Intervista a Matteo Neri

Sereni: Professore cosa mettiamo oggi in salvo?

Neri: Un classico del romanticismo inglese: The Rime of the Ancient Mariner di Coleridge, uno dei capolavori della letteratura mondiale.

S.: L’ho fatta al liceo. Ma non è che ricordi molto… La storia di un marinaio che uccide un uccello, un…

N.: Un albatro.

S.: Sì, un albatro…

N.: Un delitto immenso, che ancora oggi noi tutti scontiamo

S.: Poi muoiono tutti, i marinai della nave. Ma non mi chieda di più. Sono tanti anni…

N.: Una volta la sapevo tutta a memoria…

                     It is an ancient Mariner,
                     And he stoppeth one of three.
                     “By thy long grey beard and glittering eye,
                     Now wherefore stopp’st thou me?”

S.: Ma perché il vecchio marinaio uccide l’albatro?

N.: Il suo è un atto assurdo, gratuito… l’albatro non faceva niente di male, anzi… Una tempesta sospinge il vascello verso il Polo Sud; il ghiaccio lo serra da tutte le parti… il legno comincia a scricchiolare…

               “The ice was here, the ice was there,
                The ice was all around:
                It crack’ed and growl’d, and roar’d and howl’d
                Like noises in a swound!”

Alla fine giunge un grande uccello marino, il vento del Sud si alza, i ghiacci con un boato si spaccano… e il vascello può proseguire il suo corso:
                     “At lenght did cross an Albatross:
                      Through the fog it came:
                      As if it had been a Christian soul,
                      We hail’d it in God’s name.

                      “It ate the food it ne’er hat eat,
                       And round and round it flew.
                       The ice did split with a thunder-fit;
                       The helmsman steer’d us through!

                       “And a good south wind sprung us behind;
                        The Albatross did follow,
                        And every day, for good or play,
                        Came to the mariners’ hollo!”

L’albatro, quest’ ”uccello pio e di buon augurio” (“the pious bird of good omen”), da Coleridge paragonato a “un’anima cristiana”, aveva recato la salvezza. I marinai lo accolgono, gli danno da mangiare, vi giocano insieme, l’uccello accorre ai loro richiami. Poi, improvvisamente, con un atto “infernale” (“a hellish thing”), che non trova spiegazioni, il vecchio marinaio lo abbatte con la balestra:

                                             …”With my cross-bow
                         I shot the Albatross!”

S.: Ma perché?

N.: Perché! Da oltre due secoli ci interroghiamo su questo. Ma non c’è “perché”! Questo crimine inaudito, ancora più tremendo di quello di Caino, che aveva ucciso, sì, ma per invidia del fratello, è senza giustificazione.

                        “And I had done a hellish thing,
                          And it would work ‘em woe;
                         For all averr’d  I had kill’d the bird
                         That made the breeze to blow.”

L’uccisione dell’albatro, l’uccello che “faceva spirare la brezza”, rappresenta il Male assoluto, il male che non ha bisogno di moventi, perché è insito in ciascuno di noi.

S.: Tanto pessimista era la visione dell’uomo in Coleridge?

N.: Coleridge, figlio di un pastore anglicano (era desiderio del padre che egli un giorno sarebbe dovuto diventare parroco), era convinto che a causa del peccato originale l’umanità fosse caduta, e che da allora il male regni nel cuore dell’uomo. Perciò egli non dice di più: “I shot the Albatross!” Il bene ha bisogno di spiegazioni, non il male!

S.: Capisco.

N.: L’indomani era sorto un sole scialbo, come il volto di Dio” (“like God’s own head”); i marinai adesso dicevano che era stato giusto ammazzare l’uccello perché apportava nebbia e foschia; poi la brezza venne meno, le vele si afflosciarono, e una grande tristezza si impadronì di tutti:

                   “Down dropt the breeze, the sails dropt down,
                   ‘Twas sad as could sad could be.”

La luce di Dio non illumina e riscalda più la terra; Dio stesso sembra aver abbandonato il mondo ("God Himself/Scarce semeed there to be”); la brezza, lo spiritus divino che scioglieva i ghiacciai e gonfiava le vele, ha cessato di spirare. Sotto un rovente cielo di rame, un sole che gettava sangue (“bloody sun”), il vascello si arresta in mezzo all’oceano: “We stuck, nor breath nor motion”. Tutt’intorno acqua, solo acqua, ma non una goccia per bere. La punizione divina si abbatte sugli uomini, privandoli dell’acqua, del segno della sua benedizione:

                     “And every tongue, through utter drought,
                       Was withered at the root;
                       We could not speak, nor more than if
                       We had been choked with soot.”

I marinai che prima avevano approvato l’uccisione dell’albatro, adesso scaricano ogni colpa sul vecchio marinaio. Come contrassegno della sua colpa gli appendono sul collo a posto della croce l’albatro:

                           “Instead of the cross, the Albatross
                            About my neck was hung.”

S.: Gli altri marinai vogliono fare del vecchio marinaio un capro espiatorio. Ma anche loro avevano approvato l’uccisione dell’albatro. Ne sono dunque complici.

N.: Certo. Sono tutti complici perché, come spiega Coleridge, hanno giustificato il crimine del vecchio marinaio.

S.: Sono quindi tutti colpevoli.

N.: Sí! Per questo la maledizione divina si abbatte su tutti: per questo uno dopo l’altro i marinai muoiono tutti.

S.: Ad eccezione del vecchio marinaio – se ricordo bene.

N.: Il vecchio marinaio sopravvive – come, aggiunge Coleridge, quelle “migliaia e migliaia di cose viscide” e ripugnanti che vivono nel mare. Dio lo ha risparmiato per infliggergli un castigo ancora più terribile della morte: vivere in solitudine, senza la speranza della pietà di Dio, con l’animo tormentato e in continua agitazione:

                              “Alone, alone, all, all alone,
                               Alone on a wide, wide sea!
                               And never a saint took pity on
                               My soul in agony.”

Agony ha qui il significato proprio di “lotta”, quella lotta interiore che imperversa nel nostro animo dal giorno della caduta – il cor inquietus di Agostino. Se si guardava intorno, vedeva solo un mare di acque putride; se sollevava gli occhi al cielo in preghiera, dalla bocca gli usciva solo un “sussurro maligno” (“a wicked whisper”); allora abbassò le palpebre, ma i globi continuavano a pulsargli dentro, perché il cielo e il mare gli pesavano come macigni sugli occhi stanchi, e ai piedi giacevano i cadaveri dei marinai morti:

               “I closed my lids, and kept them close,
                 And the balls like pulses beat;
  For the sky and the sea, and the sea and the sky,
                 Lay like a load on my weary eye,
                 And the dead were at my feet.”

S.: La maledizione della colpa è più grave della morte.

N.: Ma ora La prego di fare attenzione, perché stiamo per toccare qualcosa di molto importante, la radice e il centro della sindrome psicologica di Coleridge, della possibilitá cioè di ogni colpa:

                        “An orphan’s curse would drag to hell
                          A spirit from on high”.

La maledizione di cui parla il poeta è la maledizione di un orfano. Nel 1781, Coleridge aveva nove anni, gli era morto il padre. In una lettera del 1797 egli racconta come ne avesse presentito la morte: “My mother got him some peppermint water, and, after a pause, he said, <I am much better now, my dear!> and lay down again. In a minute my mother heard a noise in his throat, and spoke to him, but he did not answer; and she spoke repeatedly in vain. Her shriek awakened me, and I said <Papa is dead!> I did not know of my father’s return, but I knew that he was expected. How I came to think of his death I cannot tell; but so it was. Dead he was.” Dell’attaccamento del padre per il figlio testimonia un’altro passo della stessa lettera: “I remember and never shall forget my father’s face as he looked upon me while I lay in the servant’s arms – so calm, and the tears stealing down his face; for I was the childe of his old age.” La morte del padre, una morte che egli, come abbiamo visto, aveva presentito, provocò in Coleridge un profondo senso di colpa. Dagli studi di John Bowlby sulla elaborazione del lutto nei bambini, soprattutto quando sono colpiti dalla perdita di un genitore, sappiamo che la reazione di Coleridge è tutt’altro che rara: il bambino si sente responsabile, colpevole. Sul piccolo Coleridge questa catastrofe famigliare ebbe effetti disastrosi: Coleridge si sentirà tutta la vita insicuro, indeciso, privo di volontà, un morto in vita… pieno di disprezzo e di sfiducia in se stesso. Lenirà il dolore facendo ricorso all’oppio: Coleridge sarà tutta la vita un oppiomane; ma soprattutto egli si sentiva un maledetto, un reietto, appartenente alla razza di Caino: del 1797, contemporaneo quindi alla Ballata dell’antico Marinaio, è il dramma Osorio, poi ribattezzato The Remorse; del 1798 sono invece The Wanderings of Cain.

S: Possiamo concludere che l’albatro incarna il padre della cui morte il piccolo Coleridge si era sentito responsabile?

N.: Non parlerei di identificazione albatro-padre: diciamo che nella mente di Coleridge il senso di colpa ha formato per analogia la vicenda narrata nell’Antico Marinaio.

S.: Ma Coleridge era consapevole di stare elaborando la propria tragedia familiare?

N.: A me sembra proprio di sì, altrimenti non avrebbe parlato della “maledizione di un orfano”. E tuttavia il punto non è se Coleridge ne fosse consapevole o no. Anche se questo, naturalmente, ha una sua importanza.

S.: Qual è il punto allora?

N.: Noi lettori, che vogliamo comprendere sino in fondo un’opera letteraria abbiamo il dovere di indagare a tutto campo, non trascurando nulla, neanche le vicende private dell’autore… cosa che la grande critica, del resto, ha sempre fatto.

S.: Non crede invece che dovremmo astenerci dal mischiare vita e opere?

N.: Sono stati i romantici a mischiarle… sono stati loro a voler esplorare gli abissi dell’animo umano, a voler penetrare nelle tenebre dell’inconscio… D’altra parte, Lei mi sta chiedendo di limitare la comprensione alla superficie, a quello che appare… io credo invece che bisogna portare alla luce quello che si cela sotto… quello che non appare e che nondimeno esiste…

S.: …un lavoro di scandaglio…

N.: …un lavoro che non ha fine…

S.: L’ipotesi che Coleridge nell’Antico Marinaio abbia elaborato il lutto per la morte del padre, la potremo mai provare?

N.: Che intende per “provare”? Trovare una prova conclusiva? Mi pare difficile. E tuttavia è lecito avanzare questa ipotesi, anzi non possiamo fare a meno di avanzarla, perché non è in contraddizione con il testo del poema e con quello che sappiamo della vita di Coleridge. Questa ipotesi arricchisce, approfondisce la nostra comprensione del poema. Non Le pare?

S.: Non è stanco, non vorrebbe fare una pausa?

N.: Ha dimenticato di bere il suo tè. È freddo, gliene faccio un altro
.
…………………………………………

N.: Riprendiamo. Dove eravamo arrivati?

S.: Alla “maledizione di un orfano”.

N.: Ah, sì! La “maledizione di un orfano” è però meno terribile della maledizione, continua Coleridge, degli occhi di un morto. Per sette giorni e per sette notti il marinaio ha visto la morte, e tuttavia non è morto. Poi alla luce della luna scorge in acqua dei serpenti marini che si muovevano lasciando una scia di luce scintillante, e quando si rizzavano, la luce di elfi si frantumava in argentei fiocchi; il vecchio marinaio ne ammira l’abbigliamento: azzurro, verde lucente, e nero velluto; i serpenti marini si attorcigliavano e si lasciano trasportare dalla corrente; e ogni scia era un lampo di fuoco dorato. La vista dei serpenti marini, che una volta gli avevano ispirato solo disgusto e ripugnanza (quelle “migliaia e migliaia di cose viscide”), ora fa esclamare al vecchio marinaio:

                      “O happy living things! No tongue
                         Their beauty may declare:
                         A spring of love gush’d from my heart,
                         And I blessed then unaware!
                         Sure my kind saint took pity on me,
                         And I bless’d them unaware.

                        “The selfsame moment I could pray;
                         And from my neck so free
                         The albatross fell off, and sank
                         Like lead into the sea.”

S.: “O happy living things!”. Non ricorda la Tempesta di Shakespeare: “Oh brave new World!”?

N.: Sì, anche a me ricorda Shakespeare. Questi  versi annunciano una svolta, la trasformazione interiore del vecchio marinaio. La bellezza e la felicità dei serpenti marini che guizzano nell’acqua gli fanno sgorgare dal cuore “una primavera d’amore”. Il vecchio marinaio inconsciamente (“unaware”) li benedice, nello stesso momento si accorge di potere finalmente pregare, e l’albatro che gli era stato appeso al collo gli cade e affonda nell’acqua. “L’amore e la riverenza per tutte le cose che Dio ha fatto e ama” (“love and reverence to all things that God made and loveth”), il riconoscimento della bellezza e della santità del creato producono il miracolo. L’incantesimo di morte è rotto, la “grazia della Madre santa”, della “Madre regina”, invia dal cielo sul vecchio marinaio un sonno ristoratore. Il vecchio sogna che i secchi inutilizzati sul ponte del vascello fossero colmi di rugiada. Quando si risveglia, stava piovendo: le labbra sono umide di pioggia, la gola, prima arsa dalla sete, è fresca, i vestiti inzuppati fradici, durante il sonno il corpo aveva bevuto, e ancora adesso continuava a bere.

                       “I moved, and could not feel my limbs:
                         I was so light – almost
                         I thought that I had died in sleep,
                        And was a blessed ghost.”

La maledizione era stata sollevata. Il vecchio marinaio pensava che durante il sonno fosse morto. Poi si era svegliato, aveva cominciato a muoversi, una sensazione di leggerezza si era impadronita di lui, gli sembrava di essere uno “spirito benedetto”. Era rinato a nuova vita, era un uomo nuovo. Gli altri marinai risorgono, dalle loro bocche si levano suoni dolcissimi, la brezza riprende a spirare, la nave lentamente si rimette in moto e fa vela verso il porto del paese nativo.

S.: Un lieto fine.

N.: Un lieto fine. Ma attenzione: se il marinaio non è più un maledetto, non ha però ancora finito di espiare tutta la sua colpa. Rimane ugualmente escluso dalla comunione degli altri uomini, dalla alleanza con Dio, simboleggiati dalla scena delle nozze; ora la sua condanna è di vagare e narrare la sua avventura, la sua azione “infernale”:

                         “I pass, like night, from land to land;
                           I have strange power of speech.”
                         
Al vecchio marinaio è stato adesso conferito uno “strano potere di linguaggio”. Quando il ricordo del crimine commesso torna a tormentarlo, il cuore gli arde dentro finché non ha finito di narrare la sua “storia spettrale”. Gli occhi scintillano, nessuno può sottrarsi al loro incantesimo; l’invitato alle nozze al quale il vecchio marinaio rinarra la sua storia è come paralizzato, lo ascolta affascinato come un bimbetto di tre anni, poiché non può – spiega Coleridge – fare altro che ascoltarlo (“he cannot choose but hear”):

                         He holds him with his glittering eye –
                         The wedding-guest stood still,
                         And listens like a three-year child:
                         The Mariner hat his will.

Questo “strano potere” magnetico e ipnotizzatore posseduto dal vecchio marinaio, per lunga tradizione – dallo Ione di Platone, che i romantici riscoprirono – non è altro che il potere magico della poesia. Il marinaio che, come un rapsodo dell’antichità, erra di paese in paese per narrare la sua vicenda di colpa e di espiazione è Coleridge stesso. La ballata del vecchio marinaio rappresenta il suo purgatorio. Con Coleridge fa ingresso nella letteratura occidentale la figura del poeta maledetto, ancora prima di Byron che la esalterà e la trasmetterà a tutto il romanticismo europeo fino a Baudelaire, Rimbaud e oltre. Il vecchio marinaio ha inoltre il potere di individuare le persone adatte a cui rivolgere il suo insegnamento:

                            That moment that his face I see,
                             I know the man that must hear me:
                            To him my tale I teach.”

Il vecchio “sa” chi lo deve ascoltare, chi ha bisogno di sentire la sua narrazione. Non sono gli happy fews, ma i figli di Caino, coloro come lui, il marinaio, come Coleridge, che si sono macchiati di delitti orrendi… o come l’invitato alle nozze, il quale, dopo aver ascoltato la storia del marinaio, non entra più in chiesa ma si allontana, “più saggio e più triste”, perché ha preso coscienza della sua colpa. È a questi che egli insegnerà la sua storia, indicando il “suo esempio personale”.

S.: Che cosa insegnerà il vecchio marinaio?

N.: Ce lo dice Coleridge stesso ovvero l’antico marinaio prima di prendere congedo dal suo ascoltatore e da noi che lo ascoltiamo con altrettanto incanto:

                             “Farewell, farewell! But this I tell
                              To thee, thou Wedding-Guest!
                              He prayeth well, who loveth well
                              Both man and bird and beast.

                            “He prayeth best, who loveth best
                              All things both great and small:
                              For the dear God who loveth us,
                              He made and loveth all.”

Il suo è un messaggio d’amore, lo stesso del cantico di Francesco d’Assisi: “Laudato sie, mi’ Signore cum tucte le tue creature.” Il creato è un inno alla potenza e alla bontà di Dio, di Dio che ci parla attraverso lo splendore delle sue creature, e che vuole essere amato e adorato attraverso le sue creature: “love and reverence to all things that God made and loveth”. Ogni cosa, il sole, la luna, le stelle, le piante, gli animali, il vento, l’acqua, l’uomo, ogni cosa, le grandi come le umili, le cose belle come le brutte, brutte come quelle “migliaia e migliaia di cose viscide” che vivono nel mare, porta il segreto di Dio, possiede il suo equivalente e la sua corrispondenza in cielo. In questo modo c’è nel mondo una redenzione e una continua teofania…

S.: …come nella theologia naturalis dei Salmi.

N.: Esatto. I riferimenti al testo biblico sono nel nostro poema innumerevoli, e se avessimo più tempo potremmo studiarli tutti.

S.: Un’altra volta molto volentieri!

N.: L’amore universale è la legge del creato. Il vecchio marinaio giunge a questa cristiana saggezza dopo un lungo percorso, dopo aver attraversato il deserto della colpa e l’inferno del peccato. La colpa alla fine si rivela una felix culpa, una colpa necessaria perché la grazia di Dio abbonda dove è più grande la colpa. Il vecchio marinaio porta appeso al collo l’albatro al posto della croce. L’ambiguità di questa immagine è scandalosa, perché se l’albatro era l’emblema della sua maledizione, la croce rappresenta la sua redenzione. Il peccato, la colpa e il castigo – ci suggerisce Coleridge – sono un segno di Dio, di Dio che ci ha cercati e trovati. In un modo tremendo Dio aveva voluto aprire gli occhi al vecchio marinaio. Uccidendo l’albatro egli aveva sì violato la profonda santità del creato, ma anche aveva incontrato Dio. La maledizione diventa una benedizione, un segno di elezione. Il marinaio non era stato forse definito uno “spirito benedetto”?

S.: E noi moderni cosa possiamo imparare dalla Ballata del vecchio marinaio?

N.: Moltissimo. Perché i figli di Caino ai quali si rivolge il vecchio marinaio siamo proprio noi lettori del XXI° secolo. Siamo noi che stiamo distruggendo la Terra, siamo noi che abbiamo perso il senso della sacralità del creato e della solidarietà che ci lega con tutte le creature viventi della terra. “La Terra – diceva Anna Maria Ortese –è un corpo celeste, che la vita che vi si espande da tempi immemorabili è prima dell’uomo, prima ancora della cultura, e chiede di continuare ad essere, e a essere amata... Io sono dalla parte di quanti credono nell’assoluta santità di un albero e di una bestia, nel diritto dell’albero, della bestia, di vivere serenamente, rispettati tutto il loro tempo. Sono dalla parte della voce increata che si libera in ogni essere – al di là di tutte le barriere – e sono per il rispetto e l’amore che si deve loro. C’è un mondo vecchio fondato sullo sfruttamento della natura madre, sul disordine della natura umana, sulla certezza che di sacro non vi sia nulla. Io rispondo che tutto è divino e intoccabile: e più sacri di ogni cosa sono le sorgenti, le nubi, i boschi e i loro piccoli abitanti. E l’uomo non può trasformare questo splendore in scatolame e merce, ma deve vivere e essere felice con altri sistemi, d’intelligenza e di pace, accanto a queste forze celesti… La Terra è il mio amore. Amo e venero la Terra! È il mio Dio. Penso alle mucche, ai vitelli, al toro; capre e pecore e perfino… all’umile maiale, come a rappresentazioni celesti: mansuete, dolorose sempre, benevole sempre, magnifiche.” Anna Maria Ortese ha amato molto La ballata del vecchio Marinaio e queste sue parole ne rappresentano sicuramente il migliore commento.

S.: Grazie.








  

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Esempio 1
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                                   - The Rime of the Ancient Mariner
La ballata dell'antico marinaio (1781-1838)
La Ballata nacque nell'anno della straordinaria simbiosi poetica di Coleridge con Wordsworth. Con questo capolavoro del Romanticismo il viaggio per mare diviene la ricerca estrema del Senso, l'avventura capace di restituire pienezza alla vita dell'uomo. Nei due anni successivi Coleridge scrisse le sue migliori poesie: la Ballata, Kubla Khan, Christabel. Kubla Khan in particolare palesa le immense potenzialità dell'immaginazione, suprema facoltà intellettiva e visionaria e il grande esito artistico che ne fece Coleridge.

La traduzione con testo a fronte, è del poeta e pittore Alessandro Ceni; l'introduzione è di Ettore Canepa.




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Copia registrata in "corso particolare".
Autorizzato l'uso solo per scopi didattici o di studio personali.
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<<< Vai a un breve profilo biografico di S. T. Coleridge
Ken  McGoogan
Ancient Mariner: The Arctic Adventures of Samuel Hearne, the Sailor Who Inspired Coleridge's Masterpiece

Carroll & Graf Publishers

The author introduces his readers to the sailor and adventurer who served as inspiration for Samuel Coleridge's "Rime of the Ancient Mariner," retracing his failed attempts to find the Northwest Passage as well as his explorations of the Arctic Ocean. Reprint.

In this lively and stimulating study, detailed analysis of the poems is closely grounded in the literary and historical contexts in which "Lyrical Ballads was first conceived, realized and subsequently expanded into two volumes. Documenting the revisions of the early edition, John Blades carefully reassesses the poems in the light of Wordsworth's and Coleridge's literary theories, and then broadens the discussion by tracing the critical history of "Lyrical Ballads over the two centuries since its first publication.

Altre letture

John Bowlby, Attachment and Loss, London 1980 (trad. it. Torino)

<<< Anna Maria Ortese, Corpo celeste, Milano 1997

John Bowlby, Attaccamento e perdita,  Vol. 3: La perdita della madre
Bollati Boringhieri, Torino  2000

In questo terzo volume Bowlby indaga le implicazioni che hanno per la psicologia e la psicopatologia della personalità le modalità di reazione dei bambini piccoli a una perdita temporanea o permanente della figura materna. Tratta inoltre i problemi del dolore e del lutto, e i processi difensivi a cui nella vita adulta può dare origine la perdita di un figlio o del coniuge. Partendo dallo studio di certe reazioni tipiche della prima infanzia, Bowlby ipotizza che il funzionamento successivo della personalità obbedisca ad analoghi modelli di reazione.

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