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Esempio 1
Esempio 1

Marina Pizzi         Dissesti per il tramonto

Dissesti per il tramonto

Attorno alle tue gesta ho visto l’abaco
del predatore, la vanità nascosta,
l’ignara vittima.
Le vincite delle astuzie d’ego
possono imperi
ambizioni di zigomi sotto controllo
calvizie poi del varco
solo rimandato.

Il bambino sopra il mio soffitto
va sui pattini a mo’ di terremoto
ignaro delle mie ore.
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Quando la giovinezza si accaparra di ogni voce
il mercato rionale non è superfluo
né le stimmate dei santi
fanno acqua.
Appena pagato l’etimo del vero
la giostra caduca è l’estro
del successo.
In meno di una natura involontaria
l’arenile delle barche pensionate
ha mansioni di legnate da arsione
senza alcuna passione
né cura di rispetto.
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Vertigine sparutella attimo di buio
l’io convulso figlio del plurale
naturale ingorgo di caligine.
Appena sotto l’arco finimondo
i falò dei fogli dei poeti
illuminanti le vedette.
Guarderemo l’andarcene
dentro il baule dell’ultimo brevetto.
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Il giuoco in ustione

 
E’ regredito il male quasi alla gioia
tra le gestioni anonime delle fungaie
per le ilarità dei vinti.
Indirizzi blasfemi sì ne conobbe
moltissimi breviari in zeppe di preghiere
a cottimo in ghirigori di gorghi
vendette le promesse
scalate di ieri nessun lascito.
La sede commerciale del divino
ha la viandanza domestica
del forno e del porno.
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Dal vento al vento


Croci infantili i mulini a vento
dove il pane delle falle
scinda dal cielo
intonaco e sepoltura
perfino azzima la luna.
Il filo dell’anfratto
non dette casa alcuna
né oasi da strazio
né zampe con la pece
di meno pena almeno di buon buio.
Cencio da ciottolo
il cuore si è sconfitto
ammanettato in eremo
vista al vizio battito in curva
stazza la corsa dell’evento al vento.
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La triste allegria delle stanze infantili
allorché la peste delle cose perfide
è zero. Stemma di scontro l’abaco
tronfio del panno quotidiano
novero di abisso.
Dimenticanze conserte il tempo remoto
pro folla di shopping

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Tipografia “Boccone del povero”
ci passavo davanti da bambina
leggendo biglietti cresimali,
matrimoniali, di lutto, di mestieri,
stipule, banchetti.
“Ospedale per i malati poveri”
ci abitai davanti per parecchio
ci finirò tra breve dopo le belve comuni
le vedovanze sottili
le tenebre di buona vista.
Una fossa comune
un cimitero apolide
parranno concerti di beni
forse nata la gioia
forsennata.
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Vorrei non vedermi più
né in conflitti di stasi
né in eremi di azioni.
Le petulanze del sogno
originano mostri,
tori trafitti
fati di falsi unguenti
per ragazzine senza gaiezza
né zone di guerriglie.

L’etichetta del mio cappotto
di uno stato di vuoto è la zarina.
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Sul trillo delle ombre tornavo a casa
presente la bestemmia.
La mia tanica di sangue l’ho resa vile
senza l’agorà.

Le gemme delle rondini contro il muro
perfezionino le darsene
sedotte dalle clausure di dèi superbi.
Il dotto ladrocinio delle ricerche:
il quadrifoglio al fossile, magari!
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Convalescenze di non arrivo questo badare
che arrivi chissà che pendolo acrobata
migliore di chiunque e forsennato
gioco di vincita netta.
Le sigle sono un’alluvione
tu non mi parli
veloce stramazzi
cattura del cartellino da timbrare
nel colmo democratico verdetto.
Hai un cratere nell’occhio
non guardi
che presunti gendarmi improvvisi.
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Eremo del solcalante
la bici stramba
dell’ultimo motivo.
La ruvida cascata dal più ripido viadotto
non seda la caduta.
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Con un peggioramento di tegole e di lance
i colossi delle mani degli amanti
s’interrano per fossi.
Tempo sa quale fu la rondine
con il ciuffo del pioppo della felicità
che ci rese sapienti mani strette.
Oggi proliferano le guide pratiche
le verifiche su rubriche ciarliere
le videocamere chiuse dentro gli assassini.

Di me le chele del sudario
rendo al mittente
indemoniato nel dio del datario
dominio alle pertiche del fango.
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Il fiore nero che ti guarda gli occhi
(ombre materne che ancora ti corteggiano?)
di notte stende lo zerbino per l’attracco
di non darti paure tanto deciso
è l’irromperti alle spalle!
Stanze di grembo quali le giovenche
chete delle spille che ti attendono
fisse ai manichini di tutti gli avi.
Non in palio l’isola del tesoro
ormai amata da amanti terribili
la bile sulla fronte di cercarla
davvero sulle rondini di pietra.
Natale il boia già ti attende
avverato nelle rate del martirio.
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Con frodi di alamari un altro esercito
di rese assunte.
“Non fiori ma opere di bene”
le rondini baderanno di far
ritorno polifonico ritorno
sulle manciate credule del riso delle spose.
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Le rondini del sacco

Nel sacco delle stirpi
covàcciolo e fine
questo randagio intoppo
remato da dèi sconfitti.
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Di te m’invogliano le lamiere
i soqquadri alle zattere
perenni le miniere.
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Io sono gli ultimi
i fori di alamari vuoti
di divise di caduti.
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                   Tra le corde di pirati ho visto
l’abaco del sangue
il gran brevetto
del bel ruggito al rantolo.
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Sto col sole che da pazzo si abbevera
pazzo.

Entri nella conca il tuo digiuno
l’anfiteatro ti ritrovi
nel banchetto di sale di sirene.

Faccia con noi la luna giochi da centaura
oltre spargendo le foglie
dal fondo di falò.
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La mummia della sarta

Con le forbici legate alla vita
fissa alla sedia fissa le sue mani.
Così sfinisce una donna in nero
compiuta dalla foce per offesa.
Sarta rara di ultimi addobbi
in guardia di scempio
perse la pendula ilarità dell’altalena.
Pericolo di anfratto non volle correre:
la stasi del senso le parve il paradiso.
Gli attivisti borghesi del successo
dopo ne scrissero falsificando il senso.
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Salute di coriandoli vederti
molto ladruncolo per un cielo inesistente.
Lo stento del breviario non sa capire
il torto del perché sia via la gioia
sfondato il tetto del favoloso volo.
Oltre a natale la resina sta
sugli abeti protetti dalle pigne
gelose e generose.
I pesi innamorati delle leggerezze
per amore stanno rendendo
la libertà al minatore.
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Il lamento del vento
soddisfi il tuo rancore
questo schedario pingue
ebete alfabeto.
Un po’ di requie sì
sì la pietà del polline
da reggere ancora un abaco
contante la tua fine
sospiro di baleno
lena di avvento il fato di mancare.
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Zona dell’ombra
appena so guardarti
scienza del pane,
aureola del sale ho pur comunque
gemito, migrata non sono
al migliore di me.
Un agguato di cenere
so perfino il natale,
la filastrocca convulsa
del contumace cielo.
Eccellenza di giugno la metà
di ogni altare il sacro analfabeta.
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La noia magistrale delle lune
letargie girandole di cenere.
In gioia alla salvezza di non nascere
il vezzo delle rondini ritorni
nido di libertà.
All’oceano me ne andai sotto i miei gessi
nessuno mi cercò
se non il compagno coma
avvezzo per bontà.
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Io sono gli ultimi
i fori di alamari vuoti
di divise di caduti.
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Il salgemma delle pietre

Angeli a caso che così non servono,
cesure invece di congedi
l’andirivieni osseo.
In fase di pietà questa misura
trascolora le rondini del costo.
E’ da domani il compleanno al mare,
ma nel nirvana delle culle vuote,
in breve ti ricordo per amore
salgemma delle pietre in croce.
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Spericolate le patrie del mio perdere
inficiano girandole che giocano
a fingersi mulini.
Le teche delle biblioteche
non mostrino le pene né le perle
ennesime malizie del tesoro
né stato né trafugato né reso.
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Spirò nell'orto
bacato al caso.
A caligine e sorpresa
attraversò le gerle del soppiatto.
Meringa al bacio la deriva
frotta d'unguento.
Ne pianse l'argine dell'orto
il polso nudo.
L'arringa di un chiunque al primo passo
gli arrise la gara senza arrivare primo.
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I fagotti dei fatti
nessuna requie perdere
conoscenza
stare in pantofole
privo riposo.
Dopo le molte resine
il senso della fune senza pane
giurati assisi miseri del vero
vocabolo di logica angelica.
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Marina Pizzi
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