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La Frusta! Cerca nel Web
Il "romanzo italiano" per eccellenza attraverso una raccolta di scritti dei maggiori critici italiani.
La redazione de "La Frusta!" si rende debitrice verso gli  eventuali aventi diritto,  proprietari dei testi,  non potuti rintracciare.
Sommario:
1. Pier Paolo Pasolini  legge
 "I Promessi Sposi" 


2. La "moralità" di don Abbondio
 di Aldo Spranzi 

3. resentazione di Don Abbondio
di Michele Barbi


 4. Don Rodrigo. Orgoglio e pregiudizio
di Francesco De Sanctis


5. I due bravi
di Luigi Russo


6. Renzo e Lucia
di Alberto Moravia


7. Renzo e Lucia 
di Natalino Sapegno


8. La Monaca di Monza. Storia di una corruzione, di Alberto Moravia.


9. Gertrude: Romanzo nel romanzo
di Salvatore Battaglia.


10. La conversione dell'Innominato
di Angelandrea Zottoli.


11. Il flagello della peste
di Attilio Momigliano.


12. Le miserie della fame
di Atitilio Momigliano.


13. Le miserie della guerra
di Anna Banti.


14. Il "sugo" della storia
di Ezio Raimondi


15.  L'inclusa"-  Sulle monacazioni forzate del '600D'Arco Silvio Avalle

16. Il "successo" della Monaca di Monza

17. La vera storia della Monaca di Monza

18. "L'innominato di Luigi Russo

19. Per una descrizione dei "Promessi Sposi " di Franco Fido

20. Il cardinale Federigo, di Cesare Angelini















La Monaca di Monza
di Alberto Moravia
Le miserie della fame
di Attilio Momigliano

Storia di una corruzione

La storia della monaca di Monza fu sempre giustamente lodata come una delle parti più belle de I Promessi Sposi; aggiungiamo che, non a  caso, è  la storia di una lunga e tortuosa corruzione, ossia della trasformazione di un personaggio innocente in malvagio, seguita passo passo con una mirabile capacità realistica e inventiva che si cercherebbe invano nelle descrizioni delle conversioni ossia delle trasformazioni dei personaggi malvagi in buoni. Dell'infanzia dell'Innominato, tanto per fare un solo esempio, non sappiamo niente; Gertrude invece ci viene presentata quando, addirittura,  sta «ancora nascosta nel ventre di sua madre» La progressiva metamorfosi dell'innocente bambina prima in disperata bugiarda, poi in monaca fedifraga, quindi in adultera e infine in criminale, è quanto di più forte sia stato scritto sull'argomento della corruzione.  Si confronti  la storia  di Gertrude con quella analoga della Religeuse  di Diderot e si avrà l'impressione di paragonare un pozzo profondo di acqua nera e immobile a un liquido e  veloce ruscello. E  questo perché mentre Diderot conosce le cause della corruzione e ce le addita, Manzoni, come nel caso di don Abbondio, preferisce tacerle. Per  Diderot la catarsi è fuori del romanzo, di fatto nella Rivoluzione imminente che lo scrittore pare annunziare in ogni riga; per il Manzoni, conservatore  e cattolico, non c'è catarsi se non estetica, la quale infatti è notevolissima; ma le catarsi soltanto estetiche sono proprie del decadentismo. Perfino la corruzione del regno di Danimarca trova una sua pratica purificazione nello squillo delle trombe che, dopo il sanguinoso convito, annunziano l'arrivo di Fortebraccio. Ma la corruzione di Gertrude è una corruzione « bella »; ossia una corruzione misteriosa, oscura, senza cause e, si direbbe, senza effetti: nata da una fatalità ambiguamente storica e sociale, essa si perde nel silenzio e nell'ombra della Chiesa.
Ad ogni modo, il Manzoni decadente qui è al colmo della sua potenza. La storia di  Gertrude non ha mai un momento di astrazione, mai cade nell'affermato e non dimostrato, nel detto e non rappresentato, come avviene per la storia dell'Innominato. È invece un seguito serrato e incalzante di immagini, di cose, di oggetti, di situazioni, di personaggi. E il Manzoni non si limita a fare lo storico imparziale, come quando riassume  in poche  pagine la criminale  carriera  dell'Innominato; al contrario stabilisce fin dall'inizio un suo forte  e soggettivo rapporto con la figura di Gertrude; rapporto fatto al tempo stesso di accorata pietà e di raffinata crudeltà.

ALBERTO MORAVIA
(L'uomo come fine, cit., pp. 326-7)




[...] nel capolavoro manzoniano la storia milanese del secolo XVII non è secondaria né riguardo allo spirito né riguardo all'arte di tutto il romanzo. Questi fatti sono continuamente infusi d'un'austera costernazione cristiana, apprezzati con una sapiente e dolorosa indulgenza, e assommano in sé, non meno che le vicende dei protagonisti, l'amara, rassegnata, penetrante esperienza  che del mondo aveva acquistato il  Manzoni nelle sue osservazioni solitarie.
Quand'egli ritrae il dolore, senti nella sua pittura non so che di meditativo e di pietoso che diffonde intorno alle sue parole una melanconica austerità religiosa. Non si sofferma: ilsuo sospiro fugace è l'espressione d'un'anima che sa che la vita è un esercizio di dolori, ma che ogni angoscia terrena è misurata dal tempo. Le sue rassegnate contemplazioni di tormenti umani sottintendono sempre la certezza del coro di Ermengarda: « Fuor della vita è il termine - del lungo tuo martir ».
Egli ha un'inesauribile sapienza delle nostre sventure: le pagine sulle molteplici miserie della carestia ne racchiudono forse la parte maggiore. Sono d'un'evidenza rapida, piene di espressioni  stringenti, dove balena di quando in quando un sorriso senza allegrezza, come un amaro senso delle stranezze delle sorti umane. Tutte le gradazioni di quelle sofferenze, più le morali che le fisiche, sono segnate con una precisione intima, come se il Manzoni le patisse lui stesso e ne provasse la triste diversità. La fermezza dei tratti lascia un senso di religioso raccoglimento: la pietà umana non è mai disgiunta dalla misura che la fede dà ad ogni sentimento. Non c'è particolare fermato dallo sguardo, che non risuoni nel cuore e non si atteggi in linee meste e meditabonde. Non si saprebbe trovare altre pagine che dessero, con uguale scarsezza di riflessioni dolorose, un uguale senso di pietà e di oppressione, pur senza sottintendere una parola disperata. C'è la sobrietà di chi ha visto miserie innumerevoli, tutte diverse e tutte ugualmente terribili, e perciò non può fermarsi a lungo su nessuna; ma ha l'animo colorato di quello spettacolo e ne ha la mestizia nella voce; e le enumera con una tristezza spenta, che rifugge dai particolari, perché il significato è solo in quella quantità di miseria, in quell'estremo che si ravvisa non in quella o in questa sventura ma in tutte. La tinta è un grigio uniforme, che stringe il cuore  e  tiene lo spirito in una fissità  dolorosa, in uno sgomento dietro il quale non ci può essere che il pensiero di Dio.
Quello stesso che finora l'ha negato, è dominato  da un'umiltà nuova, soggiogato da qualcosa che gli sta sopra e che egli ignora. I bravi, « domati dalla fame non gareggiando con gli altri che di preghiere, spauriti, incantati, si strascicavan per le strade che avevano per tanto tempo passeggiate a testa alta, con isguardo sospettoso e feroce, vestiti di livree ricche e bizzarre, con gran penne, guarniti di ricche armi, attillati, profumati; e paravano umilmente la mano, che tante volte avevan alzata insolente a minacciare, o traditrice a ferire » . Forse in tutto il quadro non c'è nulla di più evangelico e di più profondo che questa misurata  contrapposizione delle due vite, da cui scaturisce la certezza d'una giustizia che non manca mai. È quella stessa meditazione cristiana sui rivolgimenti provvidenziali della sorte umana, da cui nascono lo splendore e la rovina di Napoleone, l'ebbrezza e lo squallore d'Ermengarda, la prepotenza e l'impotenza di don Rodrigo: « Ben talor nel superbo viaggio...»
La persona, l'ambiente, le linee cambiano: la fonte vitale della loro poesia è unica.

ATTILIO MOMIGLIANO
(A.Manzoni, cit., pp. 202-4)



L'episodio della Monaca di Monza è  di sorprendente ampiezza, e, quel che più conta, risulta perfettamente conchiuso, come un piccolo romanzo autonomo nel vasto corpo della narrazione. La sua storia, per quanto s'innesti organicamente nel tessuto del romanzo e ne confermi la genesi etico-sociale, ha nondimeno un trattamento psicologico assai distinto, che si potrebbe definire atipico. Anzitutto appare sostanzialmente mutato il rapporto consueto fra l'autore e il suo personaggio. Rispetto a tutti gli altri protagonisti il Manzoni si suole porre in una condizione dialettica. Di solito egli avverte di collaborare con la realtà, con il destino, con i segreti disegni della Provvidenza. Ciascuno dei suoi attori è gradualmente riguadagnato alla sfera della ragione dal fondo della biografia psicologica. È questo processo intrinseco della coscienza che consente alla scrittura manzoniana di accogliere una sensibilità passionale e romantica per catalizzarla nell'ordine razionale. All'incontro, nel dipanare il groviglio morale di Gertrude lo scrittore si sente interdetto e allarmato. Non dispone più della collaborazione provvidenziale, né questa volta lo soccorre la costante parabola del suo ingegno, che di solito gli fa acquistare alla responsabilità etica le zone inconsulte o ignare dell'esperienza. Con la Monaca di Monza il margine recondito della psicologia si allarga sempre di più,  e tutte le volte che lo scrittore cerca di portarla sul piano dell'analisi e della consapevolezza, scopre le inesplicabili ombre del suo sottofondo patologico.
[...] Il narratore non riesce a superare la perplessità dell'uomo sano che si arrischia di sondare le regioni malate della vita. Più che un'esitazione egli avverte la oscura minaccia del contagio morale. Perché anche il male, non appena si anatomizza, comincia ad ottenere un margine di giustificazione, o per lo meno beneficia delle attenuanti che la vita e la società finiscono sempre per concedergli. L'analisi stessa porta al  realismo, vale a dire ad una disposizione comprensiva verso
la realtà e l'esperienza. Nei riguardi, ad esempio, di don Rodrigo il Manzoni è reciso, il suo giudizio è netto; ma rispetto a Gertrude egli diventa cauto, si direbbe circospetto. Sente di maneggiare sostanze venefiche. Ne deriva un'elaborazione stilistica d'impareggiabile delicatezza. Neanche la conversione dell'Innominato, che è il tratto più difficoltoso di tutto il romanzo, gli è costata tanta attenzione e scrupolo. Il tratteggio ch'egli fa della Monaca di Monza è di una consapevolezza così tesa che pare debba spezzarsi ad ogni istante. Da un rigo all'altro il Manzoni guadagna alla luce dell'espressione un lembo di vita maledetta. Per questo la Monaca di Monza è il personaggio più moderno dei Promessi Sposi. I protagonisti che la narrativa dell'Otto e Novecento è venuta allineando nella nostra letteratura, non hanno, tutti insieme, la profondità ermetica che possiede la creatura manzoniana, o per lo meno, nessuno di loro lascia quel segreto sgomento che comunica Gertrude. Il Manzoni è riuscito a renderla patentissima pur lasciandola avvolta in una insondabile segretezza. Questa duplice qualità stilistica - l'evidenza e il mistero - costituisce il pregio inimitabile della scrittura manzoniana. Ogni particolare che lo scrittore sollecita per chiarire la condizione morale di Gertrude, finisce col darle un più esteso alone d'ombra. Le pagine del « ritratto », relativamente poche, sono come una quintessenza, di cui continuano a rimanere ignoti gli elementi che la costituiscono, e che in seguito lo scrittore penserà di sciogliere e riannodare nella più vistosa prospettiva storica e sociale.
Ma più che cause determinanti, tutte le condizioni oggettive che lo scrittore avrà cura di analizzare, si possono considerare concomitanti come altrettante concause. Per uno scrittore di educazione etica e religiosa come il Manzoni, che non poteva concepire il mondo degli uomini se non edificato sul principio della responsabilità, anche l'esistenza abietta di Gertrude trovava le ragioni più reali, e perciò più liricamente personali, all'interno della coscienza. E tuttavia è anche vero che per la prima volta nella nostra letteratura il senso del male del peccato risulta radicato nel sangue e nel costume come in un suolo di formazione millenaria e la società sono chiamate ad una precisa corresponsabilità. In questa prospettiva il destino della Signora di Monza si pone a massimo esponente della struttura di tutto il romanzo.

SALVATORE BATTAGLIA
(Mitografia del  personaggio, Milano, Rizzoli 1968, pp. 285-7)


La conversione dell'Innominato
di  Angelandrea Zottoli
Il dramma dell'Innominato, proprio perché procede tutto dalla sua anima e da questa trae i suoi motivi determinanti, si svolge nella solitudine. Quando arriva innanzi al pubblico non abbiamo più la conversione, bensì il modo in cui la conversione gia avvenuta si riflette e agisce nei cervelli del pubblico, in modo diverso secondo la diversa costituzione di essi.
L'inizio del dramma è posto, se non nel momento in cui l'Innominato, uscendo dalla turba dei malvagi, raggiunge la solitudine, in  quello in cui della solitudine stessa acquista il sentimento. Quelle parole: « il sentimento d'una solitudine tremenda »,  riassumono,   e  in qualche modo, spiegano e precisano, in quanto  può esserci d'indeterminato, la descrizione dei motivi da cui l'anima dell'Innominato è turbata.
Egli è solo perché ha vinto. Prima di vincere è ancora nella turba: i suoi nemici, i suoi emuli, i suoi complici, i suoi scherani avevano un significato per lui Gli odii, gli esempi, l'emulazione, il desiderio di non decadere dalla propria reputazione,  di non mostrarsi poco sollecito dei propri impegni, insomma tutta la trama del delitto con le sue necessità indeclinabili riempiva la sua vita e il suo avvenire. Ha cominciato a non 
sentirsi più di fronte agli altri, solo quando il suo predominio è diventato qualche cosa di sicuro e riconosciuto; e allora ha cominciato anche a sentite quella « cert'uggia delle sue scelleratezze » 
Concepire questa crisi come  effetto dell'indebolimento della vecchiaia significa non vederla nella sua profondità. Nell'Innominato non c'è difetto ma eccesso di energia.
Proprio perché il mantenimento del suo predominio non richiede l'impiego di tutta la sua forza, ma gliene lascia disponibile un largo margine, egli può avvertire l'esistenza di un nuovo ostacolo, di una più ardua prova da superare. Se la sua anima fosse riempita dall'azione, egli non si potrebbe fermare a guardare i suoi delitti, e, prima che fermarsi a guardarli, non avrebbe potuto permettere che gli si svegliassero, direi, quasi oziosamente, nella memoria.
Che anche il semplice decorso degli anni avesse potuto contribuire a questo risultato è possibile: gli anni passando avevano non solo assicurato il suo predominio, ma anche glielo avevano messo innanzi agli occhi come un fatto compiuto. Ma l'importante non era che quegli anni ci fossero bensì che a quegli anni potesse pensare. E, data la sua indole attiva, se uno scopo importante avesse assorbito la sua attenzione, tutto il suo essere sarebbe stato teso ad esso, e passato
e avvenire sarebbero scomparsi al suo sguardo.

ANGELANDREA ZOTTOLI

(Umili e potenti nella poetica del Manzoni, Roma, Tumminelli, 1942)


Il flagello della peste


I lanzichenecchi portano la peste in Lombardia:il Settala dà l'avviso dei primi casi,ma il tribunale di sanità - che pure aveva temuto quel pericolo - crede invece ad un medico che esclude trattarsi di quel morbo. Il male si diffonde: impossibile opporvi l'incredulità. Il governatore, pregato di soccorsi, dà l'olimpica risposta che sapete, e due o tre giorni dopo ordina pubbliche feste per la nascita del primogenito di Filippo IV, senza pensare al contagio. La popolazione milanese, a sua volta, non crede alla esistenza della peste nel contado: « chi buttasse là una parola del pericolo, chi motivasse peste, veniva accolto con beffe incredule, con disprezzo iracondo»: notate la verità incisiva. La medesima « cecità e fissazione » prevale in ogni magistrato; il cardinal Federigo ne è immune; notate il valore morale della differenza: l'amore del prossimo è illuminato e previdente. Il tribunale stesso è fiacco e tardo: quindi la peste entra in Milano; « l'imperfezion degli editti», « la trascuranza nell'eseguirli », « la destrezza nell'eluderli» aiutano la diffusione. Tuttavia i cittadini non credono ancora che si tratti di peste: e alcuni medici fanno «eco alla voce del popolo (era, anche in questo caso, voce di Dio». Tutte le disonestà e gli egoismi di simili contingenze rendono in parte vana la prescrizione del lazzaretto; le precauzioni del tribunale si proclamano «vessazioni senza motivo »; i due medici che cercano in ogni modo di stornare il flagello, hanno « il nome di nemici della patria: propatriae hostibus ». « Cabala ordita per far bottega sul pubblico spavento »! Le morti si moltiplicano: i medici contrari all'opinione del contagio, non potendo più negare il male, negano il nome: son « febbri maligne »; e così il popolo continua a non premunirsi dai contatti.
I magistrati cominciano a dar più ascolto alla Sanità e farne eseguir gli editti. Il lazzaretto, pieno di confusione, è affidato a padre Felice Casati ed a' suoi cappuccini, che fanno miracoli. La peste dilaga; il pubblico comincia a credervi. Ma « le vendette della caparbietà convinta» sono talora più funeste della resistenza: il popolo ammette la peste, ma la attribuisce ad unzioni venefiche; come accade in  tali momenti, un atto insignificante interpretato dalla mente in delirio converte il sospetto in certezza. Per colmo di sventura qualche sciocco o malvagio unge realmente porte e muraglie in ogni parte della Città. Con il contagio della peste procede parallelamente il contagio della follìa; e il secondo non è meno pietoso del primo.
Il Manzoni lo chiama la storia « d'un celebre delirio ». Il tribunale, quantunque non creda all'effetto pernicioso di quelle unzioni, per una dannosa debolezza ne ricerca gli autori come rei d'un «delitto». Il pubblico sospetta in quel veneficio una causa politica  e, sopito il clamore del primo fatto, è però pronto a vederne la ripetizione ad ogni minimo indizio. Intanto i decurioni  richiedono a Federigo che si faccia una processione solenne, portando per la città il corpo di San Carlo. Federigo, che crede più al contagio che agli untori, rifiuta, per questa e per altre ragioni: finalmente cede alle istanze universali. Fu un atto di debolezza? Il Manzoni vi accenna timidamente, forse con una leggera indulgenza per quel sant'uomo. Il tribunale teme, ordina precauzioni: ma non vieta la processione. Le morti crescono con un « salto subitaneo»: non c'è dubbio, la confusione della solennità ha favorito l'opera degli untori! I sogni dei dotti farneticanti sulle comete e sulle congiunzioni aggiungono esca all'universale follìa: i medici stessi  il Tadino  che primi avevan creduto alla peste, ne sono travolti; Federigo ritiene che ci sia un po' di vero. Qualcuno pensa fino alla fine che tutto sia immaginazione, ma non osa dirlo: « il buon senso c era; ma se ne stava nascosto, per paura del senso comune ».
Follìa inevitabile, quando si adottasse «il metodo proposto da tanto tempo, d'osservare, ascoltare, paragonare, pensare, prima di parlare. Ma parlare, questa cosa così sola, è talmente più facile di tutte quell'altre insieme, che anche noi, dico noi uomini in generale, siamo un po' da compatire». Questa pensosità è il tono predominante della storia, piena di compassione e di sdegno, sparsa dei tratti più amari dell'etica manzoniana. Il racconto è così molteplice, così attento alle circostanze e disposizioni d'animo più disparate, che se ne potrebbe ricavar l'impressione d'una triste fatalità che cospirasse al nascere e al propagarsi del delirio; ma la linea di svolgimento che ho segnata nella mia esposizione, e le considerazioni generali che il Manzoni fa sui traviamenti dell'intelletto e della coscienza, non lasciano dubbio sull'indignazione malinconica e pietosa colla quale egli ha costantemente considerato questa immensa tragedia spirituale.

ATTILIO MOMIGLIANO
(A.Manzoni, cit., pp. 250-2)


Romanzo nel romanzo
di Salvatore Battaglia
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dal 16 marzo 2002
[...] se c'è alta forma di memoria, questa è la storica, una forma quasi trascendente, che per minimi appelli e quasi segni rabdomantici di una trapassata realtà, la interpreta, la ricompone, la restituisce a una costante morale che dal buon senso alle passioni estreme, abbraccia le azioni e i sentimenti umani, in ogni tempo. Della validità di questa persuasione ebbi, prima e poi, infinite conferme, specie per quel che riguarda i Promessi. Basterà citare, per un esempio, gran parte dei capitoli XXVIII e XXIX, là dove si raccontano gli effetti e gli aspetti della  carestia e dell'invasione nel milanese. La quasi fatale incongruenza delle leggi annonarie nei tempi di crisi, quel lazzaretto (oggi si direbbe campo di concentramento ) dove i fortuiti  mendicanti eran raccolti e poi  rinchiusi a forza; infine il talento distruttivo dei lanzichenecchi nei poveri paesi lombardi, trovano nei nostri recentissimi ricordi di guerra e di miseria collettiva dei riscontri e delle conferme sorprendenti. Viene naturale la domanda dove mai il Manzoni avesse constatate e sperimentate le conseguenze oggettive, ottiche, di tali sventure. Chi rispondesse adducendo i fatti delle campagne napoleoniche in Italia, non convincerebbe sebbene contemporaneo di quegli eventi, non risulta che il giovane Alessandro allora in collegio, ne fosse testimonio oculare; senza dire che all'andamento di quella impresa non paion convenire i caratteri di invasione scomposta, indisciplinata che le bande alemanne scatenarono in Lombardia. Come sta, dunque che quando leggiamo dei bruciamenti, delle distruzioni, del luridume, soprattutto dell'orrendo fetore lasciato dalle
soldatesche nelle case dei paesetti lombardi ci par di riconoscere le descrizioni di un ipotetico e sublime « inviato speciale » dei nostri giorni? Il fatto è che il genio meditativo e rappresentativo del Manzoni, nutrito dei documenti più disparati e in fondo, meno precisati, ha letto come  nel più esatto dei referti quel che potessero lasciarsi dietro le spalle tanto i lontani lanzichenecchi come i loro tardi successori; cenere, sangue, lordura, riuniti in uno spettacolo che, purtroppo, non cambierà mai. « Passano i cavalli di Wallenstein, passano i fanti di Merode»: con queste semplici proposizioni che s'incalzano con un ritmo di cui non conosco l'uguale per rendere l'ineluttabilità di una spinta e quasi il suono di una ossessiva fanfara guerresca, dimostrano con quali mezzi elementari si possa attingere il tono epico e insieme la più visiva realtà. E quando si legge: «Lo squadron volante de' veneziani fini d'allontanarsi, e tutto il paese, a destra e a sinistra, si trovò libero anch'esso»: par di
udire un ultimo tuono disperdersi squallidamente sulla campagna deserta e allibita.

ANNA BANTI

(Opinioni, Milano, Il saggiatore, 1961)

Le miserie  della guerra
di Anna Banti


[ ...] lo stacco che si avverte nella narrazione dopo la pioggia del lazzaretto e il « risolvimento della natura » intorno a Renzo per l'ultima volta in viaggio, pare voluto in maniera da giustapporre un ciclo di eventi eccezionali e un mondo di nuovo comune, che di essi non conserva se non qualche ricordo, un riflesso più o meno opaco. La grande stagione delle scelte drammatiche è passata; riprende la realtà della prosa, degli incontri e dei dialoghi quotidiani, nel tepore riconquistato della casa, della famiglia. E tuttavia i problemi che avevano mosso la macchina del racconto si prolungano inquietanti dentro lo specchio delle coscienze, solo che si sappia cogliere la presenza del passato nella trama interna degli ultimi colloqui. Non è da escludere fra l'altro, che l'ironia della conclusione non consista anche in questa sfida al lettore.
Per giungere a Renzo, conviene rivolgersi a don Abbondio e metterlo alla prova nel momento in cui, oramai tranquillo, si concede il piacere di scherzare con Agnese e la « signora » del lazzaretto, alla sua maniera furba e grossolana. Dice dunque: « Ne abbiam passate delle brutte, n'è vero, i miei giovani? delle brutte n'abbiam passate: questi quattro giorni che dobbiam stare in questo mondo, si può sperare che vogliano essere un po' meglio. Ma! fortunati voi altri, che, non succedendo disgrazie, avete ancora un pezzo da parlare de' guai passati: io in vece, sono alle ventitrè e tre quarti, e... i birboni possono morire; della peste si può guarire; ma agli anni non c'è rimedio » Come sempre, don Abbondio è umano, pittoresco, prodigiosamente vitale; ma è anche vero che non ha appreso nulla, anzi ha già guastato ciò che l'aveva commosso nel tempo della grande avventura, poiché quelle
«ventitrè e tre quarti» non sono altro che una citazione dal cardinale Federigo, trascritta in figura comica e involgarita. Era stato infatti il Borromeo a dirgli, con la sua voce più calda: « Ricompriamo il tempo: la mezzanotte è vicina; lo Sposo non può tardare ».
Per parte sua, Renzo ha imparato qualcosa di definitivo e lo ripropone tale e quale a don Abbondio allorché quest'ultimo, sicuro finalmente che don Rodrigo è morto, esalta i meriti della peste, castigo dei tiranni e strumento della Provvidenza. L'opposizione fra le due battute salta agli occhi nettissima, e tutt'altro che a caso. Quella di don Abbondio straripa da tutte le parti, gioiosa e sfrenata come una danse macabre: « Ah! è morto dunque! è proprio andato... Vedete, figliuoli, se la Provvidenza arriva alla fine certa gente. Sapete che l'è una gran cosa! un gran respiro per questo povero paese, chè non ci si poteva vivere con colui. È stata un gran flagello questa peste; ma è anche stata una scopa; ha spazzato via certi soggetti, che, figliuoli miei, non ce ne liberavamo più: verdi, freschi, prosperosi: bisognava dire che chi era destinato a far loro l'esequie, era ancora in seminario, a fare i latinucci. E in un batter d'occhio, sono spariti, a cento per volta. Non lo vedremo più andare in giro con quegli sgherri dietro, con quell'albagia, con quell'aria, con quel palo in corpo, con quel guardar la gente, che pareva che si stesse tutti al mondo per sua degnazione. Intanto, lui non c'è più, e noi ci siamo. Non manderà più di quell'imbasciate ai galantuomini. Ci ha dato un gran fastidio a tutti, vedete: ché adesso lo possiamo dire ». La risposta di Renzo, invece, è brevissima: « Io gli ho perdonato di cuore », ma chi legge rammenta che sono le stesse parole che aveva pronunciate alla presenza di padre Cristoforo, nella prova del lazzeretto. («...capisco che non gli avevo mai perdonato davvero; capisco che ho parlato da bestia, e non da cristiano e ora, con la grazia del Signore, sì, gli perdono proprio di cuore»). Qualcosa è rimasto nel suo cuore.
Se questo sistema di concordanze e di allusioni ha un senso, e per uno scrittore come il Manzoni pare difficile che non lo abbia, viene da concludere che nel dialogo tra Renzo e don Abbondio è in giuoco, una volta di più, il grande tema della giustizia nell'alternativa di paura e amore, conformismo e libertà, orgoglio e pazienza: 'e come se per un attimo si trovassero di fronte la morale di padre Cristoforo e il codice di don Abbondio. Ma padre Cristoforo è morto, mentre don Abbondio continuava a vivere, pronto a sedere alla tavola dell'erede di don Rodrigo e a condividere i suoi pregiudizi di classe, anche per un giorno di festa popolare, nei confronti di due sposi contadini. In fondo, la peste non ha cambiato nulla: gli uomini dimenticano presto e si adattano alle regole del mondo. Anche chi ricorda e racconta le proprie avventure, come Renzo, rischia di cadere nel conformismo, di estrarre da quanto gli è successo la lezione più facile dell'onestà cauta e passiva. «Ho imparato, diceva, a non mettermi ne' tumulti: ho imparato a non predicare in piazza: ho imparato a guardar con chi parlo: ho imparato a non alzar troppo il gomito: ho imparato a non tenere in mano il martello delle porte, quando c'è lì d'intorno gente che ha la testa calda: ho imparato a non attaccarmi un campanello al piede, prima d'aver pensato quel che ne possa nascere ». Sembra oramai che dia ragione a don Abbondio, che accetti il suo principio, la sua « sentenza prediletta », secondo cui « a un galantuomo, il qual badi a sé, e stia ne' suoi panni, non accadon mai brutti incontri »
Delle « cent'altre cose» che Renzo pensa ancora d'avere apprese, non resta al lettore che tirar a indovinare, per quanto sia lecito il sospetto che quel numero di gusto un po' fiabesco, aggiunto alla filastrocca degli « ho imparato », nasconda una punta ironica a carico del personaggio e della sua pretesa « dottrina ». Del resto, basta che intervenga Lucia con l'osservazione « sorridente » che « i guai » sono stati loro a venire a cercarla[, perché la sicurezza del suo « moralista » si confonda e cada in crisi. In realtà, Renzo deve ammettere, da povero contadino, che il dolore del mondo non si spiega da solo e che « la fiducia in Dio » rimane l'unico conforto per il viaggio misterioso dell'uomo sulla terra. Ma proprio in questo consiste poi la giustizia per cui l'uomo può soffrire e sentirsi fratello di tutti gli oppressi, anche se la paura gli è nota più del coraggio. Mentre si crede di aver toccato un epilogo pacifico, obbediente alla rinunzia o alla rassegnazione, il discorso segreto di tutto il romanzo si rimette in moto e si porta dietro l'angoscia della storia, l'inquietudine della contraddizione, il sentimento dell'assurdo, così come può arrivare sino agli « infimi » della « scala del mondo », nello stupore dolente della loro memoria di « gente perduta sulla terra » che non ha « né anche un padrone ». Dove finisce la ricerca di Renzo, comincia forse quella del lettore.

EZIO RAIMONDI
(I Promessi Sposi e la ricerca della giustizia,)

Il « sugo» della storia
di Ezio Raimondi
Esempio 1
Altre pagine:

1. Introduzione ai Promessi Sposi
di Natalino Sapegno

2. Manzoniana - La lirica del Manzoni
di Attilio Momigliano

3La religione del Manzoni 
di Adolfo Omodeo 

4. Ritratto del Manzoni.
di  Attilio Momigliano

5. Vedi anche alcuni saggi critici di Giulio Savelli
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