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Discorsi sopra l'epistolario privato di Niccolò Machiavelli



Quando mi azzardo a confessare il mio amore per Machiavelli, ottengo solitamente uno di due effetti: un imbarazzato silenzio, prologo certo ad una virata della conversazione sul tempo o sul mercato equo e solidale; oppure un cenno di ironico compatimento, misto ad un malcelato moto di sospetto nei confronti delle mie qualità morali e dei miei orientamenti politici:
- Vabbè, è un grande, d'accordo, anche se ce ne sono molti più grandi di lui. Ma amarlo? Come fai ad amare un uomo tanto cinico, empio, volgare? E amico dei tiranni, per giunta.

A volte vorrei replicare qualcosa, prendere le sue difese, dire che no, lui non era come lo hanno dipinto quelli che di suo hanno letto solo Il principe, e lo hanno letto male. Il più delle volte va a finire che ci rinuncio, per timidezza o per viltà. Altre volte, e questa è una di quelle, trovo il coraggio, e mi butto a capo chino in ghiribizzi incomprensibili ai più. Sì, perché tutti hanno sentito parlare di Niccolò Macchiavelli, molti ne parlano da sapienti, quasi nessuno lo ama dal profondo: questo è il motivo per cui non esiterete a darmi del pazzo dopo aver letto questi miei Discorsi.


Niccolò il grande
Niccolò Machiavelli è un grande artista. Ci vuole tempo per conoscerlo e amarlo. Molto tempo e infinita pazienza. Non è come per i poeti, che si ritirano in luoghi aerei, e da lì fanno calare brandelli di eternità sui mortali. Facile amare il poeta, comodo amare il poeta. Basta chiudere gli occhi e dargli carta bianca: parlami liberamente, e io non farò altro che ascoltare e godere.

Machiavelli non ama i luoghi aerei. Ama la terra, anzi, è fatto di terra. Non si eleva al settimo cielo, lui, per additarci la via dell'Eterno. Piuttosto scava, scava a mani nude nella melma della storia, perché io credo che questo sarebbe il vero modo di andare in Paradiso: imparare la via dello Inferno per fuggirla.

Non gli interessano i ducati, i regni e le signorie, ma i duchi, i re e i signori. Pianta i suoi occhi in quelli del Valentino e passando dagli occhi gli apre il cervello, e poi giù fino al cuore, per capire da dove gli venga tanta ferocia e quale ne sia il fine.

Capire le cause per spiegare gli effetti. E poi cambiare gli effetti in fini e le cause in mezzi, per dare agli uomini nuove leggi e nuovi ordini, a garanzia di una pace solida. Trovare la via dell'Inferno per conquistare il bene più grande: pace, ordine, giustizia.

Grande artista, il Machiavelli, ovunque posi la penna. Non c'è una sola pagina sua che suoni vuoto o tirato via. Crea immagini memorabili, piega la lingua italiana (o fiorentina, come avrebbe detto lui) a ogni esigenza. E si duole che lo scrivere non basta, e vorrebbe avere nuova arte per dire di più:

Mi pare vedere Filippo quando Piero del Bene giunse; et se io sapessi dipignere, vel manderei dipinto, perché certi atti suoi familiari, certe guardature a traverso, certe posature sdegnose non si possono scrivere.

Ma che dipinto e dipinto, Niccolò! Ti son bastate quattro righe per immortalare Filippo! Michelangelo Buonarroti non avrebbe potuto dipingerlo meglio.


Historico, comico et tragico
Facile amare i poeti, ed esaltare i versi loro immortali, o commuoversi davanti alla Pietà, tanto è perfetta. Per amare Niccolò ci vuol fatica e dedizione. La sua poesia è nascosta fra mille e mille pagine. E devi leggere di principati e di repubbliche, di Spagna e Francia e Inghilterra. E non te ne potrebbe fregare di meno di Spagna e Francia e Inghilterra, quando stai cercando la poesia, e ti viene da gridare: ma dove cazzo l'hai messa la porca poesia? Finché non trovi qualcosa del genere, scritta a consolazione del figlio Guido, di anni 16:

El mulettino, poiché gli è impazato, si vuole trattarlo al contrario degli altri pazzi: perché gli altri pazzi si legano, et io voglio che tu lo sciolga. Daràlo ad Vangelo, et dirai che lo meni in Montepugliano, et dipoi gli cavi la briglia et il capestro, et lascilo andare dove vuole a guadagnarsi il vivere et cavarsi la pazzia. Il paese è largo, la bestia è piccola, non può fare male veruno; et così sanza haverne briga, si vedrà quello che vuol fare, et sarai a tempo ogni volta che rinsavisca a ripigliallo.

Qui Niccolò svela al figlio il suo desiderio più intimo, coperto da una metafora inattaccabile, per non spaventarlo. Chi sono i pazzi, se non coloro che non possono fare a meno di dire la verità? Il cavallino è pazzo perché vorrebbe esprimere la sua vera natura di libero corridore di campi, togliendosi la briglia et il capestro. Machiavelli è pazzo per aver dedicato la sua vita all'unica cosa che sapeva e voleva fare: sottoporre le cose moderne al vaglio implacabile della propria ragione, libero da doveri di riverenza verso qualunque forma di auctoritas.

Per il cavallino del figlio egli dispone la sorte che avrebbe voluto per sé: scioglietemi, implora, sciogliete questa bestia piccola nel paese largo del pensiero umano. Avete ragione voi: ho scritto cose terribili sugli uomini e sugli stati. Ma lasciatemi libero, e vedrete che saprò rinsavire. E se non fosse, almeno potrò restare fermo nella mia pazzia, senza far male a nessuno.

Nella seconda parte della sua vita, quella che gli studiosi definiscono post res perditas, Machiavelli scrisse commedie di successo e compose su commissione le Istorie fiorentine. Nel 1521, firmando una lettera a Francesco Guicciardini, si affibbiò ironicamente un titolo lapidario: Historico, comico et tragico. Ma come tragico, viene da chiedersi? Tragedie non ne scrisse mai.

A ben guardare, il terzo attributo di quel titolo così fortemente autobiografico trova la sua ragion d'essere nella vita intera di Machiavelli, che forse se la vide passare davanti tutta quanta proprio nell'attimo in cui firmò quella lettera. Se i segni distintivi dell'eroe tragico sono l'ineluttabilità del destino, la capacità visionaria, l'impossibilità di farsi comprendere e, di conseguenza, la solitudine, allora la vita di Niccolò Machiavelli è una splendida tragedia.

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Leggete le lettere di Niccolò Machiavelli. Imparerete ad amarlo.

Luca Tassinari



dal 20 maggio 2002

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Esempio 1
<<< Vedi anche il resoconto di lettura del libro di Mario Praz Machiavelli in Inghilterra e altri saggi sui rapporti anglo-italiani (Sansoni 1962).


Il principe è un trattato di dottrina politica che parte da un punto di vista realistico ed amaro. Poiché gli uomini tendono per natura a sopraffarsi gli uni con gli altri, è necessario che intervenga un potere al di sopra delle parti che valga a dominare il tumulto delle passioni. In tempi di corruzione e disordine, questo potere spetta al "Principe" cioè ad una singola, fortissima personalità, che dell'egoismo umano sappia fare uso economico ed utile. Lo stile di quest'opera rappresenta un modello insuperaro di concisione e di forza in cui la lingua si piega a tutte le esigenze del pensiero.


Un'indagine sul pensiero politico di Machiavelli che ne investe anche l'aspetto filosofico, così da comprendere tutto quanto nel grande fiorentino esula dalla dimensione artistico-letteraria. Due sono i temi fondamentali nella sua meditazione esaminati dall'autore: il rapporto tra la "virtù" e la "fortuna", quella particolare capacità umana di governare i casi della vita, e il rapporto tra l'etica e la politica, riguardante i modi che l'uomo di Stato deve usare nell'esercizio della forza finalizzata al conseguimento del successo. Il secondo dei due temi offre una serie di spunti stimolanti e problematici per la nostra coscienza di testimoni delle grandi tragedie collettive dei tempi recenti.



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