Roland Barthes
Scrittore e semiologo francese (Cherbourg, 1915 - Parigi, 1980).

Innamorato della musica e della letteratura, intraprende inizialmente gli studi di  linguistica (1950) e di lessicologia (1951 -1952). Nel 1953  pubblica i primi studi di "mitologia sociale", scritti a seguito di una riflessione su Marx, Sartre e Brecht: Il grado zero della scrittura, «dimostrazione dell'impegno politico e storico della lingua letteraria». Molti vedono oggi in questo brillante saggio   una delle più perspicaci  e prime manifestazioni della nuova critica, come pure in Michelet par lui -même  (1954), saggio altrettanto brillante di "parabiografia" d'ispirazione psicanalitica.

Nel 1957, Barthes riunisce in Mythologies alcuni saggi già apparsi sciolti tra il 1954 ed il 1956, nella rivista Les  lettres nouvelles; la seconda parte (Le mythe aujourd'hui) di questa raccolta aggressiva, destinata a «cogliere nell'arte illustrativa lo spontaneo abuso ideologico», è un saggio di tipo accadenico in cui tenta  una teoria semiologica dell'”ideologia” (rappresentazione mentale) e della "parola" (in greco mythos, racconto, da cui deriva la parola mito) piccolo-borghesi, così come traspaiono in particolare dalla stampa a grande diffusione, e di cui s'era occupato nella prima parte con saggi brillanti e acuti. Successivamente, Barthes si dedica ad un'analisi approfondita dei segni della moda (intesa soprattutto come vestiario), ma pubblicherà queste ricerche confluite nel Sistema della moda soltanto nel 1967, libro preceduto (nel 1965) da Elementi di semiologia. Interrogandosi sullo statuto del segno, Barthes inverte il postulato di Saussure secondo il quale la linguistica è soltanto una parte della semiologia.

Proseguendo la sua ricerca critica, pubblica nel 1963 Su Racine e nel 1964 Saggi criticiSu Racine gli guadagna un violento attacco dal mondo accademico nella persona di  Raymond Picard (Nouvelle critique ou nouvelle imposture, 1965), al quale Barthes risponde in modo tagliente (Critica e verità, 1966). Del  1970 è S/Z (saggio sul racconto di Balzac  Sarrasine) e del 1971 Sade, Fourier, Loyola, analisi di testi che si richiamano ad un tempo sia ai  lavori di Lacan sulla funzione simbolica, la teoria del soggetto, ecc., come anche a  quelli del gruppo di Tel Quel (Philippe Sollers,  Jean-Pierre Faye, Jean Ricardou, e Julia Kristeva)  sui codici della lingua.


L’ ammirevole saggio L'impero dei segni (sul Giappone, 1970) lasciava filtrare un Barthes moraliste ossia studioso dei costumi sociali.
Da questi anni in avanti, scrittore e critico sempre più consacrato dalla stampa, anche non specialistica, e dai media, Barthes si configura sempre più come un raffinato lettore (nel senso più ampio del termine) alla ricerca di un'arte del vivere. Barthes interroga i suoi gusti: Il  piacere del testo (1973), Roland Barthes visto da Roland Barthes (1975), Frammenti di un discorso amoroso (1977),  La camera chiara. Nota sulla fotografia  (1980).

Direttore di corsi all'École pratique des hautes études fin  dal 1962, fu anche professore al Collège de France riuscendo in un personalissimo equilibrio tra critica “militante” e accademica (merito suo, certamente, ma anche delle duttili - dipinte sempre però  come ieratiche e rigide - istituzioni culturali francesi), dal  1976  alla morte. Morte avvenuta a Parigi nel 1980 in un incidente stradale, mentre veniva atteso a Milano (anche dal curatore di questa pagina) ad un convegno su  Stendhal.

Innumerevoli e sempre prontamente tradotti i suoi testi postumi. Roland Barthes resta una delle figure più raffinate ed eleganti di quella straordinaria stagione culturale espressa dalla Francia tra gli anni 50-70, che, investendo e investigando testi, segni, oggetti sia della cultura alta sia di quella più comune, ci hanno detto da quale straordinaria “foresta di simboli” è circondato nel mondo contemporaneo anche l’uomo più umile o meno sofisticato.





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pagina a cura di Alfio Squillaci

Esempio 1
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Roland  Barthes
Barthes in Rete:

<<< Barthes. Appunti di vita. In italiano. In margine a una mostra parigina su B.;

<<<Barthes Web Page. In inglese;

<<<Barthes. Miti d'oggi - Lettura di A. Squillaci;

<<< Actualité de R. Barthes. Penetrante saggio di I.Langlet sul sito di critica francese "Fabula" (Vedi anche tutti gli  altri articoli);

<<< Roland Barthes au Collège de France. Sito a cura dell'editore Seuil. Accurata bografia, testi inediti, foto, registrazioni;

<<< "Mythologies". Pagina web inglese sulla "Mitologia sociale" il metodo critico fondato da Barthes col saggio di cui si discute.
R.Barthes e la semiologia
La  semiologia esamina i vari sistemi di comunicazione. Include la linguistica (sistema principale di comunicazione), ma anche lo studio di tutti gli altri sistemi di segni che l'uomo si è dato: i gesti, la pittura, la decorazione, la moda, ecc..


Lo studio dei segni in uso presso le società umane si è a lungo confuso con lo studio della lingua,  e ciò sia con la  filosofia della lingua, sia con la  teoria generale della lingua  che avrebbe preso il nome di  linguistica. È alla fine del XIX  secolo che la semiologia intesa come scienza generale dei segni - talvolta limitata solo ai segni non linguistici visto che essi erano studiati dalla linguistica- fece la sua comparsa simultaneamente in Europa e negli Stati Uniti (Peirce).

Nella tradizione culturale occidentale, il problema del “segno”   appare con gli stoici del III  secolo a.C (cosiddetta “antica Stoa”, Zenone di Cizio, Crisippo etc).  Le loro ricerche in materia di logica li spingevano a stabilire la validità dei termini del sillogismo integrati ad una teoria del significato.
Questo problema resterà a lungo prerogativa  dei filosofi, attraverserà le discussioni sia dei “nominalisti”   (res sunt consequentia nominum) che dei “realisti” (nomina sunt consequentia rerum), medioevali, viene quindi "laicizzato" con la logica di Port Royal nel Seicento francese,  indi col  progetto di matematizzazione totale dei segni di Leibniz, successivamente nel Saggio sull’intelletto umano di John  Locke (nel quale appare per la prima volta il termine “semiotica”), e nella lingua come operatore universale delle “idee riflesse” di Condillac. Ma, in tutti questi sistemi, il problema del significato resta subordinato ad interessi epistemologici e metafisici.

 

La concezione semiologica di Roland Barthes (1915 -1980) parte da una descrizione per arrivare ad una teorizzazione. In Mythologies (1957), elabora una “critica” della società attraverso i segni che essa emette (immagini, miti, discorsi...), catturando l’elemento culturale, acquisito, che si maschera dietro una presunta natura  innata, (è nurture non nature, per dirla in termini shakespeariani). 
L'applicazione più completa del suo approccio è data dal Sistema della moda (1967), dove Barthes non studia   l'abito in sé, il suo linguaggio immediato, ma il discorso sull'abito, il suo metalinguaggio ossia: in particolare  le leggende, i “miti” diremmo, tutti i discorsi che girano attorno ad esso nelle didascalie  delle fotografie di moda ad esempio o nei servizi televisivi, insomma  l'«abito scritto». Mettendo il dito su un problema centrale (se è vero  che il sistema dell'abbigliamento  è fondato sui discorsi di moda, allora si deve dire  che si può esporre un sistema di segni non linguistici soltanto attraverso segni linguistici),  Roland Barthes propone  di invertire la formula di Saussure e di considerare la semiologia una parte della linguistica: per lui, infatti le cose stanno in questi termini, poiché si troverà sempre la lingua sotto qualsiasi sistema di segni. Questa posizione, come pure i disaccordi che riguardano i concetti di connotazione e di denotazione, comporterà una rottura teorica tra Barthes e la linguistica funzionalista, in particolare con Georges Mounin ed André Martinet, a cui si ispirava inizialmente  e che si ricollegano alle formulazioni di Buyssens, che rifiutano ciò che essi battezzano la "semiologia del significato" per opposizione all'"semiologia della comunicazione". Barthes per parte sua  evolverà verso una semiologia
letteraria meno formalizzata e più vicina all'analisi del discorso (L'impero dei segni, 1970; Il piacere del testo, 1973).
Con Barthes, è tutta la società che è diventata l'oggetto di studio della semiologia, fatto  che darà il destro  a Mounin per  dire che egli praticava una "psicanalisi sociale".

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Connotazione e denotazione

La connotazione è il valore particolare, emozionale o culturale, che prende una parola, per un individuo o per un gruppo, e che viene ad aggiungersi al significato proprio di questa parola. Così intesa la connotazione si oppone alla denotazione. La nozione di connotazione, inizialmente utilizzata dalla logica scolastica, sebbene in modo abbastanza diverso dalla linguistica moderna, è stata formalizzata nella sua accezione attuale da Louis Hjelmslev e ripresa da Roland Barthes. Il segno, considerato da Ferdinand de Saussure in poi, come un'entità a due facce, un  significante ed un  significato, ha con la cosa designata una relazione di denotazione. Così, una frase come
"Sono le 11" indica normalmente l'ora attuale, in particolare in risposta alla domanda "Che ore sono ?"  La connotazione consiste nell’ utilizzare un segno nel suo insieme - significante e significato - come un  significante corrispondente ad un altro significato. Ne risulta un altro segno che include il primo. Così, la frase "Sono le 11" se  pronunciata dal professore alla fine di un  compito in classe che doveva concludersi alle 11 significa "È arrivato il momento della consegna dei vostri elaborati". In questo caso, il segno “sono le 11” che indica usualmente l'ora   è diventato il significante di un altro segno e connota la “restituzione dei compiti”.   

In linguistica, si designa per "denotazione" la proprietà che ha il significato di una parola di rinviare univocamente a tutta una classe di oggetti.
La denotazione costituisce un elemento di significato costante, non soggettivo, di un'unità lessicale, che vale per l'insieme dei fruitori della lingua; in questo senso, la denotazione si oppone alla  connotazione. Così, i nomi propri hanno una denotazione, ma non connotazioni.
La tendenza generale vuole che si ricorra all'opposizione denotazione/ connotazione al fine di distinguere ciò che costituisce il senso fondamentale e stabile di un'unità (la sua denotazione) da ciò che costituisce gli effetti soggettivi che possono sorgere del suo utilizzo in diversi contesti (il suo o le sue connotazioni).



Il volume raccoglie una serie di riflessioni, considerazioni, digressioni sul tema della fotografia. "Medium bizzarro, nuova forma di allucinazione: falsa a livello della percezione, vera a livello del tempo", la fotografia viene scrutata non in sé, ma attraverso un certo numero di casi.

"Perché il Giappone? perché è il Paese della scrittura: fra tutti i Paesi conosciuti, è in Giappone che ho incontrato la pratica del segno più vicina alle mie convinzioni". Dice Barthes a proposito di quest'opera, al tempo stesso notazione di viaggio (ma agli antipodi delle cronache del letterato) e perlustrazione entro un intero sistema di vita. "Il luogo dei segni non è cercato negli aspetti istituzionali ma nella città, nel negozio, nel teatro, nella cortesia, nei giardini, nella violenza. Ci si occupa di alcuni gesti ricorda ancora l'autore - di alcuni cibi, di alcune poesie; ma soprattutto di volti, di occhi e di pennelli con cui si può scrivere, ma non dipingere, il tutto".
Julien Greimas
Linguista francese d'origine lituana (Tula, Russia, 1917 - Parigi,1992).

Le sue ricerche riguardano la semantica generale, l'applicazione dei metodi dell'analisi fonologica alla semantica, e la semiotica.

Emigrato in Francia alla vigilia della guerra, Greimas si laurea in lettere alla Sorbona nel 1949,   (aveva prima studiato all'università di Grenoble). Si specializza nella storia della lingua francese (pubblicherà del resto nel 1968 un dizionario del francese antico); inizia ad interessarsi alla semantica e si immerge nella lettura dei linguisti: Ferdinand de Saussure, Viggo Brøndal, Roman Jakobson... Il suo incontro con Roland Barthes ad Alessandria d’Egitto contribuirà a destare in  quest'ultimo l’interesse per la linguistica. Naturalizzato  francese nel 1951, Greimas insegna  all'università di Alessandria  nel 1958 quando vi conosce Barthes, poi è  ad Ankara ed Istanbul prima di ottenere un posto all'università di Poitiers, quindi all'École pratique des hautes études (1965), dove ritrova il suo amico Roland Barthes. Ma, se tutti e due si rifanno alla semiologia, la loro concezione di questa scienza non è tuttavia la stessa, e laddove Barthes evolve lentamente verso la letteratura ed il "piacere del testo", Greimas tenderà sempre più verso il formalismo ed il rigore.

La sua tesi di dottorato riguardava la lessicologia, ma, di fronte alla difficoltà di fondare una scienza delle "unità-parola", Greimas si dedica ben presto  alla semantica (scienza della linguistica che studia il significato nei processi di comunicazione). I suoi primi libri, Semantica strutturale (1966), Del senso I (1970), dimostrano una volontà di lavorare al livello dei discorsi e dei testi. Influenzato allo stesso tempo dall'analisi del racconto orale che aveva effettuato il russo Vladimir Propp (Morfologia della fiaba) e dalla linguistica strutturale, propone ciò che chiama un "modello attanziale" del racconto, ed elabora una metodologia estremamente precisa, messa ad esempio in pratica nel suo studio intitolato Maupassant, la semiotica del testo (1976).

Prendendo in prestito da Propp il concetto di "attante", (o “funzione”) darà a questo termine un senso leggermente diverso,  considerando gli attanti, che riduce a sei, come funzioni sintattiche (le sujet, l'objet, le destinateur, le destinataire, l'opposant, l'adjuvant, ossia il soggetto, l'oggetto, il destinatore, il destinatario, l'oppositore, l'aiutante). Al centro delle proprie ricerche si troverà sempre un accento posto sulla struttura logica che sottende la dimensione sintagmatica del racconto: tenterà di seguire la modulazione del senso nel passaggio di questa struttura sottostante ai vari livelli del testo e del discorso.   Semplificando molto,  secondo Greimas  qualsiasi personaggio o vicenda del racconto - di qualsiasi racconto - si riduce a queste sei funzioni semantiche o attanti: Qualcuno (il Soggetto o protagonista) è incaricato da un secondo (Destinatore) di fare qualcosa (Oggetto) e in ciò è ostacolato da  un terzo (Oppositore) o aiutato da un quarto (Adiuvante) facendone beneficiare un quinto (Destinatario). La teoria sembra molto rarefatta e potrebbe far nascere  il dubbio che possa adeguatamente interpretare racconti complessi quali i romanzi moderni: ma se si dà un’occhiata ai plot più correnti dei film di Hollywood, si potrà subito comprendere come Greimas non sia andato troppo distante dal vero per le narrazioni filmiche standard.

Più professorale, meno conosciuto e  meno al centro dell’attenzione dei media del suo amico Roland Barthes (al  quale  verrà spesso accostato per via della loro vicenda intellettuale in parte condivisa),  Greimas ha tuttavia esercitato un'influenza notevole nell’ambiente accademico ed ha segnato durevolmente gli studi semantici francesi. Da questo punto di vista, "ha fatto scuola", come è testimoniato dalla pubblicazione alcuni mesi subito dopo la sua morte di un libro destinato alle sue teorie (Thérèse Budniakiewicz, Fundamentals of Story Logic, introduction to Greimassian Semiotics, Amsterdam, 1992) e dalle numerose note facenti riferimento ai suoi lavori ai piedi di molti testi di semiotica.

Il suo ultimo lavoro, Semiotica delle passioni (1991), in collaborazione con Jacques Fontanille, è un'applicazione della semiologia all'universo delle passioni, con uno studio focalizzato sull’avarizia e la gelosia, e qui si  può vedere – per la consonanza dei temi – quanto lo separava da Barthes, che, in Frammenti di un discorso amoroso, aveva praticato un approccio molto meno formale e frontale su un argomento così poco sistematizzabile e sfuggente.

È questa volontà di formalismo, a volte spinta all’eccesso, che caratte -rizza tutta l’opera  di un uomo di una cultura estrema e, nonostante le apparenze, di un'apertura estrema.

Altre sue opere importanti: Semiotica e scienze sociali (1976); Del senso II (1983); Dell'imperfezione, 1987


all'analisi dei significati, dei suoni, linguistici e non, delle espressioni grafiche, plastiche, tattili. Lo studio del lessico, del discorso e della narrativa conduce Gremais a delineare i tratti salienti della futura semiotica generativa. Una disci- plina che permette
a tutte le scienze, non solo quelle umane, di dialogare tra loro: è l'esordio della ricerca sull'articolarsi del senso umano e sociale, sul progressivo definirsi dell'esperienza, del linguaggio, del mondo naturale, di ogni evento reale come fatto di significazione.

La semantica strutturale è una disciplina che applica al significato - delle parole, dei testi e in definitiva dell'intero mondo umano - il rigore che la linguistica dello scorso secolo aveva applicato
Nel libro "La morfologia della fiaba" (Einaudi, 1961),  Vladmir Ja. Propp, studiando le fiabe russe, sostenne, che salvo alcune lievi varianti, esse narrano tutte la stessa storia-tipo. Propp  individuò alcune  di queste storie-standard che denominò funzioni.
In un proscritto alla stessa edizione italiana l'antropologo francese Claude Levi-Strauss, argomentò - contro il parere di Propp - che funzioni-tipo si rinvengono anche nella narrativa occidentale culta (i romanzi).
Sicuramente se non nei romanzi, nel cinema popolare americano è facile individuare delle funzioni proppiane: quella del tormento ed estasi ne è un esempio.
A.S.


dal 11 nov. 2003
Pagine correlate
<<< Roland Barthes lettore di Bouvard e Pécuchet di Flaubert.

<<< Irving Stone, "Il tormento e l'estasi" e le funzioni proppiane nei film hollywoodiani più correnti.

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Umberto Eco sul modello attanziale

Fa ormai parte della koiné di ogni studioso di strutture narrative  (ed evito qualsiasi richiamo erudito a variazioni retoriche secondarie) che in una storia si agitano, sì, degli attori, ma gli attori incarnano degli Attanti, se volete dei ruoli narrativi attraverso cui l'attore può passare cambiando magari la sua funzione nella struttura della fabula. Tanto per capirci, in un romanzo come I Promessi sposi possono agitarsi le forze del male o dell'umana debolezza contro quelle di una provvidenza che muove i destini di tutti, e uno stesso attore come l'Innominato può passare improvvisamente dal ruolo dell'Oppositore a quello dell'Adiuvante.

U.Eco da "Il romanzo", Vol.V, Lezioni,  pp.271-272
ROLAND BARTHES
de : "Roland Barthès"
Le Seuil 1995
Les tics, outre les guillemets excessifs et les italiques abusives, les glissements d'usage des mots tour à tour concrets et obscurément généraux, l'inflation de la linguistique et de son jargon (tout comme chez Pasolini si proche, si frère), les étymologies sauvages, l'omniprésence des concepts grecs, latins et allemands seront ceux de toute une génération, pour le meilleur et pour le pire. Mais avec quel ravissement, on relit certains paragraphes : la " papillonne ", tout droit venue de Fourier, le " cercle des fragments " où Sade, le catch, le zen et Webern se rencontrent comme si de rien n'était, " la déesse h. ", où, à mots couverts, à vrai dire de moins en moins couverts, le professeur au Collège de France révélait sa sexualité. Le tout sous le signe de la " lucidité".

René de Ceccatty
<<< Vedi anche:  R.Barthes lettore di Bouvard et Pécuchet
<<< Miti d'oggi (Mythogies), lettura di Alfio Squillaci
Sulla connotazione vedi anche:
La connotazione ha sempre stimolato ampie riflessioni teoriche: critico-letterarie, retoriche, semiotiche. Rendendo evidenti i diversi livelli in cui il senso si organizza, ha costretto i semiologi a interrogarsi sulla complessità delle configurazioni seman-tiche e a produrne nuove rappresentazioni. Ecco, dunque, una panoramica sul modo in cui i maggiori semiologi hanno affronta-to la connotazione:
Roland Barthes - La camera chiara. Note sulla fotografia -Paris, Seuil, 1980

La Camera chiara, in opposizione alla  camera oscura dove si sviluppano le  foto, è un rischiaramento, una filosofia, secondo Roland Barthes. Barthes restò sbalordito da una foto del 1852 raffigurante l'ultimo fratello di Napoleone. Egli  si disse allora: « Questi occhi hanno visto l’Imperatore ! ». In seguito  la  cultura  l’allontana un po' alla volta da questo stupore. Vuole tuttavia  sapere che cos'è la fotografia  « in sé », se essa dispone d’un suo « proprio ». In ogni caso essa riproduce all'infinito, meccanicamente, ciò che ha avuto luogo una sola volta. Essa non può essere trasformata filosoficamente. Percepire ciò che essa significa non è impossibile se si fa  appello alla riflessione.

Le  foto che interessano  Roland Barthes sono quelle davanti alle quali egli prova piacere o  emozione. Non tiene  conto delle regole  di composizione d’un paesaggio. Davanti a certe foto, si pone come un selvaggio, senza cultura. A partire dalle foto che ama, egli prova a formulare una filosofia. Non essendo fotografo, egli non ha a  disposizione che due esperienze: quelle del soggetto visto e quelle del soggetto che vede.

Ciò che egli ama, è il rumore meccanico del dito del fotografo sulla macchina   e  non l’occhio che lo terrorizza. In rapporto al suo personaggio raffigurato, l’immagine restituita è immobile, dunque pesante, mentre quello si vorrebbe leggero; davanti all’obiettivo, egli è di volta in volta :

   * « colui che si crede,
   * colui che vorrebbe che lo si creda,
   * colui che il fotografo lo crede,
   * colui del quale  si seve per mostrare la propria arte ».

E' per questo che egli ha una sensazione di inautenticità. Egli diventa oggetto. Egli prende dunque le  foto che ama come oggetto d'analisi e  dice  che esse  l’animano e  che lui le  anima. E'  l’attrazione che le  fa  esistere alla sua vista. Sono i  loro sentimenti. Egli ama le  dualità, i personaggi dissimili, le  scene  eteroclite...

Enuclea due élementi che suscitano la sua ammirazione della foto :

   * lo studium (il  gusto per qualcuno o qualcosa)
   * il punctum (la "piqûre", lett. la "puntura", un dettaglio straziante)

Esempio : una famiglia di neri americani pag. 75 :

   * Il buon soggetto culturale costituisce lo studium.
   * Uno dei personaggi, braccia conserte, porta una larga cintura. Questo dettaglio affascina Barthes e cosituisce  il suo punto. Grazie ad esso, si crea un campo cieco (una sorta di fuori-campo sottile), che conferisce a questo ritratto una vita esteriore.

Si tratta  di una co-presenza. Senza questi due elementi la foto gli è insignificante.

« Una foto è sorprendente quando non si sa perché è stata scattata. Una foto è sovversiva quando suggerisce un  pensiero e non uno spavento». La foto lo tocca se gli toglie  il suo sproloquio ordinario : tecnica, realtà, reportage, arte...

Fino a qui, Roland Barthes ha appreso come funziona il suo  desiderio ma  non  ha ancora scoperto la « natura » della fotografia. Essa ha anche un rapporto con la morte : la foto rende immobile ogni soggetto. Barthes scopre una foto della madre (dopo la sua  morte) e  si rende conto che l’amore e  la morte intervengono nella  sua scelta di foto unica, irrimpiazzabile. Nella fotografia, c'è realtà e  passato. Vi si confondono verità e  realtà. Ecco dunque  per Barthes il "proprio" della fotografia: ciò che è stato fotografato « è esistito » !

Egli non ama il colore nella fotografia perché ha l'impressione che si interponga tra il soggetto e lui. Parla dei raggi che emanano dal soggetto fotografato come se fossero ancora vivi.

La fotografia stupisce Roland Barthes come se  essa avesee il potere di far rivivere ciò che è stato. Essa non inventa (come può farlo ogni altro linguaggio), « essa è l’autetenticazione stessa » (pag. 135). « Ciò che si vede su carta è tanto sicuro come ciò che si tocca » (pag. 136), ma  la fotografia  non sa  dire ciò che dà a vedere  (pag. 156). La fotografia è violenta (pag. 143) perché riempie di forza la vista. Essa è deperibile (come la carta).

Secondo Barthes, il noema (oggetto intenzionale del pensiero, per la fenomenologia) della fotografia è semplice : « ciò è stato » (pag. 176). La follia  nasce nella fotografia se si va in estasi davanti a lei. Saggia o folle, sono le due vie che  Roland Barthes si dà come scelta.
Il volume raccoglie una serie di riflessioni, considerazioni, digressioni sul tema della fotografia. "Medium bizzarro, nuova forma di allucinazione: falsa a livello della percezione, vera a livello del tempo", la fotografia viene scrutata non in sé, ma attraverso un certo numero di casi.


Sottilissime, chiarissime e disparate considerazioni sulla fotografia, indispensabili per chi la pratica e utili per chi la guarda e basta. Senza nessun formalismo accademico,senza le raffinatezze intellettuali della Sontag, Barthes, interrogandosi, ci fa avvertire l'aura metafisica della più sfuggente e della più moderna delle arti.
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