PARTE PRIMA
Quale dolce soddisfazione per un cuore d’essere smagato dai vani piaceri, dai divertimenti frivoli e dalle pericolose voluttà che lo tenevano legato al mondo. Restituito a se stesso dopo una lunga serie di sconvolgimenti, e nella calma che gli procura la felice privazione di ciò che costituiva un tempo l’oggetto dei suoi desideri, sente ancora quei fremiti d’orrore che lasciano nell’immaginazione il ricordo dei pericoli ai quali era sfuggito: non li avverte che per felicitarsi della sicurezza in cui si trova. Quei sommovimenti gli si volgono in sentimenti cari perché gli giovano a meglio fargli gustare le gioie della tranquillità di cui gode.
Tale era, caro lettore, la mia situazione. Quali grazie non ho da rendere all’Onnipotente, la cui misericordia mi ha tratto dall’abisso del libertinaggio in cui ero caduto e mi dà oggi la forza di scrivere sui miei traviamenti per l’edificazione dei miei confratelli!
Io sono il frutto dell'incontinenza dei reverendi padri Celestini della città di R…. Dico dei reverendi padri, perché tutti si sono vantati di avere cooperato all’ edificazione della mia persona. Ma quale cosa mi blocca tutto d’un tratto? Il mio cuore è in agitazione: è per il timore che venga rimproverato di rivelare qui i misteri della Chiesa? Ah! Andiamo oltre questi deboli rimorsi! Non si sa forse che ogni uomo è uomo, e che i monaci lo sono innanzitutto? Essi hanno la facoltà di lavorare alla propagazione della specie. E perché proibirglielo visto che la soddisfano cosi bene?
Forse, lettore, attendi con impazienza che ti faccia il racconto dettagliato della mia nascita: mi dispiace di non poterti accontentare subito su questo argomento. Mi vedrai andare con un bel salto presso il buonuomo di un contadino che per lungo tempo ho considerato come mio padre.
Ambroise, era il nome di questo brav’uomo; era il giardiniere di una casa di campagna che i Celestini avevano in un piccolo villaggio a qualche lega dalla città: sua moglie, Toinette, fu scelta per farmi da nutrice. Un figlio che lei aveva messo al mondo, e che morì al momento in cui io vidi la luce, aiuterà a velare il mistero della mia nascita. Si sotterrò segretamente il figlio del giardiniere e quello dei monaci fu messo a suo posto: il denaro fa tutto. 

Crebbi privo di sensibilità, piuttosto rozzo, e io stesso mi credetti figlio del giardiniere. Oserei dire anche, e mi si perdoni questa punta di vanità, che le mie inclinazioni denunciassero la mia nascita. Non so quale influenza divina sovrintende sulle opere dei monaci: sembra che la virtù del saio passi su tutto quello che toccano. Toinette ne era una prova. Era la più vivace femmina che abbia mai visto, e ne ho vista più d’una. Era robusta, ma attraente, con occhietti neri, un nasino all’insù, vivace, amorevole, distinta più di quanto lo sia di consueto una contadina. Sarebbe stata un eccellente ripiego per un brav’uomo: figurarsi per dei monaci!
Quando la donnetta appariva con il suo corsetto della domenica che le serrava il petto risparmiato dall’abbronzatura e lasciava vedere due tette prorompenti, ah! come sentivo in quel momento che non ero suo figlio e che avrei volentieri soprasseduto se lo fossi stato. 
Io avevo le inclinazioni tutte monacali. Guidato dal solo istinto, non vedevo una ragazza che non l’abbracciassi, che non portassi la mano dappertutto ove lei voleva certamente che andasse; e benché non sapessi chiaramente ciò che avrei fatto, il mio cuore mi diceva che avrei fatto ancor più se non venivo fermato nei miei slanci. 
Un giorno che mi si credeva a scuola, ero rimasto nel mio angolino dove dormivo: una semplice parete di cartongesso lo separava dalla camera di Ambroise il cui letto gli era propriamente appoggiato contro. Io dormivo. Faceva un gran caldo, eravamo in piena estate; fui svegliato d’un colpo dalla violenza delle scosse che sentivo dare alla parete. Non sapevo cosa fosse quel rumore, che raddoppiava. E tendendo l’orecchio udii dei suoni soffocati e tremanti, delle parole smozzicate e mal articolate. «Ah! dolcemente, mia cara Toinette, non così spedita! Ah! carina! tu mi fai morire di piacere!… Va’ veloce… Eh! di più… Ah!… muoio!…»
Sorpreso di udire simili esclamazioni di cui non coglievo tutta l’energia, mi tirai su; osavo appena muovermi. Se non mi avessero saputo là, avevo tutto da temere; non sapevo cosa pensare, ero scosso. L’inquietudine in cui ero fece ben presto posto alla curiosità. Udii ancora lo stesso frastuono, e mi parve di distinguere che un uomo e Toinette ripetessero alternativamente le stesse parole che avevo già sentito. La voglia di sapere ciò che succedeva in quella camera divenne alla fine così forte che sopì ogni mio timore. Decisi di sapere ciò che vi accadeva. Sarei, credo, volentieri entrato nella camera di Ambroise per vedere ciò che vi accadeva anche al rischio di tutto ciò che ne sarebbe conseguito. Ma non ce ne fu bisogno. Cercando furtivamente se ci fosse qualche buco nella parete, sentii al tatto che ce n’era uno coperto da una grande immagine. Lo allargai e fu luce. Che spettacolo! Toinette nuda come la mano, stesa sul letto, e padre Polycarpe, procuratore del convento, che era in casa da qualche giorno, nudo come Toinette, facendo cosa? ciò che facevano i nostri progenitori quando Dio ordinò loro di popolare la terra, ma in circostanze meno lubriche.
Questa visione produsse in me una sorpresa mista a gioia e a un sentimento vivo e delizioso che mi sarebbe stato impossibile esprimere. Sentivo che avrei dato tutto il mio sangue per essere al posto del monaco. Come lo invidiavo! Quanto enorme mi sembrava la sua felicità! Un fuoco sconosciuto serpeggiò nelle mie vene: avevo il viso in fiamme, il cuore palpitante; trattenni il respiro e la picca di Venere, che presi in mano, era di una forza e durezza in grado di abbattere la parete se avessi spinto con decisione. Il padre terminò la sua corsa e smontò da sopra Toinette, e la lasciò esposta a tutta la voracità del mio sguardo. Ella aveva gli occhi morenti e il viso coperto di un rossore vivo. Era stremata nel respiro; le sue braccia pendevano, il petto si alzava e si abbassava con una tensione stupefacente. Serrava di tanto in tanto il di dietro, irrigidendosi e gettando grossi sospiri. I miei occhi perlustravano con una rapidità a me ignota tutte le parti del suo corpo; non ce n’era una su cui la mia immaginazione non vi posasse mille baci di fuoco. Succhiai le sue tette, il suo ventre; ma il luogo più delizioso e dal quale i miei occhi non si staccavano più quando ve li avevo fissati, era… Avete capito. Questa conchiglia aveva per me un tale fascino! Ah l’amabile colorito. Benché coperta da una schiumetta bianca essa non perdeva nulla ai miei occhi della vivezza del suo incarnato. Dal piacere che mi suscitava vi riconobbi il centro della voluttà. Era ombreggiata da un pelo spesso, nero e arricciato. Toinette aveva le gambe dischiuse, sembrava che la sua lussuria fosse in accordo con la mia curiosità da non lasciarmi nulla a desiderare! 
Il monaco, avendo ripreso vigore, venne nuovamente all’assalto; si rimise su Toinette con rinnovato ardore; ma le sue forze tradirono il suo coraggio, e, stanco di strizzare la sua montatura, lo vidi ritirare lo strumento dalla conchiglia di Toinette, molle e a capo chino. Toinette, indispettita dalla sua ritirata, lo prese e si mise a scuoterlo; il monaco s’agitò con furore e sembrò non più in grado di supportare il piacere che lo investiva. Scrutai i loro movimenti senza altra guida che la natura, senz’altra istruzione che l’esempio, e, curioso di sapere ciò che poteva determinare quei movimenti convulsi del padre, ne cercai la causa in me stesso. Fui sorpreso di sentire un piacere sconosciuto che aumentava sensibilmente, e divenne infine così grande che caddi steso sul mio letto. La natura faceva degli sforzi incredibili, e ogni parte del mio corpo sembrava fornire al piacere la sua specifica carezza. Cadde infine quel liquore bianco di cui avevo visto gran copia sulle cosce di Toinette. Mi ripresi dall’estasi e ritornai al buco nella parete. Tempo scaduto. L’ultimo colpo era stato già dato, la partita finita. Toinette si rivestiva, il padre lo era già.
Restai un po’ con lo spirito e l’anima pieni dell’avventura di cui ero stato appena testimone e in quella specie di stordimento che prova l’uomo che viene colpito dall’esplosione di una luce improvvisa. Andavo di sorpresa in sorpresa; le conoscenze che la natura mi aveva messo in seno venivano a svilupparsi, le nuvole in cui esse erano state avvolte si dissolvevano. Riconobbi le cause dei differenti sentimenti che provavo ogni giorno alla vista delle donne. Quei passaggi impercettibili dalla tranquillità ai movimenti più vivi, dall’indifferenza ai desideri; non c’erano più enigmi per me. Ah! Esclamai, com’erano felici! La gioia li trasportava tutt’e due. Sicuramente il piacere che gustavano era davvero grande. Ah! Com’erano felici! Com’erano felici! L’idea di questa felicità mi assorbiva; mi toglieva per un momento tutto il potere di riflettervi. Un silenzio profondo succedette alle mie esclamazioni. Ah! ripresi ben presto, sarò mai capace di fare altrettanto a una donna? Morirò su di lei di piacere, poiché so d’averne troppo. Non era che un’immagine di quelle che padre Polycarpe gustava con mia madre; ma, proseguivo, io sono piccolo! Ma è assolutamente necessario essere grandi per un piacere simile? Ma no! Mi sembra che il piacere non si misuri con la statura: quando si è l’uno sull’altra, il resto va da sé!
Il quel momento mi venne in mente di condividere le mie nuove scoperte con mia sorella Suzon. Lei aveva qualche anno più di me; era una piccola bionda davvero carina, che recava una di quelle fisionomie aperte che si sarebbe tentati di definire sciocche in quanto sembrano indolenti. Aveva questi bellissimi occhi azzurri, pieni di un languore dolce, che sembrano volgersi a voi senza intenzione, ma l'effetto non è meno certo degli occhi lucenti di una mora piccante che vi lancia sguardi appassionati. Perché tutto ciò? Non lo so, perché mi sono sempre accontentato alla grossa del sentimento, senza essere tentato di approfondirlo. Non sarebbe forse perché una bella bionda, con i suoi languidi sguardi, sembra pregarvi di donarle il vostro cuore, e quelli di una mora vogliono distoglierli con forza? La bionda non chiede che un po’ di compassione per la sua debolezza, e questo modo di chiedere è molto seducente; voi credete di dare compassione, e date amore. La mora, al contrario, vuole che voi siate deboli, senza promettervi che lo sarà a sua volta. Cosa ne pensi, lettore?
Confesso a mio disdoro, che non mi era ancora venuto in mente di gettare uno sguardo di concupiscenza su Suzon, cosa rara in me visto che bramavo ogni ragazza che vedevo. È vero che essendo la figlioccia della signora del paese, che l’amava e la educava a casa sua, io non la vedevo spesso. Già da un anno era andata in convento; ne era uscita da otto giorni. La sua madrina, che doveva trascorrere qualche giorno in campagna, le aveva promesso di andare a vedere Ambroise. Mi sentii tutto d’un tratto infiammato dal desiderio di indottrinare la cara sorella e di gustare con lei gli stessi piaceri che avevo visto s’erano presi padre Polycarpe e Toinette. Io non fui più lo stesso per lei. I miei occhi sorridevano di mille seduzioni ancor prima di averli aperti. Le scorsi un petto in fiore, più bianco del giglio, ben piantato, rotondo e pieno. Già succhiavo con una delizia inesprimibile quelle due fragoline che vedevo in cima a quelle tette; ma soprattutto nella raffigurazione delle sue attrattive non dimenticavo quel centro, quell’abisso di piacere di cui mi fantasticavo immagini stordenti. Mosso dall’ardore vivo e bruciante che quelle idee spandevano per tutto il mio corpo, uscii andando in cerca di Suzon. Il sole era appena tramontato, le brume avanzavano; speravo che il favore dell’oscurità della notte incombente favorisse, l’avessi trovata, la soddisfazione piena dei miei desideri. La scorsi da lontano che raccoglieva fiori. Lei non sospettava che meditavo di cogliere il fiore più prezioso del suo bouquet. Volai verso lei; vedendola tutta assorta in un’occupazione così innocente, valutai lì per lì se farle conoscere il mio disegno. Man mano che mi avvicinavo, sentivo rallentare la velocità del mio passo. Un ripensamento improvviso sembrò contrastare la mia intenzione: credevo giusto rispettare la sua innocenza; ma mi trattenevo per l’incertezza del successo. L’abbordai, ma con una palpitazione che non mi permetteva di dire due parole senza riprendere fiato. — Che fai di bello, Suzon? Le dissi avvicinandomi a lei e tentando di abbracciarla; lei scappò ridendo e dicendomi: — Come! Non vedi che raccolgo dei fiori? —Ah, ah, ripresi, raccogli dei fiori? — Veramente sì, replicò. Non sai che domani è la festa della mia madrina? Questo nome mi fece tremare, come se avessi timore che Suzon mi sfuggisse. Il mio cuore s’era già fatto (oso servirmi di questo termine) l’abitudine a guardarla come una conquista sicura; e l’idea del suo allontanamento sembrava minacciare la perdita di un piacere che consideravo certo, benché non lo avessi ancora gustato. — Non ti vedrò dunque più, Suzon? le dissi con aria triste. — Perché mai, mi rispose, non tornerò forse mai più qui? Ma, andiamo, proseguì con aria vezzosa, aiutami a fare il mazzetto. Le risposi gettandole qualche fiore in viso mentre lei fece altrettanto. — Attenta, Suzon, le dissi, se me ne getti ancora, io ti… me la pagherai! Per farmi vedere che lei non temeva le mie minacce, lei me ne gettò una manciata. In quel momento la mia timidezza mi abbandonò non temendo di essere visto. L’oscurità che impediva di vedere a una certa distanza, favorì la mia audacia. Mi getto su Suzon, lei mi respinge, l’abbraccio, le mi dà un manrovescio, la getto sull’erba, lei vuole rialzarsi, glielo impedisco, la tengo stretta tra le braccia baciandole il petto, lei si dibatte, tento di ficcarle la mano tra le vesti, lei urla come un demonietto, si difende così bene che temo non venirne a capo, e che sopraggiunga qualcuno. Mi rialzai ridendo e credetti che lei non vedesse più la malizia dei miei gesti che pure c’era. Come mi sbagliavo! — Andiamo, le dissi, Suzon, per farti vedere che non volevo farti del male, voglio aiutarti. —Sì, sì, mi rispose lei con un’agitazione almeno uguale alla mia, toh, ecco mia madre che arriva, e io — Ah Suzon, ripresi, impedendole di aggiungere altro, mia cara Suzon, non dirle niente. Lei sorrise. Giunse Toinette. Temevo che Suzon parlasse ma lei non fece motto, e tornammo tutti insieme per la cena, come se nulla fosse stato. 
Dacché padre Polycarpe era in casa, aveva dato nuove dimostrazioni della bontà del convento verso il presunto figlio di Ambroise: mi era stato rifatto l’abbigliamento. In verità, la sua attenzione in questo aveva meno della carità monacale, che ha dei limiti piuttosto stretti, che la tenerezza paterna, che spesso non viene manifestata. Il buon padre, con una simile prodigalità, espose la legittimità della mia nascita a dei violenti sospetti. Ma i nostri paesani erano brave persone e non vedevano più di ciò che gli si voleva far vedere. D’altra parte chi avrebbe osato posare un occhio critico e malizioso sulla generosità dei reverendi padri? Erano così brave e oneste persone. Erano adorati nel villaggio, facevano del bene agli uomini e rispettavano l’onore delle donne, e tutti erano contenti. Ma ritorniamo alla mia persona, perché sto per avere una bell’avventura.
A proposito della mia persona. Avevo un’aria spigliata che mi teneva al riparo dalle fisime. Ero messo davvero bene: occhi maliziosi, lunghi capelli neri che cadevano a boccoli sulle spalle ed esaltavano a meraviglia l’incarnato del mio viso, che, per quanto un po’ bruno, faceva la sua bella figura. È una testimonianza autentica che mi sento in dovere di rendere a beneficio di tutte quelle belle e oneste persone a cui ho reso i miei omaggi. 
Suzon, come ho già detto aveva fatto un mazzetto per Mme Dinville (era il nome della madrina), moglie del consigliere di una città vicina, che veniva a casa sua per prendere il latte e per curare il petto disturbato dallo Champagne e da qualcos’atro. 
Suzon s’era messa in ghingheri che la resero più amabile ai miei occhi. Fu deciso che l’accompagnassi. Andammo al castello. Trovammo la donna nel suo quartierino estivo dove prendeva il fresco. Immaginate una donna di media statura, scura di capelli, bianca di pelle, viso piuttosto laido arrossato dallo Champagne, gli occhi vispi, vezzosi, pettoruta quanto donna di mondo. Fu inizialmente la prima qualità che le notai: erano sempre il mio debole quelle belle bocce! Così deliziose quando le tenete in mano, quando… Ah, a ciascuno il suo, sorvoliamo. 
Non appena la signora ci vide, gettò su noi uno sguardo benevolo, senza cambiare postura. Era coricata su un canapè, una gamba sopra e l’altra sul parquet; indossava una veste bianca, tanto corta da lasciar intravedere un ginocchio non tanto coperto da far pensare che era difficile immaginare tutto il resto; un corsetto sottile dello stesso colore, una casacchina di taffetà colore rosa arricciata con un’arietta di elegante trascuratezza, e la mano riposta sulla veste, pensate con quale intenzione! La mia immaginazione fu sul fatto in un momento, e il mio cuore la seguì subito; la mia sorte era quella ormai di cadere innamorato di ogni donna che si presentava ai miei occhi: la scoperta della vigilia avevano dischiuso in me queste lodevoli inclinazioni.
— Ah! buon giorno, mia cara bambina, disse Mme Dinville a Suzon; bene, vieni dunque a trovarmi? Ah!… mi porti un bouquet; ma, veramente, ti sono molto obbligata, mia cara figliola; vieni, abbracciami dunque! Seguì l’abbraccio di Suzon. Ma, continuò lei, gettando lo sguardo su di me, chi è quel ragazzone? Com’è, piccolina, che ti fai accompagnare da un ragazzo? È carino! Io abbassai gli occhi; Suzon le disse che ero suo fratello; riverenza da parte mia. — Tuo fratello? riprese Mme Dinville; su, su!, continuò lei guardandomi e indirizzandomi la parola, baciami, figliolo. Oh! Vedo che facciamo conoscenza. Lei mi diede un bacio sulla bocca; sentii una punta di lingua filtrare tra le mie labbra e una mano giocare con i boccoli dei miei capelli. Non conoscevo ancora questa maniera di baciare; ero emozionatissimo. Gettai su di lei uno sguardo timido, e incontrai i suoi occhi brillanti e pieni di fuoco che attendevano i miei al passaggio e che li fecero abbassare. Nuovo bacio della stessa natura dopo il quale fui libero di muovermi, perché non lo ero per il modo in cui mi teneva abbracciato. Non ero tuttavia imbarazzato: mi sembrava che ci fosse sempre una certa scorciatoia del cerimoniale della conoscenza che lei diceva di voler fare con me. Io non mi sentii frenato nella mia libertà alla riflessione che lei fece sui cattivi effetti che potevano produrre la vivacità delle sue carezze prodigate con così poca discrezione alla prima vista; ma queste riflessioni non durarono molto; lei riprese la conversazione con Suzon, e il motivetto di ogni periodo era: Suzon, vienimi a baciare. Dapprima il rispetto mi tenne in disparte. — Ebbene, disse lei rivolgendomi di nuovo la parola, questo ragazzone verrà mai a baciarmi? Mi avvicinai e le sfiorai la gota. Non osavo ancora puntare sulla bocca: le diedi un bacio un po’ più ardito del precedente. Non fui da meno rispetto a lei se non per quel qualcosa di più appassionato che lei mise nel suo. Lei divideva le sue carezze tra mia sorella e me, per consentirmi di rispondere a soggetto a quelle che lei faceva a me. La sua politica mi rendeva giustizia: ero più abile di quanto la mia faccia dicesse. Mi adattai così bene a questo piccolo maneggio, che non aspettavo il mio turno per prendere la mia parte. Poco a poco mia sorella si trovò privata della sua; e mi installai nel privilegio esclusivo di godere delle bontà della signora; a Suzon non erano rimaste che le parole. 
(Continua sull'ebook in basso )


<<<Torna all'Indice Enfer
Alcune esplicite gravures  di Borel  che illustravano la prima edizione del Portier des Chartreux di Jean-Charles Gervaise de La Touche   
Il padre guardiano dei Certosini 
di Jean-Charles Gervaise de Latouche (1741) 
Thérèse Philosophe
Romanzo libertino attribuito a Jean-Baptiste Boyer d'Argens su iBS
A rigore "Le portier des Chartreux", qui tradotto con il titolo "Il padre guardiano dei Certosini", non può essere definito un romanzo pornografico, perché quando venne pubblicato, nel 1741, non esisteva ancora il termine corrispondente inventato solo qualche decennio dopo, nel 1764, da Restif de La Bretonne per il suo romanzo omonimo "Le pornographe". Fino ad allora tale produzione si sarebbe definita boccaccesca, oscena, libertina, “letteratura del basso ventre”, ed era racchiusa in libri che si leggevano “con una mano sola” come si usava dire in Francia. O semplicemente si sarebbe detta “letteratura clandestina”, come per molto tempo e tuttora viene denominata, visto che non era venduta dai librai-editori dell’epoca nelle botteghe alla luce del sole, ma dai colporteurs (ambulanti) e soprattutto “sotto mantello”.
A rigore anche il termine di “libertino” verrebbe respinto, visto che secondo Jean-Marie Goulemot il romanzo erotico ignora la nozione di ostacolo, essenziale al romanzo libertino. Qui, nel romanzo erotico, secondo lo studioso citato, non ci sarebbero né seduttore né seduzione, ma dei corpi che si chiamano e si offrono, e in cui l’eventuale cautela si trova ben presto sopraffatta dall’appello del piacere. Ma anche questa definizione non tornerebbe utile al caso nostro, visto che qui si svolge, in vorticose e incessanti suites di scene incandescenti, il gioco della seduzione in tutte le sue forme. 
Ma se badiamo alla sostanza, secondo uno dei massimi studiosi della letteratura erotica e clandestina, Saran Alexandrian, la pornografia sarebbe «la descrizione pura e semplice dei piaceri carnali, mentre l’erotismo è questa stessa descrizione valorizzata in funzione di una idea dell’amore o della vita sociale». Ciò posta questa definizione con sfumature sanzionatrici, sembrerebbe che l’erotismo possa avere un versante pornografico, ma se così è sarà allora difficile negare che anche un romanzo pornografico possa essere altamente erotico, tanto più che in quest’opera che offriamo in lettura è avanzata una precisa idea dell’amore, seppur contrapposta alla vita sociale non solo perché connotata da una forte “ideologia erotica” ma perché si svolge in massima parte fuori dal consorzio sociale, rinserrata tra le mura chiuse, in quell’hortus conclusus che è il convento religioso, che qui assurge a “luogo separato” ove l’eros sembra essersi rifugiato e dove esso è venerato e “santuarizzato”. 
Ma certamente il romanzo che qui viene offerto in una nuova traduzione italiana è pornografico secondo il comune significato adottato oggi; gli organi sessuali vi sono chiamati con il loro nome e tutto è offerto in forma esplicita come non si vedrà per alcuni secoli, se si esclude una sola opera che gli può stare a fianco, ossia "Thérèse philosophe", romanzo in cui, non a caso, una delle protagoniste, proprio il "Portier" tiene tra le mani e legge avidamente. Le scene di sesso vi sono insistite, ripetute, infuocate e totalmente libere in tutte le sue combinazioni possibili: tra soggetti dello stesso sesso, tra giovani e vecchi, tra nobili e plebei, tra belli e brutti, tra religiosi e laici … tra sessi semplicemente
I nostri Saturnin, Suzon, Toinette, Polycarpe non sono semplici "machines à foutre”, ma hanno la consapevolezza intima e perfetta dell’estasi in terra che può procurare quella che Baudelaire chiamerà la "noble machine", il corpo. Sono corpi in movimento e in incessante azione: sono pervasi da furore erotico, e non hanno coscienza alcuna della “tristezza della carne”.
Ma se di corpi si tratta vi è di scena la valentia delle singole macchine corporee e la forza genitale che esse possono esprimere, che fatalmente è più intensa e più redditizia in alcuni e più flebile in altri. Il testo e il sottotesto dell’opera rimandano continuamente a questo furore erotico, espansivo, infinito, totalitario: « io ero nel fottere ciò che Alessandro era nell’ambizione: desideravo fottere tutta la terra, e dopo essa un nuovo mondo». 

Romanzo libertino del 1741
Traduzione dal francese di Alfio Squillaci
Copyright di Alfio Squillaci – Tutti i diritti riservati


Thérèse Philosophe
Romanzo libertino attribuito a Jean-Baptiste Boyer d'Argens
edizione in francese 
Prima paginaFili di fumoEnferRecensioniRivistaProfili di autori
ContattaciAtlante Letterario Bacheca pubblicaCompiti