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Da: "Simone Silvestri" <nuotatore@infinito.it>
Oggetto: "Una questione privata" tra me e Beppe Fenoglio
Data: martedì 23 aprile 2002 10.24

Sabato Alim bey mi diceva d'aver scoperto l'opera di Beppe Fenoglio attraverso i CSI. L'ho guardato e ho pensato: "Ecco una persona che si trova a dover ringraziare Giovanni Lindo Ferretti "....mica roba di tutti i giorni. Rido, e mi scuso con Alim per averlo coinvolto nell'epigrafe(!).

E poi c'era di mezzo la coincidenza, perché, tra le altre cose, in
questo periodo sto leggendo l'epistolario di Beppe Fenoglio (anni
1940-1962) appena pubblicato dall'Einaudi. Epistolario smilzo, che sta tutto in 200 pagine circa, comprese le molto necessarie note. Se penso ad altri epistolari di gente morta in giovane età, mi viene da dire che qua c'è proprio poca materia. Cioè, Kafka e Fenoglio (che è nato il mio stesso giorno), per fare un esempio, sono entrambi morti a quarantuno anni, ma l'epistolario kafkiano ha ben altra estensione. Non so...anche quello di Proust, per dire di un altro morto a quell'età lì, anche se per lui il caso è diverso, datosi che Proust se ne stava le giornate intere a letto e scriveva a destra e sinistra.

Poi c'è quella faccenda curiosa della scartoffie del giovane Fenoglio.
Che nella seconda metà degli anni cinquanta coi genitori abbandonò la vecchia abitazione in Piazza Rossetti, ad Alba. In soffitta lasciò degli scatoloni di libri, carte, lettere, minute di lettere, quaderni. La roba rimase lì dimenticata, fino a che, cinque anni dopo la morte di Fenoglio, il proprietario cedette i locali ad un gruppo di giovani albesi, a patto che glieli svuotassero dal ciarpame. Gli scatoloni finirono così in riva al Tanaro. Si salvarono solo due quaderni, con l'intestazione "Appunti partigiani", che un ragazzo torinese (ma originario della Langa) aveva pescato a caso in mezzo alle carte. I quaderni restarono per anni sopra gli scaffali della rimessa della sua famiglia. Il resto, se lo portò il fiume.

Dino Buzzati negli stessi anni cinquanta andava in Francia ad
intervistare, per conto del "Corriere della Sera", il filosofo/  narratore engagé Albert Camus. Nel testo stampato di quell'intervista, mi pare in cima, quando si fa il salamelecco d'uso al lettore, Buzzati scriveva che Camus gli era subito piaciuto perché aveva "una faccia da garagista".
Bellissima definizione per dire che non gli pareva uno scrittore, ma uno scaltrito e modellato dal lavorare con le mani....Io invece confondo Camus con Marcel Cerdan, francese d'Algeria anche lui, campione mondiale dei pesi medi detronizzato da Jake La Motta e fidanzato di Edith Piaf.

Tutta questa roba per dire che Fenoglio ce l'aveva anche lui questa faccia da garagista. Lungo e secco e brutto come il partigiano Milton protagonista di "Una questione privata", con la faccia mitragliata dai fori dell'acne (mal comune mezzo gaudio: anche Vittorio Alfieri aveva lo stesso problema), uno sguardo da attore americano di film con l'investigatore e il ladro. E anche: quell'aplomb della provincia italiana, col vestito completo, la cravatta e la sigaretta in mano, i capelli alti, duri e allisciati all'indietro. Fenoglio con l'aria di quei giovani intelligenti che sono l'humus di certe aree geografiche: sono bambini e poi uomini in un reticolo di rapporti che li porta ad essere loro stessi la faccia del luogo in cui vivono. Inappuntabili e retti ragazzi del tennis e della pallacanestro (sport non particolarmente popolari negli anni della guerra), che si innamorano d'altrettanto inappuntabili ragazze durante feste danzanti all'aperto,
d'estate.
Ah poi Fenoglio nel parlare tartagliava, zagagliava.

Fenoglio parte dal nulla dell'essere assolutamente inedito. Manda un po'in giro il manoscritto dei suoi primi racconti, e quasi subito un giovane scrittore suo coetaneo, Italo Calvino, che fa il redattore presso la casa editrice Einaudi in Torino, gli risponde. Gli dice che ha letto i suoi racconti e che sono abbastanza buoni, benché si renda necessaria qua e là qualche modifica. Gli dice anche che lì all'Einaudi stanno facendo una nuova collana di narrativa che dovrebbe essere un po' la fucina dei nuovi talenti della narrativa italiana. La collana si chiama "I gettoni" e la dirige Elio Vittorini. Vittorini prenderà in consegna il manoscritto e ne dirà cosa ne pensa, scrive Calvino.
Comincia così un rimpallo di lettere su migliorie, tagli e aggiunte, progetti di titoli, che durerà circa un anno e mezzo. Ma alla fine il libro esce con buon successo. C'è gente che capisce subito che questo sconosciuto langarolo con la faccia alla Jean Gabin coi foruncoli è uno scrittore vero.

"E', anche come persona, un tipo insolito nelle nostre lettere, anzi proprio il contrario del solito ragazzo di provincia letterato. E' un commerciante di vermouth, non in proprio, ma per una ditta in cui svolge mansioni importanti".
(Calvino su Fenoglio)

Vermouth. Beppe lavora presso un'azienda vinicola. La sera scrive,
suppongo fumando una montagna di sigarette. In queste sere presso la macchina da scrivere produce in tre successive redazioni tra il 1960 e il 1962 questo lungo racconto che s'intitola "Una questione privata".

Io scrivo qui un accenno sulla trama. Nella quale c'è un protagonista che si chiama Milton, come il poeta del "Paradise lost". Milton ama Fulvia (oddio, un nome che lascia il segno, ma lasciamo stare). L'ha conosciuta giovinetta, che lei è venuta lì ad Alba da Torino, per stare lontana dalla guerra. Gliel'ha presentata un suo carissimo amico, il bel Giorgio Clerici, ragazzo ricco e sciolto e ammirato. L'esatto contrario di Milton, che è brutto come Fenoglio, povero, colto. Milton corre da Fulvia, le scrive lettere bellissime, le parla per ore delle sue letture, goffo e innamorato. Finché , per lui e per l'amico fraterno Giorgio, arriva il momento di andare prima soldati, poi in montagna a far la guerra partigiana nelle file delle divisioni badogliane. Fulvia
torna a Torino.

Il racconto comincia con Milton che torna nella villa deserta di Fulvia, giusto in una pausa dei combattimenti. Rischia la vita per andarsene lì.
Trova la vecchia custode, che gli racconta di Fulvia, nel periodo
successivo a quando lui è partito soldato, e dopo l'otto settembre
cercava di tornare su dall'esercito in rotta presso Roma. Come succede in questi casi di barrage sentimentale, Milton è avido di notizie ma cerca di non darlo a vedere. La custode racconta a Milton che in quel periodo, mentre lui fuggiasco si nascondeva nelle latrine della stazione di Livorno, Giorgio Clerici visitava spesso la villa ed usciva la sera "anche fino alla mezzanotte" nei campi con Fulvia.

Il ragazzo è sconvolto. La puntura di spada dell'amor deluso. Disastro! Milton, ah!, vorrebbe non aver sentito, vorrebbe aver sentito e dimenticato. Vorrebbe che esistesse un altro ieri nel quale Giorgio e Fulvia neanche si conoscevano. Ma ricorda tutto, ricostruisce tutto.
Tutto è presente. Il passato, l'accaduto è lancinante.

"Del passato ciò che veramente importa è ciò che si dimentica. Ciò che si ricorda è soltanto sedimento e scoria. Ciò che importa, ciò che è destinato a sopravvivere, sopravvive apparentemente in segreto, in realtà nel modo più palese, giacché sopravvive come materia esistente di chi ha sperimentato il passato"
(Furio Jesi "Inattualità di Dioniso")

Milton non crede alle proprie orecchie, sente che una gelosia ossessiva si sta impadronendo di lui. Non ragiona corre via. Rientrato alla divisione chiede un permesso: deve correre a Mango, il paese dov'è distaccato Giorgio, deve assolutamente chiedergli cos'é successo in quelle serate con Fulvia. Parte all'alba come un Orlando innamorato. Solo che a Mango gli dicono che Giorgio quella mattina, trovatosi isolato in un banco di nebbia, è stato catturato dai fascisti.

Allora Milton riparte a testa basse per cercar di catturare un fascista da barattare con Giorgio, e deve farlo in fretta, perché il suo amico potrebbero già averlo fucilato. Ma lui corre, ché il pensiero ossessivo di Giorgio e Fulvia nei campi gli invade il cervello. Va nel territorio dei "rossi", le pattuglie dei partigiani garibaldini.

"Oh sì, ho sopportato bene, veramente, mi ha passato da parte a parte come un bambino nudo e inerme" (pag. 140). Milton appena ventenne, anche se sembra un uomo, trapassato "come un bambino" dall'amore per Fulvia. Duro del tabacco di guerra e del caricatore dello sten....ma bambino, in fondo.

Non racconto oltre di questo che è un racconto d'intemperie. Nel quale viene fuori la natura che strizza l'uomo, lo torce dentro alle sue manifestazioni. E Milton s'imbeve della materia naturale che lo aggredisce. Zuppo di pioggia, cieco di nebbia, biscottato dal fango secco. E allo stesso modo anche il suo corpo è tutto ad espellere reazioni, che lo fanno puzzare del sudore e del poco sonno, con la cispa negli occhi e la barba lunga. Gli chiedono infatti a Milton se si è visto allo specchio. No, lui non s'è visto, ma sa che si porta addosso se stesso e la terra su cui cammina, e non metaforicamente. Sa che se si guardasse vedrebbe la sua ossessione amorosa che lo porta avanti fino allo sfinimento. Ma è talmente forte codesta cosa che il suo agire precipite ha conseguenze che coinvolgono degli innocenti, e Fenoglio è
grande nel mostrarle come l'effetto domino di fatti che si dipanano
lungo la curvatura della terra per la volontà controversa di Dio e degli uomini.

"Il racconto ha un suo leit-motiv musicale nella celebre canzone
americana 'Over the rainbow' che costituisce (...) la sigla musicale del disgraziato amore letterario del protagonista Milton per Fulvia"
(Fenoglio, lettera a Livio Garzanti 8.3.1960)

Sotto la voce di Judy Garland scorre questa vicenda nella quale la terra piemontese appare veramente come la terra dei padri, quasi mitica e mineralizzata nella povertà dei giacigli di fortuna nei pagliai, o nella spessa fetta di lardo che una contadina dà come merenda a Milton biscottato di fango e affamato dentro la vigna. A Milton gli fa quasi senso quella scivolosa materia (che il lardo se lo tagli grosso....) dentro al pane duro. Ma lo morde e c'è la piena del fiume, mastica e smotta il terrapieno, digerisce e calano le nuvole bassissime.

La natura torreggia su Milton, e l'odore dei corpi dormiti sopra degli affamati partigiani sembra, per lei, il segnale della preda. La natura si avventa sull'uomo, fino ad arrotare gli avvenimenti in un terminale imprevisto, tremendo e nello stesso tempo umano. Milton alla fine non
saprà se è vivo o morto.

In questo, l'onda lunga del fato che si abbatte lontano dal
protagonista, mi ricorda quel racconto di Jean Paul Sartre, "Il muro".
Lì c'è uno spagnolo della Brigata internazionale. Ormai vicino al
plotone d'esecuzione fa una finta delazione: dice dov'è nascosto il suo capo (lui sa che è altrove, ma vuole vederli trottare un po' i soldati). La delazione incredibilmente, per una strana capriola del destino, è vera. Non lo ammazzano più: ha fatto la spiata al suo capo. Il capo è morto. Lui è vivo.

Milton chissà..........................................


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