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Il filosofo nell'armadio

Divagazione sul libro "La vita sessuale di Kant" di Jean-Baptiste Botul>>>


Si ritiene, sulla scorta degli autori greci, che il primo sovrano a ricevere l'appellativo di tiranno fu Gige, fondatore della dinastia mermnade, il quale ebbe a regnare sulla Lidia durante la prima metà del VII sec. a.C. La vicenda della sua ascesa al potere è esemplarmente narrata da Erodoto nel I libro delle Storie.
Il re Candaule, innamorato di sua moglie, «era convinto di possedere la donna di gran lunga più bella del mondo», le cui grazie soleva magnificare di continuo al proprio servo e confidente Gige. Ma «convinto» non è la parola giusta. Egli non ne è affatto convinto. Ciò che insegue, e che sempre gli sfugge, è la visione assoluta della donna: il sapere certo, definitivo, intorno a colei che gli si offre in realtà unicamente nella confusa immediatezza del godimento erotico. Candaule ha in sorte la regina come la più bella. La sente tale, ma non la sa. E quando si rivolge al servo esclamando: «Mi accorgo di non riuscire a persuaderti, se ti parlo della bellezza di mia moglie», è innanzitutto se stesso che egli tenta di persuadere. L'opacità dell'esperienza sensibile lo esaspera. Una tenace passio metafisica lo pungola a trascenderne i limiti cognitivi, ed egli proietta i suoi dubbi sull'inconsapevole Gige.
«Ebbene, fai in modo di guardarla nuda», conclude. Baderà lui a disporre ogni cosa: al momento di coricarsi, introdurrà Gige in camera da letto e questi, nascosto dietro uno dei battenti della porta, avrà modo di osservare la regina mentre si sveste. «Guardarla nuda». Attraverso l'inaudita malleveria di un occhio estraneo, Candaule intende finalmente radicare in se stesso la certezza della visione. Allo sguardo del servo, ideale prolungamento di quello del signore, è dunque affidato il dispositivo di propriazione del sapere intorno alla donna da parte di quest'ultimo.
«Fai in modo di guardarla nuda».


Lo sappiamo: la donna, nella sua nudità, è la Cosa in sé. Das Ding an sich. Il Sesso della donna. Ma è davvero possibile attingerne la visione? «Mai uomo che possa parlare vedrà una simile meraviglia», sentenzia Jean Renart nel Roman de la Rose. Vedere, non si può. Soprattutto: non si deve. «Che insane parole sono queste, con cui mi inviti a contemplare la mia signora nuda! Spogliandosi degli abiti la donna si spoglia anche del pudore», protesta il buon Gige. In effetti non si tratta di un invito, ma di un'ingiunzione. A nulla vale schermirsi, ripetendo col servo: «Io sono persuaso che lei sia la più bella fra le donne». La consegna di Candaule definisce, a un tempo, il debito ontologico dell'episteme signorile e la revoca di qualunque dogmatismo confidenziale, articolando la produzione del sapere sulla Cosa nella complicità di due sguardi che si garantiscano reciprocamente.
Impresa impossibile, tuttavia. Il servo, sorpreso a spiare ciò su cui grava un interdetto inesorabile, non avrà più che un'alternativa, di cui la ferma parola della regina stabilisce una volta per tutte la «vera necessità»: uccidere il suo re e prenderne il posto accanto alla moglie, o morire egli stesso. In ogni caso, lo stratagemma non consente di esportare alcun sapere dalla camera da letto in cui la Verità si mostra senza veli. 
D'accordo, la situazione non è delle più allegre. Ma quello che potremmo a questo punto definire "il problema di Gige" non è forse il nodo gordiano che il filosofo metafisico è da sempre chiamato a districare? E la deplorevole conclusione dell'apologo non è un ammonimento sui pericoli a cui si va incontro, anche qualora si ponesse mano a spade e pugnali? Uccidere o essere uccisi non fa qui una gran differenza: è una questione di lignaggio. In questo caso, di lascito filosofico. Kant lo sa bene.


Il mandato che colloca il filosofo nell'insostenibile prossimità della Cosa - mandato a cui una sorta di lealismo gli impedisce di sottrarsi - è anche un'evidente esposizione alla morte. Vedere, sì... Ma come? Si tratta in primo luogo di non essere visti!
Possiamo figurarcelo, questo filosofo kantiano, rimpiattato nella camera da letto in cui Pensiero e Realtà conducono un coniugio gravido di incomprensioni, a un passo dalla Cosa che si proibisce di interrogare, preoccupato ormai solamente di eluderne il rilancio calamitoso che lo consegnerebbe alla necessità di uccidere o morire. Contro quel battente chiuso si infrange ogni residua velleità di sapere la donna e il suo Sesso. Di conquistare alla coscienza la Cosa in sé. Al diavolo la visione! Cautela, innanzitutto: non farsi scoprire!
Chi dubiterebbe che lo scrupolo capace di inibire al soggetto lo spettacolo del regal fiore, preservando a un tempo la sua pelle con quella del marito che dorme fiducioso nel proprio letto, obbedisca né più né meno che a un ben quartato imperativo morale? E tuttavia, come ciascuno può comprendere, il compito si presenta tutt'altro che semplice e una disciplina poco meno che kantiana non sarebbe bastevole alla bisogna: qui non si tratta del disbrigo di una notte, ma di una condizione permanente. 
Non sulla Cosa: su se stessi occorre gettare il velo! È la nuda realtà della propria presenza che il filosofo, con un movimento che replica per converso l'atto di svestizione della regina, deve ora rivestire di pudore. L'intenzione profilattica del silenzio di cui si circonda andrà in questo caso presa alla lettera. Silenzio ci vuole! Scongiurare i colpi di tosse con sapienti alchimie pneumatiche e ghiandolari. Respirare poco. Traspirare meno. Eiaculare per nulla. Se solo si potesse evitare anche di dormire, per non tradirsi nel sonno! 
Che altro sono le abitudini, la consuetudine dei gesti, la prevedibilità dei costumi, così studiosamente perseguite, se non un tentativo di rendersi invisibili? Ben vengano le fisime, i rituali, le acribie che muovono al riso. Coprirsi di ridicolo è ancora una maniera di nascondersi. Ricordiamolo: ci troviamo pur sempre in una posizione delicata, dietro un battente, nella camera da letto di una signora!


Non ci si illuda. La gloriosa tradizione del filosofo coricato, inaugurata da Socrate nel Fedone e proseguita, passando per Cartesio, fino all'orgastica apoteosi del Sogno di d'Alembert, subisce qui un inciampo irrevocabile. Nella camera da letto della metafisica, scaraventato giù dal talamo che divide maritalmente con la Cosa in un ménage fatto forse più di sogni che di amplessi, il filosofo è sospinto adesso in quell'armadio dove si tengono gli scheletri, o gli amanti, sempre che gli uni non appartengano agli altri. La pratica filosofica è riconsegnata alla sua vocazione adulterina e agli incerti del mestiere. Soprattutto, dentro un armadio si sta costretti. Ricorda un po' quell'angusta segreta medioevale di camusiana memoria, detta malconfort, in cui nel disagio del corpo anche l'anima apprendeva di non essere innocente. Del resto, chi ha mai detto che quello del filosofo è un mestiere facile? E chi meglio di Kant ha saputo saggiare quale condizionamento fisico comporti l'innamoramento metafisico, trovando anzi nel primo un necessario contrappeso al secondo, una prassi apotropaica e cautelare, una maniera di scusarsi?
Certo, si può sempre provare a sgattaiolare fuori dall'armadio come Gige da dietro il battente, con tutto ciò che ne consegue. Provvisti di un buon paio di lenti botulistiche, potremmo anche rileggere la storia della metafisica postkantiana come il cruccioso tentativo di cavarsi d'impiccio, nei modi più consoni al temperamento degli attori, attraverso gli espedienti più astuti e lambiccati, dall'oscura palingenesi signorile orchestrata da Hegel con l'ausilio di lame retrattili e sangue al pomodoro, al probo Lévinas, che si palesa alla regina discinta fissandone strenuamente il volto onde l'occhio non si arrischi in più avventurosi distretti. Già, ma questa è un'altra storia.


erostratos  



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dal 14 giugno 2002
Esempio 1
Denis Diderot, autore de "Il sogno di d'Alembert"
L'humour et la philosophie scrute la place de l'humour dans l'histoire de la philosophie de Socrate à aujourd'hui. A travers une présentation par chapitres de divers penseurs ayant étudié ou pratiqué l'humour, l'auteur éclaire le côté humoristique de la pensée philosophique occidentale. Il en profite pour combattre certains préjugés entourant la philosophie en démontrant qu'il n'existe pas d'antinomie ou d'inimitié irréductible entre la philosophie et l'humour, ces domaines se rejoignant dans une relation souvent étonnante. L'auteur relate ainsi plusieurs plaisanteries de philosophes illustrant leur usage privilégié et parfois extensif de la parole comique ou humoristique. Enfin, ce livre explique en quoi une plaisanterie peut avantageusement remplacer un syllogisme, et un mot d'esprit traduire toute une philosophie, l'humour étant, comme la philosophie, une discipline intellectuelle visant à découvrir et révéler la vérité, mais aussi les erreurs et les illusions.
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