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Alessandro Manzoni, il nevrotico scrittore che coniugando elementi confliggenti, ossia il razionalismo illuminista e il romantiscismo cattolico, l'elegante e frigida apolegetica cristiana con la calda e dozzinale materia popolare romanzesca, fornisce alla cultura letteraria italiana una lingua colloquiale e una prosa funzionale, e alla coscienza nazionale un ritratto di lunga durata della sua base morale permanente.
Sommario:
2. Pier Paolo Pasolini  legge
"I Promessi Sposi"


3. La "moralità" di don Abbondio
di Aldo Spranzi

4. resentazione di Don Abbondio
di Michele Barbi


5. Don Rodrigo. Orgoglio e pregiudizio
di Francesco De Sanctis

6. I due bravi
di Luigi Russo

7. Renzo e Lucia
di Alberto Moravia

8. Renzo e Lucia
di Natalino Sapegno

9. La Monaca di Monza. Storia di una corruzione, di Alberto Moravia.

10. Gertrude: Romanzo nel romanzo
di Salvatore Battaglia.


11. La conversione dell'Innominato
di Angelandrea Zottoli.


12. Il flagello della peste
di Attilio Momigliano.


13. Le miserie della fame
di Atitilio Momigliano.


14. Le miserie della guerra
di Anna Banti.


15. Il "sugo" della storia
di Ezio Raimondi



16. L'inclusa"-  Sulle monacazioni forzate del '600- D'Arco Silvio Avalle

17. Il "successo" della Monaca di Monza

18. La vera storia della Monaca di Monza

19. "L'innominato di Luigi Russo

20. Per una descrizione dei "Promessi Sposi " di Franco Fido

21. Il cardinale Federigo, di Cesare Angelini



La religione del Manzoni
di Adolfo Omodeo
Ritratto del Manzoni.
di Attilio Momigliano
La religiosità manzoniana si stacca quasi isolata nel mezzo della vita spirituale dell’ottocento. Si chiamino a raffronto non solo l’aspro e acre cattolicismo di un Cantù e di un Tommaseo, ma anche gli indirizzi ben più audaci di un Lambruschini o di un Ricasoli: risalta nel Manzoni un’aderenza immediata al contenuto evangelico del cristianesimo, una sempre vivace presenza, nell’animo, del dramma salutare della croce vissuto in tutti i suoi momenti.
E queste stazioni il Manzoni ravviva liricamente nei suoi inni. Loci theologici e motivi liturgici, anche se non sempre felicemente coordinati tra loro, si ravvivano e divampano in una commozione adorante. Fin l’antico dogma della eterna generazione del Figlio dal Padre esplode in una vertigine in cui si perde la forza contemplativa del poeta:

O Figlio, o Tu cui genera
L’Eterno, eterno seco;
Qual potrà dir dei secoli
Tu cominciasti meco?

La leggenda di Maria egli la rivive e la rappresenta come l’esaltazione in gloria di una Lucia giudea. Apre l’animo all’azione dello Spirito:

Discendi Amor: negli animi
L’ire superbe attuta:
Dona i pensier che il memore
Ultimo dì non muta:
I doni tuoi benefica
Nutra la tua virtude;
Siccome il sol che schiude
Dal pigro germe il fior...

Tende a dare al mito religioso l’evidenza suasiva:

Come la luce rapida
Piove di cosa in cosa...

Quest’aderenza al contenuto positivo della fede è notevolissima, quando si abbia presente l’aspetto comune dell’apologetica del secolo XIX (Maistre, Lamennais, Lambruschini ecc.). Nei suoi vari indirizzi .L’apologetica del secolo XIX  è apologia della religione contro la filosofia del secolo XVIII: e non senza un salto logico dalla dimostrazione del valore della religione in  genere e della sua funzione di civiltà si passa al concreto contenuto cristiano: con argomentazioni pragmatistico-autoritarie che si svolgono o nell’interpretazione negativa dei dogmi quali barriere contro l’errore, o nella loro interpretazione pratica, quali strumenti ed esercizi per la pietà. Il preambolo insomma esaurisce il poema, la introduzione il corpo della dottrina: il mistero cristiano rimane libro chiuso, accettato nei complesso. Invece il Manzoni ètutto in una fase più arcaica: contrario ad ogni forma di latitudinarismo, riman fermo all’interpretazione antica del dogma come formula che all’animo credente deve rivelar tutta la ricchezza della conoscenza del Cristo, rimane nel  senso diretto e pieno della salute cristiana corrispondente alla obiettiva realtà della corruzione umana.
Più volte si è cercato di dedurre questa religiosità manzoniana dal giansenismo e si è cercato di rintracciare nel romanzo, negl’inni sacri, nelle tragedie, i temi tradizionali della teologia giansenistica. Spesso però si è incorso nell’inconveniente, che ha dato buon gioco al sostenitori della perfetta ortodossia manzoniana, di alterare un momento della fantasia artistica in argomento teologico.

In concreto il giansenismo fu qualcosa di ben diverso da una pura bega teologale fra dottori. Lo stesso interesse umano che desta la sua storia, mostra che in esso palpita qualcosa che va ben oltre le distinzioni e le cavillazioni scolastiche sui diversi tipi di grazia, e la lunga logomachia dei teologi della Sorbona.
A ben considerare, le varie formule teologali escogitate a definirlo o a condannarlo, non sono che inadeguate trascrizioni intellettualistiche d’una vivida vita religiosa, che non poteva più dilatarsi e fiorire nella chiesa post-tridentina. Il giansenismo (e l’opera del Ruffini ne reca copiosissimi documenti) è un modo speciale cristiano-arcaico, – e per questo motivo messo sotto il patronato del vescovo di Ippona, – di vivere la religione. Per dirla con Paolo, un operare la propria salute in pavore e tremore: quel ravvisare il contenuto di fede in un’intima visione del riscatto, che abbiamo notato caratteristica del Manzoni; sentir la redenzione e la salute cristiana come coessenziale al processo del mondo: ritrovare il proprio personale riscatto sentito e voluto dal Cristo nelle lacrime e nel sangue versati a Gethsemani e sul Golgota, proprio come l’intuisce il Pascal nel Mistère de Jesus: dilatare il proprio cuore in questa fede come in un’aura paradisiaca, in novità di vita, che si distacca dal fondo oscuro d’una naturale peccaminosità e da una fatale perdizione: questa l’intuizione arcaica, e, a rigore, proto-cristiana, del giansenismo. E avveniva che questa stessa fede, che ravvivava il mistero della salute, era sperimentata come una grazia, avveniva che i credenti si sentissero ravvolti dalla carità di Cristo che precede, accompagna e dà la sostanza stessa dell’anima, l’opera che si opera, la carità che riscalda; avveniva che il terrore dei terrori fosse l’uscir da questa fede, da questo stato psicologico, dalla grazia di Dio. Sicché non era contraddittorio, nella concreta vita religiosa, che questa coscienza della grazia si accompagnasse alla vita più austera, a una consacrazione della vita, che è opera dell’amore di Cristo, a Dio.

I dubbi sul giansenismo manzoniano – in tutto analoghi a quelli levati nei riguardi del giansenismo del Pascal – sono fondati su di uno schema astrattamente teologico del giansenismo. Ma come vita religiosa il Manzoni è l’ultima vetta del cristianesimo arcaico e medioevale che si riallaccia alle vette del mondo liberale moderno: quella sua simpatia pel  moto rivoluzionario non sarebbe stata possibile senza una fede consimile a quella del Grégoire.
Il mondo manzoniano è pur sempre un mondo pascaliano, una contemplazione della grandezza e della miseria dell’uomo. L’uomo trova un valore solo nella misericordia di Dio: Napoleone non meno di Renzo Tramaglino, ché l’Eterno non fa eccezione di persona. Il faticoso travaglio degli orgogli e delle ambizioni, degli amori e degli odi, son contemplati, o pietosamente
O ironicamente, dall’unica vera grandezza, dall’unico porto di quiete:

Dov’è silenzio e tenebre
La gloria che passò:

nella bontà infinita, diciamo pure nella grazia di Dio, che avvia pei « floridi sentier della speranza ». Questo motivo costante, che ritorna nel secondo coro dell’Adelchi, nel Cinque Maggio, nella conclusione del romanzo, il quale non può avere altro significato se non di dedizione al Dio sempre attivo, a cui spetta l’iniziativa, al

Dio che atterra e suscita
Che affanna e che consola,

è il vero motivo lirico dell’arte manzoniana come è il tema della sua religione.
E (sia detto per incidente) credo che quei critici che, come il Citanna, vanno cercando la poesia manzoniana entro i limiti dei personaggi del romanzo si pongano fuori del suo ritmo lirico, per applicare un canone inconsciamente shakespeariano: del personaggio in sé poetico. Quei personaggi il Manzoni li compone, li fa agire, li decompone con spietata analisi, perché concorrano, semplici elementi astratti, a questo senso poetico e insieme religioso della via in Dio.

ADOLFO OMODEO.
(da Figure e passioni del risorgimento italiano, Roma, Mondadori, 1945, pp. 9-17).





Il  Manzoni era probabilmente uno di quei malati di nervi che fanno sopportare solo a se stessi il disagio della loro condizione, e non perdono per questo l’imparzialità nel giudicare il prossimo e nel trattar con esso.
Ma la sua non era l’imparzialità semplice dell’uomo sicuro di sé: era una imparzialità complessa, che tradiva la pena d’un pensiero inquieto. Nessuno scrittore nostro fu così costantemente misurato nei suoi giudizi, a nessuno mancò come a lui – all’infuori di quello molto generico della morale – un criterio prefisso col quale sentenziare: giudicò sempre senza partito, coll’equità ma anche col tormento che deriva da questa condizione spirituale. Nelle lettere e nelle altre prose la mente del Manzoni rispecchia forse, con quei suoi ragionamenti lucidi e uniti ma contesti di mille fila, l’ansia dell’idea che non riposa mai, l’instabilità indagatrice e minuziosa dell’uomo che vede continuamente un problema sotto un aspetto diverso e non riesce mai a vedere in una questione una semplicità indivisibile. Forse nella sottigliezza del suo pensiero e della sua morale entrava anche l’inquietudine dei suoi nervi: quest’osservazione può esser creduta troppo materialistica da chi non ha l’abitudine di meditar su se stesso e sulle oscure ma certe relazioni che vi sono fra il lavorio nascosto del suo pensiero e quello non meno misterioso di tutto il suo organismo. Il Manzoni ebbe una sola certezza incrollabile e fondamentale nella sua vita: la fede; ma poi alle stesse conseguenze della sua fede mancava l’inscindibile unità di questa. Quanti problemi morali si complicavano dinanzi alla sua analisi instancabile ! Quanti aspetti vari e contrastanti assumeva di fronte al suo pensiero una questione estetica che ad altri potrebbe sembrar semplice! La sua coscienza, benché illuminata dalla fede, era però spessissimo impigliata nei dubbi: sicuro finché si trattava dì sentimenti istintivi, diventava però un uomo perplesso quando si trovava dinanzi ad un oggetto su cui occorresse meditare. La fede gli diede la serenità del sentimento, non quella del pensiero, e non impedì che la sua anima sentisse l’inestricabile viluppo in cui s’aggira, considerando la vita, ogni spirito che pensa.
Fra Cristoforo ha lodato il servitore, che ha origliato alla porta e quindi gli dirà qualche cosa che gioverà a quei poveri perseguitati di Renzo e di Lucia: fra Cristoforo ha fatto bene a lodare quell’atto che di solito si biasima? il servitore ha fatto bene ad origliare? I sonetti del Porta contro lo Stoppani sembrano molto belli al Manzoni: ma egli pensa «e non può fare a meno di non pensare che non bisogna canzonare nessuno »; ma in questi sonetti il Porta ha difeso il Manzoni, e questi perciò non vorrebbe fargli il dottore: dunque?
Accanto alla sicurezza della fede, che gli risolveva i problemi capitali della vita, rimaneva nel Manzoni il dubbio del pensiero che si esercita sui fatti meno gravi della nostra esistenza; e la fede stessa, ispirandogli il sentimento della pochezza della mente umana, alimentava quel dubbio. La fede diede unità alla sua vita, alle sue opere, alle sue preoccupazioni; ma non impedì che sotto quella larga e limpida unità si agitasse una complessità vasta e incerta. Essa, a quest’uomo del secolo decimonono, non diede la sicura rapidità di giudizio che aveva dato ad un uomo del decimo quarto, a Dante.
Il Manzoni, ebbe una grande, acuta, molteplice sapienza nell’osservare lo spettacolo intricato della storia e del mondo, nei vedere i legami che stringono un piccolo fatto, un’umile persona a tutto un periodo e a tutta una società, nello scorgere le minime ragioni d’un atto, le attenuanti e le aggravanti d’una colpa, nell’ordinarle e collegarle. Ebbe una mente complessa e ad un tempo lucida, che nella molteplicità delle considerazioni non smarriva il criterio unificatore. La natura del suo ingegno e l’interesse morale e religioso con cui esso lavorava, si rivelano benissimo nelle sue parole: « Questo esser costretti a spezzar lo scibile in tante questioni, questo vedere come tante verità nella verità ch’è una, e in tutte vedere la mancanza e insieme la possibilità, anzi la necessità d’un compimento, questo spingerci che fa ognuna di queste verità verso dell’altre, questo ignorare che pullula dal sapere, questa curiosità che nasce dalla scoperta, com’è l’effetto naturale della nostra limitazione, è anche il mezzo, per cui arriviamo a riconoscere quell’unità che non possiamo abbracciare ».
Se nei ragionamenti il Manzoni sembra lucido, dominato da un’idea fondamentale, ma tormentato, e dà l’immagine d’un quadro in cui tutte le linee sono nette ma son troppe; se nelle sue espressioni di modestia ci pare un po’ troppo avviluppato e cauto; se nelle lettere di complimento e di scusa ci sembra un po’ preoccupato di non offendere nessun debole nascosto della persona a cui scrive; se talora la sua prosa ci sembra un cristallo troppo sfaccettato: questa dipende dalla natura del suo spirito che sente che ogni anche piccola cosa si spezza dinanzi alla limitata mente umana in parti innumerevoli e affatica il nostro povero giudizio, e da un sacro rispetto per io spirito umano e per ogni suo prodotto, che non può quindi essere esaminato senza una cautela infinita.
A questo rispetto è forse anche collegato il fatto che nell’epistolario egli è poco espansivo. In una lettera, che di solito si scrive senz’aver tempo per le lunghe meditazioni, chi sente così acutamente la dignità dello spirito umano, non può parlar di se stesso con qualche frase improvvisata, che dice così poco e con tanta imprecisione. Il Manzoni doveva aver per se stesso il rispetto che aveva per gli altri, e quindi non poteva parlare leggermente nemmeno di sé. I fatti esteriori, oggettivi, si dicono più agevolmente: perciò il suo epistolario è così freddo. Ma esso è istruttivo anche e specialmente per quello che non dice, per l’austerità morale di cui, col suo silenzio, è testimonianza.
Considerato sotto questo aspetto, il carteggio diventa un documento d’importanza singolare per la ricostruzione del suo spirito... Ne esce fuori l’immagine d’un uomo che, per esser troppo olimpico, troppo chiuso, troppo concentrato in problemi oggettivi ed estranei al suo sentimento personale, sembra poco vivace e, nella sua freddezza, di solito non riesce nemmeno incisivo, perché per questo occorrerebbe che tutte le lettere fossero meditate con intento d’arte. Un certo abbandono si nota solo in qualcuna di quelle che dovevano esser più ponderate, dirette al Fauriel, e in pochissime delle familiari: soprattutto in quella, piena di precetti religiosi, mandata alla figlia Vittoria il 10 aprile 1835. Quando è un po’ in là negli anni, diventa un po’ più sciolto e brioso; ma gli manca sempre il tono della confidenza: e qualche volta perfino il brio in lui è compassato. Non si sorprende mai la piena intimità della sua vita di famiglia, non si sente mai un suo grido di dolore: un critico spiegò, non senza un po’ di ragione, che egli doveva essere uno di quegli uomini forti che bastano a se stessi. Anche quando egli manifesta un dolore, questo è già come purificato e composto dalla contemplazione. Accade per lui il contrario di quello che per il più degli scrittori, dei quali si conosce l’anima, in quello che ha di più soggettivo, attraverso l’epistolario: la parte più soggettiva dello spirito manzoniano bisogna, nel suo lato positivo, cercar di indovinarla attraverso le creazioni della sua fantasia. Questo spiega, senza giustificarle, le esagerazioni del De Gubernatis nel cercare in ogni opera del Manzoni le tracce delle vicende della sua vita. L’epistolario ci svela il lato negativo della sua anima: la mancanza di espansione, in tutte le sue conseguenze e in tutte le sue complicazioni.
Le sue lettere servono pure a darci un’idea più precisa della natura e della forza del suo ingegno, poiché sono prevalentemente intellettuali: il che, unito all’indolenza del Manzoni, ci spiega la loro relativa scarsezza. Nel periodo in cui si rivela tutto il valore della sua mente, anche il suo carteggio ne rispecchia la natura misurata, riflessiva, profonda: allora, non di rado, esso ha un’importanza non molto minore de’ suoi scritti critici. Ma l’umanità incisiva delle sue meditazioni filosofiche, nelle lettere è molto scarsa, quantunque ci si trovi pure, specialmente in materia di religione, qualche sentenza degna dei « Promessi Sposi ». In genere manca nel suo carteggio qualunque pathos; esso è l’opera d’un uomo che non volle mai fare arte autobiografica, come quello del Leopardi è l’opera d’un uomo che fece sempre arte autobiografica.
Così il Manzoni ci appare, scrutato attraverso ogni sorta di documenti, come un uomo che medita instancabile, con scrupoli infiniti, il molteplice spettacolo della vita, e nella contemplazione di questa varietà innumerevole acquista un senso dell’oggettività quale nessuno scrittore nostro ebbe. La grandiosa complessità dell’universale coscienza umana assorbe in sé l’individualità del Manzoni e distrae i suoi occhi dalla considerazione del suo piccolo io. Levato dalla fede e dall’ingegno indissolubilmente congiunti, ad altezze a cui l’uomo comunemente egocentrico non sale, smarrì nella considerazione del prossimo il senso superbo della propria personalità: e, intimamente investito dal sentimento della divinità dell’universo e dell’inesauribile e imperscrutabile sapienza del Creatore, si sentì sempre debole di fronte a questioni anche piccole, che, se nascono da oggetti di origine divina, devono tutte nascondere in sé una complessità di elementi che l’ingegno umano non può interamente afferrare. La sua fede morale lo guidò, nella considerazione dell’universo, in questo senso: che gli fece vedere in tutto la mano di Dio e quind in tutto un oggetto da rispettare, dinanzi al quale la mente d’un uomo può riflettere ma non giudicare. Ripeto, tutta la sua opera di poeta e critico, tutta la sua vita – nelle sue titubanze e nelle sue concentrazioni profonde —, tutte le delicate e intricate sfumature del suo carattere nascono da quest’atteggiamento fondamentale della sua coscienza. E questa è la sua vita, per chi voglia vederla nei suoi moti intimi.

ATTILIO MOMIGLIANO.

(da Alessandro Manzoni, quinta edizione, Principato, Milano-Messina, 1952,

pp. 76-82).




La lirica del Manzoni
di  Attilio Momigliano
I due elementi della poesia del Manzoni –l’umano e il divino —, benché nei suoi capolavori siano perfettamente accordati, tuttavia occupano due posti ben diversi. In apparenza l’umano predomina: perciò si può anche sbagliare il Cinque Maggio per una poesia politica: la realtà storica o inventata fornisce al Manzoni la maggior parte delle sue figurazioni concrete, occupa quantitativamente il maggior posto; dove non è così, dove il divino sorverchia non solo in realtà ma anche in apparenza, l’arte è inferiore: si vedano i quattro inni sacri minori.
Ma in fondo, nei capolavori religiosi del Manzoni non predomina né l’umano né il divino, poiché il secondo che fornisce minor copia di materia fantastica, sta però dietro il primo a illuminarlo, e lo solleva.
Tuttavia l’elemento umano generando la maggior parte delle figurazioni concrete, offre più abbondante argomento all’indagine: anzi la precisione ora sintetica ora analitica colla quale il Manzoni seppe raffigurar la realtà, fu la causa per cui critici tepidi e irreligiosi e consciamente o inconsciamente settart, disprezzando lo spirito cristiano del poeta, concentrarono la loro attenzione e la loro ammirazione sul realismo del Manzoni, e contribuirono perciò, con dannosa e grande efficacia, a far sì che anche ora volgarmente l’intera sua opera, e in ispecie i Promessi Sposi, sia ritenuta soprattutto come una rappresentazione ora piacevole e nitida, ora potente e profonda della realtà quotidiana e comune o della realtà storica: mentre il valore del Manzoni è molto più alto.
Egli non è però un mistico: lo dimostra la precisa determinatezza dei personaggi e della materia umana in cui infonde il suo spirito religioso. I personaggi delle sue creazioni religiose hanno una salda individualità umana: sono, nel complesso, trasfigurati dalla sua fede, ma serbano tuttavia il sentimento terreno in tutta la sua potenza; fondono in sé l’anima propria e quella del Manzoni: si sente che un altro poeta li avrebbe visti diversamente, ma non si può negare che non una linea della loro storia è stata falsata. È quel che avviene anche nel Promessi Sposi, dove l’anima del Manzoni, una e molteplice, infonde in tanti personaggi la propria religiosità ma serba a tutti le loro caratteristiche individuali e storiche: il Manzoni era non meno amante della verità che della religione; e queste due tendenze si vedono nelle sue creazioni. L’Innominato visse veramente come il romanzo narra, e si convertì; il cardinale fu veramente nel suo tempo travagliato quel santo che il Manzoni dipinse; tutto quel periodo di storia lombarda si svolse veramente come i Promessi Sposi descrivono: eppure dentro una così precisa fedeltà storica palpita l’anima originale del poeta che l’ha ritratta. Napoleone non fu rappresentato da nessuno con la potente penetrazione storica del Manzoni; Ermengarda vive nella corte di Carlo e nel chiostro, e muore accomunata dal destino cogli Italiani dominati da suo padre, come dovette veramente vivere e morire: eppure Napoleone ed Ermengarda sono due personaggi così manzoniani, che non sfugge a nessuno la somiglianza profonda che lega la loro sorte terrena e oltremondana. La Pentecoste è tutta avvolta da una gran fiamma religiosa; ma dentro questa brilla, nitida e potente, la fiamma del sentimenti umani: e forse le brevi ma incisive figurazioni terrene penetrano nella mente di molti lettori più profonde che l’ardente soffio animatore dell’inno. Il valore della Pentecoste, come del Cinque Maggio, dell’Ermengarda, dei Promessi Sposi, è invece soprattutto nell’ispirazione religiosa, ma senza quella materia umana l’inno rimarrebbe un po’ astratto e sarebbe meno ardente. Al contatto della terra la religione del Manzoni si ravviva e prende forma: e questo è il punto più originale del regno della sua fantasia.
Il Manzoni era un grande creatore di caratteri e un gran descrittore di folle: lo si vede nei Promessi Sposi come nel Cinque Maggio, nell’Ermengarda, nella Battaglia di Maclodio e nel coro Dagli atrii muscosi. Poche strofe riassumono la vita e l’anima di Napoleone e di Ermengarda. Pochi lampi rivelatori dipingono a Bonaparte padrone del destino, trepidamente assorto ne suoi superbi disegni di gloria, fremente nell’attesa del dominio, ruinante per l’Europa atterrita, sicuro e fulmineo, vinto, risorto, abbattuto, travolto dalle memorie, tratto a riva dalla mano pietosa di Dio: trionfatore, due secoli gli fanno da sfondo e lo innalzano come una statua gigantesca; vinto, l’immensità del silenzio e dell’oceano concentrano su di lui con più grave commozione la nostra riverenza religiosa e stupita. I due secoli sono accennati in sei versi, il silenzio e la solitudine in poche parole: ma bastano a trasfigurar Napoleone, a conferire alla sua anima una grandezza vaga e a dare alla sua tragedia un significato universale.
Alcune delle maggiori creazioni di questo poeta, forse le maggiori, sono formate di grandi linee, precise e non minute, sono ad un tempo ben individuate e suggestive. Napoleone, Ermengarda, l’Innominato. Le due vite della ripudiata sposa di Carlo, quella del chiostro e quella della corte, ci stanno dinanzi nette e contrastanti, e la pompa e il gaudio dell’una accrescono lo squallore e l’angoscia dell’altra, e tutt’e due dipingono mirabilmente la donna soave affascinata dall’uomo forte. Eppure non ci sono le minuzie psicologiche e descrittive di parecchi tratti dei Promessi Sposi: pochi particolari, i più rilevati, bastano a far immaginare il resto; è come una catena
di monti di cui non si vedono che le vette scintillanti nel cielo: l’ombra delle valli, i burroni, i boschi, le rupi, i sentieri scoscesi e tortuosi s’indovinano. Il procedimento è anche più evidente nel Cinque Maggio:

Oh quante volte, al tacito
Morir d’un giorno inerte...;

e noi vediamo l’isola sperduta nell’oceano, sentiamo –accresciuta dalla presenza di quell’uomo pensoso –la malinconia solita d’ogni tramonto, e soprattutto sentiamo nel silenzio delle cose la silenziosa anima abbattuta di Napoleone. La pittura che segue, dell’atteggiamento del Bonaparte, e la rievocazione dei suoi ricordi, sono già in potenza in quel « tacito morir d’un giorno inerte », come il dolore profondo e rassegnato di Lucia è già nella grave e accorata descrizione del lago e del monti rischiarati dalla luna.
Nelle liriche non c’è un vero esame psicologico: l’anima del personaggi balza fuori dalla vita accennata nel suoi punti significativi, dall’ambiente storico, anche da un fatto materiale o da un oggetto. Le « insonni tenebre », i « claustri solitari », il « canto delle vergini », i « supplicati altari », sono una descrizione d’ambiente, di fatti e di oggetti materiali: ma dentro vi dolora muta ed assorta l’anima d’Ermengarda. I ricordi della vita presso Carlo, in apparenza sono quasi soltanto una descrizione: ma ogni verso è gonfiato dal gaudio della donna amata da un uomo forte e potente. La vita di Napoleone è rievocata nelle sue più note vicende esteriori e nell’impressione che l’Europa ne ricevette: i sentimenti scaturiscono da questa balenante sintesi storica, e il Manzoni vi si ferma appositamente solo in quattro rapidi versi:

La procellosa e trepida
Gioia d’un gran disegno,
L’ansia d’un cor che indocile
Serve, pensando al regno.

La seconda metà dell’ode –Napoleone relegato – è più direttamente psicologica; ma la parte fantastica vi soverchia sempre. Nel coro Dagli atrii muscosi questa concretezza è anche più evidente: l’argomento è la descrizione della battaglia tra i Longobardi e i Franchi, dell’atteggiamento degli Italiani e delle marce dei Franchi per discendere in Italia; ma nella rappresentazione così precisa e così suggestiva dei luoghi e degli atti si avvertono le segrete fonti ravvivatrici: la misera storia dell’anima italiana, la ferocia longobarda, la crudele avidità conquistatrice dei Franchi, il ricordo dei dolori sopportati fortemente da questi colla speranza d’un gran premio. La Battaglia di Maclodio è più fredda, più diluita ed anche per questo inferiore ad altre liriche del Manzoni: ma pure in essa, come nell’ode Marzo 1821, si potrebbe notar qualche punto che dimostra questa singolare attitudine a ritrarre l’anima d’un individuo o d’una folla sotto le apparenze d’una breve descrizione oggettiva. Spesso questi sono tra i passi migliori delle liriche manzoniane.
Tale pregio è la più grande prova della potenza fantastica del Manzoni.
Gl’importa l’anima, e ritrae i volti, i gesti, i fatti, i luoghi: quella penetra per mezzo delle immagini materiali nella mente del lettore e vi resta incancellabile. Spesso, più che rappresentare i sentimenti, segna gli atti che li suggeriscono infallibilmente. Ma quando si ferma di proposito sui sentimenti, è denso, lucido, tragico:

Ratto così dal tenue
Obblìo torna immortale
L’amor sopito, e l’anima
Impaurita assale.

Sono di quei versi che in certi stati d’animo si riaffacciano alla mente e li fanno più profondi: e allora si sente il valore di quelle parole. Ma questi casi nel Manzoni sono rarissimi: il poeta che dà una voce alla nostra anima angosciata e muta, è il Leopardi. Il Manzoni, per quanto suggestivo, e sempre molto concreto, sia per le tendenze del suo ingegno sia perché è una mente storica per eccellenza ed ha bisogno sempre di cantare l’uomo di un dato tempo: quindi raramente si abbandona ad un lirismo così universalmente umano da tornare come un bisogno dell’anima nei nostri momenti d’ebbrezza o di malinconia. Il suo fine ultimo è sempre quello di rappresentare un uomo o un popolo che vive, ben concreto, in un tempo ben ceno, sotto il vigile occhio di Dio. Il Manzoni, insomma, è un poeta storico-cristiano: questo è il suo posto nella nostra letteratura. E la sua grandezza artistica sta nell’equilibrio col quale ha saputo distribuire i vari elementi che contribuiscono a quelle sue concezioni storico-cristiane: la psicologia umana e storica, il protagonista e l’ambiente, l’interpretazione religiosa di quel fatto o di quel personaggio della storia. Il Cinque Maggio e l’Ermengarda fondono in un tutto rapido e incisivo questi dementi: perciò, pur nella loro brevità, sono così complessi, e il critico è incerto da che punto collocarsi per giudicarli, e si sente premuto da ogni parte da una folla di osservazioni multiformi che hanno tutte la loro importanza. Sono due capolavori vari ed uni come la realtà contemplata da una mente organica: e la loro unità deriva da quel sentimento storico-cristiano col quale il Manzoni contempla sempre la vita, dalle due religioni che egli aveva e che erano per lui una cosa sola:
la verità e la fede.

ATTILIO  MOMIGLIANO.
(da A. Manzoni. Liriche, a cura di A. Momigliano, Torino, Utet, 1943, pp. XV-XXI).



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Altre pagine:

1. Introduzione ai Promessi Sposi
di Natalino Sapegno
In questa pagina:

La lirica del Manzoni
di  Attilio Momigliano

La religione del Manzoni
di Adolfo Omodeo (vedi a fianco)

Ritratto del Manzoni.
di Attilio Momigliano (vedi a fianco)
"Destinati più ai giovani che alle discussioni dei dotti", così l'Autore nel presentare ai lettori questi personaggi manzoniani raccontati in forma popolare e colloquiale. "Attraverso l'apparente ricostruzione di quattro personaggi, l'Innominato, il cardinale, don Rodrigo, fra Cristoforo, io vengo cogliendo i motivi fondamentali di tutto il capolavoro manzoniano e li vengo ravvicinando insieme e illuminando reciprocamente".

Personaggi dei promessi sposi, Luigi Russo Ordina da iBS Italia

Ritratto di Manzoni, Natalino Sapegno Ordina da iBS Italia

Storia della letteratura italiana, Francesco de Sanctis Ordina da iBS Italia

La singolarità di quest'opera consiste nell'essere insieme una storia della letteratura e una storia della vita morale del popolo italiano. La preoccupazione moralistica può parere qua e là che deformi la visione dello storico letterario; ma, invero, bisogna riconoscere che ogni storico traccia sempre la storia di un suo mito. Senza quel mito di un'Italia che decade per eccesso di letteratura, e che la grandezza drammatica della storia italiana risiede in questa antinomia fra lo splendore dell'ingegno e la decadenza politica, non avremmo avuto un'opera così compatta e così eloquente. Noi possiamo rivedere e correggere uno per uno i giudizi del De Sanctis, ma nella sua interna coerenza la "Storia" ci oppone una granitica resistenza. Con quella particolare visione, era quello il solo modo di scrivere cotesta storia. (Luigi Russo). La presente edizione è arricchita con note di Grazia Melli Fioravanti.


Movendo da punti di vista diversi, coordinati però da una stessa ipotesi di metodo, i saggi del volume mirano a cogliere all'interno del romanzo manzoniano la dinamica delle sue forme narrative e il senso della sua ricerca sottile e implacabile, che dal narratore passa alla fine al lettore, su ciò che Brecht chiamava la convivenza degli uomini, l'ordine e il caos della storia, il potere e la distruzione. Nella sua doppia voce saggistica la strategia del racconto genera uno spazio dialettico, dove viene messo alla prova il codice composito e problematico del realismo, l'ironia come misura del "vero" e come conoscenza del "cuore" attraverso l'insieme dei rapporti sociali che ne motivano le reazioni, i gesti ritualizzati del teatro del mondo a tutti i livelli della vita quotidiana. Le antitesi romanzesche di una poetica paradossalmente romantica che mette in discussione un intero sistema letterario possono così essere scandagliate nelle figure profonde dei paradigmi narrativi, nell'intreccio polemico dei significati tematici, nelle inquietudini e nelle contraddizioni delle scelte culturali, nel movimento discontinuo delle ossessioni o delle certezze ideologiche sottoposte al giuoco prospettico del racconto. Dalla scienza alla mescolanza dei generi, dall'ideologia alla satira e al grottesco, dalla fiaba al romanzo, dalla parola che occulta a quella che rivela l'uomo all'uomo, il nuovo sistema manzoniano è in questo modo ricerca di una logica che distrugge l'idillio, euresi, come diceva Gadda, per cui le strutture formali divengono a un tempo funzioni di una topologia sociale e immagini sintagmatiche di una realtà storica come insieme di conflitti: tanto dalla parte del narratore, nel suo ruolo straniante di coscienza critica, quanto da quella del lettore e del suo presente che si cala nel testo, nell'atto stesso della lettura.

Il romanzo senza idillio, Ezio Raimondi Ordina da iBS Italia

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