Artista doppio e cosciente della propria “doppiezza” di fondo –
versante tenebroso, tentazione al satanismo e alla distruzione;
versante luminoso, aspirazione all’ideale, a Dio, alla creazione,
duplici aspetti che riescono a coabitare soltanto nella sofferenza,
nella passione, nella noia e nell’ odio -, Baudelaire non si è
accontentato di essere un poeta in preda ai gemiti. Se - in quanto
romantico autentico - non ha parlato che di se stesso in tutto
ciò che ha scritto, ha cercato anche lucidamente di padroneggia-
re i poteri dell’arte, che il suo sguardo acuto di critico militante è
riuscito a cogliere più di ogni altro.
Un marginale
Figlio di un uomo seguace dell’Illuminismo troppo presto scomparso (il padre di Baudelaire aveva sessantadue anni alla sua nascita, sua madre ventisette), Baudelaire visse la sua giovinezza in pieno romanticismo. Infanzia infelice, tra la madre, che adorava ma alla quale non perdonò il nuovo matrimonio, ed il patrigno, il futuro generale Aupick, il quale non comprese gran che di questo giovane fragile e pieno di contraddizioni, di cui voleva determinare i percorsi d’istruzione.
Classicamente destinato “a fare diritto”(come Virgilio, come Flaubert e come altri ancora e niente più del diritto è stata la via maestra dell’arte), Baudelaire sceglie ben presto la bohème del Quartiere latino e medita un programma di vita che gli eviti a tutti i costi di diventare un "homme utile". A vent’anni, quando ha già avuto una relazione tempestosa con una prostituta ebrea (Sarah Louchette), e già le relazioni familiari si sono guastate, Baudelaire s’imbarca per l’Oriente: in realtà, si ferma alcune settimane all’Isola Mauritius, quindi alla Réunion, si riempie gli occhi di immagini e di colori sontuosi, scopre i poteri della sensualità e rientra in Francia fin dal febbraio 1842, dopo appena dieci mesi d’assenza. Raggiunta la maggiore età, riceve l’eredità del padre naturale e mena subito una vita che la famiglia considera abbastanza dissoluta (il generale Aupick vedeva di mal occhio la sua relazione con una mulatta, Jeanne Duval, non approvava le sue frequentazioni artistiche, in breve, le sue scelte di consapevole marginale) imponendogli un giudice tutelare, al fine di privarlo del godimento dei beni. Queste vicissitudini intime e familiari faranno di Baudelaire un disadattato a vita: daranno forma a tutte le sofferenze del poeta, di cui lo straziante epistolario con la madre resta un'esulcerata testimonianza.
La traversata dell’Inferno
Un’esistenza difficile ha inizio, segnata spesso dalla disperazione più nera (tentativo di suicidio nel 1845), dall’indigenza - si dà alla critica d’arte, per mantenersi -, ben presto anche dalla malattia (la sifilide) e dal lavoro poetico che lo sfianca e che lo induce a compararsi a un Sisifo condannato a rotolare il suo masso. Gli anni 1845 -1848 sono quelli in cui Baudelaire compone la maggior parte de I fiori del male, il suo capolavoro. Scopre in questo periodo Edgar Allan Poe, che ammira e che tradurrà in parte, si lega a Marie Daubrun (la douce femme dagli occhi verdi de I fiori del male), partecipa ai moti rivoluzionari del 1848, per ragioni private più che politico-ideologiche (Baudelaire era un borghese con pose aristocratiche, ammiratore del reazionario de Maistre non certo un rivoluzionario democratico). In questa circostanza preso da una “fièvre rouge” verso l’odiato patrigno pare che venga colto a pronunciare la frase «Fuciliamo il generale Aupick!», che in quel momento si trova a capo delle truppe repressive. Ma gli esiti della rivoluzione lo deludono, come in seguito il colpo di Stato del 2 dicembre 1851 ( la presa del potere di Napoleone il Piccolo, in seguito Napoleone III).
Il poeta maledetto
Prodigiosamente incline al dolore e alla solitudine, collerico ed impulsivo, completa il proprio processo di autodistruzione col vino, l’hashish, eccitanti che hanno come effetto diretto il rafforzamento della distanza dal conformismo borghese di cui ha orrore.
Il legame torbido e tempestoso con Jeanne continua, inframezzato da altri amori (per la signora Sabatier, in particolare). Pubblica, nel 1857, I fiori del male. Il libro subisce ben presto un processo, seguito da condanna, per “immoralità” (nello stesso anno Flaubert è processato per Madame Bovary, venendo assolto, anche per le sue aderenze borghesi ed istituzionali, che mancarono al povero Baudelaire) e molte poesie giudicate particolarmente scandalose vengono espunte dalla censura.
Quell’anno stesso muore il generale Aupick e Baudelaire si riavvicina alla madre, verso cui finalmente può indirizzare la sua struggente adorazione di bambino refoulé e verso la quale è pronto a cadere ai piedi come anche, un attimo dopo, a inveire. Pubblica nel 1860 I paradisi artificiali (celebrazione delle droghe che consentono di uscire fuori di sé), prosegue il suo lavoro di critica d’arte lucida ed audace difendendo Richard Wagner, che nessuno in quel momento comprende, l’Olympia
di Manet, quadro dinanzi al quale la borghesia traccheggia, e l’arte delicata di Constantin Guys, pittore della vita moderna, suo speculare confratello artistico.
Mentre è intento a lavori frammentari e diaristici - gli autobiografici
Il mio cuore messo a nudo e Razzi -, pubblica, nel 1862, alcuni poemi
in prosa sotto il titolo di Spleen di Parigi, ed è aggredito sempre più
dagli effetti della sifilide. Dopo un soggiorno di due anni in Belgio (pretesto per un pamphlet atroce: Povero Belgio), è colpito da
emiplegia e si spegne a Parigi il 31 agosto 1867, a quarantasei anni.
Critica d’arte, critica letteraria
La critica d’arte è stata il lavoro di Baudelaire a latere di quello poetico, ed uno dei suoi più impegnativi e riusciti banchi di prova. Il poeta seguiva le esposizioni e le mostre parigine (Saloni, 1845 -1859), principalmente pittura e scultura, non senza volgere il proprio interesse alla musica ed alla letteratura (vedi la sua recensione per L’artiste, di Madame Bovary). Ciò gli consente di fissare i suoi odi, i suoi gusti, meglio ancora: la sua poetica. I suoi odi - poiché per Baudelaire la critica, più che oggettiva o imparziale deve essere invece di parte, appassionata, "politica" - vanno all’indirizzo del conformismo, dell’accademismo, alle “scimmie” delle sensazioni come la fotografia, questa tecnica che soddisfa i borghesi e la cui finalità artistica è di copiare la natura. I suoi favori vanno al colore (piuttosto che al disegno), alla pittura moderna - soprattutto quella di Delacroix, che incorona il più grande pittore del suo tempo - alla caricatura, alle opere insomma dove un’anima trova espressione con l’immaginazione e la sensibilità. Dopo la sua morte usciranno due raccolte delle sue critiche d’arte (Curiosità estetiche, 1868; L’arte romantica, 1868 -1870).
La scelta del romanticismo e della modernità
Dalla critica baudelairiana, si sprigiona una poetica: la critica è un atto creativo, estetico a pieno titolo, che fissa scelte dirimenti ed inequivoche. Quella del romanticismo è la prima opzione per Baudelaire, il quale analizza questo tratto stilistico-epocale come l’espressione più attuale del bello, modo di sentire il suo tempo e non certo raccolta di motivi o di stereotipi; il romanticismo è dunque intimità, spiritualità, colore, gusto dell’infinito. La critica sollecita l’artista a cercare ovunque la modernità, a schivare i modelli classici: la vita moderna è bella, eroica, intensamente poetica, anche nei suoi aspetti febbrili, alienanti, industriali. Baudelaire è il poeta della modernità, della città, il battutista dandy che reputa la campagna il «luogo dove i polli si aggirano crudi». Canta Parigi in preda alle trasformazioni furiose dell’industrialismo, in cui «fiumi di carbone salgono in cielo». È ciò che consentaneamente registrava Constantin Guys coi suoi schizzi rapidi ed i suoi disegni deliziosi, cogliendo l’espressione stessa, fugace ed eterna, di un’epoca. Nulla della vita metropolitana e moderna sfugge al suo occhio curioso, mobile ed esulcerato. Le toelette delle donne – certo... la moda, che il dandismo baudelairiano si guarda bene dal disprezzare -, il capriccio dei finimenti femminili, il movimento nervoso delle carrozze nella Nervenleben (vita dei nervi) della metropoli di cui parlerà qualche decennio dopo Simmel -, lo sguardo fuggevole incrociato con una mendicante o una passante fuggitiva, la luce tremolante ed equivoca dei luoghi di piacere: tutta la vita parigina passa attraverso il suo pennello poetico.
Contro il “filisteismo borghese”
Dalla critica intelligente e reattiva, pronta, in letteratura e in musica, a comprendere i veri talenti e gli ingegni contemporanei (Baudelaire rende omaggio a Balzac, a Flaubert, prende qualche distanza da Hugo, ma non dimentica i dimenticati, come Marceline Desbordes-Valmore o Pétrus Borel), emerge un odio vigile e vitreo verso quel “filisteismo borghese”, nutrito di clichés, di platitude, di informe commistioni, che in lui diventa odio dell’utile e del progresso tout court, il dio del secolo XIX, secolo laborioso e devoto. In questo odio per il borghese, si ode invero l'avversione per qualsiasi attività produttiva e l'esaltazione della vita aristocratica, preziosa e disimpegnata, impersonata dal dandy. In alcuni pensieri sparsi diaristici si registra, evidente, un'inclinazione fortemente misogina, reazionaria, antidemocratica e ahimè anche antisemita.
Bussola di tutti i pensieri di Baudelaire è l’Arte, che non ha altra finalità che la Bellezza. Essa è dunque estranea alla morale, e allo stesso tempo è la sola aspirazione degna dell’uomo.
L’arte di Baudelaire
Questo critico intransigente è un poeta delicato scorticato dalla vita, ulcerato dal dolore, invaso da sensazioni sublimi, pervaso da sentimenti indicibili del vivere e da tensioni estreme verso l’Ideale e l’Assoluto. I fiori del male, quest’opera poetica (l'Inferno del XIX secolo) senza confini , dove l’estetica incrocia la mistica è ancora un punto d’urto e di collisone della cultura occidentale, il punto di intersezione dell’intera simbologia e iconologia dell’Occidente, dell’Antichità greco-latino-giudaica e della Modernità industriale-metropolitana come la conosciamo noi (Ovidio cacciato dal paradiso latino e l’Uomo contemporaneo sorpreso all’addiaccio della vita moderna, il figlio della razza di Caino che in cielo sale e sulla terra getta Dio e il dandy chic, poseur, stordito dal lusso, dalla calma e dalla voluttà). Nello stampo classico di una poesia castigatissima nella forma (alessandrini, endecasillabi, sonetti: Baudelaire evitò i metri liberi) il poeta riversa il fuoco di un sentire inusitato e i temi evitati dalla poesia corriva. Sono quelli di cui tutta la letteratura moderna sarà nutrita e intrisa: il piacere, soprattutto quando è torbido ed amaro, la perversione, l’ odio di sé e degli altri, lo spleen che scava nell’intimità dell’essere, la coscienza sempre più penosa di se stessi (l’angoscia che pianta sul cranio inclinato il suo vessillo nero) e infine la sfida suprema verso una società che si pretende cristiana – e contro cui il poeta peraltro adotta la stessa simbologia ed iconologia: inferni, paradisi, limbi, angeli e demoni -: quella di dubitare dell’esistenza stessa di Dio.
Verso il simbolismo
In quest’universo tormentato, dove filtrano soltanto deboli luci - dolci talora, luci d’amore, di occasi cittadini, dove anche lo spleen evapora in malinconia -, sola, s’oppone, l’alchimia meravigliosa dell’arte contro il nulla. L’arte baudelairiana è una miscela riuscita di romanticismo e di formalismo, ma sostenuta da una tensione e da una emozione troppo intense perché I fiori del male possano ricadere nello scaffale dell’arte per l’arte e del parnassianesimo che seguì di lì a poco. Se resta “classico” (i versi, dicevamo, sono per lo più alessandrini, le strofe rimate, il sonetto trova in lui un nuovo artiere), Baudelaire è risolutamente moderno per il posto che assegna all’immaginazione, regina delle facoltà, nella ricerca della bellezza poetica: quest’immaginazione non inerte e passiva è invero la più scientifica delle facoltà perché essa sola comprende l'analogia universale fra le cose e permette al poeta di attingere l’ineffabile, lo strumento atto ad esorcizzare l’angoscia che emana dalla molteplicità del reale. Poiché qualsiasi cosa nell’universo si corrisponde (è la teoria famosa della sinestesia delle Corrispondenze), la poesia è la matrice dei simboli e dà all’uomo i mezzi per oltrepassare il reale in un surreale che gli rende tollerabile il reale stesso. C’è dunque salute nella poesia, ed essa lambisce l’ignoto («paradiso o inferno, cosa importa?»). Per la torturata coscienza "cristiana" di Baudelaire, la sola conciliazione sarà quella dell’arte e dell’aspirazione alla santità: «Un perfetto alchimista e un cuore santo». Tale è il poeta.
La poesia in prosa
Nella sua ultima raccolta, Spleen di Parigi (intitolato anche Piccoli poemi in prosa), Baudelaire ebbe l’intuizione di considerare il poema in prosa la forma della poesia futura. Se un romantico minore allora poco conosciuto, Aloysius Bertrand, ne aveva gettato le basi, e se Rimbaud e Mallarmé finirono col dargli diritto di cittadinanza in letteratura, Baudelaire trovò, in alcuni testi dello Spleen di Parigi, i mezzi di un’unità fortemente poetica, seppur nella discontinuità dei frammenti. La morte, nel frattempo sopraggiunta, interruppe la sua ricerca.
Prima di ogni altro senza dubbio, Baudelaire ha fatto poesia col materiale che a tutta prima ne sembrava più privo: la vita moderna, insopportabile, implacabile. Non perciò dalle forme levigate e piene, ma dall’incrinatura e dalla mancanza nasce il suo verso. Lo specifico per eccellenza del poetico, la Bellezza, ha natura doppia e anfibologica e trova il suo fondamento, tradizionalmente, nella politezza delle linee, nell’apollineo, nel regolare, nell’attico, nell'antico, ma nel caso di Baudelaire (come ci ha segnalato Mario Praz ne La carne la morte e il diavolo) anche nell’orrido, nel deforme, nell’irregolare, nell’asiano, nel moderno.
Scrivere versi dopo Baudelaire è impresa ancora più perigliosa di quanto non lo sia usualmente. Qualcuno - Carlo Dossi - smise di scriverne per sempre dopo aver letto I fiori del male.
- Anche quando Dio non esisterà più, la religione sarà ancora Santa e divina.
Fotografia
- Impoverimento del genio artistico francese. Occorre che essa rientri nel suo esclusivo dovere, di serva della scienza e delle arti, ma umilissima serva, come la stampa e la stenografia, che non hanno né creato né soppiantato la letteratura.
Hashish
- Io lo comparo ad un suicidio, un suicidio lento. (p.467)
- Rispetto al vino l’hashish è inutile e dannoso.
Paradisi artificiali
- “Non capisco perché mai l’uomo spirituale e razionale si serva di mezzi artificiali per giungere alla beatitudine poetica, poiché gli bastano l’entusiasmo e la volontà per elevarlo ad un’esistenza soprannaturale. I grandi poeti, i filosofi, i profeti sono degli esseri che attraverso il puro e libero esercizio della volontà, pervengono ad uno stato dove sono ad un tempo causa ed effetto, soggetto e oggetto, ferro e magnete”. (Barbereau) “Io la penso esattamente come lui”. (Baudelaire) (p.423)
- Vorrei dimostrare che i cercatori di paradisi fanno il loro inferno, lo preparano, lo scavano con un tale successo la cui previsione li spaventerebbe, forse.
Parigi
- Centro dell’irraggiamento della stupidità universale.
Poeti, Poesia
- Gli elegiaci sono delle canaglie
- Il poeta non è di nessun partito. Se lo fosse, sarebbe un semplice mortale.
- Il ritmo e la rima rispondono al bisogno immortale dell’uomo di monotonia, di simmetria e sorpresa.
- Tutti i poeti si sono divisi i domini della poesia a me è piaciuto estrarre il Bello dal Male.
- Il poeta gode di questo incomparabile privilegio di poter essere, a suo piacimento, se stesso e un altro. Egli adotta come proprie tutte le professioni, tutte le gioie e tutte le miserie che le circostanze gli offrono…ineffabile orgia…santa prostituzione dell’anima che si concede…all’imprevisto che si mostra, all’ignoto che passa…
Popolo
- Il popolo adora l'autorità.
Prete
- Il prete è straordinario, perché fa credere alle folle delle cose stupefacenti.
- I preti sono dei servitori e dei settari dell'immaginazione.
- Non esistono che tre esseri rispettabili: il prete, il guerriero, il poeta. Sapere, uccidere, creare.
Prosa
- Chi di noi non ha sognato una prosa particolare e poetica per tradurre i movimenti lirici dello spirito, le fluttuazioni della fantasticheria e i soprassalti della coscienza?
Riso
- Uno dei segni più satanici dell’uomo.
Romanticismo
- Il romanticismo non risiede a dire il vero né nella scelta del soggetto né in una verità esatta, ma nella maniera di sentire.
- Il romanticismo è figlio del Nord, e il Nord ama i colori.
- Bisogna tornare a Sade, ossia all’uomo naturale, per spiegare il male.
Solitudine
- L’esplosione dell’anno nuovo…delirio ufficiale di una grande città fatta per disturbare il cervello del più tenace solitario …
- Moltitudine, solitudine: termini uguali e convertibili per il poeta attivo e fecondo.
Sonno
- L'avventura sinistra di ogni notte.
Vino
- Ubriacatevi alla grande! Di vino, di poesia o di virtù. A vostro piacimento.
- Il vino è come l’uomo: non si sa fino a che punto lo si deve stimare o disprezzare, amare o odiare, né di quante azioni sublimi o di atrocità è capace.
- Un uomo che beve solo acqua ha qualche segreto da nascondere ai propri simili.
- Il vino e l’uomo mi sembrano due lottatori amici in costante lotta e in perenne riconciliazione. Il vinto abbraccia sempre il vincitore.
Vivere, Vita
- Questa vita è un ospedale dove ogni malato è posseduto dal desiderio di cambiare letto.
(frammenti tradotti e ordinati da A.S.)
Edouard Manet - Olympia
Charles Baudelaire
Una litografia di Constantin Guys
Baudelaire in Rete:
Link diretti alla Bibliothèque Nationale de France (Gallica):
Per la prima volta, quello che è probabilmente il saggio chiave dell'estetica baudelairiana è pubblicato con il testo francese a fronte, e con un'adeguata documentazione critica e bibliografica, che permette di ricostruirne la genesi e di coglierne a pieno l'importanza. Perché Constantin Guys, incisore e pittore stimato, ma non particolarmente illustre, diventa per l'autore dei "Fiori del male", in queste pagine, il pittore per eccellenza della modernità? Perché la sua opera - che ha per oggetto le folle, le luci e le equivoche eleganze delle grandi capitali - tenta di estrarre dallo spettacolo contingente della moda la quintessenza della bellezza. Analogamente Baudelaire, nella sua poesia, aveva tentato di estrarre la bellezza racchiusa in una realtà degradata dal peccato e dal tempo. Un sottile gioco di affinità e di opposizioni si instaura così tra il poeta dei "Quadri parigini" e il pittore che fissa l'effimero splendore dei dandies e delle cortigiane: di questo gioco Gabriella Violato, nel suo saggio introduttivo, mette in luce tutte le implicazioni teoriche, fornendo una sintesi di rara efficacia e profondità dell'intera poetica baudelairiana.
(scheda di Bertini, M., L'Indice 1995, n. 3)
C. Baudelaire: La capitale delle scimmie, Oscar Mondadori
- Voi, il più poetico fra i personaggi che avete inventato.
- Il cervello poetico tappezzato di cifre come lo studio di un finanziere. L'uomo dai fallimenti mitologici,dalle imprese iperboliche e fantasmagoriche.
Borghese, Borghesia
- Un bel signore in guanti, tirato a lucido, crudelmente incravattato…
- (Borghesi, contrapposti agli artisti). Gli uni sapienti, gli altri possidenti; verrà un giorno radioso in cui i sapienti saranno proprietari e i proprietari sapienti.
Critica
- Se l’Arte è nobile, la critica è santa.
- Credo sinceramente che la miglior critica sia quella frizzante e poetica, non quella fredda e algebrica, la quale, col pretesto di spiegare tutto, non mostra né odio né amore, e si priva deliberatamente di ogni temperamento.
- Per essere giusta, ossia, per aver la sua ragion d’essere, la critica deve essere di parte, appassionata, politica, voglio dire condotta da un punto di vista esclusivo, ma un punto di vista che scopra il massimo d’ orizzonte.
Dandy
- La parola dandy implica una quintessenza del carattere ed una intelligenza sottile di tutto il meccanismo morale del mondo; ma sotto un altro aspetto, il dandy aspira all’insensibilità. Possiede l’arte difficile d’essere sincero senza risultare ridicolo. (cosivo di B.)
- Essere fuori di sé e tuttavia sentirsi in sé; scrutare il mondo…l’osservatore è un principe che gioisce dappertutto del suo incognito. L’amante della vita fa del mondo la sua famiglia…così l’innamorato della vita universale entra nella folla come in un immenso condensatore d’elettricità…
- L’uomo ricco, ozioso, blasonato anche, non ha altra occupazione che di correre la pista della felicità.
Frammenti tratti da:
C. Baudelaire: Œuvres complètes – Pléiade – Gallimard, Paris, 1951
Amore
È tristemente vero che senza il divertimento e il denaro l'amore non è che un'orgia peblea o il compimento di un dovere coniugale. In luogo del capriccio bruciante e sognante, diventa una ripugnante utilità.
- In amore come in letteratura le simpatie sono involontarie; tuttavia hanno bisogno di essere verificate.
Donne
- Portano nelle loro teste e nei loro sguardi audacemente alteri, la felicità evidente di esistere.
- La donna ha fame e vuole mangiare; sete e vuole bere. Va in fregola, e vuole essere fottuta.
- Amiamo le donne nella misura in cui ci sono estranee. Amare delle donne intelligenti è un piacere da pederasti.
- Mi sono sempre stupito del fatto che si lascino entrare le donne in chiesa. Ma quale conversazione potranno mai avere con Dio?
A une passante
La rue assourdissante autour de moi hurlait.
Longue, mince, en grand deuil, douleur [majestueuse,
Une femme passa, d’une main fastueuse
Soulevant, balançant le feston et l’ourlet;
Agile et noble, avec sa jambe de statue.
Moi, je buvais, crispé comme un extravagant,
Dans son oeil, ciel livide où germe l’ouragan,
La douceur qui fascine et le plaisir qui tue.
Un éclair... puis la nuit! - Fugitive beauté
Dont le regard m’a fait soudainement renaître,
Ne te verrai-je plus que dans l’éternité?
Ailleurs, bien loin d’ici! trop tard! jamais peut-être!
Vedi l'art. di Armando Torno "Il Baudelaire nascosto sotto i " fiori del male "-apparso sul Corriere della Sera del 9 dic. 2005
l fondatore della poesia moderna, il poeta maledetto, il critico della borghesia, il più celebrato cantore degli eccessi (il sesso, gli alcol, le droghe) nella modernità: non è facile scrivere di Baudelaire, raccontarne la strepitosa parabola letteraria e umana senza incorrere nei luoghi comuni da una parte e nelle sofisticate distinzioni degli specialisti dall'altra. Il libro di Montesano cerca questa terza via, conducendo il lettore in una Parigi brulicante di teorie, di rêveries, allucinazioni oscure e illuminazioni abbaglianti, incontra una folla di personaggi insigni e oscuri. E soprattutto, se Baudelaire è il poeta che "si è consegnato a molte maschere", Montesano cerca di indentificarle tutte, di registrarle minuziosamente per poi strapparle, svelandone ora il sovrapporsi al volto ora il confondersi con la carne e il sangue dell'uomo che vi sta sotto.