Il 13 giugno 2002 è apparsa sul "Corriere della Sera" un'intera pagina, a pagamento (dio mio quanto sarà costata?), in cui la signora Lucia Ercolessi spiegava le ragioni che la inducevano a chiudere il celebre (per i milanesi) negozio di cancelleria sito in C.so Vittorio Emanuele 24. Con  una prosa asciutta e assolutamente priva di bagliori stilistici e bellurie retoriche, ma profondamente intrisa di "ideologia milanese", ossia di quel misto di orgoglio cittadino e di religione del lavurà che i milanesi avevano, e forse ancora hanno, ma che faceva andare in bestia un "disintegrato" quale Luciano Bianciardi (leggere L'Integrazione o La vita agra), la sciura Lucia ripercorre tutte le vicende storiche del celebre negozio, dei lavoranti che vi si sono succeduti, degli attori, scrittori, cantanti lirici che ebbe come clienti. In un passo della sua personale carrellata storica ricorda il '68 visto da dietro le vetrine della sua bottega e scrive, tacendo sobriamente delle tante vetrine rotte durante i cortei ma, fatto questo, che aleggia  in sospeso nel suo discorso: «Quanti  cortei sul corso e sparatorie e bombe e grida: "borghesi appesi, borghesi appesi", ma nei cortei stranamente non si vedevano operai, ma i figli di quella borghesia tanto vilipesa».
Eh già! Ma è vero!
E' vero anche che lo slogan più urlato era «Sporchi borghesi, ancora pochi mesi» e fa ancora impressione ricordare che tutti quei ragazzi, escluso qualche Gasparazzo (1)   portato in corteo come un trofeo, erano tutti figli della borghesia ed   i primi beneficiari  dell'affluent society  che faceva la sua  comparsa da noi nella sua dimensione di massa, gli enfants gâtés che, in quel torno degli anni '60 si apprestavano a staccare  i cospicui dividendi dell'economia ricca messa su (come si mettevano su le "fabbrichette") dai  loro padri  in quel periodo fra i più esaltanti dell'intera vicenda italiana, ossia gli anni '50-'60. Anni in cui il popolo italiano tutto, s'è fatto il più grande mazzo della sua millenaria storia, gli anni suoi, sciura Lucia, definiti da  qualche penna intrisa di pensiero magico-sacramentale (fatale in un Paese cattolico e di padrepii)   del "miracolo" economico. Quale miracolo ? Mazzo puro e ideologia del  lavurà lavurà...
Ora, però, le sue parole cara sciura , lasciano  qualche pulce nell'orecchio, qualche interrogativo ancora in sospeso. Perché  il più grande moto (di rivolta? di rivoluzione? di contestazione?) del '900 dopo la Rivoluzione russa, direttamente ispiratosi al proletariato, è stato suscitato, diretto, portato all'estreme conseguenze terroristiche (occorre ricordare i Nuclei armati proletari, le Avanguardie operaie?) da giovani borghesi
Si dirà che è dal tempo dei Gracchi e di Giulio  Cesare che il fenomeno è registrato. Qualsiasi sinistra è il risultato dell'azione congiunta delle élite rivoluzionarie borghesi (e/o aristocratiche) e la plebe, il proletariato, il mob come lo chiama Hobsbawm. E' uno schema classico, lo schema.  In un vecchio film di Marco Leto "La villeggiatura", che si proiettava volentieri  nei cineforum progressisti degli anni '70, ad un certo punto il confinato comunista protagonista del film,  esclama pensoso: «Da sempre sono stati i figli rinnegati della borghesia che hanno fatto le rivoluzioni». Un brivido di autoriconiscimento serpeggiava nella platea dei giovani borghesi rivoluzionari. De te fabula narratur !!!
Ma, c'è qualche ma... Anzitutto lo schema spinto all'eccesso ha al suo termine  Gian Giacomo Feltrinelli e il feltrinellismo, ossia, detto  in estrema sintesi: la guerriglia latinoamericana giocata nel prato all'inglese di casa, fra  uno stuolo di camerieri accaldati in camiciola a righine nero-oro nei paraggi...  L'esito ultimo è il gauche-caviar, il radical chic come lo chiama Tom Wolfe...Una figura d'uomo intellettualmente insopportabile ed esteticamente repellente...Una tragedia estetico-politica anche, ed un evento visivo  che richiama più che le rivoluzioni e le rivolte, i conflitti edipici, qualcosa che ha a che fare più con Freud che con Marx.  Come quella di Baudelaire, artista intellettualmente e irremedibilmente di destra - o solo reazionario - (De Maistre era il suo nume tutelare)  che durante la  Rivoluzione parigina del 1848 guidava una ciurma di  rivoltosi al grido: «Andiamo a suonargliele al generale Aupick!!!», generale dell'esercito  repressore è vero, ma anche e soprattutto, hélas!, il proprio patrigno...
Quanti Aupick erano il riferimento diretto, freudiano, dei giovani che la Signora Lucia vedeva sfilare dietro la sua vetrina sul punto di essere fracassata?
Il feltrinellismo può essere l'epitome figurativa dello schema, occorre ricordarlo. Tutta la sinistra italiana per buona parte ne è stata fortemente soggiogata e irretita. Il feltrinellismo è il luogo mentale in cui le valenze estetiche e psicanalitiche hanno il predominio  sulle istanze etico-politiche della lotta sociale. Si cerca nel proletario il primitivo, un sano approdo  alla propria guasta esistenza ennuyée, un supplemento d'anima per le proprie inquietudini borghesi o, in definitiva,  il lavacro (funzionante come una confessione cattolica) della  propria cattiva coscienza sociale, e del  senso di colpa generato dalla ricchezza spesso accumulata contro le regole del gioco economico dai cari papà. Il feltrinellismo è il fenomeno sociale che coglie   il dandy nel   gioco della rivoluzione. Non fu estraneo a questo sospetto neanche Berlinguer, e qualche lacerto della sua biografia (quella di Chiara Valentini) lascia sconcertati ancora adesso.
Il tema è vecchissimo e accompagna tutta la storia del pensiero sociale. Faccio un solo esempio storico. Ci fu all'inizio del secolo scorso un gruppo di  giovani sindacalisti rivoluzionari italiani: Enrico Leone, Alfredo Mantica, Adriano O. Olivetti, Arturo Labriola ( nient'altro che i sessantottini del tempo)  che si raccoglievano attorno alla rivista "Il Divenire sociale",  i quali  di fronte all'ingresso massiccio di avvocati, medici, professori...borghesi  nel Partito Socialista Italiano  intrapresero, loro, intellettuali borghesi, una lotta senza quartiere contro l'intellettualismo borghese e auspicarono, sulla scia del Proudhon autore del pamphlet:La capacité politique des masses ouvrières  che il proletariato facesse appello a se stesso per spezzare le proprie catene. Insomma essi chiedevano cento, mille Di Vittorio, e noi non ne abbiamo avuto che uno solo e per giunta molto emarginato dal "borghese" Togliatti...
Ancora oggi nella redazione del Manifesto lo schema è vivo ed operante e lotta insieme a noi. Dei giovani borghesi compiono la loro iniziazione intellettuale su posizione ultra-estremiste per poi  implacabilmente rifluire presso il proprio ceppo sociale  d'origine e a dirigerne gli organi di stampa.  Intellettuali come Valentino Parlato e Luigi Pintor tengono in vita il copione e allevano i giovani intellettuali "comunisti".
Pintor, tuttavia,  in un momento grandioso di lucidità intellettuale dichiara a Simonetta Fiori (vedi "la Repubblica" del 9 marzo 2001). «Qualsiasi sommossa di schiavi, da Spartaco in poi, ha il potere di sedurmi malgrado il costo e la vanità dell'impresa. Rivoluzionario nella vita pubblica, sono tuttavia rimasto profondamente borghese nel privato, senza trovare un'armonia tra comportamenti intimi e ideali pubblici. Io non c'entro niente con il mondo di cui ho parlato per una vita. Un po' come molti intellettuali di sinistra.[...] Non sanno niente della realtà di cui si occupano. I vecchi comunisti cercavano di porre rimedio alla scissione, invitando noi giovani borghesi a mescolarci nelle mense degli operai. Era un rimedio ingenuo, illusorio. La sinistra è rimasta quanto di più lontano dalle pulsioni degli uomini. La destra vincerà le elezioni [le elezioni del maggio 2001, vinte dal centro-destra. Ndr] proprio perché intercetta i bisogni reali degli individui».

È cosi?  Certo che se dovessimo spiegare ad uno straniero privo del nostro codice gnomico, al momento in cui occasionalmente accendiamo la tv ed appaiono sul video, contemporaneamente,  Bertinotti e Bontempi (er pecora) come e qualmente il primo, nonostante l'aria da lord inglese sarebbe di sinistra e il secondo, con la faccia truce da popolano invece di destra, con tutta una iconografia sconvolta e capovolta, dovremmo, a corredo della nostra imbarazzata spiegazione, rammemorare  anche quel film di Ernest Lubitsch (Trouble in paradise) in cui, in una scena, appaiono due maggiordomi in primo piano, ed uno chiede all'altro:
«Non sei più al servizio di Lord Tal de' Tali?»
«No George, per fortuna...»
«Ti ha licenziato?»
« No certamente, me ne sono andato sbattendo la porta, e ciò è successo al momento in cui il caro Lord ha avuto l'infelice idea di iscriversi al Partito Laburista...»
Ma anche nel   film Mary Poppins  c'è una scena sintomatica in cui la Signora Banks, moglie di un alto funzionario di Banca (nomen omen!) alla guida di uno stuolo di cameriere e governanti propone esagitata di andare «A fare fracasso davanti a Dowining Street!»... Conservatorismo spontaneo delle classi subordinate che corre parallelamente, ma in senso contrario, al progressismo estetico delle classi ricche?  Schema sociale e direi pantomima  ineludibile? Può darsi. Ma porta alla sconfitta di entrambi: delle masse aspiranti alla ricchezza che vengono turlupinate demagogicamente dai ricchi che le manovrano cinicamente, ma anche  dell'individuo-Lord che  crede psicanaliticamente di sciogliere, "buttandola in politica",  i noduli psico-libidinali irrisolti. Senza tacere che il ricco o il borghese "psicanalitico" momentaneamente  in prestito  alla rivoluzione, se  è  quello che preme di più nevroticamente per le soluzioni  più estreme e invoca la rivoluzione e la caccia agli Aupick di questo mondo, è quello che se la squaglia per primo. Dietro i fenomeni indecorosi di versipellismo e di voltagabbanismo che tanto hanno occupato la scena di questi anni (ricordo l'intemerata televisiva dell'ex comunista  Giuliano Ferrara e il suo urlo disperato: «Io sono di destraaaa!!!»)  c'è sempre la spinta estremista feltrinellesca in riflusso, il "torna a casa Lassie" del borghese ennuyé, che tutto farà fuorché riflettere sul proprio intricato mondo mentale.
E dunque Signora Lucia. Questo giro lungo compiuto alle sue spalle per dirle questo:

1) Mai più cortei estetici e coreografici e psicanalitici;

2) Le vetrine non si rompono. E chi le ha rotte ha sbagliato. Se lo ha fatto contro l'idea borghese della bottega, io e lei possiamo ricordargli con  don Lisander che  «il vendere non è più vergognoso del comprare».

3) Io, del tutto immodestamente,  avrei trovato un sistema per impedire quegli imbarazzanti cortei dei figli dei borghesi contro la borghesia. Questo: istillare nelle coscienze delle masse l'odio più sincero e motivato contro  le rivoluzioni, contro ogni idea "estetica" di rivoluzione. («Oddio, è scoppiata la rivoluzione, ed io non ho nulla da mettermi», recitava ironicamente Livia Cerini in quegli anni). E mettere al posto di essa quella cosa esteticamente refrattaria alle accensioni liriche che sono le noiosissime riforme, che le farebbero sicuramente, però, più paura, cara Signora Lucia, se condotte a termine nell'interesse generale, come la riforma sulle stramaledette tasse fatta da   Ezio Vanoni, un borghese vero e il più odiato dalla borghesia meneghina, e che sicuramente non vi avrebbe abolito la tassa di successione...
Le riforme? Insieme ai borghesi che ci stanno, naturalmente.  Poiché non è possibile, davvero, rompere lo schema della sinistra, di ogni sinistra, l'incontro delle élite, anche borghesi, e della classe la plus nombreuse et la plus pauvre come la chiamava Saint-Simon. Ma senza rompere  vetrine. E senza rivoluzione, dove non si fa che spostare il peso da una spalla all'altra e fornire esche a molti gattopardi che tutto vogliono cambiare per lasciare tutto così com'è. Ma facendo le riforme, appunto; quei noiosissimi interventi sulla realtà, che però hanno - per via del loro basso profilo - il grande merito di tenere  alla larga i perfetti esteti e... i Lord comunisti.
Alfio Squillaci


I ricordi  della sciura Lucia - Vetrine rotte e rivoluzionari. Sporchi borghesi ancora pochi mesi? Perché la sinistra è stata sempre diretta da borghesi?

Cerca in questo Sito o nel web Servizio fornito da FreeFind

La Frusta! Cerca nel Web
(1)  Termine col quale si indicava, in quegli anni, l'operaio o il proletario. (Torna supra)



dal 16 giugno 2002
Una scena da Trouble in Paradise (Partita a quattro), 1932, di Ernest Lubitsch
La famiglia Banks nel film Mary Poppins  (1964) di  Robert Wise
Tom Wolfe autore di Radical Chic and Mau-Mauing the Flak Catchers (1970)
Un corteo studentesco del '68
Luciano Bianciardi
Giangiacomo Feltrinelli
Pierre-Joseph Proudhon
Loading
La Frusta Letteraria - Rivista di critica culturale on line