ABSTRACT

  Dal Diario intimo di Bruna M.  traduttrice dal francese.
della giornata, ma anche perché dentro sono una letterata marcia e adoro ripercorrere i fatti del giorno per riprovarne le emozioni; come se il passaggio dall’immediato del vivere al mediato  della scrittura mi garantisse un raddoppio delle sensazioni esperite. Ho letto troppi romanzi nella mia vita per capire quali sensazioni provengono da me e quali  dai libri che ho letto. Se aggiungo anche la scrittura, alla lettura, avverto che il mio processo di corruzione mentale giunge al sommo della sua artefazione. Ma così sono fatta ormai: essere civilizzato e non più naturale, avverto tutti condizionamenti delle mie percezioni, e non so più rinunciarvi.

Tutto iniziò quel giorno di maggio… ma è meglio che lasci il passo al mio diario… che adesso rileggo insieme a chi leggerà tutto il resto.

***
3 maggio 1999
Oggi  è arrivata Luisa per ricevere da me la sue lezione di francese. È uno splendore di ragazza. Il mio sguardo di donna non può non essere catturato e sedotto da una giovinetta che si affaccia alla vita. La donna già fatta che guarda una ragazza in pieno sviluppo ha lo sguardo ammaestrato di chi s’è vista nel corso degli anni e ha paragonato se stessa, il proprio corpo, alle altre, agli altri corpi. Ci piacciamo o meno, il  nostro sguardo è sottoposto ad  un andirivieni costante dal nostro al corpo a quello delle altre. 
Un fianco flessuoso di  una donna ci colpisce, talora, più di un maschio. Non solo le riviste illustrate, la televisione, ma anche la comparazione visiva di tutti i giorni sono un diktat imperioso per noi, almeno fino alla età in cui si suole definirci piacenti, o fino al punto in cui decidiamo di  non piacere o non piacerci più. Vediamo e compariamo le bellezze femminili come i maschi, ossia con canoni di bellezza che ci sono comuni, ma, sta qui la differenza, abbiamo il nostro corpo come metro. Io mi sono accettata, ma è indubbio che intorno ai vent’anni avrei voluto i miei  fianchi più arcuati, e la vita più stretta, mentre sono orgogliosa del mio seno, delle mie natiche e di tutto il resto. 
Ma ho questo splendore di fanciulla davanti a me e resto col fiato sospeso: sedici anni o poco più, mora,  capelli lunghi inanellati, botticelliani se non fossero neri e lucidi, un petto già pieno sotto la camicetta bianca, fianchi flessuosi da odalisca, natiche che intuisco superbe e che vedo premere  da sotto questa gonna larga, ma non tanto  da non far intuire le forme piene e sode che vi sottostanno. E poi, non direi tutta la verità se non aggiungessi che mi cattura il suo modo di fare, il suo portamento. In ogni suo gesto c’è il richiamo del suo rango sociale.  Non solo per il titolo nobiliare, forse - io poi detesto ideologicamente  la nobiltà e non avverto per nulla il  fascino  fiabesco, da rotocalco, verso i ricchi o i nobili.  Tuttavia riconosco che il mio plebeismo sociale, alla lunga e forse contro la mia stessa volontà,  ha sviluppato nel tempo  un’attrazione per le cose belle e i tratti distintivi delle persone.  I capelli ad esempio, i suoi, hanno una morbidezza e un profumo speciale: senti che sono stati lavati e curati con prodotti, stavo per dire essenze, che non si trovano nei supermercati. I suoi capi di abbigliamento e la sua bigiotteria – nonostante che abbia sedici anni, ne è piena, forse troppo – sono di gran classe, ecco l’ho detta la parola, che resti. Benché l’abbia appena conosciuta so per certo che Luisa non ha mai indossato né indosserà mai  i jeans, e forse neanche i pantaloni. Insomma lei è una patrizia e sa di esserlo: nessuna concessione al moderno e al contemporaneo.  Il fatto che abbia scelto il liceo francese la dice lunga: niente anglopovero da rockstar in casa sua. Il liceo Chateaubriand era la sua naturale scelta di classe.

Mi accorgo adesso di aver parlato solo della sua fisicità, del suo corpo. Avrei potuto fare altrimenti? È talmente bella…
La lezione è stata piuttosto fiacca. Luisa sa il francese ma ne ha una conoscenza sregolata, da praticona. Ha bisogno di maggior consapevolezza linguistica…chissà se riuscirò a dargliela.
Ma, dicevo, il su corpo mi ha catturata. Mi ha eccitata è il termine giusto. Per tutta la lezione non sono riuscita a staccare i miei occhi dal suo busto, dalle sue cosce accavallate. Dio mio, io non sono una lesbica, e non è certo a me che debbo dirlo. Lo so… lo so!  Non sono mai stata attratta dal corpo femminile e so di dire il vero, per quanto si possa dire il vero in questo genere di cose. Ed è inutile che me lo ripeta. Tuttavia Luisa mi attrae, mi accende la concupiscenza se posso usare questo termine desueto… Fatto sta che quando se n’è andata ho notato con stupore l’incavo della mia vagina umido più del solito… Mi sto facendo vecchia e non so dove andare a parare, questa è la verità. La separazione mi ha devastato dentro più di quanto sospettassi evidentemente…


5 maggio

Ho passato una notte agitatissima, da incubo, e a mezzogiorno  mi sono alzata che ero uno straccio. Dunque Luisa ieri  alle due mi avvisa che non può raggiungermi per la lezione. Cominciamo bene, mi dico. Ma la delusione è stata grandissima. L’attendevo con impazienza, in verità.
Ho passato tutto il pomeriggio in uno stato di torpore. Visto che dedico i pomeriggi alle lezioni private, sono stata colta di sorpresa dal suo forfait. Non sono riuscita a fare nient’altro che starmene sdraiata sul letto a perdermi dietro pensieri vaghi. Né mi andava di portarmi avanti col lavoro di traduzione: la verità è che ho pensato tutto il pomeriggio inoltrato e anche la notte a lei. Il lavoro ne ha risentito. Detesto i giallisti francesi, e questi qui che mi hanno dato di recente  sono particolarmente noiosi da tradurre, dei Simenon andati a male. Dopo una notte passata davanti al Pc mi sono accorta di non aver concluso praticamente  nulla. Poche paginette. Non mi è mai accaduto negli ultimi cinque anni. Sono una professionista, dopotutto. 

Era a lei che pensavo, questa è la verità.
Una cosa ridicola, andiamo, ho trentaquattro anni e lei non è che una bambina.
Mi sono masturbata come mio solito, nelle prime ore del mattino. Dopo una nottata di lavoro, la masturbazione usualmente ha il potere di scaricarmi e di prepararmi al sonno. Ma stamani non ci ho provato particolare gusto. Una cosa meccanica: quando io invece sono un’artista in queste cose. Mi piace toccarmi all’infinito e dopo la separazione ho “sposato” la masturbazione con trasporto, con vocazione. Una masturbazione asessuata la mia, senza fantasie ossia, ma “tecnica”, che ha me e le mie sensazioni come centro ed epicentro del piacere. La  pratico tutti i giorni, o quasi, e talora più volte al giorno con gioia, con dedizione infinita e con una certa professionalità, se posso dirlo. Mi porto al godimento come nessuno ha mai fatto. Conosco le mie parti intime e so accarezzarmi con infinita voluttà. Mi apro le lebbra della vulva e giochicchio col clitoride come se pensassi ad altro. Aspetto  la monta del desiderio ed ecco quando sento assalirmi dalla prima voluta, mi sfrego l’interno delle grandi labbra  con tecnica saputa, facendo scivolare  l’indice e il medio  sotto tra l’attaccatura del pelo pubico delle grandi labbra  e le labrucce della vulva: con metodo, con disciplina, con dolcezza, con passione, strizzando leggermente le piccole labbra nella leggera morsa tra le dita. So condurmi  al piacere con pochi sfregamenti sul clitoride quando sono ispirata, senza penetrarmi. Mi piace procurarmi il diluvio sotto e dentro, e in questi casi non  vi intingo neanche  il dito  nella vagina bagnata. Io lo chiamo, questo, “piacere cerebrale”. Sembra che gli umori e quasi la carne stessa, la vagina intendo dire, vi abbiano poca partecipazione, e che mi interessi solo la risposta del clitoride, della terminazione nervosa. Certo ci sono i giorni del “piacere carnale” i giorni che mi brutalizzo, che mi sento molto bastarda dentro, e allora mi masturbo furiosamente, coi miei godemichés.  Lì sembra che non abbia neanche attenzione  del mio corpo, non mi accarezzo neanche i seni, non mi strizzo i capezzoli e vado furiosamente al sodo, alla  penetrazione degli orifizi: tutt’e due ovviamente, alternativamente. Mi comporto con me da camionista, mi maltratto e  godo dandomi della cagna, sfogando la lussuria con senso di spregio per me e per il mio desiderio di me. Esco dolorante da queste sedute di autoerotismo, rare, ma intense. Ma dopo sto benone e canto pure “Casta diva” in bagno mentre mi faccio il bidet. E talora è tanto il desiderio che mi concedo pure il bis, sul bidet stesso, come facevo da ragazzina.
Stamani invece nisba.  È venuto fuori un orgasmino del tutto ordinario, credo di non aver neanche sussultato come mio solito.

6 maggio
È arrivata in ritardassimo senza scusarsi. Si è buttata sul divano incurante  di chiudere  le gambe, offrendomi alla vista l’interno delle cosce. Il suo pube sotto la mutandina bianca mi ha colpito nel midollo spinale.  E dopo un po’ è stata presa da singulti, un pianto disperato.
« Sono due bastardi, ecco cosa sono». 
« Di chi stai parlando», le chiedo sedendomi accanto a lei immaginando  il solito scazzo coi genitori. Non mi pare vero con la scusa di consolarla di poterle accarezzare i capelli. Il contatto fisico con lei, il primo, è una conferma. Io sono presa da questa creatura. Stregata. Vicino a lei sento le esalazioni del suo corpo giovane, un misto di profumo e di odore di pelle, di latte, di carne.
 Io la desidero sessualmente, mi sorprendo a pensare.
«I miei genitori». Mi conferma abbracciandomi. Oddio i suoi capelli sul mio petto, sotto il mio naso. Le more di sedici anni sembrano più donne delle bionde della stessa età.  Io, bionda naturale - e mi chiamo Bruna per contrappasso e irrisione genitoriale -  a sedici anni sembravo una bambina. Luisa mi sembra anche più femmina.
 Le tiro su il viso dal mento. Che occhioni, che labbra, ho una voglia insana di suggellargliele con le mie. Sono spaventata dai miei sentimenti, e allo stesso tempo non avverto alcunché di innaturale. Mi sembra ovvio che io adesso le scopra un seno e che mi attacchi ai suoi capezzoli. Follia? No, amore, amore puro, quindi amore fisico. Sono esaltata dal mio sentimento, per nulla turbata, questa è la verità. Ma io non ho mai amato una donna: e questo è altrettanto vero.
Quando riesco a riprendermi ho parole vaghe nei confronti del cruccio che la tormenta. I genitori sono un problema per antonomasia per ogni adolescente. Figurarsi i ***. È una razza di egoisti, sono abituati a schiacciare qualsiasi io, a partire da quello dei figli. La loro è la storia nota: quando i genitori hanno dei progetti, i figli hanno dei destini.

Certo allora quando scrivevo queste note non sapevo nulla dei drammi privati di Luisa. Forse, visto col senno di poi dovevo forzare di più la mia naturale ritrosia a immischiarmi negli affari dei miei studenti. Ma c’era un altro elemento: non riuscivo in quel momento  a reggere il suo contatto fisico, senza impazzire. Appena potei mi staccai da lei e mi recai in bagno. Sul bidet. Una masturbazione furiosa, una cosa da non dirsi: occorreva spegnere un incendio per impedire che commettessi qualche passo falso. Tornai verso di lei e dopo averla consolata come potei con parole di circostanza feci la mia lezione. Chateaubriand ovviamente, le Memorie d’oltretomba. Avevo voglia di morire.



18 maggio
Ho il cuore in gola. Un’agitazione da non dirsi dopo ciò che è successo. Ho pianto, ho riso, mi sono riversata sul letto, rigirandomi nella camera oscura della memoria quanto era avvenuto in mattinata e nuda come mio solito mi sono “abbracciata” e amata come io sola so fare. Poi ho pianto di gioia ancora e poi ancora ho sospirato al pensiero di ciò che era successo con lei. Ma andiamo con ordine…
Era  da un po’ di giorni   che la vedevo insolitamente tranquilla. Salti d’umore giovanili, screzi coi genitori superati… forse qualche ragazzo, pensavo dentro di me. Lei oggi era allegra, rideva per un nonnulla e  naturalmente “voglia di studiare saltami addosso”. Insomma, quando  s’era capito che non riuscivo più a governarla col tentativo di lettura ragionata di Marivaux, si voltò verso me raggiante: «Ho fatto shopping! Un costume che è un bijoux. Voglio stordire questa estate». E trasse dalla sua minuscola borsetta un altrettanto minuscolo due pezzi; o meglio un “sopra” evidente con le coppe del reggiseno  e un “sotto” che era solo un filo di tessuto.
«Provalo!» ebbi la forza di farfugliare
«Qui?»
«Andiamo in camera», la incoraggiai. 
Non se le fece ripetere due volte. Mi seguì in camera. In un instante la ebbi totalmente nuda davanti ai miei occhi. Il mio sguardo andò subito al tosone del pube: superbo, rasato come un praticello, una lingua di carne rosso vivo emergeva dal nero del pelo. A stento trattenni  la mano. Tremavo dentro di me come una foglia. Lei con molta naturalezza si sedette sul bordo del letto e nel movimento che fece nell’indossare il “sotto” divaricò le cosce – e credetti di notare una certa malizia e una forma neanche tanto velata di esibizionismo in questo movimento –  mostrandomi lo spacco della vulva aperta per qualche istante in più del necessario del naturale movimento di chi sta indossando una mutandina.  Mi lanciò uno sguardo da femmina in vero. Era come se mi dicesse: “Vedi come sono fatta sotto, eh!?”. In un balzo fu in piedi: il seno dalla base ampia, sodo, certo ed eretto sul busto, con delle areole nerastre e mature per una sedicenne, ondeggiò per un attimo, ma fu subito ricoperto alla mia vista dal top che lei prontamente indossò non senza chiedermi di legarglielo sulla schiena. Si girò e rigirò davanti a me come una modella: la mutandina del costume  era in effetti un triangolino davanti e un filo dietro che si perdeva nell’incavo delle natiche. Superbe. Mai viste di uguali.
«Non è uno splendore?!»
«Tu, tu, sei uno splendore…»  ebbi la forza di farfugliare.
E quando si sedette  ancora sul letto per rifare i movimenti inversi, togliersi il costume per indossare gli abiti, notai, all’atto della levata del “sotto” lo stesso movimento di prima: un dischiudersi malizioso delle cosce. Lungo, provocatorio, inequivocabile. Accompagnato da uno sguardo obliquo, teso a mettermi in imbarazzo. Era una evidente provocazione. Non fui più me stessa, macchinalmente mi accostai a lei, mi sedetti al bordo del letto a fianco a lei, e allungai una mano sul suo sesso. Era umido.
«Cosa fai, Bruna, sei ammattita?» 
Ma io ormai ero partita, totalmente assente. La rovesciai, così com’era, nuda, sul letto e già avevo introdotto un dito nella sua vagina. Lei ebbe come un moto di resistenza; ma fu debolissimo; già ero su di lei, la sovrastavo, le strusciavo la lingua sul collo, e nell’atto in cui lei sembrò dare uno strattone inequivocabile di rifiuto le avevo già chiuso la bocca con la mia lingua. La sua  restò inizialmente inerte; ma dopo qualche secondo la sentii avvolgersi alla mia. Era fatta: sentii le sue reni allentarsi sul letto e mentre la mia mano la frugava con più forza tra le cosce, capii, dagli umori abbondanti della sua fica che la monta del desiderio aveva sovrastato anche lei. Baciarla? Certo. Lo facevo. Succhiarle i capezzoli? Lo feci subito dopo. Tutt’e due. Erano due mandorle dure. Le succhiai con dolcezza e precisione studiata, alternativamente, a lungo, al preciso scopo di portarla in ebollizione. La sentii infatti mugolare. La mano sotto faceva il suo lavoro intanto. La penetravo con due dita adesso, dolcemente e in profondità. Cosa fare poi? Cosa avrei desiderato io nella sua posizione?: essere leccata, certamente. Io ero stata leccata sempre da maschi, mai avevo leccato una donna. Ma la passione del momento non ubbidiva ad alcun copione. La mia curiosità era l’unica regista della scena. Avevo voglia di vedere ancora le sue natiche. Subito. La girai e la misi prona sul letto. Un lampo: lo sguardo padroneggiava la vastità morbida delle natiche: mi avvicinai con la bocca alla base dei glutei e scoprii con le mani ciò che cercavo: l’ano. Lo ebbi alla vista come per incanto all’aprirsi del duplice sipario carnale. Un buchetto, un piccolo vortice di carne cosparso ai bordi da minuscola peluria nera. La punta della mia lingua era già intenta a perlustrarlo. Sapeva di mandorle amare. Lei ebbe come un mormorio, sentii forse «Sei una porca», ma non si sottrasse al mio struscio. Ero una tribade ossessa, ormai. Dovevo procedere adesso alla girandola della lingua sulla vulva. Un altro movimento, la rovesciai lentamente, supina, le divaricai le cosce che lei aveva allentate e la ebbi tutta aperta davanti a me. Oddio, oddio. Un tempio greco! Una fica che era uno splendore. Le aprii con delicatezza le grandi labbra e apparve il viola increspato delle piccole e il  rosa multiplo dell’interno della vulva. Era bagnata e sugosa, e totalmente abbandonata alle mie manovre amorose. Prima un colpo di lingua, sul clitoride; lei ebbe un sussulto. Poi l’interno della vagina, entrambi i lati. A lungo, contornando l’ispido dei peli e scivolando quindi lungo le forre purpuree della vulva. In fondo al canale s’addensava una schiuma calda e dolce. Ubbidii all’imperio di succhiarle gli umori, con una leccata profonda e manovrando   la lingua dal basso in alto, facendo leva in profondità alla ricerca dell’ultima stilla del suo umore, che copioso sgorgava dalle profondità dell’incavo carnale.  Sentii la sua mano sulla mia testa. Mi dirigeva sul clitoride. Con entrambe le dita divaricai la vulva il più possibile, come per far sbalzare dall’alto il cappuccio del clitoride, che ebbi saldo tra lingua e labbra. In mio definitivo possesso. Strizzai, lei mi spinse ancor più sul suo ventre. Ma così persi la presa. Lei mosse lateralmente il bacino, alzò e divaricò all’esterno la  coscia sinistra e mi offrì una migliore posizione. Ritrassi la testa indietro, feci una panoramica ricognitiva dei dettagli anatomici e con un carico aggiuntivo di libidine partii per la mia missione finale, il mio voyage au bout du con. Le dita come due pinze divaricavano totalmente la sua vulva, vedevo il gorgo  mistico dell’orifizio, dell’uretra quasi. La lingua adesso era una girandola sul suo clitoride, irto e paonazzo. Si trattava di eccitarlo con la punta della lingua, senza sosta, con ritmo, con regolarità, con decisione, con passione. Ce l’avevo – paonazzo, rorido di umori –   avvolto alla punta della mia lingua, lo lasciavo e lo prendevo con maestria; tentavo una manovra dilatoria sulle pareti interne della vulva, raccoglievo a lingua piatta e distesa la bavetta calda degli umori, poi risalivo e picchettavo violentemente il suo epicentro nervoso, poi scivolavo ancora in giù, lei si disperava quasi per queste divagazioni studiate, mi tirava verso il suo piccolo centro nervoso; la allargavo ancora di più; col medio ormai m’ero pure impadronita di tutto il suo ano, che esploravo dal basso in alto, con forza e cura amorevole; e ripartivo intanto con la lingua appuntita; lei ansimava, sempre più forte, tratteneva il respiro, mugolava, ma badava ad assicurarmi un’agevole presa, evitando movimenti scomposti e inconsulti, restando aperta, ricettiva, cedevole.  Mi premeva con la mano sulla testa, ed era una carezza adesso di incoraggiamento, di guida, la sentivo totalmente sciolta, alla mia mercé. Io ero una maestra del cunnilingus adesso. Ormai era solo un  duetto tra la punta della mia lingua e la punta del suo clitoride: la resa dei conti…  sempre più forte, sempre più forte, più veloce, più veloce, mentre lei ansimava in preda a spasmi sempre più crescenti… fino al colpo finale, che ebbe il potere di scardinare il suo piacere: al culmine di una lunga sequenza di lamenti sempre più crescenti, cacciò infine un urlo, ebbe uno scossone, si accasciò di lato e si abbandonò ad un’ondata di fremiti, mentre io ritraevo la testa coi capelli scomposti come una Moira, ma soddisfatta e trionfante. Lei aveva portato una mano sulla vulva, quasi a coprire o covare il suo lungo orgasmo che protesse da me, dalla mia mano che desiderava constatare lo sconvolgimento operato.
«Non mi toccare, lesbica», mi disse con voce roca  e sgarbata ma ancora  impastata di desiderio. Si lasciò solo accarezzare dolcemente le natiche che offriva al mio sguardo, ancora scossa dagli ultimi fremiti; le penetrai leggermente con l’indice l’ano; lei lasciò fare, ma io mi accorsi in quel momento che ero con tutti i  miei abiti addosso; che feci sparire in un soffio. I miei seni erano duri come mele; avevo la vagina sciolta in un marasma di umori. Certo, desideravo lo scambio di cortesie sessuali. Le portai una mano al mio grembo; ma lei la ritrasse con uno scatto di stizza.
« Non sono una lesbica», protestò dura.
Sapevo ciò che mi attendeva. L’autoerotismo. Mi abbandonai alla mia masturbazione. Lei, si voltò solo un attimo e da sotto la cascata dei suoi capelli corvini, lanciò solo uno sguardo neutrale. Venni davanti alle sue natiche, con un urlo che fu un grido di liberazione.
Restammo poi per molti minuti distese nude una di fianco all’altra, ansimanti, sfiorandoci con le mani distese lungo i fianchi. Io avevo voglia di riprendere. Ma vidi lei  alzarsi,  vestirsi e sparire. In un baleno.
Rimasi a letto a fantasticare su un fatto già avvenuto e già immerso nella fuga del tempo.
Avevo amato una donna, oddio, avevo amato una donna!


21 maggio

Rileggo la nota del 3 maggio in cui scrivo « Luisa sa il francese ma ne ha una conoscenza sregolata, da praticona. Ha bisogno di maggior consapevolezza linguistica… chissà se riuscirò a dargliela».
Ecco, la consapevolezza linguistica forse sono riuscito a dargliela, sotto il bacino, non certo nella testa. È tre giorni che non si fa viva. Neanche una telefonata.
Ho deciso per la linea dura. Non la chiamo io, figurarsi. Deve venire da me lei, chinare la testa e implorare sesso da me. Cosa mi ha indotto a una simile strategia? L’ho avuta tra le braccia, l’ho vista vibrare come uno strumento alle mie carezze; e ne sono certa,  sento che lei lo voleva. Quella provocazione dello sguardo, all’atto di provare il costume, era un chiaro invito. E mi sbaglierò, ma sono sicuro che non era alla sua prima esperienza saffica. Luisa è stata in collegi svizzeri femminili prima di rientrare a Roma: ho detto tutto. Ricche, viziate e senza freni inibitori, così le immagino queste caste fanciulle, future borghesi ipocrite. Delle due, lei è la lesbica, o lo siamo entrambe quanto meno.

22 maggio
Oggi è ritornata per la lezione. Senza darmi alcuna spiegazione, e senza che io gliela chiedessi. Abbiamo lavorato bene assieme per due ore e più. Quando ho tentato una carezza innocente sui suoi capelli è sbottata: «Mettiamo le cose in chiaro. Io non sono una lesbica. Quel che è successo non è successo, chiaro?»
« E cosa è stato allora?»
«Niente, un sborrata tecnica. (Usava quel termine volgare e maschile per fare colpo, la povera adolescente). Mi avesse toccato un vecchio o una governante sarebbe stata la stessa cosa. Ci sono dei momenti in cui non rispondo di me stessa. E se mi va di farlo, lo faccio con chiunque. Ma non sono una lesbica»
«Ma perché dare sempre un nome alle cose? Nemmeno io lo sono, se è per questo. Sono come te. Se mi va di farlo, lo faccio, e con chiunque». Mentivo ma dovevo sostenere l’alterco con quella mocciosa. Anche a rischio di perdere la partita.
Mi  ha guardato per un po’ interdetta. 
«E allora masturbati davanti a me, vecchia porca», aggiunse con aria di sfida.
« Mi masturbo sì, ma non sono né vecchia né porca».
E cominciai a spogliarmi. Una volta nuda, divaricai le cosce davanti a lei e presi a toccarmi guardandola fisso negli occhi.
Lei cominciò a ridere. 
«Sei ridicola», aggiunse.
 Prese i libri e uscì.
Mi aveva schernita. Era quello che voleva? Assoggettarmi  psicologicamente? Ero furente con me stessa. Avevo offerto il destro a una mocciosa che giocava una sua partita mentale contro di me. E a che scopo? Cosa le avevo fatto? Perché punirmi in quel modo?

23 maggio
Oggi è venuta con un vestitino a fiori leggero leggero  che era un amore. Ho tentato di ignorarla. A metà lezione, si è allontanata verso il bagno. Ho atteso che tornasse con una  calma tutta imposta. Visto che non tornava sono andata a cercarla. La porta era socchiusa. Entro e la trovo che fuma una sigaretta. Nervosissima.
«Mbe’ ma proprio qui la devi fumare la sigaretta? Ti ho forse detto mai di non fumare in studio? Io fumo tra l’altro, vieni fuori».
Spegne la sigaretta nel lavabo e mi segue in studio. Poi si alza e va in camera.
La seguo, la trovo riversa sul letto a cosce leggermente dischiuse. Senza le mutande, che poi ritrovai in bagno. Eh sì, capitolava la fanciulla. Alza leggermente la testa e mi dice due sole sillabe:
 «Fai».
Mi accosto a lei e tento di baciarla. Lei serra le labbra. «Ti ho detto che non sono una lesbica». Capisco il suo gioco. Vuole essere, diciamo così, «servita». E serviamola. Stavolta mi metto nuda prima di iniziare il gioco. Poi la denudo. Non vuole essere baciata? La bacio io sul collo, le struscio le mie tette sulle sue, faccio aderire il mio bacino sul suo. Servita sì, ma da lesbica, cara bambina. Ma ecco che tutta la mia alterigia venire a franare davanti alla vista della sua vulva. Come la prima volta mi sento fragile e totalmente alla sua mercé, benché tocchi a me  reggere tutto il gioco sessuale. Padrona o serva? Sono serva, serva sua. E lei lo sa. Un lampo attraversa la mia mente. Sotto il cuscino conservo i miei godemichés, quelli dell’«amore carnale». Prendo quello “brutto” come lo chiamo io. Un fallo nervoso e bitorzoluto:  lo inumidisco prima con la bocca e poi me lo passo sulla vagina. In profondità, a raccogliere i miei umori. Adesso è pronto, glielo struscio sull’interno delle cosce, lei mi guarda supplice, lo vuole dentro, si capisce che lo vuole dentro, tergiverso, lo inumidisco ancora dentro la mia vagina, cerco di trattenermi nel desiderio di  proseguire il gioco solo su di me, quindi lo estraggo e giochicchio con i suoi capezzoli. Lei mi prende la mano e me la dirige verso il suo grembo. Io faccio no con la testa e rischio il tutto per tutto. Le chiedo la bocca, il bacio. Lei si gira dall’altra parte, io ritorno a masturbarmi. Poi riprendo l’attacco. Sono sulla sua bocca, con la lingua le struscio le labbra, lei lentamente le apre, e ho finalmente la sua lingua tra la mia. Il bacio, oh il bacio. Apro la bocca,  lei risponde del pari. Anzi adesso è lei che mi bacia. Intensamente, dolcemente.
«Ti voglio bene, bambina», le soffio in un orecchio. Lei non risponde. Mi bacia appassionatamente. Basta, dice tutto così. Ancora le sono dentro la bocca con la lingua e ho la sua nella mia, teneramente avvolta, siamo due amanti pari. I nostri seni sono attaccati, i nostri bacini si cercano. Sento che non è ancora pronta a succhiarmi i capezzoli o a leccarmi sotto. Non posso chiederle di più, verrà quel momento, e di scatto la penetro col godemiché. Che scivola dentro la sua fica come nel burro. È tutta un’acqua. «Oh!», mormora. Allarga le cosce, e solleva il bacino, guardandomi fisso negli occhi. «Non sono una lesbica», mi sussurra tremando con lo suardo stralunato. «Nemmeno io, amore», le rispondo asettica, e do un’altra spinta col godemiché, in profondità. Si aggrappa a me, mi cerca ancora la bocca, e mi sussurra: «Ti, prego, scopami, fammi sborrare». Ancora quei termini infantili e adolescenziali, linguisticamente provocatori, solo per sentirsi ammessa nel recinto della vita adulta. Do un’altra spinta. Lei contrae il bacino e stira le cosce, punta i piedi sulla sbarra del letto. È troppo tesa. La riabbraccio, estraggo l’attrezzo e lo sostituisco col dito indice. Il contatto della sua carne ha il potere di offuscarmi la vista. Sono avida dei suoi baci, della sua tenerezza. Starei a baciarla per tutto il tempo. Anche lei, trepidante e appassionata, restituisce tutto il mio amore. Mi lappa l’interno della  bocca e con una mano adesso raggiunge il mio seno, che accarezza. Chiudo gli occhi, eh sì, eh sì, eh sì,  ha raggiunto la mia vagina, un dito, un dito curioso ed esploratore si è aperto un varco. Tento il tutto per tutto, mi dischiudo davanti a lei, a cavalcioni davanti alla sua bocca, le  faccio vedere la mia natura, apro tra pollice e indice, con la mano  infilata da sotto il bacino, le piccole labbra e le offro la mia rosa spampanata alla vista. Non altro che esibizionismo il mio. Temo di aver varcato il limite in cui il sublime si scambia col ridicolo. Negli affari di sesso se non c’è una grande spinta della libido il confine si infrange subito. Ma ecco che la vedo accostarsi con la testa. Poi ritrarsi. Per non perdere il gioco le sono già attaccata con la bocca alla vulva, insaponata di bavetta calda, offrendole ancora la mia, che quando è preda del desiderio non ha pari nello stillare umori. Non mi importa di quel che farà. Lei non ardisce leccarmi. È troppo per lei? Mi affonda il dito indice e maldestramente, graffiandomi l’interno  con le unghie troppo lunghe, va su e giù. È già tanto. Riprendo l’attrezzo e imprimo una spinta, dentro, dentro, fino all’attaccatura. Lo estraggo e lo reimmergo. Lei ha allentato il bacino, dolcemente si cura di ricevere sino in fondo l’oggetto che sente la farà godere. Avevo trascurato il suo ano. L’ho alla mia vista, non resisto, lo penetro lentamente con l’indice, lei mugola, mugola, ma è troppo concentrata sulla sua vagina dove il godemiché ormai ha assunto un ritmo regolare. Lei si aggrappa ancora a me, mentre cede il bacino alla penetrazione, mi bacia sul collo e viene improvvisamente in un  sussulto. Come l’altra volta, si china su se stessa in posizione fetale, ma stavolta mi concentro subito su me stessa, e mi brutalizzo con l’attrezzo fino a raggiungere il mio piacere.
Il dopo è stato di una tenerezza struggente. Mi ha abbracciata e baciata con dolcezza. 
«Sento che mi vuoi bene», mi fa.
«Anche tu me ne vuoi?», domando trepida. Lei annuisce infantilmente scuotendo il mento. 

28 maggio
Ma non me la dà a bere. Io sono certamente alla prima esperienza saffica. Lei non so, ho qualche sospetto. Di me potrei dire di essere all’ultima spiaggia nel darmi a questo tipo di sesso. Colpa della separazione e faute de mieux mi va bene anche una donna? Scherziamo? Come si  fa a considerare Luisa l’ultima spiaggia? Follia! Un incanto di ragazza come lei è una spiaggia inaccessibile per tutti i  maschi  certamente, non può essere l’ultima per me. 
Facciamo sesso tutti i giorni. Io sono felice. Anche il suo rendimento scolastico ne trae giovamento.
 Dopo essermi venuta davanti alla bocca oggi, dopo che ha posato le sue splendide terga sul letto, stendendole un braccio attorno alla vita, le ho accostato la bocca all’orecchio. 
«Non sei lesbica, certamente. Ma, questa con me, non è la prima volta con una donna. Confessa!».
«No, signora troia», mi risponde col suo gergo speciale, una forma di confidenza affettuosa, ormai. «Pensavi di essere così irresistibile? Diciamo che hai trovato la strada spianata».
«Chi, chi?, dimmi».
«In collegio, a Vevey»
«Dimmi tutto».
«È successo quando avevo tredici anni»
E raccontò vagamente che era stata Martine a “sverginarla”, usava questo termine, ma voleva intendere che era stata Martine a iniziarla al sesso. Mi raccontò che in collegio le ragazze più anziane prendevano le piccole, chiamandole poupée, e le asservivano, prima psicologicamente e poi anche sessualmente. 
«Ma non sei vergine. Chi ti ha sverginata veramente?», feci io divagando un po’ visto che il mio vero interesse era sapere la storia della sua prima iniziazione eterosessuale.
«Ah, è una storia divertente, te la racconterò prima o poi», replicò lei con aria misteriosa. «Te l’ho già detto, è stata lei a iniziarmi», aggiunse poi rimanendo nel vago.
«I dettagli amoruccio, il diavolo si nasconde nei dettagli», la incalzai.
«Qualche altra volta, ok?», mi fece facendomi un buffetto proprio sulla fica. Non si può dire che non avesse confidenza con il mio corpo.

29 maggio
Oggi al termine della lezione le ho quasi intimato: « Mi racconti di questa Martine?»
«Ma lascia perdere», mi fa lei spazientita, «cose da ragazzine, cosa credi che ci baciavamo le passere? Non sapevamo neanche da dove iniziare. Grandi ditalini, quelli sì. Lei una notte – dormivamo nella stessa stanza – mi scivolò nel letto tutta nuda e cominciò ad accarezzarmi dentro le mutandine. Io che già mi masturbavo da quando avevo sei anni trovai la cosa quasi normale. Cambiava soltanto la mano. Intendiamoci io ero già bagnata perché sono sempre bagnata al solo pensiero del sesso. Solamente  che lei era molto aggressiva, non ci sapeva fare e poi non si tagliava le unghie e mi graffiava tutta dentro. Una bestia. Continuammo per molte sere ancora, ma io non è che aspettassi quel momento; era successo che, ormai, ero la sua poupée e dovevo stare al gioco, altrimenti scattavano le vendette, e queste vendette erano tollerate dalla direzione, che secondo me sapeva tutto di ciò che avveniva nelle stanzette di ognuna.  Una volta le dissi di smettere per il dolore che mi procurava non certo per la vergogna di quelle cose lì. Ma se ti interessa, cara la mia troia, ti potrei raccontare del mio dépucelage.  Uno sverginamento clamoroso! Da urlo! »
E cominciò a raccontare una storia davvero clamorosa, una cosa da codice penale visto che era una minorenne all’epoca dello sverginamento. 
(continua)





Passion
     
   di Bruna M.                
 Passion, di Bruna M.

Esempio 1
dal 6 settembre 2012
Prima paginaFili di fumoEnferRecensioniRivistaProfili di autori
ContattaciAtlante Letterario Bacheca pubblicaCompiti

La Frusta Letteraria - Rivista di critica culturale on line
Premessa necessaria
Debbo trovare in qualche modo rimedio alla devastante passione che s’è impossessata di me riducendomi nello stato in cui sono. Il medico (che non conosce i dettagli di questo mio malessere e la sua origine sessuale) mi ha detto che debbo connettere e ricucire: è come se, ha aggiunto, ti fosse esplosa una bomba dentro, devi perciò, per ritrovare te stessa, ricostruire il tuo quadro mentale di prima; prima che tutto ciò accadesse. Io non so se voglio ritrovare me stessa, m’è piaciuto troppo perdermi, ma il dolore di vivere è troppo, oggi, e vi cerco rimedio come e dove posso.

Fortunatamente ho tenuto un diario in tutti questi giorni, forse per la mia mania infantile, lo riconosco, di appuntarmi i più menomi fatti