GLI   EX
STRATEGIE DEL CAMBIAMENTO INTERIORE
CONVERTITI - RINNEGATI - PENTITI




Quantum mutatus ab illo! Siamo in tanti di fronte alle metamorfosi di amici personali o di personaggi pubblici a prorompere nell'esclamazione virgiliana. Non i cambiamenti fisici, non solo quelli, ma i cambiamenti di opinione a centottanta gradi, i revirements, le palinodie, le svolte, le giravolte, gli stravolgimenti dei connotati ideologici di una persona ci colpiscono vivamente, e non meno degli appesantimenti della complessione, dei dimagramenti improvvisi. Quelli che eravamo abituati a vedere tra gli indiani, eccoli improvvisamente tra i cow-boys. Lunghissima è la catena degli ex. Uno sguardo alle firme sui giornali o ai ranghi dei partiti per notare che il comunista è diventato ex, post, e spesso anti-comunista (come il fumatore cui lo stato di ex non basta, ed eccolo divenire un insopportabile e intollerante anti-fumatore); il realista-socialista è improvvisamente diventato un astrattista; l'impegnato à tout coup, un sostenitore della levità e del trash, lo hippie uno yuppie...
 
Tutto cambia, è vero, non ci si può bagnare due volte nell'acqua del fiume, la legge del divenire sovrintende alle cose del mondo. Sotto molti aspetti, siamo tutti degli ex. Solo i fessi restano fissi nella propria opinione e la coerenza spesso non è che una virtù da stilisti, di quelli che non cambiano mai look: ma tra un uomo intellettualmente onesto che ha mutato parere e un volgare Talleyrand in sedicesimo occorre saper distinguere, individuare quantomeno la chiave di svolta. 
Diciamolo subito: l'agente principale del cambiamento d'idee, specie di quello repentino, è il denaro, la conquista di una posizione sociale migliore. Il fatto che  si possa guadagnarci o perderci, nel cambiamento, può fornirci un buon indizio di valutazione del soggetto. Ma se chi ci ha perso quasi sempre è un galantuomo (o anche, nelle peggiori delle ipotesi, un povero illuso che si è innamorato di una immagine adamantina quanto astratta di sé stesso), non sempre chi ci ha guadagnato è un farabutto. Siamo tutti abbastanza secolarizzati verso l'argomento denaro per accogliere nel silenzio della nostra anima tale giustificazione quando esplicitamente viene opposta alle nostre obiezioni. Gli hanno dato un pacco di miliardi e lui dice di avere famiglia. Cosa possiamo dirgli? Fortissimo è il potere seduttivo del denaro, pochi sanno resistere allo sguardo della Medusa, e noi stessi non sappiamo come reagiremo quand'essa lo rivolgerà, semmai lo farà, verso noi. Il cambiamento con il denaro come posta e contropartita non è sempre una volgare pantomima, spesso non è privo di pathos, di passaggi drammatici. E' in scena il patto col diavolo, Mefistofele avvolto nel mantello nero bordato di rosso con la bocca accostata all'orecchio, offerente e seduttivo. La star televisiva da sempre tra gli indiani, che anzi tra gli indiani è venuta al mondo e con gli indiani ha combattuto, che dopo ogni stagione annuncia il passaggio tra i cow-boys e poi non ne fa nulla ma chiede di diventare capo tribù in cambio della sua permanenza tra gli indiani, e che infine dopo lunghi tormenti passa nei ranghi dei cow-boys ma restando amico degli indiani, non è un Arlecchino servitore di due padroni, ma un uomo, vogliamo credere, in preda a reali lacerazioni interiori. Il cambiamento, negli uomini seri, non è indolore. Induce la sofferenza di un parto. È dramma dell'anima.
Ma il denaro è farina del diavolo, e non viene perciò quasi mai portato esplicitamente a giustificazione del cambiamento. Non è ritenuta causa nobile: sono sempre altre le argomentazioni addotte. Troppo alta la dissonanza cognitiva che esso viene a portare nel nuovo mondo morale, si cerca allora di ridurla il più possibile indicando altrove le ragioni del cambiamento. Si erige dunque un castello di argomentazioni, una vera formula come la intendeva Gaetano Mosca allorché indagava le giustificazioni di chi insegue il potere, quello diretto o d'interdizione. Non dirà costui: voglio il potere perché lo voglio e perché la politica-politica è nient'altro che questo, la conquista del potere. Ma, dirà - eccola la formula -  ho il potere perché me l'ha dato Dio (assolutismo legittimista); lo voglio per difendere gli interessi della classe più numerosa e più povera (socialismo); lo voglio tutto, il mio potere d'interdizione, perché difendo le pensioni di anzianità (bertinottismo). E così, quante formule si inventano quando i miliardi ruscelleggiano nei nostri conti! La più nota: loro sono cambiati non io. Oppure: era tempo di cambiare e loro sono rimasti immobili.

Nel campo più propriamente ideologico un altro agente di cambiamento sembra essere la biologia generazionale: s'invecchia e si cambia opinione. Ma resta sempre da spiegare perché questo rito di passaggio avvenga più da sinistra verso destra che  in senso contrario. Lunghissima è la catena dei transumanti lungo questo sentiero che possiamo battezzare "il grande passaggio a Nord-Ovest"  tanto è noto, classico e per certi versi "naturale". Qualche nome di oggi: Lucio Colletti, Piero Melograni, Saverio Vertone, Giuliano Ferrara, Valerio Riva. Intellettuali di rango e operatori culturali di spicco. Per non tacere di chi non ha esibito particolari grandezze intellettuali e morali né prima né poi, né a sinistra né a destra: i Caprara, i Liguori, le Maiolo, i Guarini, gli Scalpelli. Il passaggio inverso è invece da pochissimi praticato: Montanelli, Di Pietro, Federico Orlando? Loro di sinistra? Sarebbero i primi a protestare.
La biologia generazionale entrerebbe in gioco se assegniamo alla sinistra la funzione paretiana di istinto delle combinazioni e alla destra quella di persistenza degli aggregati, e, contestualmente, alla prima la condizione giovanile e alla seconda l'età adulta. Per cui il passaggio a Nord-Ovest si spiegherebbe tutto dentro la formula francese del si jeunesse savait, si vieillesse pouvait, ovvero, più banalmente: si nasce incendiari e si muore pompieri, signora mia. Secondo questo schema le pulsioni giovanili ci indurrebbero, sotto la spinta dei furori e degli ardori tipici dell'età, a lanciare la sfida al mondo, a volerlo cambiare, per poi scoprire in età adulta che nel frattempo è stato il mondo a cambiare noi. Insomma, un ciclico e generazionale riscontro della terza massima della morale provvisoria di Renè Descartes che prescriveva per sé di "modificare piuttosto i miei desideri che l'ordine delle cose del mondo". È così? Possiamo solo intuirlo, perché gli stretti interessati poco ci dicono a tal proposito. Pochi tra essi scrivono infatti del proprio cambiamento interiore; pochissimi diari pubblici a proposito, rarissime lettere aperte agli ex compagni di strada, quasi nessun regolamento di conti, men che meno "cuori messi a nudo", nessuna Confessione. I più tacciono, inghiottono letteralmente il proprio passato, esibiscono solo la propria fisionomia attuale come fatto concludente, palinodia vivente, ma afasica. (1) (Qualche eccezione a dire il vero: il Compagni addio di Giampiero Mughini). 
Se abbondano le testimonianze euforiche di chi ha intrapreso il "cammino della fede" e l'ha raggiunta, mancano quelle di chi la fede (non solo religiosa, ma ideologico-politica), l'ha persa. E allora, in assenza di testimonianze dirette e attuali, proviamo noi a ricostruire qualche "rito di passaggio", proviamo cioè a delineare un abbozzo di fenomenologia del cambiamento, a seguirne qualche traccia, magari tentandone una tassonomia o più semplicemente un catalogo di esperienze e di tipi.


Ai punti di snodo della vita interiore capita a tutti d'incontrare il dubbio sulla strada intrapresa. Si pone il dilemma allora: o andare avanti e cambiare direzione o tornare indietro e cambiare strada, per dirla con una formula crociana. Spesso, negli intellettuali che sentiamo più consentanei, ovvero quelli dalla forte impalcatura laica, il cambiamento è il risultato di una sintesi dialettica, un'assunzione a livello superiore del negativo del mondo, o semplicemente una presa in carico degli errori passati. Le "dure repliche della storia" funzionano per costoro come delle smentite alle ipotesi della ragione, come esperimenti falliti in un gabinetto scientifico. Qualcosa di cui laicamente prendere atto. Andare avanti e cambiare direzione, dunque. Ma mai quanto per costoro però, il termine conversione è improprio. Gli intellettuale laici  ossia coloro che sono privi di ogni aspettazione chiliastica, di ogni inverificata presupposizione idealtipica, di ogni conato fideistico  non si convertono, si convincono. Essi pensano, non credono.
Ci sembra questo il caso di un intellettuale dell'800, Aleksandr Herzen, di cui assistiamo oggi ad una certa reviviscenza. Giovanissimo, a quindici anni circa, sale sulla Collina dei Passeri, nei dintorni di Mosca, e qui in uno scenario paesaggistico e psicologico molto romantico, unitamente ad alcuni coetanei, giura di liberare la Russia da tutti i suoi eterni mali. La troviamo un'esperienza struggente questa, per nulla démodé. Abbiamo sempre pensato che ognuno di noi ascende prima o poi la propria Collina dei Passeri e sigla col vento una specie di patto autobiografico (rubiamo la formula a Philippe Lejeune piegandola però alle nostre esigenze semantiche), quel patto di lasciare il mondo un po' meglio di come lo abbiamo trovato. E la cui infrazione ci fa tanto soffrire.
Quarant'anni dopo, Herzen scrive ad un vecchio sodale di allora, Bakunin, quattro lettere (raccolte nel volume Ad un vecchio compagno) in cui manifesta nitidamente tutti i suoi ripensamenti, in ordine soprattutto alle modalità per il raggiungimento di quelle giovanili mete ideali, che restano, per lui, immutate. «La soluzione finale per entrambi è la stessa» gli scrive, ma « se sono mutato, ricorda che tutto è mutato» aggiunge sottolineando le ultime parole. Rifiuto della violenza cieca (e per nulla creatrice come credeva Bakunin); appello allo studio e all'intelligenza contro l'azione per l'azione, insomma gradualismo contro colpi di testa e colpi di stato, gli fanno infine dichiarare apertamente: «Io non credo nelle vie rivoluzionarie di un tempo e mi sforzo di capire il passo umano nel passato e nel presente al fine di sapere come camminare con esso, senza restare indietro e senza correre avanti in una lontananza, dove gli uomini non mi seguiranno, non possono seguirmi. [...] Dichiarare questo nell'ambiente in cui viviamo esige se non più, certo non meno coraggio e indipendenza dell'occupare in tutte le questioni l'estremità più estrema».

Andare avanti e cambiare direzione, dunque.
Ma c'è chi torna indietro e cambia strada, si converte cioè. Sicuramente conversione è un termine di significato e impiego religiosi. Ma non riteniamo che riguardi solo i credenti, quanto piuttosto le personalità religiose. Di queste ce n'è più che nei conventi. Un individuo presenta una personalità religiosa non quando accompagna le proprie idee con la passione e il fervore di cui anche l'intellettuale più razionalista non è privo, ma quando piuttosto assegna ad esse il compito di spiegare tutto, il cielo e la terra, la propria vita e quella degli altri, quando insomma crede che esse possano "concludere" tutto, e che la propria testa comprenda il mondo intero e tutto lo spieghi. Per costoro l'ammonimento che esistano "più cose in cielo e in terra che nella nostra filosofia" non è mai diventata pratica corrente di igiene mentale e norma di salvaguardia intellettuale. E tuttavia le conversioni di siffatte personalità religiose lasciano qualche perplessità laddove si consideri che alcune di esse, solite ad "occupare in tutte le questioni l'estremità più estrema" per riprendere le parole di Herzen, cambiano solo il contenuto della loro mente e non la forma. Coloro i quali ad esempio negli anni scorsi sono passati da LC a CL si sono "convertiti" davvero? O piuttosto hanno invertito solo le consonanti e mantenuto intatto lo sguardo integrale con cui guardavano il mondo? Per molti intellettuali del cattolico Veneto il Proletariato non ha assorbito nelle loro menti le stesse funzioni soteriologiche che vi aveva il Vangelo? E per molti altri la vista della foca monaca non suscita le stesse risonanze interiori che una volta il Quarto Stato?
Vogliamo dire che per molti di costoro la struttura di base della coscienza è rimasta al fondo di tipo religiosa, nel nostro caso, cattolica. E che convertirsi avrà avuto il significato di un inversione intellettuale, un ritorno al sé stessi di una volta.

Ambito religioso dunque. Abbiamo interrogato perciò dizionari di spiritualità e lessici del Nuovo Testamento. I Settanta usano, a luogo degli originali ebraici Shûb e Niham, i termini metànoein e metamèlestai. Il primo, il più noto, indica un cambiamento di idee in generale o riguardo a un peccato in particolare, mentre il secondo significa soltanto sentire rincrescimento, pentirsi. Si noti che il primo ha a che fare con la testa (cambiare pensiero, opinione, significa letteralmente), mentre il secondo rimanda al cuore (da melèi, "mi sta a cuore"), a comprova, se ce n'era bisogno, che ogni cambiamento di testa, di idee, trascina con sé il cuore, le passioni, e che conversione e pentimento sono se non etimologicamente concettualmente avvinti ab origine. Il Nuovo Testamento usa i due termini e concetti, dicevamo. Quello che ci interessa qui, metànoia, è tradotto nella Vulgata col termine latino di convertor (donde convertirsi), che induce il Dictionaire de Spiritualitè a interrogarsi perplesso sulle esatte sfumature del termine: «Conversion, pénitence ou repentir?», perché è chiaro che in ogni cambiamento radicale di idee, in ogni conversione, c'è un afflato espiativo per quel che si era prima, e un pentimento, come punto di avvio di una esistenza nuova.
La metanoia più clamorosa nel Nuovo Testamento è quella di Paolo di Tarso, l'uomo cui si deve la diffusione del Cristianesimo. La sua metanoia è improvvisa e inaspettata. Né negli Atti né nelle Lettere c'è alcun cenno a un periodo di maturazione, di incubazione della nuova fede. Tutt'altro. Nel testo biblico si dice che Paolo era tra i più accaniti persecutori dei primi cristiani (teneva le vesti dei lapidatori del diacono Stefano, protomartire), come dire che nulla lasciava presagire la conversione sulla via di Damasco avvenuta nella maniera sconvolgente che tutti sanno. La sua è una conversione tipicamente religiosa (oltre, o più, che intellettuale e morale): non c'è l'incontro con un maestro di pensiero, non c'è la lettura di libri sconvolgenti, neanche il classico ritiro nel deserto, non c'è una esperienza fondamentale di natura intellettuale, ma un'illuminazione improvvisa, una fortissima luce, e Paolo si converte, passa da uno stato all'altro, da primo persecutore dei cristiani a primo dei cristiani, ma con la stessa passione, con lo stesso furore.
Abbiamo ricordato la metanoia di Paolo di Tarso, perché in effetti è ancora paradigmatica di molte conversioni e di molti revirements improvvisi o comunque senza spiegazione. Ad esempio attendiamo da molti ex-terroristi qualche ragguaglio più preciso, e di natura intellettuale, ovvero non di Stimmung lirico-melica, esistenziale, dei loro andirivieni dalle Azioni Cattoliche d'origine, ai Gruppi Armati di transito, ai Gruppi Abele di ritorno. Andrebbe bene anche una esegesi ex-post, ma razionalistico-critica, del testo di un loro volantino dalle "Prigioni del Popolo". Diciamo queste cose, perché non solo a Nanni Moretti, ma a molti di noi, coetanei di costoro, spiace tuttora la loro totale acrisia. 


Un convertito visto dal gruppo di fede d'origine è però un rinnegato. È rinnegato Kautsky per i marxisti rivoluzionari, è rinnegato (giannizzero) il cristiano convertito all'islam, è rinnegato (marrano) l'ebreo convertito al cristianesimo, è rinnegato l'emigrante che non condivide più le mentalità del paesello natio, etc.
La tragedia grande per il rinnegato è che egli spesso rischia di venir rifiutato sia dal gruppo di provenienza, come dal gruppo d'arrivo. E il termine "rinnegato" è quello con cui, con crescenti sfumature d'odio, i due gruppi si rimballano il soggetto. Egli subisce cioè l'esperienza bruciante della marginalità. Ma ciò mentre può convertirsi in un suo punto di forza, in ogni caso attiva in lui alcune energie che tendono a soggettivizzare sempre più il rinnegamento, che da accusa lanciata dai due gruppi diventa sempre più scelta ossessiva individuale. È il momento in cui il rinnegato non solamente viene designato come tale, ma fa il rinnegato. Sospeso com'è tra due mondi culturali differenti e contrastanti egli vive per intanto, alcuni dicono per sempre, una perenne incertezza psicologica tra due mondi mentali e morali che ne riflettono nella sua anima le discordie e le armonie, le repulsioni e le attrazioni. Si stabilisce tuttavia, dopo lo strappo e col passare del tempo una "dominante" che egli tende a rafforzare soggettivamente, soprattutto al fine di essere accettato dai membri più inflluenti del gruppo d'arrivo. Ossia tende a diventare se ex comunista, più anticomunista degli anticomunisti "storici", se ex cristiano, più islamista degli islamici, se pugliese d'origine e vivente a Milano, più padano dei padani (vedasi la leghista Rosy Mauro) etc. Il corso di acquisizione del nuovo mondo morale tende a radicalizzarsi fino al punto di operare sull'individuo rinnegato veri e propri processi di falsificazione della coscienza. Il rinnegato ha un giudice dentro di sé, che è il sé stesso di una volta, un giudice severo e arcigno che nulla perdona e nulla si perdona. In sé stesso assomma i tre i nemici di ognuno: il nemico interiore, il nemico anteriore, il nemico esteriore. Egli esercita così su sé stesso  direttamente, e per interposta persona, un radicalismo sempre più crescente verso i singoli e verso tutto il gruppo di provenienza, adesso "il" nemico. Egli non ha pace, vede sé stesso in loro e loro in sé stesso, più di ogni altro conosce tendenze e movenze interiori dei due mondi, perché egli ne è a cavallo, e ha una conoscenza superiore rispetto a chiunque altro perché sa come agiscono e reagiscono entrambi i gruppi. Più grande è la sua apostasia più grande è il suo furore verso il gruppo di provenienza, perché egli tutto può fare nel processo di falsificazione della propria coscienza fuorché modificare il passato (facoltà negata anche agli dei), annullare totalmente quel che lui era una volta, e non troverà pace perciò se non nel ferire ogni giorno un ex sodale, perché così facendo egli è come se sputasse ogni giorno sulla tomba dove ha sepolto sé stesso. 
Il rinnegato vive l'esperienza dei défroqués, ossia degli stonacati, degli spretati. E di spretati è pieno il mondo. Ernest Renan che era uno di costoro (non fu prete, ma ci fu vicino) veniva definito da Charles Péguy, che sottolineava il di lui acceso anticlericalismo, «le prince et l'ordinateur des défroqués(...) le défroqué en chef». 
Lo spretato sa che semel sacerdos, semper sacerdos, e che extra ecclesiam nulla salus. Non può strappare da sé la vecchia condizione, sa nell'intimo che persa per persa l'anima fuori dalla propria Chiesa occorre tentare il grande rilancio, la grande sfida, diventare il capo di quegl'altri, comportarsi come Lucifero, l'antesignano di tutti gli ex, mettersi cioè a capo dei Diavoli, forzare fino all'estremo le proprie scelte con consapevole, sofferto, drammatico, disperato satanismo. C'è nel défroqué, nel rinnegato, un'addizionale di odio, di furore, altrimenti inspiegabile se non in virtù di queste movenze interiori che abbiamo cercato di delineare. Ma qui solo una lucida autoanalisi di Giuliano Ferrara, detto anche Giuliano l'Apostata, un'analisi  che è nei mezzi della sua intelligenza luciferina  del proprio mondo mentale, ci potrebbe dire qualcosa di più, soprattutto qualcosa dal di dentro. A noi non resta che registrare le sue intemerate televisive: quel disperato "Io sono di destraaaaa!" urlato da uno che da bambino giocava sulle ginocchia di Togliatti.


Se nel rinnegato c'è un eccesso persecutivo, nel pentito, ossia il convertito ripiegato in sé stesso, c'è un'amplificazione introiettiva.
Il pentimento attiene più al cambiamento dei comportamenti che delle opinioni a dire il vero, ma è sempre difficile distinguere gli uni dalle altre. Si cambiano i comportamenti perché si cambiano le opinioni e viceversa. In ogni caso è figura centrale del cambiamento interiore. Scrive infatti Giuseppe Flavio: «Accanto alla metànoia, il mutamento di volontà, sta il metàmelos, il pentimento, di cui l'uomo soffre incolpando sé stesso». E Democrito, molti secoli prima: «Il rincrescimento (metamelia) per le azioni indecorose è la salvezza della vita».
Il pentito per eccellenza nella nostra letteratura è l'Innominato de I Promessi sposi di Alessandro Manzoni, per parte sua un convertito, un ex, passato dalle posizioni volterriane e illuministe alle cattoliche. A dire il vero non c'è solo quest'episodio nel romanzo, dove circola piuttosto tutta un'atmosfera pre-gozziniana di perdoni e pentimenti incrociati, di molti delitti e di pochissime pene. Nel cap.iv fra Cristoforo dopo un omicidio si pente, chiede e ottiene il perdono; nel cap. xxi dopo una notte di sudori freddi si pente l'Innominato che nel cap. xxiii si converte davanti al card. Borromeo; nel cap. xxxv Renzo perdona don Rodrigo, mentre su tutti, vittime e carnefici, la peste-amnistia passa un colpo di spugna. Insomma è il romanzo (poco letto e pochissimo compreso nei paesi protestanti) di un Paese cattolico dove da sempre si sorveglia pochissimo, si punisce ancora meno, e quando si commina la pena, spesso la si dà a quelli sbagliati.
La scena del pentimento dell'uomo che ha sulla coscienza una lunga lista di delitti è vibrante e tutta giocata all'interno del plastico cattolicesimo del Manzoni. C'è il pentito che si contorce una notte intera alle prese con l'esame di coscienza di tutta una vita e che sente emergere in sé l'uomo nuovo. Come tutti quelli toccati dall'esperienza del cambiamento interiore, anch'egli subisce infatti lo sdoppiamento dell'io. C'era « quel lui,  scrive il romanziere  che cresciuto terribilmente a un tratto, sorgeva come a giudicare l'antico» e più avanti «ora si proponeva d'abbandonar il castello, e andarsene in paesi lontani, dove nessuno lo conoscesse, neppure di nome; ma sentiva che lui, lui sarebbe sempre con sé» 
Il romanzo è del 1827 ma già nel 1819, nelle Osservazioni sulla morale cattolica, Manzoni aveva affrontato il tema del pentimento in polemica con il protestante ginevrino Sismonde de Sismondi secondo il quale se l'Italia era entrata, dopo la grande civiltà dei Comuni, in un periodo di decadenza, lo si doveva soprattutto all'influenza della religione cattolica che aveva infiacchito lo spirito pubblico e la morale privata e aveva reso gli Italiani corrotti e felici. La polemica del ginevrino si appuntava soprattutto sulla casistica morale che sminuzzando il Peccato nei peccati offriva alla coscienza del peccatore italiano e cattolico molte uscite di sicurezza, nonché sulla dottrina controriformista della penitenza, «causa di un nuovo sovvertimento nella morale» in quanto «un solo atto di fede e di fervore fu dichiarato sufficiente per cancellare una lunga lista di delitti». Una lunga lista di delitti come quella dell'Innominato?
Sismondi insinuava che i lavacri periodici attraverso la confessione rendessero la coscienza degli italiani meno ferma e la morale meno salda, pronta comunque a transigere periodicamente con sé stessa. Manzoni innanzitutto obietta che il sacramento della penitenza non coincide con la confessione, "essendo la confessione la parte più apparente del sacramento della penitenza, ne è venuto l'uso di chiamare impropriamente confessione tutto il sacramento", il quale invece si compone di tre distinti atti di coscienza, la contrizione, la confessione e la soddisfazione; richiama poi l'attenzione sul primo momento, la contrizione, la quale secondo il Concilio di Trento si configura come "animi dolor ac detestatio est de peccato commisso, cum proposito non peccandi de coetero" ossia "dolore dell'animo e una detestazione del peccato commesso, col proponimento di non peccare più". La polemica del Manzoni continua tenacemente glossando punto a punto il testo del ginevrino. Il quale ebbe a dire garbatamente, quando lesse le Osservazioni, che Manzoni "descrive la morale cattolica come deve essere; ed io l'abuso che se ne fa" e che " noi sembriamo due spadaccini che vogliono battersi in una notte oscura(...); mentre che egli crede di assestare dei colpi sopra di me in un angolo della camera, io sono nell'altro e non ci raggiungiamo mai. Noi non diamo alle parole il medesimo senso, non abbiamo in vista le medesime idee..."

Vecchia polemica questa, tutta dentro la controversistica religiosa tra un protestante e un cattolico, polemica che oggi non è più negli animi ormai raffreddati dall'indifferentismo religioso e che non è più nei tempi pacificati dalle lotte di religione. 

La battaglia sui pentiti oggi si combatte tutta sul terreno giudiziario, sugli istituti giuridici introdotti nel nostro ordinamento a partire dal '91 e dopo le dichiarazioni storiche rese dai pentiti degli anni 80. Non sappiamo dire se il cosiddetto pentitismo giudiziario possa rientrare nelle figure del cambiamento interiore che abbiamo tratteggiato fino adesso. Per molti dei pentiti c'è stato anche un dolor animi e una detestatio de peccato commisso cum proposito non peccandi de coetero, ma non crediamo che lo scopo della legge fosse quello della metanoia di Tommaso Buscetta o di Santino De Matteo. Anzi crediamo che, benché istituto giudiziario di un paese cattolico (ma nato in un paese protestante quale l'America) nulla abbia a che vedere con le categorie mentali "cattoliche" alle quali artatamente viene accostato dai moralisti interessati. Dire che i pentiti non sono totalmente "pentiti", che si pentono a rate, che non sono credibili perché pluriomicidi, nulla toglie agli scenari che hanno svelato e ai risultati che hanno fatto conseguire nella lotta contro il terrorismo e il crimine mafioso, una volta operati i riscontri tra le loro incredibili parole e la più incredibile realtà dei fatti cui esse facevano riferimento.
Gli uomini di legge e i procuratori di giustizia ci hanno convincentemente spiegato che i collaboratori di giustizia sono un doloroso e necessario strumento cui lo Stato ha dovuto ripiegare per avere ragione su fenomeni devastanti e senza soluzione nel breve periodo come il terrorismo o la mafia. La storia ha dato e darà loro ragione.
Alfio Squillaci

1)  Ma le domande incalzano comunque  verso  gli ex. A qualcuno accade di  chiedere loro, seppur in  termini rispettosi e un po' complici, qualche ragguaglio su questi clamorosi voltafaccia. È il caso di Antonio Gnoli che su Repubblica del 24 febbraio 2001 durante  un'intervista al telefono così scrive: « Colletti è l'uomo meno reticente che io conosca. Niente in lui è misterioso, oracolare, allusivo. Si direbbe che l'aristotelico principio di non contraddizione qui svolga alla perfezione il suo compito. Eppure se gli chiedi: "Ma, scusa, chi te l'ha fatto fare di finire proprio lì  [in "Forza Italia", ndr], lui diventa vago, invoca plautinamente la pensione, i conti da pagare, le mogli (sic!) da assistere, i figli da mantenere. Esce fuori, per intenderci, il lato di Colletti che riguarda il suo rapporto aspro, greve e basso con il reale: più Rabelais che Kant; più Belli che Popper. E allora si capisce anche la lunga prefazione (mancata) ai discorsi di Silvio Berlusconi che "Il Foglio" ha pubblicato». 
Ma, aggiungiamo noi,  più che Rabelais o Belli - il cui accostamento  funzionerebbe da  generosa nobilitazione mentre   qui ci troveremmo piuttosto davanti ad un realismo basso-mimetico della croûte de pain di matrice popolaresca  - , sarebbe il caso di  rammentare qui, dato che di intellettuali stiamo parlando,  il nome di Metastasio, e il penchant dell'eterno mandarinismo  intellettuale italiano. Ed è doloroso constatare che dopo il passaggio di Gramsci, Gobetti, Salvemini , Della Volpe e Croce, siamo ancora lì. 
Più avanti Antonio Gnoli, irrefrenabile nel giocare con questi testa-coda di riferimenti alti e bassi, aggiunge: « Da un lato Monod e Weber, dall'altro Petrolini e Claudio Villa, reucci di canzoni e di teatro». Peccato che il riferimento a Claudio Villa desti in noi, invece, più che l'immagine del cantante strapaesano e con l'ugola all'olio di oliva, il ricordo del  materialista conseguente e coerente che fu. L'uomo del popolo, che, buttato in un fondo di ospedale - qualche giorno dopo che s'era spento l'hidalgo  comunista e ateo pittore Guttuso, assistito  dal Monsignore di turno con le entrature giuste  in Vaticano -, alla vista della  nera tonaca del prete, pronto a impartirgli l'estrema unzione, preferisce girarsi dall'altra parte e staccare il tubo del respiratore.   
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dal 22 maggio 2001
"Il denaro ed il potere son due trappole mortali che per tanto e tanto tempo han funzionato. Ma noi non cadremo..."

Caterina Caselli, ieri cantante pop ribelle, oggi manager discografica e multimiliardaria, così cantava in una vecchia canzone degli anni '60...La perfetta palinodia di una ...ex.
Ognuno capisce se stesso solo quanto gli occorre; ognuno tiene i suoi pensieri sospesi, fluidi, indecifrati, pronti a mutare secondo la sua convenienza, senza contraddizione né bugia né riforma; ognuno sembra pensare la propria anima non come sua essenzialmente, ma come un altro essere con cui convive, seguendo una regola di diplomazia, traendone di volta in volta o voluttà, o medicina, o perdono. Se noi, più esatti o meno pietosi di lui, vogliamo dare a questo comportamento il nome che gli compete, siamo forse costretti a definirlo malafede. La malafede è un'arte di non conoscersi, o meglio di regolare la conoscenza di noi stessi sul metro della convenienza. (Guido Piovene)
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Lettura
L’Italia è il Paese degli ex, l’hanno fatta i voltagabbana

Di David Bidussa

La Sicilia si prepara a eleggere il nuovo governatore, ma quello che è stato in scena a Palermo rappresenta nella sua apparenza la sostanza della storia italiana. Il ritorno degli ex, le persone che con un’abiura o un compromesso hanno spezzato la propria vita in due, è una caratteristica con cui si può leggere tutta la storia d’Italia dal Risorgimento. E la adombra anche il Gattopardo, come spiega nel suo discorso il principe di Salina.

5 agosto 2012 - 10:25
Il gattopardo, fin dai tempi della sua uscita, è il testo con cui molte volte è stata spiegata la Sicilia che va dal Risorgimento in poi. Ogni tanto, nei momenti alti della crisi politica, quando il gioco di maschere si fa significativo, non è sbagliato riaprirlo e chiedersi: questa volta sarà diversa? È proprio vero che c’è un carattere fisso, dato, antropologico, strutturale comunque immodificabile? Oppure è un confronto in cui tutto lo schema che è immodificabile?

È un meccanismo che corrisponde al livello più evidente nel monologo del Principe di Salina. C’è anche un livello più indiretto su cui conviene soffermarsi e che il protagonista del monologo accenna alla fine, sommessamente. È il tema degli “ex”, di coloro che hanno avuto un ruolo prima, ma sanno come riformulare se stessi dentro una trasformazione che hanno consapevolezza che sarà radicale.

Un aspetto che lo storico Mario Isnenghi ha proposto come regola della storia italiana e non come eccezione, come chiave interpretativa generale. Gli ex sono coloro «che hanno spezzato la loro vita in due, disfatti e rifatti, da catastrofi, abiure, conversioni e palingenesi». Isnenghi propone di considerare «[l’]arcipelago degli ex come meccanismo costitutivo e originario nella storia dell’Italia unita».

Un criterio che Isnenghi adotta per leggere lungo l’intero percorso della storia italiana dal Risorgimento e poi nell’Italia liberale, nel fascismo, nell’Italia repubblicana, per arrivare fino all’89. Un percorso che divide orizzontalmente le famiglie tra genitori e figli; che ha alcuni anni canonici (1861,1922,1945,1989); che presenta procedure che si ripetono “regolarmente”.

La regolarità, osserva Isnenghi, non consiste solo nel passaggio da una condizione all’altra, per cui «allorquando le barche invertono le rotte, ciò che era a destra ora lo si vede a sinistra» e viceversa, ma coinvolge anche gli spettatori, pur fermi sulle rive «che ora si voltano e tirano il collo di qua, mentre prima di là». Quella regolarità riguarda anche i protagonisti di una stagione che chiedono il diritto di parola in nome del “vissuto”, di una “autobiografia” che si candida a canone e si costruisce come memoria.

Dietro alla questione degli ex, dunque, non c’è solo una persistenza di figure, ma anche un modo di presumere di fare i conti, o di chiuderli, con il passato creando nuove illusioni, identificandosi con quelle, facendosene paladini e dunque “risorgendo a nuova vita”.
Quanti dei candidati che a novembre si sfideranno per il dopo Raffaele Lombardo rispondono a questo requisito? E soprattutto quella condizione possiamo dire viga solo a Palermo? E infine: quella condizione è un residuo o è un’anticipazione?

Giuseppe Tomasi di Lampedusa, La nuova generazione dei siciliani*

“l’intenzione è buona ma tardiva; del resto le ho già detto che in massima parte è colpa nostra; lei mi parlava poco fa di una giovane Sicilia che si affaccia alle meraviglie del mondo moderno; per conto mio mi sembra piuttosto una centenaria trascinata in carrozzella alla Esposizione Universale di Londra, che non comprende nulla, che s’impipa di tutto, delle acciaierie di Sheffield come delle filande di Manchester e che agogna soltanto di ritrovare il proprio dormiveglia fra i suoi cuscini sbavati e il suo orinale sotto il letto . (…)
Non nego che alcuni Siciliani trasportati fuori dall’isola possano riuscire a smagarsi bisogna però farli partire quando sono molto, molto giovani: a vent’anni è già tardi; la crosta è già fatta, dopo: rimarranno convinti che il loro è un paese come tutti gli altri, scelleratamente calunniato; che la normalità civilizzata è qui, la stramberia fuori. Ma mi scusi Chevalley, mi sono lasciato trascinare e la ho probabilmente infastidito.

Lei non è venuto sin qui per udire Ezechiele deprecare le sventure d’Israele. Ritorniamo al nostro vero argomento. Sono molto riconoscente al governo di aver pensato a me per il Senato e la prego di esprimere a chi di dovere la mia sincera gratitudine; ma non posso accettare: sono un rappresentante della vecchia classe, inevitabilmente compromesso col regime borbonico, e ad esso legato dai vincoli della decenza in mancanza di quelli dell’affetto. Appartengo ad una generazione disgraziata a cavallo fra i vecchi tempi ed i nuovi, e che si trova a disagio in tutti e due. Per di più, come lei non avrà potuto fare a meno di accorgersi, sono privo di illusioni; e che cosa se ne farebbe il Senato di me, di un legislatore inesperto cui manca la facoltà d’ingannare se stesso, questo requisito essenziali per chi voglia guidare gli altri? Noi della nostra generazione dobbiamo ritirarci in un cantuccio e stare a guardare i capitomboli e le capriole dei giovani intorno a quest’ornatissimo catafalco. Voi adesso avete bisogno di giovani, di giovani svelti, con la mente aperta al “come” più che al “perché” e che siano abili a mascherare, a contemperare volevo dire, il loro preciso interesse particolare con le vaghe idealità politiche. Posso dare a Lei un consiglio da trasmettere ai suoi superiori?”

“Va da sé, principe, esso sarà certo ascoltato con ogni considerazione, ma voglio ancora sperare che invece di un consiglio vorrà darci un assenso”.

C’è un nome che io vorrei suggerire per il Senato: quello di Calogero Sedàra; egli ha più meriti di me per sedervi; il casato, mi è stato detto, è antico o finirà per esserlo; più che quel che Lei chiama il prestigio egli ha il potere; in mancanza dei meriti scientifici ne ha di pratici, eccezionali; la sua attitudine durante la crisi di Maggio scorso più che ineccepibile è stata utilissima; illusioni non credo che ne abbia più di me, ma è abbastanza svelto per sapere crearsele quando occorra. 
* Giuseppe Tomasi di Lampedusa, Il gattopardo, nuova edizione riveduta a cura di Gioacchino Lanza Tomasi,Feltrinelli, Milano 2007, p. 178-181


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