ClGiovanni Verga 
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Alcune esplicite gravures  di Borel  che illustravano la prima edizione di Thérèse Philosphe (1748)Rectangle" onPreview="HSRectanglf" font-style="italic">.
dal 20 aprile 2002
Voi conoscete bene, mio caro Conte, la storia di questi due famosi personaggi. Non starò qui a ripetere tutto quello che la gente già sa e ha commentato; ma un fatto singolare, di cui sono stata testimone, vi potrà divertire e servirà a convincervi che, se è vero che Mademoiselle Eradice alla fine si sia data consapevolmente agli abbracci di quel bacchettone, è anche vero che per lungo tempo è stata la vittima della sua santa lubricità.
Mademoiselle Eradice diventò per me la più dolce delle amiche: aveva la mia stessa indole e mi confidava i suoi più segreti pensieri. L 'affinità dei nostri caratteri si manifestava
anche nel seguire le stesse pratiche di devozione, rendendoci inseparabili. Tutte e due virtuose, la nostra più grande aspirazione era di guadagnarci la fama di sante, con un grandissimo desiderio di arrivare a compiere miracoli. Questo desiderio dominava soprattutto lei, a tal punto che avrebbe sofferto con una costanza degna dei martiri tutti i tormenti del mondo, se fosse stata convinta che in tal modo avrebbe potuto resuscitare un secondo Lazzaro; e il Padre Dirrag, dal canto suo, aveva tutto il talento per farle credere ciò che voleva.
Eradice mi aveva già detto altre volte con una punta di vanità che questo Padre Dirrag non si confidava interamente che a lei sola; che negli incontri particolari che avevano spesso a casa di lei egli l'aveva assicurata di essere a pochi passi dalla santità, poiché Dio gli aveva rivelato in un sogno, da lui chiaramente interpretato, che sarebbe riuscita a compiere i più grandi miracoli perseverando a lasciarsi condurre sulla strada della virtù e delle mortificazioni necessarie.
Tutti sono soggetti alla gelosia e all'invidia; una persona devota può esserlo anche di più.
Eradice si accorse che ero gelosa della sua felicità e che non credevo troppo a ciò che mi diceva. Effettivamente, mi mostrai più sorpresa di quel che ero in realtà del fatto che Padre Dirrag (che aveva sempre evitato di avere incontri con me) si recasse in casa di una sua penitente mia amica, fosse pure stigmatizzata come Eradice. Senza dubbio la mia figura triste e il colorito giallognolo non erano piaciuti al reverendo Padre, non erano per lui un ristoro adatto a suscitare il piacere necessario per i suoi esercizi spirituali. Così, decisi di portare avanti il gioco. Niente stigmate, niente incontri particolari per me! Finsi di non credere a nulla e la mia tattica vinse. Eradice, con aria commossa, mi offrì di essere fin dall'indomani mattina testimone oculare della sua felicità.
«Vedrai», mi disse con slancio, «qual è la forza dei miei esercizi spirituali e per quali gradi di penitenza il buon Padre mi porta a essere una grande santa. Non dubiterai più delle estasi e dei rapimenti che sono il frutto di questi esercizi. Che il mio esempio, cara Thérèse, serva a raddolcirti, non potendo darti ancora, come primo miracolo, la forza di staccare completamente il tuo spirito dalla materia attraverso la virtù della meditazione, per rimetterlo soltanto in Dio!».
Come d'accordo, la mattina dopo alle cinque mi recai da Eradice. La trovai con un libro in mano, in preghiera.
«Il sant'uomo sta per arrivare», mi disse, «e Dio con lui. Nasconditi in questa stanzetta, da dove potrai vedere e sentire fino a che punto la bontà divina ha voluto andare incontro a una sua vile creatura attraverso i pii sogni del nostro direttore» .
Un istante dopo qualcuno bussò leggermente alla porta. Mi rinchiusi nella stanzetta di cui Eradice prese la chiave. Un buco largo come una mano che era nella porta di questa stanzetta, coperto da una vecchia tappezzeria di Bergamo assai trasparente, mi permetteva di vedere liberamente la camera tutta intera senza correre il rischio di essere vista.
Il buon Padre entrò. «Buongiorno, mia cara sorella in Dio!» disse «Che lo Spirito Santo e San Francesco siano con voi.».
Eradice voleva gettarsi ai suoi piedi, ma egli la fece alzare e sedere accanto a lui. «E necessario», le disse il sant'uomo, «che vi ripeta i principi ai quali dovrete ispirarvi in tutte le azioni della vostra vita.Ma parlatemi prima delle vostre stigmate: quella sul petto è sempre nello stesso stato? Vediamo un po'». Eradice si sentì subito in dovere di scoprire la sua tetta sinistra, sotto la quale si trovava la stigmata. «Ah! Sorella mia! Indietro!» le disse il Padre. «Indietro! Copritevi il seno con questo fazzoletto (e gliene tese uno), che certe cose non si addicono a un uomo del mio stato. È sufficiente che io veda la piaga che San Francesco vi ha impresso. Ah, c'è ancora. Bene, sono contento. San Francesco vi ama sempre, la piaga è vermiglia e pura. Ho avuto cura di portare ancora con me il santo pèzzo del suo cordone; ne avremo bisogno per i nostri esercizi. Vi ho già detto, sorella mia», continuò, «che vi distinguo da tutte le mie penitenti vostre compagne perché vedo che Dio stesso vi distingue dal suo santo esercito, come il sole è distinto dalla luna e dagli altri pianeti. È per questo motivo che non ho temuto di rivelarvi i suoi misteri più nascosti. Come vi ho detto, mia cara sorella, dimenticate voi stessa e lasciate fare. Dio non vuole dagli uomini che il cuore e lo  spirito. È dimenticando il corpo che si giunge a unirsi a Dio, alla santità, a operare miracoli. Non posso nascondere, mio piccolo angelo, che nel nostro ultimo esercizio il vostro spirito era ancora legato alla carne. Oh! come potere pensare di imitare quei felicissimi martiri che furono flagellati, attanagliati, bruciati sul rogo, senza soffrire il minimo dolore? La loro immaginazione era riempita a tal punto dalla gloria di Dio, che nessun pensiero in loro era rivolto ad altro. È un meccanismo chiaro, mia cara figliola: noi ci formiamo un'idea del bene e del male fisico come del bene e del male morale solo attraverso la voce dei sensi. Tramite i sensi tocchiamo, vediamo, sentiamo e così via; alcune particelle di spirito si insinuano nelle piccole cavità dei nervi che avvertono l'anima. Se avrete abbastanza fervore per raccogliere, con la forza della meditazione, tutte le particelle di spirito che sono in voi applicandole all'amore che dovete a Dio, è sicuro che non ne resterà nessuna per avvertire l'anima dei colpi che: la vostra carne riceverà. Non li sentirete neppure. Immaginate un cacciatore, il pensiero concentrato sul piacere di catturare la selvaggina che insegue: non sente ne i rovi ne le spine che lo graffiano mentre attraversa il bosco, Così voi, assai meglio di lui, impegnata in una cosa mille volte più importante, come potrete sentire i colpi della disciplina se la vostra anima è fermamente occupata dalla felicità che vi aspetta? Tale è la pietra di paragone che ci porta a compiere dei miracoli, tale deve essere 10 stato di perfezione che ci unisce a Dio. Cominciamo, dunque, figliola cara. Assolvete bene i vostri doveri e state pur certa che con l'aiuto del cordone di San Francesco e della vostra meditazione questo pio esercizio terminerà in un torrente di delizie inesprimibili. Mettetevi in ginocchio, bambina mia, e scoprite quelle parti della carne che sono i motivi della collera di Dio: la mortificazione che proveranno unità intimamente il vostro spirito a lui. Ve lo ripeto: dimenticate voi stessa e lasciate fare». Eradice obbedì subito senza replicare. Si pose su di un inginocchiatoio, come per pregare, un libro aperto davanti; poi, alzando le sottane e la camicia fino alla cintola, lasciò vedere due natiche bianche come la neve e di un ovale perfetto, sostenute da due cosce di una proporzione ammirevole. «Sollevate di più la camicia», disse lui, «così non va bene. Ecco, così. Ora giungete le mani ed elevate l'anima a Dio: riempite il vostro spirito col pensiero della felicità eterna che vi è stata promessa».
Quindi il Padre avvicinò uno sgabello sul quale si inginocchiò, lateralmente, dietro di lei; sotto la sua veste, che alzò e fissò sotto la cintura, vi era una lunga e grossa sferza, che diede da baciare alla sua penitente.
Attenta allo svolgimento di questa scena, ero piena di un santo orrore; sentivo un tremito così forte che non posso descrivere. Eradice taceva. Il Padre percorreva con occhi di fuoco le natiche che gli servivano da bersaglio; e come ebbe fissato lì il suo sguardo, sentii che diceva a bassa voce, in tono di ammirazione: ah! che bel collo! che tette magnifiche! Si inginocchiava, si rialzava a tratti, borbottando qualche versetto: nulla sfuggiva alla sua lascivia. Dopo qualche minuto chiese alla penitente se la sua anima era entrata in contemplazione.
«Sì mio reverendissimo Padre», disse lei, «sento che il mio spirito si sta distaccando dalla carne e vi supplico di cominciare la santa opera». «Sta bene», riprese il Padre, «il vostro spirito può essere contento». Recitò ancora qualche preghiera e la cerimonia ebbe quindi inizio con tre colpi di verga dati assai piano sul didietro. Questi tre colpi furono seguiti dalla recitazione di un versetto e poi da altri tre colpi un po' più forti. Dopo cinque o sei versetti sempre interrotti da questo diversivo, quale non fu la mia sorpresa quando vidi Padre Dirrag sbottonarsi i pantaloni e tirar fuori uno strale infiammato che rassomigliava a quel serpente fatale che mi aveva attirato i rimproveri del mio primo direttore! Questo mostro aveva acquistato la grossezza, la consistenza e la lunghezza predette dal cappuccino; mi faceva rabbrividire. La sua testa rubiconda sembrava minacciare le natiche di Eradice, che erano diventate del più bell'incarnato.
«Dovete essere», egli disse, «nel più perfetto stato di contemplazione: la vostra anima deve distaccarsi dai sensi. Se la mia bambina non inganna le mie sante speranze, in questo momento non vede più, non sente più, non percepisce più nulla». 
Così dicendo il carnefice sferzò tutte le parti scoperte del corpo di Eradice. Nel frattempo lei non parlava: sembrava immobile, insensibile a quei terribili colpi. Non riuscivo a scorgere altro movimento che quello convulso delle natiche, che si serravano e disserravano a ogni istante.
«Sono contento di voi», disse lui dopo un quarto d'ora di questa crudele disciplina. «È tempo che cominciate a gioire dei frutti del vostro santo lavoro; non ascoltatemi, cara fanciulla, ma lasciatevi guidare. Prosternatevi con la faccia a terra: vado, con il venerabile cordone di San Francesco, a cacciare via quel che rimane di impuro dentro di voi».
Il buon Padre la mise in effetti in una posizione davvero umiliante, ma che era la più comoda per i suoi desideri. Mai era stata presentata in modo migliore; le sue natiche erano separate solo da una fessura che avrebbe interamente scoperta, fra poco, la doppia via dei piaceri.
Dopo un istante di contemplazione, il bacchettone  umettò di saliva quello che chiamava il cordone e, mentre farfugliava qualche parola in un tono da farla sembrare l'esorcismo di un prete per cacciare il diavolo dal corpo di un indemoniato, il reverendo cominciò a infilarlo dentro.
Ero situata in maniera da non perdere il minimo particolare di questa scena; le finestre della camera dove lei si faceva prendere si trovavano di fronte alla porta della stanzetta dove ero rinchiusa. Eradice era in ginocchio sullo sgabello, le braccia incrociate sul poggiapiedi dell'inginocchiatoio e la testa poggiata sulle braccia: la sua camicia era accuratamente rialzata fino alla cintola e lasciava vedere l'ammirevole profilo delle reni e delle natiche. Questa visione lussuriosa attirava  l'attenzione del reverendissimo Padre, che si era posto anche lui in ginocchio, le gambe della penitente fra le sue, i pantaloni calati, il suo terribile cordone in mano, borbottando qualche parola male articolata. Egli rimase per qualche istante in questo edificante atteggiamento, percorrendo quell'altare con uno sguardo infiammato, quasi fosse indeciso sul genere di sacrificio che si preparava a offrire. Due vie da imboccare gli si presentavano e le divorava con gli occhi, indeciso sulla scelta: una in particolare era un ghiotto boccone per un uomo come lui; ma aveva
promesso il piacere, l'estasi alla sua penitente... come fare? Osò dirigere più di una volta la punta del suo strumento verso la porta favorita, alla quale bussò leggermente: ma infine la prudenza ebbe la meglio sul piacere. Gli devo questa giustizia: vidi bene il rubicondo priapo del reverendo imboccare la via regolare, dopo averne dischiuse delicatamente le labbra vermiglie col pollice e l'indice di ciascuna mano. Questo lavoro fu subito iniziato con tre scosse vigorose, che ne fecero entrare circa la metà: allora, di colpo, l'apparente tranquillità del Padre si mutò in una sorta di furore; Buon Dio, che aspetto! Immaginate un satiro, le labbra colanti schiuma, che digrigna i denti e soffia come un toro che muggisce. Le sue narici, dilatate, fremevano; teneva le mani sollevate a qualche centimetro dalla schiena di Eradice, su cui evidentemente non osava appoggiarsi per possederla più comodamente: le sue dita, convulse, sembravano la zampa di un cappone arrostito; la testa era abbassata e gli occhi scintillanti erano fissi sul lavoro del suo cavicchio, di cui assecondava l'andare e venire, in modo che nel movimento di ritorno non uscisse fuori dal fodero e che, mentre lo infilava dentro, il ventre non si appoggiasse alle natichedella penitente, la quale altrimenti avrebbe potuto capire da dove proveniva quello che credeva un cordone. Che presenza di spirito! Vidi che circa un pollice del santo strumento rimaneva costantemente fuori, senza mai prendere parte, alla festa. Vidi che a ogni movimento che il sedere del Padre faceva all'indietro, per cui il cordone usciva fuori dal suo alloggio fino alla punta, le labbra di quella parte di Eradice si aprivano, diventando di un incarnato così vivo da incantare lo sguardo. Vidi che quando il Padre con un movimento opposto spingeva in avanti, quelle stesse labbra, di cui non vedevo più che il tenero pelo nero che le copriva, serravano così strettamente la freccia che sembravano inghiottirla, tanto che sarebbe stato difficile indovinare a chi dei due appartenesse quel cavicchio, per il quale sembravano ugualmente attaccati l'uno all'altra.
Che congegno! Che spettacolo, mio caro Conte, per una ragazza della mia età che non aveva alcuna conoscenza di questo genere di misteri! Quante idee differenti mi passarono per la testa senza che avessi il tempo di soffermarmi su nessuna! Ricordo soltanto che venti volte fui sul punto di, andarmi a gettare ai ginocchi del famoso direttore, per scongiurarlo di trattarmi come la mia amica. Era uno slancio di devozione? O era piuttosto uno slancio dei sensi? Mi è ancora impossibile stabilirlo con certezza.
Ma torniamo ai nostri complici. I movimenti del Padre si andavano accelerando, e doveva fare attenzione a non perdere l'equilibrio. La sua posizione era tale che formava, dalla testa alle ginocchia, come una S, di cui la pancia andava e veniva orizzontalmente in direzione delle natiche di Eradice. Quella parte di lei, che serviva da canale al cavicchio,  instancabile, dirigeva tutta l'operazione e due enormi verruche che pendevano tra le cosce del reverendo sembravano esserne testimoni.
«II vostro spirito è contento, mia piccola santa?», disse lui, lanciando una specie di sospiro. "Per me, io vedo i cieli aperti, la grazia mi trasporta, io. .." .
"Ah! Padre mio!", gridò Eradice. "Quale piacere mi rapisce! Sì, gioisco di una felicità celeste, sento che il mio spirito è completamente staccato dalla materia. Cacciate, Padre mio, cacciate tutte le cose impure che sono ancora dentro di me. lo vedo... gli... an... geli... spingete ancora... spingete... Ah!... Ah!... buon... San Francesco!... Non mi abbandonare! Sento il cor. ..il cordone. ..non ne posso più. .. muoio".
Il Padre, che sentiva ugualmente l'avvicinarsi del supremo piacere, balbettava, spingeva, soffiava, ansimava. Infine, le ultime parole di Eradice furono il segnale della ritirata; e vidi il fiero serpente, divenuto umile e strisciante, uscire fuori coperto di schiuma dalla sua custodia.
Ogni cosa fu rimessa a posto alla svelta e il Padre, dopo aver lasciato ricadere già la sua veste, raggiunse a passi incerti l'inginocchiatoio che Eradice aveva lasciato. Là, fingendo di pregare, ordinò alla penitente di rimettersi in piedi, di coprirsi e quindi di venire a ringraziare insieme a lui il Signore per la grazia che aveva appena ricevuto.


Thérèse Philosophe
Romanzo libertino attribuito a Jean-Baptiste Boyer d'Argens
Thérèse Philosophe
Romanzo libertino attribuito a Jean-Baptiste Boyer d'Argens su iBS
CONSIGLI SALUTARI DI QUEL CONFESSORE A THERESE 


[...] 
Parliamo ora, bambina mia, di quell'incontenibile prurito che vi tormenta così spesso in quella parte che avete sfregato contro la colonna del vostro letto: sono bisogni del temperamento altrettanto naturali della fame e della sete. Non bisogna né cercarli né eccitarli, ma quando vi opprimono troppo vivamente non v'è alcun male nel servirvi della mano per alleviare quel tormento. Però vi proibisco espressamente d'introdurre il dito all'interno: vi basti, per ora, sapere che così facendo potreste un giorno apparire in colpa agli occhi di colui che sposerete. Quanto al resto, ve lo ripeto, si tratta di un bisogno che le leggi immutabili della natura suscitano in noi, ed è proprio dalle mani della natura che noi possiamo ricevere il rimedio che vi ho indicato per alleviarlo. Ora, poiché abbiamo la certezza che la legge naturale è d'origine divina, come oseremmo temere di offender Dio alleviando i nostri bisogni con i mezzi che ha posto in noi, che sono opera sua, soprattutto se tali mezzi non turbano in nulla l'ordine stabilito nella società? Non si può certo dire la stessa cosa, cara figliola, di quel che padre Dirrag faceva a mademoiselle Éradice: ha infatti ingannato la sua penitente, ha rischiato di renderla madre sostituendo al falso cordone di san Francesco il membro naturale dell'uomo, che serve alla generazione. In questo modo ha peccato contro la legge naturale che ci prescrive di amare il nostro prossimo come noi stessi. E significa forse amare il prossimo porlo, come lui ha fatto con mademoiselle Éradice, nella condizione di perder l'onore e la reputazione? L'introduzione e i movimenti che avete visto fare al membro del padre nella parte naturale della sua penitente, cara figliola, sono il meccanismo generativo dell'umanità, lecito soltanto nello stato matrimoniale. In una ragazza da marito, questa azione può nuocere alla tranquillità delle famiglie e turbare l'interesse pubblico, che va sempre rispettato. Così, sin quando non sarete legata dal sacramento del matrimonio, guardatevi bene dal permettere un'operazione simile a qualsiasi uomo, in qualsiasi posizione. Vi ho indicato un rimedio che modererà l'eccesso dei vostri desideri e che ridimensionerà il fuoco che li eccita. 


Thérèse Philosophe
Romanzo libertino attribuito a Jean-Baptiste Boyer d'Argens
edizione in francese 
A trente deux ans, le marquis d'Argens fait son entrée en littérature en écrivant ses Mémoires.Réelles ou imaginaires les frasques picaresques de ce chevalier provençal, que ses caravanes sentimentales mènent jusqu'au Divan du Grand Turc, forment une joyeuse Odyssée amoureuse. S'y succèdent bouffonneries de comédie italienne, pochades, réflexions et péripéties obligées du conte de voyage. Les aventures de ce Télémaque dégourdi, qui aurait troqué la quête de soi pour la course aux jupons, s'enrichissent d'irrévérences philosophiques. 
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