofici non sistematici,  fino alle sue conseguenze estreme la sua adesione al sistema di Copernico, Bruno costruì così un cosmologia dove l’uomo, in comunione con un dio immanente alla natura, è, forse, il vero centro divino. E per questo perse la vita.

Il percorso di un contestatore
Filippo Bruno nacque nel gennaio del 1548 a Nola, cittadina del regno di Napoli. A quattordici anni, parte per studiare nella capitale del regno. Nel  1565, entra nel convento dei domenicani di Napoli – dove prende il nome di  Giordano e acquista il titolo di  dottore in teologia nel 1572. Fin da questi anni, egli si distingue per la sua grande libertà di spirito. È richiamato per avere staccato dalla parete della sua cella i ritratti dei santi. Viene sorpreso  a leggere un autore messo all’indice: Erasmo. Fatto più grave: lo si ascolta  mettere in dubbio il dogma della Trinità e discutere le dottrine di Ario, eresiarca del  IV secolo. Tutto ciò gli  vale una denuncia, nel 1576, da parte di un domenicano. Bruno si spaventa. Fugge verso Roma, quindi, dopo essersi stonacato verso Ginevra.
Comincia allora una vita in continua fuga. In quindici anni, Bruno, nel corso di  successivi esili  - aderirà praticamente  a tutte le forme allora correnti di cristianesimo, per essere da tutte le chiese, cattoliche o riformate, scomunicato. Ovunque, tuttavia, è inizialmente accolto con calore e rispetto, poiché si ammira il suo spirito, la sua cultura, la sua eloquenza e  la sua padronanza dell’arte della memoria, molto tenuta in considerazione in un’epoca in cui la stampa era ancora ai primi passi. Ma in nessun posto riesce a trovare un riparo duraturo. Le sue dottrine in effetti urtano senza tregua le credenze dei suoi ospiti, di qualsiasi fede siano. Nel 1576, gli bastano quattro mesi per  rendersi indesiderabile ai maggiorenti  dell’università di Ginevra. Alla fine del decennio, è la prudenza che lo spinge a lasciare Tolosa, dove era andato ad  insegnare - la virulenza degli scontri  tra cattolici e protestanti gli fanno infatti temere di essere vittima ora dell’una ora dell’altra parte. Nel 1581, il re Enrico III, che lo ammira, si mostra particolarmente accogliente e crea espressamente per lui una cattedra  al Collegio reale, poiché Bruno, da apostata, non avrebbe potuto esercitare alla Sorbona, il cui regolamento rendeva obbligatorio assistere agli uffici religiosi. Tuttavia Bruno coglie l’occasione e sembra trovare requie e, nel 1584,  accompagna l’ambasciatore di Francia in Inghilterra. La regina Elisabetta I è tanto ben disposta  al suo riguardo quanto il re di Francia. Bruno tenne  anche alcune lezioni a Oxford che, come sempre, furono interrotte dai pedanti aristotelici . A Londra pubblica i suoi principali lavori. Ma, ancora una volta, non addolcisce  i toni delle  proprie dottrine.  Enrico III, ritornato in  Francia, è costretto a mettere al bando l’ingombrante  pensatore.

Restavano i Paesi di fede luterana. Come altrove, vi trovò  persone inizialmente decise a sostenerlo. Ecco ad esempio il messaggio inviato al senato di Wittenberg: «Avete permesso ad uno straniero, ad un uomo che non apparteneva alla vostra religione, di insegnare in pubblico (...), lo avete autorizzato ad essere semplicemente un amico della saggezza (...),   non gli avete impedito di esporre le proprie opinioni, anche quando erano contrarie alle dottrine   da voi professate».  Alla  fine del XVI secolo, iniziava infatti, qua e là, a realizzarsi qualcosa che somigliasse alla tolleranza.  Ma questa lettera mostra, soprattutto, il carattere del tutto eccezionale di questo tipo d’atteggiamento. La situazione restava pesante per Bruno, che fu costretto nuovamente a  fuggire da uno Stato tedesco all’altro, secondo il ritmo delle rivoluzioni politiche e religiose, e dei salti d’umore dei teologi.

Nel 1591, Bruno è stanco dell’esilio. Desidera che la Chiesa lo riaccolga nel suo grembo e vuole rivedere la sua patria. Accetta perciò di buon grado l’invito di Giovanni Mocenigo,   ricco veneziano che desidera apprendere da  lui la geometria e l’arte della memoria (mnemotecnica). Ma, lungi dall’essere il protettore sperato, Mocenigo, il 23 maggio 1592, denuncia Bruno all’Inquisizione col pretesto che quest’ultimo non gli avrebbe trasmesso i suoi segreti.

Lo scopo del Tribunale dell’Inquisizione, istituito  dal papa Gregorio IX nel 1231, ed incessantemente regolamentato in  quest’epoca di turbolenze religiose, era di estirpare l’ eresia: occorreva, con ogni mezzo, scovare l’ eretico e portarlo all’abiura e  al pentimento. Benché la pena inflitta potesse  prevedere il patibolo o la prigione  a vita, il più delle  a volte era leggera: pellegrinaggio, cura di un povero, addossamento della croce d’infamia o altre penitenze “salutari”. In casi di ostinazione particolare  del “colpevole” era prevista la sua  consegna alle autorità secolari, ossia il patibolo. L’ostinazione era dichiarata irrimediabile soltanto al  termine di interrogatori che potevano svolgersi lungo molti mesi  o molti anni, e durante i quali l’obiettivo dei giudici era di portare l’imputato all’abiura. Il processo di Bruno durerà ben otto anni.
Sono del resto le minute, benché lacunose, di questi lunghi interrogatori che ci permettono oggi di ricostruire il pensiero di Giordano Bruno, meglio dei suoi lavori, spesso oscuri. Ne risulta molto chiaramente che la magia o l’ermetismo, che hanno certamente occupato un posto importante nella sua attività intellettuale, non pesarono per nulla nella sua condanna e che il loro ruolo non era del resto centrale nel suo sistema. È altrettanto interessante constatare che Bruno era pronto, almeno in una prima fase del suo processo, a disconoscere alcuni dei suoi scritti nelle formulazioni apertamente anticristiane. Ma l’approfondimento degli interrogatori rivela  che il “nucleo duro” della teoria di Bruno, e che doveva fatalmente condurlo al patibolo, risiedeva nella sua concezione di un Universo infinito.

Le fonti del pensiero di Giordano Bruno
Senza essere un fisico di genio alla stregua di Galilei, Giordano Bruno possedeva uno spirito scientifico, e fu soprattutto un metafisico notevole. Il primo  a proporre  un sistema coerente contrapponibile a quello di Aristotele.  Ricordiamo che, secondo quest’ultimo, la terra si trovava al centro di un universo chiuso. Dunque immobile con  le stelle superlunari rotanti attorno ad essa. Il mondo siderale era anch’esso immobile, ed al di là della sfera siderale, o celeste, non c’era nulla: né luogo, né vuoto. Il sistema di Aristotele, ripreso e “cristianizzato” da Tommaso d’ Aquino, era assurto al rango di  dogma della Chiesa cattolica romana. Fin dai suoi anni giovanili, Bruno si era interessato ai predecessori di Aristotele (i pitagorici, Platone e i presocratici, soprattutto) e ai neoplatonici. Soprattutto, aveva letto due autori che erano passati quasi inosservati ma che portavano in germe una critica radicale della fisica di Aristotele: Nicolò Cusano e Copernico.

Le dottrine di Cusano e di Copernico
Il teologo tedesco Nicolò  di Cusa (1401 -1464) fu il primo a rimettere in discussione la concezione aristotelica del mondo. Per lui, l’Universo è uno sviluppo imperfetto di Dio. Imperfetto poiché il suo frazionamento indefinito si oppone all’unità del divino. L’universo non è a dire il vero infinito, ma non è finito neppure: “senza termine”, nel senso in cui non se ne possono conoscere i limiti. Ne discende che  la terra non è più al centro, e non ci sono centri fisici nell’Universo. Questo centro è metafisico: è Dio. In lui, il centro, la circonferenza, l’inizio e la fine del mondo coincidono.
Queste considerazioni non sboccavano in realtà in alcuna cosmologia, né in alcun ragionamento scientifico. Tuttavia, rimettendo in discussione, per la prima volta in Occidente, il dogma dell’Universo chiuso, questo pensiero doveva  fortemente influenzare Bruno e, più in là, l’astronomia moderna.
Nel 1543, fu pubblicato nell’indifferenza quasi totale, il trattato di un canonico polacco, Nicola  Copernico (1473 -1543), Sulle Rivoluzioni dei mondi celesti. Due aspetti dell’opera  di Copernico suscitarono l’interesse di Bruno. Da un lato, Copernico opera una “rivoluzione” nel senso tradizionale di questo termine: torna ai filosofi che precedono Aristotele. Rheticus, un allievo di Copernico, lo afferma in modo chiaro e inequivocabile: «È seguendo Platone e i pitagorici che (Copernico) pensa che, per determinare la causa dei fenomeni, un movimento circolare doveva essere attribuito alla sfera terrestre».
D’altra parte - e risiede qui la sua grande invenzione concettuale – Bruno  capisce che il sistema di Copernico conduce logicamente all’Universo infinito. Copernico non ha fatto che allargare il mondo.  Quest’ultimo resta finito, poiché conserva un centro, il sole, «che riposa sul trono reale, governa la famiglia delle stelle». Copernico cambia la precedente struttura del mondo sublunare di concezione aristotelica, ma prevede  tuttavia ai confini  del mondo una sfera immobile di stelle fisse.

La rimodulazione della teoria copernicana
Sotto l’influenza della dottrina di Nicolò Cusano, Bruno reinterpreta  il sistema di Copernico. Manda in frantumi   la sfera immobile di  stelle fisse che  Copernico non aveva osato toccare. Le stelle non sono più immobili ma sono dei soli in numero infinito,  da cui dipende un numero infinito di astri   che sono distribuiti in un Universo infinito. Il sistema di Copernico dà un ordine così all’infinito che Nicolò   Cusano aveva lasciato nell’anarchia. «Egli comprende – scrive Guido De Ruggiero – che il copernicanismo nel suo significato più profondo, porta a una unificazione del cielo e della terra, a una parificazione di tutti gli astri, nella loro struttura e nel loro movimento , e quindi a una redistribuzione del sistema cosmico».
«Se il mondo è finito», fa dire Bruno al personaggio di uno dei suoi scritti, «ed extra il mondo è nulla, vi domando ove è il  mondo, ove è l’universo? Aristotele risponde: in se stesso (...). E che  cosa ne è, dico io, delle cose che sono fuori del mondo? Se dici che non ce n’è nessuna, allora, di certo, il  cielo, o il mondo non è da nessuna parte».
Tutto è movimento nell’Universo di Bruno poiché tutto è animato, cioè  dotato di un’anima - o meglio dire di un pezzo d’anima  dell’Universo, poiché l’universo è emanazione di Dio. Ma, un essere infinito soltanto può avere uno sviluppo infinito.  Tuttavia, l’infinito di Dio e l’infinito dell’Universo non sono della stessa natura.
Il primo è semplice ed il secondo complesso, frammentato. L’Universo infinito è composto da innumerevoli mondi chiusi. I mondi sono separati da vuoti e Bruno non crede ad una comunicazione possibile tra loro. Con una di quelle bizzarrie che rendono la sua opera   particolarmente tortuosa, Bruno pensa che sia lo stesso per i continenti. Così prende posizione contro la colonizzazione dell’America per la ragione che non crede all’unità del genere umano e pensa impossibile (o contro natura) l’unione  tra le diverse razze umane.
Per lui, la vita è apparsa per germinazioni spontanee ed indipendenti a partire dall’azione dei raggi del sole sulla terra umida, che contiene tutte le sementi.
 

Le implicazioni teologiche del pensiero di Bruno
Durante tutto il processo intentatogli, Bruno si  definisce sempre come un filosofo e non come teologo. Rifiutava l’accusa di eresiarca: infatti non  predicava, ma diceva di ricercare la verità sul principio primo dell’Universo. Abbiamo visto tuttavia le implicazioni teologiche del suo sistema: se ci sono molti tipi umani, Adamo non è più il padre comune dell’umanità e non ci può essere redenzione universale.  E d’altra parte se l’Universo non è più chiuso e finito, prodotto totalmente distinto e distante   dalla Divinità, ma infinito e senza confini, esso ha troppi attributi della Divinità medesima: un terribile concorrente di Dio.  L’infinità dell’Universo comporta  che il motore di esso non è estrinseco all’Universo (la teoria del “motore immobile” aristotelico-tomistica riceve così un duro colpo) ma intrinseco ad esso medesimo, non fuori, ma dentro l’Universo medesimo. L’Infinito secondo Bruno poneva d’altra parte un altro problema, altrettanto acuto. Essendo l’universo un’emanazione di Dio, esso è di conseguenza l’unico mediatore tra l’uomo e la divinità. Per Bruno, la vera eucaristia è la comunione con la Divinità attraverso la contemplazione dell’Universo. Se in ogni molecola di natura si trova un riflesso dell’anima di Dio, il passo successivo è pensare che il Cristo non serva più a nulla, che non sia più necessaria la Redenzione...

Le implicazioni scientifiche
Nel lungo processo che occupò  gli uomini d’Occidente a passare da un mondo chiuso ad un Universo infinito, Bruno occupa un posto importante. Per gli Antichi, in effetti, il mondo non poteva essere infinito poiché l’infinito  era l’incompiuto, l’imperfetto, il caos. L’Universo aveva dei limiti, e dunque perfetto. Per gli uomini del Medioevo, infinito era la perfezione: attributo che poteva essere riservato soltanto a Dio. Con Bruno, tutto  cambia nuovamente: l’Universo è la Totalità; che basta a se stessa   e racchiude Dio stesso nella sua immanenza. L’Infinito di Bruno non è laico. È, se non ateo,   fermamente anticristiano in una prospettiva naturalista, se non  animista. È per questo che la questione - Bruno tanto ha impegnato la Chiesa contro la nuova astronomia e altrettanto incitato alla prudenza tutti coloro che la propugnavano. Doveva toccare a Descartes, al prezzo di molte precauzioni e di infinita prudenza, proporre una cosmologia laica. Dopo di lui, l’infinito dell’universo è diventato uno dato non più interferente nella relazione   Dio - mondo.
La teoria di Giordano Bruno è certamente lungi dall’essere scientifica. È una congettura filosofica. Da un punto di vista puramente concettuale, si può passare da Copernico a Galileo, da Keplero a Newton senza alcun  passaggio su Bruno - ciò che fanno d’altra parte la maggior parte degli storici del pensiero scientifico. È difficile determinare l’influenza intellettuale di Bruno sui fondatori dell’astronomia moderna, né se Bruno si è riconosciuto o meno nelle ricerche di Galilei. Ma resta il fatto che, dopo l’affaire Bruno, la teoria di Copernico è portata a conoscenza di un vasto pubblico... e dunque vietata. In questo  il successivo processo a Galileo Galilei avrà molti punti di contatto e di derivazione dalla questione Bruno, e si può dire che, seppure in modo indiretto, Bruno ha svolto un ruolo   di   grande rilevanza nella storia dell’evoluzione del pensiero scientifico e delle relazioni tra questo e la Chiesa cattolica romana.

Le tecniche della memoria
Qualche parola  infine sui lavori di Giordano Bruno di  mnemotecnica, un aspetto del suo pensiero che, senza implicazioni teologiche particolari e senza aprire prospettive scientifiche rivoluzionarie, svolse tuttavia un ruolo importante nella notorietà che gli arrise da  vivo: sono infatti i suoi lavori sull’arte della memoria che gli valsero soprattutto le accoglienze calorose sia del re di Francia Enrico III  come della regina d’Inghilterra Elisabetta I.
L’arte della memoria è un insieme di tecniche che risalgono all’antichità ed il cui scopo era di memorizzare il massimo di dati.  Queste tecniche si fondavano principalmente su “luoghi di memoria” la cui evocazione permette di rinviare con associazione di idee agli oggetti. Questi  “luoghi di memoria” possono essere geografici (edifici, vie di una città, ecc..) o no (personaggi, pianeti), ecc.. I trattati d’arte della memoria proponevano così sistemi “cartografici” molto complessi di legami mnemotecnici ed i migliori esperti in quest’arte potevano insegnare a memorizzare volumi interi.  Nell’Antichità, tutto ciò aveva un sentore  di magia e soprattutto di ermetismo. Tommaso d’Aquino si dedicò a demistificare  quest’arte della memoria per farne una tecnica della devozione.
L’ordine dei domenicani, al quale Tommaso d’Aquino  apparteneva, aveva la reputazione di essere particolarmente versato nell’arte della memoria e Bruno poté vantarsi  di essere stato presentato al Pontefice quando apparteneva ancora a quest’ordine, per far  mostra della sua memoria artificiale.  Buon  tecnico della memoria, Bruno fu  soprattutto un teorico della mnmotecnica e pubblicò ben cinque libri sull’argomento. Per lui, la memoria faceva parte dell’immaginazione, e,   esercitando questa facoltà, l’uomo, immagine di un mondo più grande di lui,  poteva comprendere questo mondo ed entrare in comunione con la Divinità.
Più tardi, di fronte ai suoi giudici, Bruno dichiarò: «(...) Il re Enrico III mi chiamò un giorno, e mi chiese se questa memoria che possedevo e che insegnavo era una memoria naturale o se fosse piuttosto  ottenuta per mezzo di magia; gli dimostrai che non mi derivava dalla magia ma dalla scienza ».   Bruno poteva ben sopportare di essere  mandato al rogo  per le sue teorie cosmologiche e  per aver affermato l’ Universo essere infinito,   non certo per magia.

Opere  principali: De umbris idearum  (1582);  Sigillus sigillorum (1583); De l’infinito, universo e mondi (1583, 1591); La cena de le ceneri (1583); De la causa, principio et uno (1584); Degli eroici furori (1585); De monade numero et figura (1591) De immenso et innumerabilibus ( 1591).

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Esempio 1
dal 12 ottobre 2003
Fondamentali e imprenscindibili restano, sulla mnmotecnica e l'ermetismo di Bruno, i  lavori della studiosa inglese Frances A. Yates:


Qui

Giordano Bruno e la cultura europea del Rinascimento , Laterza, Bari 2001
Giordano Bruno e la tradizione ermetica ,
Laterza, Bari 2002
L' arte della memoria, Einaudi, Torino 1993 (1 ed. 1972)

Qui

Frances A. Yates
Le ricerche di Frances A. Yates - all'interno del prestigioso gruppo di studiosi raccolto a Londra presso il Warburg Institute - hanno mostrato spiccato interesse per gli aspetti magici e occultistici della cultura tardocinquecentesca, illuminando ambienti e personaggi che si muovono tra forme di cultura di chiara derivazione classica e le innovazioni della rivoluzione scientifica del secolo XVII. L'arte della memoria offre un sicuro tramite per inidviduare alcuni passaggi essenziali della storia intellettuale del Rinascimento. <>. Il vastissimo panorama attraverso il quale tanto brillantemente sa guidarci la Yates è ricco di sorprese e di scoperte: dai sistemi di immagini degli oratori antichi ai fantasiosi castelli di Raimondo Lullo, dallo straordinario Teatro di Memorie costruito nella Venezia rinascimentale fino alle allusive perenigrazioni londinesi di Giordano Bruno e al teatro di Shakespeare.
Completa il volume lo scritto di Ernst H. Gombrich
"In memoria di Frances A. Yates".
.
La filosofia di Giordano Bruno. Problemi ermeneutici e storiografici. Atti del Convegno internazionale (Roma, 23-24 ottobre 1998)

Qui

Nuccio Ordine,
La soglia dell'ombra. Letteratura, filosofia e pittura in Giordano Bruno
Marsilio, Padova 2003

Vedi anche su IBS
Giordano Bruno,  Dialoghi filosofici italiani , Mondadori, I Meridiani, Milano 2001
 

Qui

Qui

Qui

Vedi anche lo studio di
Saverio Ricci:
Giordano Bruno nell'Europa del Cinquecento
Salerno Editore, Roma 2000 



Il libro di Saverio Ricci ha  un'impostazione storica [...] attenta alla ricostruzione dei contesti entro i quali Bruno si trovò a vivere e al cui contatto sviluppò il suo pensiero. L'autore ripercorre con chiarezza e dovizia di particolari la biografia del Nolano in tutte le sue fasi, cercando anche di mettere in risalto l'aspetto sociale e politico del suo pensiero, tracciando il ritratto d'un uomo inquieto e impegnato in un'estenuante lotta per affermare le proprie idee, ma anche istanze più generali di rinnovamento della scienza e della pratica politica. Siamo lontani dal mito illuministico e risorgimentale del martire del libero pensiero, dell'uomo tutto d'un pezzo che sfidò l'oscurantismo e l'intransigenza della chiesa di Roma e, al contempo, anche dall'immagine più "irrazionalistica" del mago impegnato nella "contemplazione di ermetiche 'sapienze' ed alchemiche 'rigenerazioni'". Talvolta però, nella ricerca (forzata) d'un centro e di un'equidistanza, si eccede fino ad arrivare ad attribuirgli simpatie filospagnole e filocattoliche che certo non gli appartenevano, intingendo forse un po' troppo la penna nell'acqua santa.

Qui

Come è stato autorevolmente affermato, «vera religione» è, per Giordano Bruno, quella di Ermete e Machiavelli, fondata sul rapporto organico di operare magico e di azioni eroiche. Bruno è un pensatore anticristiano: si proclama “egiziano” e afferma  che gli Egiziani avevano avuto religione, magia e leggi migliori di quella degli Ebrei e dei Cristiani. Proprio per questo la sua opera è densa di motivi che rimandano a vari aspetti della filosofia e della teologia cristiane. Il libro di Fabrizio Meroi ha un merito indiscutibile: documenta, come meglio non si potrebbe, i rapporti di Bruno con il testo biblico e , in particolare, con le lettere di Paolo. Al centro dell’indagine sta la Cabala del cavallo pegaseo e l’analisi assume a suo oggetto la stupefacente ricchezza del lessico bruniano. Le considerazioni su termini di derivazione religiosa gettano in più casi nuova luce sul testo paradossale e aggressivo della Cabala. Ma il libro affronta una serie di altri problemi importanti. Fra i quali è da segnalare quello del rapporto uomo/animali. Su questo terreno Bruno rifiuta decisamente ogni preminenza ontologica del genere umano e si colloca entro una discussione già presente nel mondo antico che avrà significativi sviluppi dall’età dei libertini a quella di Darwin.

Il libro bruniano di Fulvio Papi risale al 1968, a quattro anni di distanza dal fortunato libro di Frances Yates. È stato giusto ripubblicarlo perché è del tutto vero che ci sono libri che passano come meteore e altri che lasciano una scia duratura. Molti degli argomenti affrontati in queste pagine sono stati approfonditi, altri meglio precisati. Ma il libro continua giustamente ad essere letto e citato anche dagli studiosi che sono nati poco prima o poco dopo quell’anno. Io ne consiglierei la lettura anche ai non specialisti. Soprattutto perché non lascia ai margini il tema del rapporto della filosofia di  Giordano Bruno con i grandi temi  e problemi del mondo moderno: le origini della vita, l’infinità dell’universo, un platonismo non cristiano, la messa in crisi della cronologia biblica che calcolava in seimila anni l’età della Terra e dell’uomo, il problema dei «selvaggi americani», la critica al primitivismo e al nascente mito del «buon selvaggio», il significato del lavoro e l’elogio della mano. «La centralità del fare, dell’attitudine costruttiva – ha ribadito Papi in un’intervista apparsa pochi mesi fa, dopo la riedizione del suo libro – è l’autentico nesso che lega Bruno alla modernità». Il suo modo di «vedere» la natura, ha anche aggiunto, « ci è invece completamente estraneo». Oggi non riusciremmo a sopravvivere, aggiungeva ancora, «se avessimo lo stesso sguardo di Bruno sulla natura». E concludeva: « Sapere che cosa si è perduto equivale un po’ a sapere chi si è». Sono del tutto d’accordo con queste sue affermazioni. Contro il rimprovero di essere «passati di moda» o di affrontare problemi inesistenti non ci sono difese possibili. O meglio si dispone di uno solo, irrefutabile argomento: avere scritto pagine che continuano a essere pubblicate e lette e utilizzate (in qualche caso ciò accade perfino al Centro dell’Impero) quasi mezzo secolo dopo che sono state scritte.

Paolo Rossi
Il sole 24 ore
5 novembre 2006

Antropologia e civiltà nel pensiero di Giordano Bruno, Fulvio Papi Ordina da iBS Italia

Cabala parva. La filosofia di Giordano Bruno fra tradizione cristiana e pensiero moderno , Fabrizio Meroi Ordina da iBS Italia

Fabrizio Meroi
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Cabala parva.  La filosofia di Giordano Bruno fra tradizione cristiana e pensiero moderno
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Storia e letteratura 2006