Ma come all'improvviso colpisce il fulmine,
un fuoco brucia strato dopo strato,
frigge al rallentatore e fino alla cenere finale .

Poiché sto per venire  a quel Tuo sacro Forno,
dove  con il Tuo coro di Angeli per sempre
sarò fatto Tua musica, al venire
accordo il mio strumento qui  alla porta
e  agito grida di ridenti cristalli.

Dopo aver fatto un flauto con un osso dello scheletro,
posso cominciare a danzare in tutti i mondi insieme:
tutti con i gioielli e il sale di uno stesso oceano,
vita cieca nelle profondità che semina miriadi.

Mentre la furia dell'uragano torce le budella del drago,
gli occhi degli occhi finalmente si spalancano
e milioni di soli erompono in esistenza a ondate,
continuamente, vale a dire senza misericordia.

***
“Terribile è cadere nelle mani dell'Iddio Vivente”,
tuttavia perfettamente libero nessun recinto attorno
a me , solo il mio desiderio alto e veloce.

Nudo come un'anima e aperto come un'ostrica,
porto  tra le braccia l'embrione del fulmine,
faccio risuonare l'appello di una campana,
e mi rallegro di congiungere le mani adesso,
un attimo prima di svegliarmi con le mani incrociate
sul petto e il bianco.

Qui  l'estasi del cactus è il sangue di un serpente, 
e il chiarore di una stella scorre in ogni più minuscolo
filo d'erba e il prato.  Intrecciate sono le nostre catene
organiche, i nodi e gli ombelichi di ogni luce.

Drago magnetico vibrante in ogni cellula,
sulla fulgida serpe dell'onda di luce i nostri corpi sono fondati:
geroglifico in ogni  nucleo e in ogni  cosmo, questo
è l'oceano della vita e della morte.

Lampo originario del sia fatta la luce,
la barca del sole naviga nel mondo sotterraneo,
pellegrino orientato verso Te da ripercussioni cromatiche,
mentre le orecchie mi si riempiono dello strepito
di uccelli tropicali aspiro il profumo della Rosa. 

***

La pietra dei filosofi cuoce nell'Alambicco del mio teschio:
bevi l'amaro calice e lo zolfo sino all'ultima goccia.
Potente è la pozione dell' Unicorno,
poderosa come l'uccello gigantesco che piomba su di me
e mi trascina all'immobile Polo attorno a cui ogni moto gira.

Giunto a tanta gloria liquida  verso ambrosia
e conto i semi del destino, e mentre
l'immensa distanza semplicemente mi attraversa,
lascio il fato tessere  le sue reti vuote di esistenza inerente,
creando ondate di sogno e di crociere di sogno
dall'essudazione di tanti stralunati turisti e cervellini.

Oh fare finalmente una cosa perfetta di tutti i mondi
della caducità e della fluttuante impermanenza !
Non sta certo a me rifare l'Uovo, un uovo d'oro.
Tutto quello che posso offrirvi non sarà altro
che una frittattina di parole ?

Non un riscatto per il dolore dell'anima e del corpo?
Ah! poter asciugare tutte quelle lacrime
da tutti i vostri  occhi che hanno pianto !

***

Bevi folgore liquida dal vivo fiume finché t'è innanzi,
non perderne una goccia nessuno lo vede due volte:
qui dove si volta e sanguina Grazia, Amore, Pace
e Pietà una volta sola !

La nostra tavola è sparsa di pane, vino, ciliege e noci,
e il seme di un'immensa gioia si fa germoglio:
miriadi di gioie si sentono a casa nel seno della Vergine.
Splendenti giranti ruote palpitano di una potente bellezza
sfolgorante e lieve, giusta e senza causa.

O Tu che conservi la tua parte lieve e immacolata
nella degradazione nostra, della natura,
e nell'annientamento dei pianeti e delle stelle,
portami in uno  spazio di non-morte !

***
Nitida cascata di colori agita i riflessi del diamante,
nel cervello la ghiandola pituitaria decalcificata,
lo specchio il cristallo e il cranio sono  nella mente.

Il cuore celeste si sveglia il primo battito rivela i mondi:
germe nelle budella di Dio e Dio nelle budella di un germe,
io sono ciò che sono la stessa danza ovunque.

***

Poiché io vengo a Te di stupore in stupore,
in un unico abbraccio di atomi e vibrazioni infinite,
minuscolo germe nell'intestino dell' essere più grande,
lasciami accordare ancora un po' questo strumento .

Tu sei  più antico della creazione più antico di tutti gli esseri,
in te  ruotano le stelle, gli elettroni, i buchi neri  e i soli.
Dimmelo adesso, ti prego, mentre pianti in me un giardino
da prima che cominciasse la storia e la terra su cui camminiamo.

Viaggio nel vuoto di Dio mio Dio come fresca traccia,
raggiungo su navicelle angeliche  le parti diverse di un  corpo trasparente e santo, dove ogni organo diventa costellazione,
mentre mi effondo nello spazio turbinando tra lo zodiaco
che intesse il destino di razze future.

Nel limo e nel fermento dell'oceano primevo,
emergendo dal caos oltrepasso la corrente
del fiumicello Morte così a lungo calunniato.

Qui diamanti immortali scintillano sulla schiuma
del momento:  immagini luccicanti del flusso
che mai si ferma esplode in estreme intensità polari,
creando continuamente il fulgore dorato della ruota
che nel suo vorticare appare assolutamente immobile.

Trattenendo il fiato come una madre al parto,
uno yogi o un feto, qui dove esitano persino gli Angeli,
restai in contemplazione e nel fulgore forse un minuto,
un eone o un secolo, poi fu necessario riprendersi
e scendere da quel belvedere senza vedere, per
imparare a vivere e a morire, e nel frattempo coltivare
qualche curiosità e andarmene sui limiti.

***

Andavo in viaggio nello spazio tra gli atomi e le sinapsi,
zufolando annotazioni alchemiche, sorprese e ritornelli,
su una nuvola vidi Satana
che mi disse ridendo: “ Ecco un cosmo in cui la vita
non ha bisogno di essere collegata  al  vivere”.



Dicendo ciò sparì in un vento di uragano, divelse alberi,
ponti  e centri di vacanza, e mi offrì un Luna Park senza paese
o strade: un grande Parco solo con il cielo, scipito e blu.


Poi per un tetto aperto, o forse una finestra scomparsa,
quest'anno, l'anno prossimo, l'anno scorso,
Mefisto ritornò e disse: “ Sto provando a creare per voi
un organismo libero da Dio,  dopo vi porto il conto”.

Non aveva cuore umano tanta grazia,
né volto umano la sua carità pelosa,
il suo amore non aveva umana forma divina.
E quando quel pacifinto gridava “pace!”,
quel grido troppo forte non aveva voce umana.

Vidi allora ( ancora per poco steso a letto, nella mia infermità,
e tuttavia riuscendo ad aprire una finestra), vidi uomini
e donne cambiare l'embrione e il neonato figlio
con rilucenti automobili in garage e il cane
infiocchettato sulla soglia invernale “un attimino”.

  ***

Chissà  se ci sarà ancora un “Tu” alla fine: forse
non ci sarà più neanche la Bellezza, che è parola
nostalgica, ma solo la danza lieve e immacolata
dei beati, là dove non c'è dove e finalmente la  musica sarà molto più importante dell'odio e dell'amore.

Per questo io ti ringrazio, Signore: ti rendo grazie
per la tua celestiale ironia, per avermi permesso di sedere
come un figlio sulle ginocchia e il pensiero di un padre,
e osare rivolgermi a Te con fiducia, mentre lasciavi al tuo monello  il tempo per accordare
il suo strumento.

***

Contemplavo  l' invisibile feroce ruota dentro di me
poi una scintilla che trasformava  tutto in tutti.
E non per  vette o baratri, bensì per quasi impercettibili
slittamenti e piccoli buchi . ..
( Oh, solo qualche feritina -  anche narcisistica, volendo,
fu solo il loro accumulo che mi convinse di una gravità,
e mi porta finalmente a gravitare verso Te).

***
Sono stato “laggiù” e sono uscito dall'altra parte
sfrecciandovi attraverso come l'espresso di mezzanotte
per giungere a  questa modesta stazioncina.

Nel punto esatto in cui la vita va al di là,
percuoto il  tamburo della lingua dei miei padri ,
e  mi scuoto dopo il lutto e il lampo ,
e resto nel Tuo tuono che rimbomba.


Per ridiventare un fiore, Edipo e Sfinge,
io fingo un groviglio di parole,
e il petto  ricoperto da un'armatura di piccoli
lampi, visito il mio stesso corpo come uno straniero.

***
Erano i parossismi del protopasma luminoso
che accendono modulazioni multiple di rara regale realtà,
era  in ogni istante la gioia dopo l'inevitabile l'angoscia:
un afflusso successivo di gioia eccessiva che danzava
attraverso il mandala del tessuto nervoso,
nel lavoro della luce  che cresce in ogni cellula.

  Erano cose viste in questo mondo e l'altro,
il profumo della rosa in una mano
e nell'altra il filo  della distanza attraversata.

Ed era il canto della Fenice risorta dalle sue ceneri ,
uccelli che respiravano lampi e corona di Re.



Era solo uno che rispondeva: “ No, sto solo cercando
d'imparare a usare le parole e superare un lutto ...”.


***


Nausea dell'entronauta, come quando un ascensore arriva
al piano. Sono stato  alla caverna del ciclope : non era solo l'immaginazione di un gigante, era la vita:
e ne uscirò  con un corpo tatuato di scritture
e una croce piantata sulla gobba.

Non c'era  nessuno qui – dicevo a me stesso
per fuorviare i demoni e l'intralcio:
solo il labirinto tra le  mani come guscio
di chiocciola schiacciato e luminosa ragnatela,
che qualcuno dirà groviglio di parole.

Uscendo all'aperto, nella radura  al soffio dell'Eterno:
Oh gioia ancor più profonda della morte!
Oh  beatitudine  infinita e senza causa !

***

Oh fragile felicità terrestre, e tu stellina blu,
stella marina, attenua un po', ti prego,
i  toni da deliquio di tanti trionfanti arcobaleni.

Mentre la furia del ruggito dei leoni
s'imprime nell'alone che resta attorno alle parole,
contemplo i confini del mondo, ovvero le mie mani,
battendo le ali come batte le ali la colomba.

***


In sillabe imploranti, sussurrando a bassa voce,
quasi senza voce e nel timore che tutto possa perire,
tutto rifiorire : “Forse Gesù si è addormentato nella culla,
forse l'hanno dimenticato nella fossa , sulla spiaggia,
in qualche bara...”.


Sono io che, sull'orlo della fossa,  echeggio
e passo fra mille notti color d'inchiostro,
di fughe e d'imboscate, e un cumulo
che si scioglie come neve al sole.

Lascio dunque agli Angeli i loro inni tuoneggianti ,
e ai leoni le loro agghiaccianti simmetrie: 
Le linee delle mie mani erano colme di fuoco,
sono solo inchiostri che sbiadiscono col tempo.

Quando in corsia, qui in clinica, ogni luce è spenta,
chi è che risponde all'estremità dell'uomo e del suo fiato ?

E' Gesù che nella mia anima si è intriso, nel sale delle ossa
per sempre mi è rimasto.

Gianni De Martino
(Essaouira 1968 – Milano 2005)



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La Frusta! Cerca nel Web
L’Autore prende lo spunto dal libro “The man Jesus Loved” di Theodore Jenning, pastore della Chiesa metodista americana, non per ribadire la presunta omosessualità di Gesù, ma per proclamare “l’indifferenza” del fatto qualora si fosse verificato. Sua precisa proposta è uscire da una considerazione della sessualità tabuizzata e additarne una equilibrata, lontana dall’enfatizzazione e dallo svilimento.

Un interessante articolo dello stesso De Martino sintetizza così il senso del suo libro, che si avvale anche dei testi documentari raccolti da
Pasquale Quaranta:

«… della sessualità di Gesù non sappiamo nulla, eccetto che era un maschio ebreo del suo tempo e che il suo coraggio consisteva nell'essere tenero. Non abbiamo bisogno né di un Gesù gay né di un Gesù eterosessuale o asessuato.
Abbiamo bisogno del Cristo risorto. Occorre salvaguardare il valore
"universale" del Cristo».

L’argomento è trattato con singolare maestria e coinvolgimento, fuori dai
luoghi comuni, usati solitamente contro i nemici implacabili dell’omosessualità (tra i quali coloro che hanno contestato questo libro in quel di Salerno). E per prima cosa vengono smantellate alla radice le
giustificazioni dell’aggressività omofobica, con la messa in questione della
presunta inconfutabilità del punto di vista biblico, che non pochi portano
ad avallo dei propri atteggiamenti persecutori.
AUSILIA RIGGI


"Un certo modo di vivere l'Africa, l'amore e la sessualità.E' dritto, schietto e robusto, di facile e irresistibile lettura." Gabriella Ziani - Tuttolibri " ... colpisce per la continua volontà di mettersi in discussione, pagina dopo pagina, esprimendo una scrittura ora sognante, ora crudemente realistica, ora da pamphlet etnografico, ora sorprendentemente inarcata nella sublimità del discorso mistico, nelle avvisaglie, scrive l'autore, delle 'prime benedizioni di una lingua angelica' ". Pier Vittorio Tondelli - Mouse to Mouse "... l'abilità dell'autore è proprio nella sua ambiguità di giocoliere della lingua, della parola." Corrado Augias - Panorama " ... un punto a favore di De Martino, ne conferma le qualità di romanzo-saggio, che affronta con buon esito narrativo e diretta efficacia espressiva un argomento troppo spesso trattato con improprio lirismo e superflua spavalderia." Alberto Moravia - Corriere della Sera

Luigi Cristiano (17-03-2001) su IBS
La rivista “Mondo Beat” pubblicata tra il 1966 e il 1967 a Milano fu il primo esempio nel nostro Paese di stampa alternativa autogestita. Prima di spegnersi sulla soglia di quel movimento del ’68 che aveva così intelligentemente annunciato, riuscì a sopravvivere per sette numeri, sfuggendo a piogge di sequestri e di denunce, resistendo al fascino delle ideologie e delle armi automatiche, inalberando lo slogan dei primi uomini liberi: “Spazio libero per una generazione d’emergenza”, “ Dateci i sacchi a pelo e tenetevi le bandiere”. Di questa prima rivolta dello stile del dopoguerra, culminato con l’incendio di “Nuova Barbonia” o “Capellonia City” – come la stampa aveva chiamato il campeggio dei capelloni a Milano - , sono qui rievocate le numerose storie possibili, o anche impossibili, attraverso le immagini e i testi – ora ironici, ora critici, ora poetici e impegnati – dei protagonisti di una breve estate d’amore e di rivolta di cui questo libro intende riprendere la memoria e disseminare altrove la pungente effervescenza.

Gianni De Martino è nato ad Angri (Salerno) nel 1947.
E' stato tra i fondatori della mitica rivista "Mondo Beat" e direttore di "Mandala. Quaderni d'oriente e d'occidente". Dopo essere stato per alcuni anni in Marocco e in India, dove ha vissuto gli anni della rivoluzione dei fiori, ora vive e lavora a Milano come giornalista e saggista, specializzato in cultura araba. Collaboratore delle riviste "Pianeta fresco", "Alfabeta", "L'erba voglio", “Il piccolo Hans”, "Altrove", “Il Mattino” ed altri quotidiani e riviste, è autore di numerosi libri. I più recenti sono: I Capelloni (Castelvecchi, 1997), Odori (Apogeo, 1998), Hotel Oasis (Mondadori 1988; Zoe 2001), La nota gradevole (in collaborazione con Luigi Cristiano, Studio Edizioni, 2001), Arabi e noi (in collaborazione con Vincenzo Patanè , DeriveApprodi, 2002).

<<<  Il sito Ufficiale di Gianni De Martino
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