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Esempio 1
«Pasolini 
aveva già 
intuito tutto»
Filippo la Porta, critico della    nuova letteratura,
collaboratore di numerose testate sarà oggi a
Genova per presentare  Pasolini, uno gnostico innamorato della realtà  (Le Lettere, 93 pagg., 9,50€). 
L’appuntamento è alla Fnac alle 18. Lo abbiamo
intervistato su Pasolini, sulla letteratura
come spettacolo, su quella di genere.

Perché ancora oggi non si può prescindere
dal confronto con Pasolini?

«Per la mia generazione, che nel ’68 aveva 16
anni, Pasolini ha contato forse più di ogni altro.
Ne è stato l’interlocutore principale, sotterraneo
o esplicito, più di qualsiasi leader politico. Ci faceva
arrabbiare, ci scandalizzava, ci costringeva a
riflessioni scomode, nutriva in modo originale la
nostra immaginazione critica, ci parlava in modo
sempre urgente, drammatico, sincero appellandosi
non a ideologie ma a una percezione comune
delle cose, all’osservazione empirica della realtà.
Occorre riconoscergli per intero una posizione
centrale all’interno del "canone" letterario, un
rilievo assoluto, come principale saggista "libero"
italiano della seconda metà del ’900».

È vero che Pasolini aveva già scritto e previsto
tutto ciò che sarebbe accaduto (crollo dei
valori, della società...) e che non c’è nulla da
aggiungere?

«Sì, ho l’impressione che la variegata produzione
ispirata ai no-global non faccia che ripetere
e declinare il suo discorso sull’omologazione.
Certo, è un concetto da rileggere e aggiornare.
Mi servirei dell’ossimoro - f igura cara a Pasolini
- "omologazione differenziata": ad esempio in
una vetrina di Los Angeles ho visto 30 Barbie
diverse - bianca, nera, gialla, mondana, domestica,
frivola, seriosa - ma tutte, inesorabilmente,
Barbie»

Ha scritto che Pasolini non è riconducibile
alla storia e tradizione comunista, anzi avrebbe
politicamente una coloritura "azionista" e
ha suscitato un vespaio

«Vero, compreso un lungo articolo su Nuovi Argomenti. Lo so che Pasolini dichiarò fino all’ultimo
di votare comunista. Però il suo modo di essere
comunista era personalissimo, premarxista
e conservatore. La sua avversione al capitalismo
era fisiologica e viscerale, rivolta al passato, alla
bellezza e verità racchiuse nel passato piuttosto
che a qualche ingannevole sol dell’avvenire. Degli
"azionisti" apprezzava l’assenza di qualsiasi fondamentalismo unita a una "fede" e morale solidissime. Combatteva soprattutto un nemico: la
borghesia come "malattia", l’illusione mortale
che si possano possedere cose e persone, possedere la vita, che è invece misteriosa, sfuggente, inconoscibile. Era contro la borghesia perché genera irrealtà».

Nel suo contributo al volume collettivo “Patrie
impure” in via di pubblicazione da Rizzoli,
critica la spettacolarizzazione della cultura ma,
in un paese di analfabeti di ritorno, non è un
buon segno, anche se minuscolo?

«Lo scrittore James Ballard ha scritto che Hitler
rappresenta “uno degli eredi legittimi del XX secolo:
l’epitome dell’uomo mezzo colto” in lotta
con “il torrente di informazioni che minacciava
di travolgerlo”, e “con la testa piena di velleità
artistiche”. Non sto dicendo che i festival letterari
coltivano il neonazismo, ma che la “mezza cultura”
diffusa è pericolosa, poiché alimenta l’idea
che la creatività sia un diritto e dà l’illusione di
sentirsi problematici, informati, consapevoli di
sé, senza peraltro esserlo affatto».

Il romanzo di genere, che sembra già un po’
logoro, sarà davvero la salvezza della letteratura?
Ed è davvero l’erede del grande romanzo
classico? 

«No, può farci riscoprire un gusto artigianale
della scrittura, ci costringe a tener conto di un
pubblico determinato che, a sua volta, responsabilizza lo scrittore, la sua espansione ha un effetto benefico sulla nostra sussiegosa tradizione aristocratica e libresca, ma una letteratura fatta solo di Camilleri non è abbastanza vitale, non può nutrirci davvero. Abbiamo bisogno di una dieta bilanciata e assai più varia. Di fatto i bestseller tendono a cancellare dispoticamente tutti gli altri libri intorno. Vorrei dare un suggerimento empirico e “massimalista”: a un’opera letteraria bisogna chiedere tanto, tantissimo, così vedrete che
quasi sempre riceverete tanto, proporzionalmente
. Succede perfino con i romanzi-videogame di
Eco, inanimati e supercitazionistici, che fanno
sentire più colti senza troppa fatica».

ANTONELLA VIALE
Pubblichiamo per gentile concessione dell'autrice Antonella Viale l'intervista rilasciatale da Filippo La Porta in occasione dell'uscita del suo vulume Pasolini, uno gnostico innamorato della realtà,  e già apparsa sul quotidiano genovese "Il secolo XIX" del 20 marzo 2003
dal 24 marzo 2003
<<< Vedi la  pagina web che questo sito ha dedicato a Pasolini. In francese.
Pasolini è stato il compagno fraterno, severo e fragilissimo, di più di una generazione, interprete lucido dei mali della società italiana e incarnazione estrema di un esistenzialismo "moderno" che proviene però dal nostro passato più antico. Grande saggista e critico letterario della seconda metà del secolo, ma quasi per obbligo (aspirava infatti ad essere poeta). Il suo "sguardo" poetico, presente in ogni sua pagina, è capace di cogliere - per intuizione - quella Realtà che invece sfugge a politici, giornalisti, burocrati, professori. E anzi, insieme a pochi altri come Carlo Levi e Elsa Morante ci ha mostrato la differenza irriducibile tra reale e irreale, tra presente concreto e futuro astratto, tra la vita tutta intera, inseparabile dalla morte, e l'ossessione "borghese" di possederla. Pasolini non può amare il mondo poiché se ne sente escluso, ma ne ha una struggente nostalgia. La sua opera sta sempre al posto di qualcos'altro: non scrive tanto poesie quanto saggi sulla poesia, non film ma saggi sul cinema, non romanzi, ma saggi sul romanzo. E così la sua esistenza, nella quale è condannato sempre a giustificarsi, sembra stare al posto di un'altra esistenza, in cui invece è accettato "naturalmente" dagli altri e dalla società. Una passione intellettuale, la sua, che potrebbe ispirare qualsiasi nostra libera riflessione sul mondo in cui abitiamo, e che appare sempre coinvolta dalla realtà stessa che intende conoscere o interpretare.

Se l'esperienza è esposizione al dolore, alla noia, al tempo morto della passività e alle loro conseguenze irreversibili, la nostra vita quotidiana sembra averle preferito un surrogato artificioso, una simulazione meno vulnerabile. Siamo immersi nell'euforia dell'interazione controllata, dell'autoriferimento senza pathos, dell'atrofia dei sensi come garanzia anestetica. Attraverso lo scrutinio della letteratura e del pensiero critico contemporanei, La Porta ci riavvicina alle ragioni antropologiche ed etiche di un'esperienza possibile: il contrario del comodo "autoreverse" che ci allestisce il rumoroso teatrino della cultura nazionale, abitato da postavanguardie conformiste e da fatui eversori sedotti dall'esistente. 

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