Tell a friend about this page
Esempio 1
Esempio 1

<<<Ritorno all'Indice Fili di Fumo
Andreas Gryphius    Poesie      (trad. Matteo Neri)

A se stesso

Orrore ho di me stesso, le membra mi tremano,
Quando le labbra e il naso e le cavità degli occhi,
Che ciechi sono per le veglie, l’aria pesante del respiro,
Contemplo, e le ciglia già morte degli occhi.

La lingua nera per l’arsura cade insieme alle parole,
E balbetto non so che cosa; l’anima stanca invoca
Il Gran Consolatore, la carne odora di sepolcro,
I medici mi abbandonano, i dolori fanno ritorno.

Il corpo non è più che vene, pelle e ossa.
Stare seduti è la mia morte, coricati – la mia pena.
Le anche stesse hanno bisogno ormai di chi le sorregga!

Che cos’è l’alta gloria, e la giovinezza e gli onori e l’arte?
Quando arriva l’ora: ogni cosa si fa nebbia e fumo.
E un bisogno ucciderà noi con piena premeditazione.

An sich selbst

               
Mir grauet vor mir selbst; mir zittern alle Glieder,
Wenn ich die Lipp und Nas und beider Augen Kluft,
Die blind vom Wachen sind, des Atems schwere Luft
Betracht und die nun schon erstorbnen Augen-Lider.

Die Zunge, schwarz vom Brand, fällt mit den Worten nieder
Und lallt ich weiß nicht was; die müde Seele ruft
Dem großen Tröster zu; das Fleisch ruft nach der Gruft;
Die Ärzte lassen mich; die Schmerzen kommen wieder.

Mein Körper ist nicht mehr als Adern, Fell und Bein.
Das Sitzen ist mein Tod, das Liegen meine Pein.
Die Schenkel haben selbst nun Träger wohl vonnöten.

Was ist der hohe Ruhm, und Jugend, Ehr und Kunst?
Wenn diese Stunde kommt, wird alles Rauch und Dunst,
Und eine Not muß uns mit allem Vorsatz töten.



Über die Geburt Jesu
               

Nacht, mehr denn lichte Nacht! Nacht, Lichter als der Tag!
Nacht, heller als die Sonn, in der das Licht geboren,
Das Gott, der Licht, in Licht wohnhaftig, ihm erkoren!
O Nacht, die alle Nächt und Tage trotzen mag!

O freudenreiche Nacht, in welcher Ach und Klag
Und Finsternis und, was sich auf die Welt verschworen,
Und Furcht und Höllen-Angst und Schrecken ward verloren!
Der Himmel bricht, doch fällt nunmehr kein Donnerschlag.

Der Zeit und Nächte schuf, ist diese Nacht ankommen
Und hat das Recht der Zeit und Fleisch an sich genommen
Und unser Fleisch und Zeit der Ewigkeit vermacht.

Der Jammer trübe Nacht, die schwarze Nacht der Sünden,
Des Grabes Dunkelheit muß durch die Nacht verschwinden.
Nacht, Lichter als der Tag! Nacht, mehr denn lichte Nacht!



Sulla nascita di Gesù

Notte più della notte luminosa! Notte più luminosa del giorno,
Notte più del sole splendida, notte in cui è nata la luce
Che Dio, la luce, che nella luce risiede, Gli ha scelto:
Oh notte che può sfidare tutte le notti e i giorni!

Oh notte gioiosa in cui lamento e gemito
E la tenebra e tutto ciò che nella terra si congiura,
E timore e paura dell’inferno erano perduti.
Il cielo si apre! Eppure non cade ormai alcun tuono.

Chi il tempo creò e le notti questa notte è arrivato!
E il giusto del tempo e la carne ha preso!
E la nostra carne e il nostro tempo ha trasmesso all’eternità.

Notte torbida di pianti, la notte nera dei peccati,
Della tomba l’oscurità sparirà per opera della notte.
Notte più luminosa del giorno! Notte più della notte luminosa!



recensione di Bonfatti, E., L'Indice 1994, n. 3

Vengono qui riproposti in traduzione, con testo originale a fronte, quaranta dei cento sonetti che Andreas Gryphius (1616-64) ha composto in massima parte durante la sua giovinezza e via via rielaborato e dato alle stampe dal 1637 al 1663. Data la destinazione di questa piccola raccolta e la sua unicità nel panorama delle traduzioni italiane (con l'eccezione dei sonetti raccolti in "Poeti religiosi tedeschi del Seicento", a cura di Sergio Lupi [1963]), Enrico De Angelis vi ha incluso i componimenti più famosi nella loro ultima stesura del 1663: "Tutto è vanità", "Miseria umana" "Lacrime della patria. Anno 1636", "Alle stelle", poesie che nel nostro secolo, e al di fuori dell'ambito accademico, hanno tenuto desta la notorietà di un autore solitamente poco letto. Si pensi alla ricomparsa di "Lacrime della patria. Anno 1636" nel n. 577-82 (novembre 1921) della "Fackel", dove si ricorda anche la pubblica lettura tenuta da Karl Kraus nell'ottobre precedente. In effetti gli orrori delle due guerre mondiali hanno favorito il contatto con versi in cui la meditazione sulle rovine della guerra dei trent'anni s'intreccia ai temi più caratteristici del 'contemptus mundi' cristiano. Basta leggere la pagina di "Kaukasische Aufzeichnungen* di Ernst Jünger (24 ottobre 1942) in cui la città distrutta evoca un paesaggio di rovine popolato da greggi non dissimile da quello della prima quartina di "Tutto è vanità". A un repertorio pressoché obbligato De Angelis, che firma la traduzione insieme a Liliana Cutino, ha aggiunto un ventaglio molto rappresentativo di altri sonetti, ad esempio i quattro, bellissimi, relativi alle quattro parti del giorno posti all'inizio del "Libro secondo" (1650), e alcuni di contenuto occasionale o satirico nei quali la meditazione sulla morte è assente e il 'contemptus mundi' si stempera o scompare. Sono rimasti invece del tutto esclusi sia i sonetti relativi al calendario liturgico protestante (1639), sia quelli apparsi postumi nel 1698. Che si prenda il Gryphius dell'alto pathos religioso e delle visioni apocalittiche oppure quello di poco più sommesso del gioco epigrammatico e satirico, resta l'impresa difficile di tradurre una lingua poetica che già i contemporanei avevano più ammirato che amato o assimilato a fondo e la cui unicità viene potenziata dai ritmi forti del sonetto in versi alessandrini. Escluso l'impiego di ogni tipo di metrica, emerge qualche episodica reminiscenza di tradizione poetica italiana.
È assai apprezzabile la resa di "Nascita di Gesù" (I, 1), "A Calliroe" (I, 41), "Mezzodì" (II, 2 tranne però l'ultimo verso), una resa ben più convincente di quella di "Quando partì da Roma" (II, 41), "La Morte" (II, 46) o anche di "Alle Stelle" (I, 36), dove l'insistenza dell'anafora e la correlazione concettosa tra primo e ultimo verso non trovano il debito risalto. Forse qua e là sarebbe stato meglio conservare una versione più aderente al testo, che imitasse di più l'elaborata intelaiatura del sonetto. È possibile, oggi, una lettura di Gryphius che tenga conto del suo "rapporto solitario con il nulla", anche se questo stesso rapporto si è dovuto dare norme e convenzioni ineludibili? È il problema che De Angelis suscita nelle pagine introduttive partendo dalla considerazione secondo cui il nostro autore è sì oggetto di "ricerche dal sicuro valore", le quali però non servono ad abbattere una certa freddezza che si ha nei suoi confronti. Scartata ogni soluzione storicistica, le cause di un tale misto di "attrazione e imbarazzo" sono individuate nel duplice rapporto di vicinanza e lontananza che ci legherebbe alla poesia di Gryphius: di vicinanza, perché la cultura statica sua e del barocco, per quanto perdente dopo l'illuminismo, non è del tutto estranea ai dissidi della nostra cultura; ma anche di lontananza, perché i modi in cui anche solo la lirica si esprime appartengono a un sistema di convenzioni a noi ormai estraneo. Con "invecchiamento del permanente" s'intende appunto il dilemma che pone Gryphius visto come un tutt'uno con il barocco, dilemma sul quale De Angelis scrive pagine molto dense. In tal modo, certo, trova risposta solo la prima parte della domanda iniziale, da dove nasca cioè il misto di "attrazione e imbarazzo" che Gryphius suscita, mentre la seconda parte, più operativa (come superare questo dilemma), sembra restare in sospeso o al massimo prospettare come soluzione ciò che con l'opera integrale di Gryphius in realtà è già avvenuto nel nostro secolo, al di fuori della cultura accademica e storicistica: la sua drastica riduzione alla lirica, segnatamente ad alcuni sonetti magistrali. Davvero sembra che la fortuna di questo "classico" debba continuare a essere riposta non nel tutto ma solo nella parte.

Nei sonetti di Gryphius, luterano di vasta cultura umanistica e scientifica, ci sono tutti i temi della letteratura barocca europea: il dolore e la maledizione dell'essere, la caducità e la vanità di tutte le cose in un mondo dominato dal peccato, dall'errore e dal caso. Per l'uomo non c'è salvezza se non in un ordine divino che si intravvede a tratti e si rende manifesto nella forza e nella violenza del lamento. I temi della vanitas vanitatum, dell'esaltazione del rapporto con Dio, dell'identificazione della vera unica luce nella notte della morte, si accendono di nuovi bagliori nei suoi versi, considerati il capolavoro della lirica barocca, anche per l'abilità vertiginosa del gioco delle antitesi nei versi alessandrini, nella terzina, nella quartina.

<<< Vedi sul Projekt Gutenberg la pagina dedicata ad Andreas Gryphius (in tedesco).
Einsamkeit
               

In dieser Einsamkeit, der mehr denn öden Wüsten,
Gestreckt auf wildes Kraut, an die bemooste See:
Beschau ich jenes Tal und dieser Felsen Höh',
Auf welchem Eulen nur und stille Vögel nisten.

Hier, fern von dem Palast; weit von des Pöbels Lüsten,
Betracht' ich: wie der Mensch in Eitelkeit vergeh',
Wie, auf nicht festem Grund all unser Hoffen steh',
Wie die vor Abend schmähn, die vor dem Tag uns grüßten.

Die Höll', der rauhe Wald, der Totenkopf, der Stein,
Den auch die Zeit auffrisst, die abgezehrten Bein'
Entwerfen in dem Mut unzählige Gedanken.

Der Mauern alter Graus, dies unbebaute Land
Ist schön und fruchtbar mir, der eigentlich erkannt,
dass alles, ohn' ein' Geist, den Gott selbst hält, muss wanken.




Solitudine

In questa solitudine di deserti più che brulli,
disteso sull’erba selvatica del lago muscoso:
la valle rimiro e l’altezza di queste rocce,
ove soltanto gufi nidificano e muti uccelli.

Lontano dal palazzo, lontano dai piaceri del volgo,
considero come l’uomo trapassa in vanità,
come le nostre speranze poggino su un fondamento instabile,
come prima di sera si disdegna chi prima di giorno ci salutò.

L’inferno, lo scabro bosco, il teschio, la pietra
che il tempo corrode, le ossa consunte,
mille pensieri generano nell’animo.

L’antico terrore dei Mauri, questa terra incolta
È bella e fertile per me che ho riconosciuto
Come tutto vacilli senza lo Spirito che Dio regge.




Bisogna conoscere Gryphius?

Gryphius è e rimane un autore minore, la cui rendita nessuna oscillazione nella borsa dei valori letterari potrebbe rialzare, e tuttavia proprio un minore come Gryphius può rappresentare una delle migliori introduzioni alla sensibilità barocca, alla sensibilità di un secolo, il Seicento, ossessionato dall'idea della morte e della caducità e vanità di tutte le cose: il Seicento è l'epoca dei memento mori, la cripta dei cappuccini a Vienna, quelle di Palermo, di Madrid… In Italia il senso della morte non assumerà tuttavia mai quei toni tragici, foschi e funerei che incontriamo ovunque nel Nord Europa – nella letteratura come nella iconografia. Dai conflitti religiosi e dalle guerre che devasteranno il Nord Europa, soprattutto la Germania, in cui un terzo della popolazione perì nella Guerra dei Trent'anni, l'Italia sarà toccata appena. Se scorriamo la produzione poetica del nostro Seicento non incontreremo niente che si possa porre a fianco di un Gryphius, di un Donne, di un d’Aubigné. Nel campo dell’arte, invece, possiamo evocare un Caravaggio e la sua scuola, gli artisti della luce e della tenebra, della grazia e del peccato, della carne e della frutta maturi e già prossimi a corrompersi…

      Il lettore italiano che affronta Gryphius per la prima volta non parte del tutto disarmato, ha letto il classico studio di Alberto Tenenti (Il senso della morte e l’amore della vita nel Rinascimento), le ricerche di Philippe Ariès sull’atteggiamento dell’uomo occidentale di fronte alla morte; il nostro lettore conosce Les Fleurs du Mal di Baudelaire (si pensi a Une charogne) e Morgue di Benn e, forse, Il dramma barocco tedesco di Benjamin… Oggi, diceva Rilke, si muore negli ospedali, si muore per la malattia che si ha… L’uomo di oggi non sa più di essere una creatura mortale… fatta di tempo. Dinnanzi alla morte il nostro contemporaneo è solo, solo con la sua angoscia… e la sua morte. L’uomo barocco ha invece messo in scena la morte, ne ha fatto un dramma, un Trauerspiel:


This is my play’s last scene,

recita un sonetto di John Donne. Recitando l’ultima scena del suo dramma, l’uomo del Seicento ha esorcizzato la morte, ne ha scongiurato l’orrore, quell’orrore a cui l’uomo moderno è invece esposto, l’orrore della morte e della fine assoluta.

Matteo Neri


Tränen des Vaterlandes

Wir sind doch nunmehr ganz, ja mehr denn ganz verheeret!
Der frechen Völker Schar, die rasende Posaun
Das vom Blut fette Schwert, die donnernde Karthaun
Hat aller Schweiss, und Fleiss, und Vorrat aufgezehret.

Die Türme stehn in Glut, die Kirch' ist umgekehret.
Das Rathaus liegt im Graus, die Starken sind zerhaun,
Die Jungfern sind geschänd't, und wo wir hin nur schaun
Ist Feuer, Pest, und Tod, der Herz und Geist durchfähret.

Hier durch die Schanz und Stadt rinnt allzeit frisches Blut.
Dreimal sind schon sechs Jahr, als unser Ströme Flut
Von Leichen fast verstopft, sich langsam fort gedrungen.

Doch schweig ich noch von dem, was ärger als der Tod,
Was grimmer denn die Pest, und Glut und Hungersnot,
Dass auch der Seelen Schatz so vielen abgezwungen.


Lacrime della patria

Siamo del tutto rovinati, anzi più che rovinati!
L’orda dei popoli superbi, il delirio delle trombe,
La spada unta di sangue, le tuonanti quartane
han distrutto il sudore e il lavoro e le riserve.

Le torri in fiamme, la chiesa messa a soqquadro,
il municipio in macerie, i valorosi fatti a pezzi,
le vergini oltraggiate, e ovunque ci volgiamo
fuoco, peste e morte stringono il cuore e lo spirito.

Qui per la trincea e la città scorre ognora sangue fresco.
Tre volte sono già sei anni che la corrente dei fiumi
pei cadaveri quasi ostruita lentamente rifluisce.

E però tacqui di quel che ancora è peggio della morte,
più orrendo della peste e dell’incendio della carestia:
che tanti anche del tesoro dell’anima vennero depredati.


Abend
  Der schnelle Tag ist hin / die Nacht schwingt ihre Fahn /
Und führt die Sternen auff. Der Menschen müde Scharen
Verlassen Feld und Werck / wo Thir und Vögel waren
  Traurt itzt die Einsamkeit. Wie ist die Zeit verthan!
  Der Port naht mehr und mehr sich zu der Glider Kahn.
Gleich wie diß Licht verfil / so wird in wenig Jahren
Ich / du / und was man hat / und was man siht / hinfahren.
  Diß Leben kommt mir vor als eine Renne-Bahn.
Lass hoechster Gott / mich doch nicht auff dem Lauffplatz gleiten /
Lass mich nicht Acht / nicht Pracht / nicht Lust nicht Angst verleiten!
  Dein ewig-heller Glantz sey vor und neben mir /
Lass / wenn der müde Leib entschläfft / die Seele wachen
Und wenn der letzte Tag wird mit mir Abend machen /
  So reiß mich aus dem Thal der Finsternüss zu dir.


Sera
Il breve giorno se n’è andato. La notte sventola il suo vessillo
E suscita le stelle. A gruppi uomini stanchi
Lasciano i campi e l’opera. Dove animali erano e uccelli
Ora piange la solitudine. Com’è stato sprecato il tempo.

Il porto si accosta sempre più ai passeggeri della barca.
Così come è tramontata la luce, in pochi anni
Io, tu, e tutto ciò che possediamo, che pensiamo, sparirà.

Altissimo Dio, non mi lasciare scivolare nel campo di corse!
Non mi lasciare traviare dal dolore, dal fasto, dal piacere, dalla paura!
Il tuo splendore eterno mi stia innanzi e accanto!

Quando il corpo stanco si addormenta, l’anima ridesta,
E quando l’ultimo giorno mi farà sera
Strappami dalla valle della tenebra a te!


Loading
La Frusta Letteraria - Rivista di critica culturale on line