Un italiano piccolo piccolo...un attore grande grande

(Riportiamo il bel profilo redatto da Enrico Giacovelli, tratto dal  volume La commedia all'italiana, Gremese, Roma 1990)


Uno dei più grandi attori del nostro secolo. Gli altri hanno fatto la commedia all’italiana; lui è stato la commedia all’italiana. La sua storia è la storia stessa del genere, un documento fondamentale per capire la storia e la società italiana del ventesimo secolo.

Senza Gassman la commedia all’italiana sarebbe stata più smorta, senza Manfredi più distaccata, senza Tognazzi meno maliziosa. Ma senza di lui probabilmente non sarebbe esistita, non perlormeno nel senso che vi si dedicano libri tipo questo, che se ne parla in tutto il mondo, che la si considera ormai dovunque una caratteristica del nostro paese come gli spaghetti e l’opera lirica. È apprezzato anche in America, cosa rara per un attore italiano che non abbia le misure della Loren: se già nel 1956 fu nominato «Governatore onorario» di Kansas City (patria ideale del suo “americano a Roma”), nel 1985 New York gli dedicò un’importante retrospettiva alla Carnegie
Hall; e pare che Billy Wilder si faccia spedire in America ogni suo nuovo film. La sua filmografia è impressionante: circa novanta film, quasi esclusivamente commedie, di cui una sessantina importanti e almeno una ventina fra i capolavori assoluti del genere e del cinema italiano. E la lista avrebbe potuto essere ancora più sensazionale se solo si pensa ai film che rifiutò o che gli sfuggirono per un pelo. [...]
È arrivato dov’è arrivato soltanto per merito suo, con ammirevole tenacia, partendo dal niente, da un appartamentino di Trastevere dove il padre era orchestrale di fila e la madre maestra elementare. A dieci anni recitava già in un teatrino per ragazzi (pare cantasse anche da soprano nel coro di voci bianche della Cappella Sistina); a sedici incise un disco di fiabe per bambini ed entrò nel cinema come comparsa. Quindi fu doppiatore di Oliver Hardy (così come lo sarà poi di altri attori americani, fra cui Anthony Quinn e Robert Mitchum, ed anche italiani, ad esempio Marcello Mastroianni in Domenica d’agosto), attore d’avanspettacolo e di rivista, divo della radio (dove inventò alcuni popolari personaggi: Mario Pio, il conte Claro, il compagnuccio della parrocchietta).
Gli approcci al cinema furono difficili: dopo alcune particine di contorno, si scrisse con De Sica e Zavattini un film, Mamma mia che impressione!, che però non ebbe successo, anche perché era troppo parlato e con un personaggio troppo in anticipo sui tempi. Fellini lo volle per Lo  sceicco bianco, e già qui fu grandissimo, ma il pubblico proprio non ne voleva sapere di lui: per poterlo utilizzare di nuovo nei Vitelloni il regista fu costretto a far togliere il suo nome dai manifesti. Ma la tenacia, quando si accompagna al merito, è talvolta (non sempre) premiata: proprio I vitelloni e, l’anno dopo, Un giorno in pretura e Un americano a Roma, lo consacrarono presso il grande pubblico. Da allora girò moltissimi film (tredici in un anno nel 1954, dieci nel 1959); e se anche non erano di qualità,  era lui a renderli tali con la sua presenza. Alcuni (L ‘arte di arrangiarsi, Il seduttore, Lo scapolo, Il marito) contribuirono alla progressiva maturazione del personaggio; sicché con  La  grande guerra e Il vedovo, esso fu pronto per la svolta, per i capolavori degli anni Sessanta e Settanta. Nei primi anni Cinquanta  infatti il suo era un personaggio negativo: millantatore, mammone, piagnucoloso, puttaniere, ipocrita, vile, sempre pronto a tirare il sasso e nascondere la mano (Lo sceicco bianco, I vitelloni, L’arte di arrangiarsi, Un eroe dei nostri tempi. Poi, poco per volta, e, se anche non erano acquistò connotati positivi, di qualità, come se i suoi difetti non fossero   più da attribuirsi a lui solamente, ma alla natura umana , alla società, alle situazioni   storiche: nel Seduttore e nel   Marito appare vittima di mogli oppressive, nel Vedovo e   nel Boom è un piccolo imprenditore dilettante quasi innocente al cospetto dei grandi speculatori professionisti, nella Grande guerra e in Tutti a casa soltanto una pedina della Storia, in Mafioso e nel Commissario una pedina del Potere.
Ma fin da Una vita difficile il capovolgimento è ormai avvenuto, il personaggio negativo è diventato personaggio positivo o comunque complesso, sfumato: pur con tutti i suoi difetti, rappresenta ormai l’italiano medio in eterno conflitto con una società e un potere costituito che appaiono ben peggiori di lui. D’ora in poi Sordi interpreterà i personaggi più svariati (conferendo a quelli negativi un fondo di umanità, di innocenza, che li riscatta; e a quelli positivi momenti di debolezza, di imperfezione, che li rendono umani, non più gli eroi tutti d’un pezzo e d’un colore da neorealismo o, peggio, da realismo socialista): ecco allora i borghesi arrivisti e arrivati alla Gassman (Made in Italy, Il medico della mutua, La più bella serata della mia vita, L ‘ingorgo), o quelli disposti alla crisi di coscienza (Amore mio aiutami, Riusciranno i nostri eroi..., Finché c’è guerra c’è speranza); oppure i poveracci destinati all’eterna sconfitta (Il maestro di Vigevano, Bello, onesto, emigrato Australia..., Lo scopone scientifico, gli episodi da Le coppie, da Dove vai in vacanza?, da Il  Comune senso del pudore), i borghesi vittime e/o carnefici (Detenuto in attesa di giudizio, Un borghese piccolo piccolo); e poi ancora i preti infervorati o candidi o donnaioli (Nell’anno del Signore, Contestazione generale, Quelle strane occasioni), i guitti d’avanspettacolo che mettono la vita e la morte in musica (Polvere di stelle, I nuovi mostri).
Ha anche diretto una quindicina di film, decorosi ma non privi di difetti: una certa lentezza e lunghezza, molti compiacimenti paesaggistici nelle commedie di viaggi, qualche sentimentalismo e qualche moralismo di troppo. Ma anche qui, i limiti del regista (bravo ma non eccelso) scompaiono o si dimenticano quand’è in scena l’attore (sempre sublime).
Con la sua bravura innata che sfiora spesso il virtuosismo, Sordi ha messo insieme in quarant’anni di carriera un ‘ineguagliabile galleria di ritratti di italiano medio, una commedia umana del ventesimo secolo.
Ad essa dovranno rivolgersi posteri se vorranno sapere qualcosa di più, fra un sorriso e una smorfia amara, sulla nostra società di fine millennio.

Enrico Giacovelli
(La commedia all'italiana, Gremese, Roma 1990, pp 226 - 229)
















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Esempio 1
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Ce lo siamo meritati... Alberto Sordi
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dal 27 feb. 2003
Si può amare Alberto Sordi per tutto quello che ha messo in luce di noi italiani. E si può odiarlo, per gli stessi motivi. Più di ogni altro attore della seconda metà del Novecento, Sordi ci ha mostrato quello che siamo e che forse avremmo preferito non essere. Ci ha messi davanti a uno specchio e se a volte ci ha fatto ridere dei nostri difetti, altre ci ha fatto vergognare di noi stessi. È certo, però, che i suoi film sono parte essenziale di un passato che ci appartiene e che abbiamo attraversato insieme a loro. In questa biografia Fofi ricostruisce la vita del grande attore, e lo fa conducendo il lettore lungo una galleria di ritratti di artisti con cui ha lavorato, di film che lo hanno visto protagonista, di momenti storici che ha saputo incarnare.

Alberto Sordi. L'Italia in bianco e nero
Autore Fofi Goffredo

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